Squarci | sabato 16 febbraio 2008

Giuseppe Sterlicco

Il silenzio delle cose che arrivano

Un’autobiografia incompleta


Fin da piccolo un'attrazione involontaria mi ha spinto verso ciò che, della vita, viene chiamato 'mistico'.
A 8 anni mi autoconvinsi che vedevo e sentivo gli spiriti.
Mi portarono un po’ ovunque: mio padre perché è sempre stato scettico su certi argomenti, mia madre perché ci credeva tanto quanto me.
A 10 anni nel giro di 3 mesi morirono prima un mio cugino e poi mio nonno.
Credo che quando la consapevolezza dell'esistenza della morte entra nella tua vita, violentemente, da quel momento in poi la tua visione del mondo inizia letteralmente a cambiare.
Ho assistito a 3 giorni di pura e semplice attesa: mio cugino, agonizzante, era clinicamente morto ma il suo cuore continuava a battere, sfortunatamente per tutti.
Quando hai solo 10 anni, tutto sembra un incontenibile gioco e - se arriva una telefonata da un ospedale che manco conosci e senti qualcuno dire ''Non ce l'ha fatta'' - non riesci ancora a renderti conto di quante vite ha già cambiato quella breve frase.
Ho visto la faccia di mia cugina quando le è stato detto che il marito non sarebbe più tornato e la sua disperazione nel non averlo potuto salutare come avrebbe voluto: il giorno in cui fu portato in ospedale per un incidente sul lavoro era un giorno 'qualunque'. Mai poi mai il pensiero della morte avrebbe potuto sfiorare qualcuno : erano cose che succedevano agli altri.
Pochi mesi dopo morì anche mio nonno malato di reni. Soffriva molto e io continuavo a pensare 'perché non muore e la fa finita?' . Morì proprio quella notte e dopo qualche anno a seguire, mentre ci ripensavo, capii che avrei voluto dirgli tante cose.
Nello stesso, se non ricordo male, feci come tutti: presi il corpo di Cristo e non ci pensai neanche. Nella fretta lo masticai e ricordandomi che masticarlo avrebbe potuto essere peccato chiesi perdono e, un attimo dopo, pensai a quanti regali m'aspettavano quel giorno: cosa può competere col pensiero di un regalo? Cristo in croce? a 10 anni? figuriamoci! Che Cristo fosse morto in croce o impiccato, che fosse stato realmente o meno figlio di Dio, che Dio stesso realmente esistesse, erano tutti pensieri più grandi di me e, a dirla tutta, a 10 anni non è che ti importa tanto. Cerchi di credere a ciò in cui credono tutti gli altri.

Gli anni delle medie furono gli anni delle prime 'scoperte': masturbazione, il calcio, la pallavolo, gli amici che fumavano, le ragazze che non ci stavano.
Intanto l'autoconvinzione di avere un sesto senso era cresciuta così tanto che decisero di portarmi da una vecchia donna in campagna che sapeva fare 'La Paura' (una sorta di esorcismo popolare per scacciare gli spiriti maligni dentro una persona), mentre il parroco di una chiesa qui vicino diceva a mia madre che era fortunata ad avere un figlio così sensibile da riuscire a sentire i morti.
Dopo aver bevuto il sangue di gallina e vino cotto per 3 giorni questa 'paura' sembrò svanire.

Alla fine delle medie avevo deciso: qualsiasi scuola avessi fatto sarebbe andata bene. Sarei diventato un calciatore, comunque.
Scelsi l'Itis che stava vicino casa mia. Ci andavano 3 amici e facendo due+due non sarebbe stato male: papà era elettricista e avrebbe potuto aiutarmi.
Nonostante in 8 anni di scuola avessi sempre preso il massimo dei voti in italiano e il minimo in matematica, non importava tanto: c’era il calcio, e m’immaginavo calciatore.
Al primo anno delle superiori feci un'altra piccola scoperta : la 'politica'. Papà mi parlava di Berlusconi come una sorta di semidio sceso in terra e si ostinava a dire che i fascisti non avevano mandato soltanto gente nei campi di sterminio, ma avevano anche bonificato paludi, portato benessere.
I primi due anni di superiori divenni berlusconiano, ma contemporaneamente iniziai a non credere in Dio (la consapevolezza del dolore e della morte fu la causa fondamentale ). Lascia anche il mio ruolo di ala sinistra nella squadra in cui giocavo: in fondo non è che fossi stato un grande calciatore.
Fu in quegli anni che forse, inconsapevolmente, iniziai a capire che amavo leggere. Poiché era sempre stata una cosa che mi veniva 'spontanea', non ci avevo neanche fatto caso. Lessi 500 pagine sulla vita di Hitler, Se questo è un uomo di Levi e i racconti di Ligabue.
In una sola estate divenni antifascista e ateo, e iniziai ad appassionarmi alla musica. Mi convinsi che quello che credevo di avere fin da piccolo (il mio bel sesto senso) era in realtà una vera e propria autoconvinzione, e quando ti autoconvinci di qualcosa quella cosa diventa vera e reale, per te. Poi quando prendi coscienza che in realtà non è mai esistita, capisci realmente quanto sei stato stupido (o forse ''romantico'') a crederci fino in fondo.
Al terzo anno delle scuole superiori il danno ormai era fatto: ero iscritto a Elettronica e Telecomunicazioni e riuscivo a far qualcosa di buono solamente nella Logica.
In matematica scoprii i numeri immaginari e iniziai a pensare che dopotutto mi sarebbero servite sì e no 4 operazioni nella mia vita : perché imparare il resto?
Compravo libri e li leggevo durante le ore di matematica, elettronica, elettrotecnica…

A 16/17 anni lessi d'un fiato L'Anticristo di Nietzsche: avevo trovato un altro matto come me. Mi convinsi sempre più che questo rifiuto del cattolicesimo e del cristianesimo in generale (che avvertivo incosciamente) dentro era giusto: non ero mica l'unico e, mal che andasse, avrei avuto ‘compagni' in cui nascondermi.
A scuola iniziarono a chiamarmi Bestia di Satana e presto anche altri ragazzi che 'portavano capelli lunghi, ascoltavano musica decente e leggevano libri interessanti' furono etichettati con quel soprannome (addirittura chi ci prendeva in giro, a volte anche per scherzo, stipulò una vera e propria gerarchia con tanto di Presidente, segretari malefici e ‘besticcioll piccerell’).
In quel periodo leggevo Freud e (un po’ più tardi) Pirandello e iniziai a studiare ben bene i comportamenti 'umani', tutti i pregiudizi e tutte le superstizioni delle persone 'ignoranti' e 'paesane'.
Trovammo una frase latina che se letta al contrario era sempre la stessa frase, la scrivemmo su di un foglio e la incollammo in giro per la scuola come una sorta di maledizione: gli stupidi ci caddero e iniziarono a farsi il segno della croce!
Quegli anni furono fondamentali da un punto di vista: capii che avrei dovuto fare studi liceali, magari l'artistico o il classico, e che il lato 'umanistico' degli insegnamenti era certamente quello che mi interessava di più e che vi ero anche 'portato'.
Ma ormai ero al 3/4 anno delle superiori: non avrei potuto cambiare per vari motivi e decisi di finire comunque quegli studi (dando il minimo indispensabile per essere promosso e continuando a leggere cose che m’interessavano).
La mia classe era una classe compatta, nonostante tutto. Nei tre anni del triennio ne abbiamo combinate così tante che potrei scriverci su un libro.
Distruggemmo la macchina della preside, incendiammo un bagno, facemmo esperimenti chimici con candeggina e mandammo quasi all'ospedale un bidello, gettammo sedie e cestini dalla finestra, facevamo tutto il casino che si poteva fare : mettemmo a soqquadro piazza Navona a Roma e la mia classe fu cacciata da Nizza, in Francia! La cosa interessante in tutto ciò è che non ci beccavano mai e, se per caso ci beccavano, la colpa la prendevamo tutt’insieme: anche per questo motivo venimmo tutti promossi nei tre anni del triennio, e il diploma ce l'hanno dato quasi per disperazione.

In quegli anni si suicidò un professore che odiavo molto.
Chi non ha mai pensato di un suo professore ''Vorrei tanto che morisse!!''?
Quando seppi che il professore s'era suicidato, pensai ad uno dei tanti scherzi dei miei amici, e risposi “Ha fatt buon!'' e riattaccai.
Ma poi, quando lessi i giornali e presi coscienza del fatto, capii quanto ero stato stupido: quel professore non sarebbe venuto mai più a scuola e, benché lo odiassi tanto, al suo funerale piansi per la prima volta, dopo anni. I funerali del professore avvennero una calda mattina d'aprile nel suo paese e il corteo funebre non dovette camminare molto: il cimitero era a due passi dalla chiesa.
Dio iniziò a diventarmi addirittura antipatico, ero comunque ateo tutto sommato (forse mi stavo trasformando in agnostico?), ma iniziai a pensare : 'se davvero ci sei, appena ti vedo ti sputo in faccia'.

Mia nonna morì mentre ero al quinto anno.
Ho assistito al suo lento e progressivo calvario, ho visto realmente quanto il dolore fisico possa distruggere una persona e, nonostante si ostinino a dire che 'è morta serenamente’ perché è morta nel sonno, credo che in realtà non ci sia morte peggiore di quella di mia nonna: è morta di vecchiaia.
In quei giorni ebbi modo di constatare quanto la religione sia un'immensa stupidità: il prete che venne per l'estrema unzione ebbe la classica offerta a piacere, io mi rifiutai perfino di salutarlo e lui disse che ero
indemoniato.
Mia nonna era agonizzante e non capiva niente, non riconosceva nessuno : perché fingere una 'confessione' solo per racimolare 20 euro? Perché dirle 'redimi i tuoi peccati, chiedi perdono’ se non riusciva nemmeno a farci capire quando avesse sete o meno?

Nel frattempo avevo imparato a suonare la chitarra, avevo messo su un gruppo e iniziato a scrivere qualcosina.
Non avendo altro modo per sfogare tutto ciò che avevo dentro, mi rendevo conto che suonare mi faceva sentire bene e scrivere era tutta la mia vita.
La superiori finirono, la 'maturità' mi portò un bel 62 (molto di più rispetto al 60 che credevo di meritare!) e in quell'anno conobbi casualmente la donna della mia vita (Morrison l'avrebbe definito un anno che portò un'intensa rivisitazione d'energia).
L'amore è qualcosa che deve essere affrontato cercando di tenere ben saldi i piedi a terra. Quanti 'amori' durano due giorni e si esauriscono perché magari si è creduto, subito, ciò che in realtà non è? Ho visto tante di coppie amarsi e lasciarsi dopo un giorno, un anno, qualche mese.
La mia generazione è la generazione dal 'ti amo' molto facile: si sprecano parole che un giorno potresti 'realmente sentire dentro' e ora le dici solo per l'emozione del momento.
Tutto sommato mi ritengo, almeno in campo affettivo, molto fortunato: ho trovato una ragazza che amo e con la quale vorrei passare il resto della mia vita.
La consapevolezza della morte è decisamente la cosa che più spiazza nei momenti di maggiore intimità: devo, purtroppo, prendere la parte dell' ''uomo'' e dire le solite frasi: 'Ma cosa dici?' - ' Ma quale morte! Pienz a campà!' - quando in realtà le stesse cose sono quelle che fanno male anche a me.

Passata la Maturità e nonostante non so bene perché per questo esame, relativamente uguale a tutti gli altri, sia stato scelto questo nome due strade mi si sono parate davanti: iniziare a fare un lavoro che non ho mai capito né amato (sono un perito elettronico ora) o iniziare qualcosa d’altro. In questa scelta un aiuto fondamentale mi è stato dato dalla mia ragazza. Mi ha fatto capire ciò che forse non avrei capito da solo: io so leggere e scrivere.
Ho scelto di continuare gli studi, anzi di intraprendere un percorso diverso da quello iniziato anni fa. Ho finalmente scelto una via che, per il momento, mi permette di fare e dire ciò che voglio. Ho scelto di andare all'Università, all'Orientale, e nonostante il primo anno sia stato un anno decisamente spiazzante, un po’ alla volta sto dando un senso alla mia scelta.

Ora che sono all'Università è come se improvvisamente avessi realmente preso coscienza del fatto che leggere e scrivere sono le uniche due cose che danno un senso a tutto quel che credo. Nel frattempo molto è cambiato dalle prime 500 pagine sulla vita di Hitler. Tanti scrittori sono arrivati e sono rimasti: Leopardi, Bukowski, Sartre, e altri ancora.
Sono consapevole che la vita o, quantomeno, la conoscenza e il sapere sono cose che tendono a modificarsi nel tempo: alcuni libri possono confermare ciò che penso, altri ancora possono aprirmi orizzonti nuovi.
Ho sempre scritto tanto, cercando un’espressione per i miei pensieri, per il mio vissuto (se a 20 anni puoi permetterti la parola 'vissuto' ). Che siano poesie, racconti, canzoni non ci bado tanto: so che sono in qualche modo un pezzo di me, so che il vero senso posso coglierlo soltanto io, ma che qualcun altro possa leggermi e cogliere un nuovo punto di vista, su un mio scritto, mi sembra un modo per confrontarsi e, in alcuni casi, capire se davvero ne valga la pena.
Non è che importi tanto. In ogni caso - sia che piaccia sia che non piaccia ciò che scrivi - continui a esprimere ciò che avverti il bisogno di dire, e anche se resteranno semplici parole scritte su un foglio, quelle sono le tue parole e lo saranno, fin quando vorrai.
Ho sempre creduto che esistano due tipi di scrittura: la scrittura per sé e la scrittura per altri. E quelli che tutti noi chiamiamo capolavori non sono nient'altro che un sapiente lavoro di cesellatura ove l'autore è riuscito, con abile maestria, a usare entrambi i tipi di scrittura, parlando di sé per tutti, parlando di sé a tutti.
Poi ci sono le parole intime, quelle che solo tu puoi capire e sentire... e poi ancora ci sono le parole scritte per altri, quelle che tutti possono capire e forse proprio tu non riesci a capirne bene il perché…

In silenzio la vita ci leviga l’anima, e quando le cose che non ti aspetti diventano vere, la vita - in silenzio - ti ripaga della tua fiducia.
La mia massima aspirazione è riuscire a scrivere un libro che possa farmi sentire finalmente libero e vivo.


Su Giuseppe Sterlicco
E' nato il 17 maggio 1987, una settimana in anticipo rispetto ai calcoli e alle aspettative: evidentemente, secondo lui, teneva molto a vedere questo mondo il più presto possibile. A dieci anni ha fatto la prima (ed ultima) comunione. A sedici anni ha conosciuto Leopardi, Baudelaire, Nietzsche, Bukowski, e a diciotto ha scritto la sua prima vera poesia e fondato un gruppo rock, col quale suona ancora oggi.

Sulla rubrica Squarci
Se la scrittura si serve di aghi e coltelli, se punge e lacera, se ogni pagina apre un varco in mezzo all'ovvio e al non detto, se la ragione ha bisogno di attimi di illucidità, se ogni testo si apre su un paesaggio interiore, se è un buco della serratura da cui spiare il mondo, se duole, se è una lama nella carne, se è una trama interrotta in un punto a caso, se la narrazione si spezza come un canto, se è una dissonanza, se semplicemente siete curiosi di sapere chi siamo. Estratti, ferite, fenditure di scrittura, un modo per sentire i nostri silenzi e leggere tra le righe di ciò che abbiamo in cantiere.

Poesie dure&crude, di Giuseppe Sterlicco (Gli Scacchi, 2008)