Squarci | sabato 19 novembre 2011

Annarita Lamberti

Vomero City

Vomero City di Annarita Lamberti

Pier Luigi ne è convinto. Non bisogna mai lasciare l’ufficio prima che sia passata almeno mezz’ora dall’orario di chiusura. Se si chiude prima l’ufficio o si lascia il lavoro in sospeso per qualche motivo possono verificarsi disgrazie inimmaginabili. Eh, lo sa bene lui, e come se lo sa! Fu proprio il primo giorno, in vita sua, che, a causa di un insistente mal di testa, si decise a lasciare il suo rinomato studio di commercialista mezz’ora prima del solito, non avendo nient’altro da fare per quel giorno, per giunta, fu proprio quel giorno, dicevo, che gli capitò di incontrare Linda. Dopo un anno e sei mesi da quel pomeriggio piovoso (e stregato!) di fine settembre, si sono sposati: un commercialista bergamasco e una professoressa di lettere antiche napoletana. E da, allora, la loro vita assieme si svolge all’insegna dello scontro di civiltà, quella del labor contro quella del logos. E in questo perenne scontro Pier Luigi soffre dal momento che, a suo dire: “ho paura di lei perché mi rende felice”.
- E mmò fammi guidare a me.

Mi disse la mia cicetta appena lasciata la tangenziale, all‟uscita Vomero, la prima volta che venimmo a Napoli, per giunta in auto. Io mi rifiutai, naturalmente. Il mio amato SUV nelle tue mani, tesoruccio? Fossi matto! Per la verità neanche lo sapevo ancora come guidasse ma, così, per principio. E poi cosa può saperne una professoressa di latino e greco di automobili? Mica c‟erano nell‟antichità!
- Fai guidare me, amore, che ti stresserai a guidare qui al Vomero…
- Stai tranquilla, Linda, cosa ci sarà mai di diverso a guidare tra il Vomero e qualunque altro posto?

Le ultime parole famose come nelle vignette della Settimana Enigmistica. Inenarrabile. Altro che stressato! Ne rimasi traumatizzato. Inenarrabile! Riesco solo a dire che mi ritrovai in un fiume di auto che procedevano senza criterio, per lo meno quello del codice automobilistico, e spuntavano inavvertitamente da ogni dove. Arrivammo a destinazione che ero sull‟orlo di una crisi di nervi e non era ancora finita. Il parcheggio. Non sapevo ancora cosa fosse l‟esperienza del parcheggio.
A via Eduardo Dalbono, come d‟altronde in tutto il resto del Vomero, il parcheggio è una specie di miraggio o, forse, un miracolo, ecco: se trovi posto per parcheggiare, sei stato miracolato! E, naturalmente, non esiste altro tipo di parcheggio se non quello lungo i marciapiedi, per cui le auto rimangono all‟addiaccio, nelle strade, prive di qualunque protezione: i garage sono rarissimi e costosissimi. E la Linda, prevedendo che mi avrebbe inquietato alquanto l‟idea di lasciare l‟auto in balia dell‟ignoto, aveva avvertito il suo papà cosicchè appena arrivati sotto casa, mio suocero mi fa:
- Non scendere neanche dalla macchina e seguimi, andiamo direttamente a posarla al garage.
Sono ancora tutto frastornato che la Linda interviene dicendo: “Vatti a riposare, ci penso io a portarla al garage”. “Ma mi hai preso per un bambino? Ci vuol ben altro per stancarmi, amore (Vigliacco!!!)” Ma che figura ci avrei fatto con mi suocero e, passi pure con mio suocero, ma con mia moglie! Nooooo! Dovevo assolutamente proseguire e, d‟altronde, dove poteva essere il garage?
Ai Camaldoli! Il garage era ai Camaldoli, a quasi dieci km di distanza da casa dei mie suoceri, dove avremmo soggiornato per una settimana! A quasi dieci km e a più di due ore di viaggio!!! Noooo! Voglio tornare a casa! Aveva ragione la mia mamma! Vedi Napoli e poi muori, si dice, e io quella sera mi sentii morire.
Così mi sono sempre figurato i posti in cui vengono portati gli ostaggi in mano ai sequestratori sardi: dopo il mare di traffico nella giungla d‟asfalto non mi sembrava possibile che ci trovassimo in aperta campagna, una specie di borgo rurale in cui ho visto anche delle oche razzolare per strada … o, forse, era un miraggio, una proiezione del mio desiderio di fuga da quella città tentacolare. Ci avevamo impiegato più di un‟ora ma il contachilometri ne segnava poco meno di dieci. Com‟era possibile?
- Accussì stai più tranquillo. Nu scipp‟tiell‟, Nu graff‟tiell‟, p‟ miezz‟ a via, so quasi assicurati. Accussì, invece, a machina sta riguardata, e voi usate questa qua. Che tanto io vado sempre a piedi.

Una mini rossa vecchio tipo, vecchissimo tipo, così piccola che mi sembrava di stare in una scatola di sardine.
- A vuò guidà tu? Vuoi familiarizzare?
- No, no, grazie, guidi pure lei.

Torno a casa cotto sfinito mentre Linda sembra rinata: tutta bella, vaporosa, allegra.
- Amore, vatti a fare una doccia, così ti rinfreschi e … tesoro, se ti va, ci andiamo a fare una pizza che ne ho una voglia …
- Ma certo, amore, una doccia e sono come nuovo (Ipocrita! Vigliacco e Ipocrita! Che ci voleva a dirle: “se ci tieni tanto vacci pure da sola, io vado a farmi una dormita” oppure, meglio ancora, “non se ne parla nemmeno, stasera si sta a casa e basta!” Sì, figurati! Dove lo trovo il coraggio per dirle una cosa del genere? E, poi, siamo appena
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arrivati nella sua Napoli, a dire “bella” non riesco, non sono abbastanza ipocrita!)

Quella lunga terribile giornata si concluse a mezzanotte passata dopo una serata in pizzeria con gli amici di mia moglie, reclutati seduta stante e che immediatamente accettarono l‟invito. E, finalmente, ce ne andammo a dormire.
Il mattino dopo però inaspettatamente mi svegliai presto. C‟era un bel sole che illuminava le fessure dell‟avvolgibile e così mi alzai mentre la Linda ancora dormiva. La casa era silenziosa, anche i miei suoceri dormivano. Me ne andai nel soggiorno da dove uscii sul balconcino e, meraviglia delle meraviglie, vidi un agrumeto circondato dai palazzi. Sì, il palazzo in cui mia moglie è cresciuta in via Dalbono contiene al suo interno un grande giardino con aranci, limoni e mandarini e che profumo di zagare! E pure aroma di caffè, veniva proprio da lì, dal giardino, dove un‟anziana signora prendeva il suo caffè conversando amabilmente con un enorme gatto persiano che, pochi secondi dopo, seppi rispondere al nome di Babbà, esattamente come la perla della pasticceria napoletana – “la migliore del mondo” secondo mia moglie. –
Mi venne subito voglia di uscire, quasi una smania, sì, non persi neanche tempo a farmi la doccia che mi infilai dei jeans e una polo a portata di mano e via, per strada. Che bell‟aria davvero! Fresca ma dolce e c‟era silenzio, ricordo che fu la prima cosa che notai. Silenzio, sì ma non del tutto, silenzio ma con voci umane, ancora rare a quell‟ora di mattina. Percorsi tutta via Dalbono fino allo spiazzo della funicolare di San Martino, all‟epoca però ancora non sapevo tutti questi nomi, e da lì mi diressi verso la scalinata che sta proprio di fronte. Che prospettiva! Si vedeva una lunga strada che separava in due la città, o quella parte che se ne vedeva da lì, al centro dopo i due tratti di scalinata una piazza con una palma – all‟epoca c‟era ancora la palma – e poi una sequenza di alberi sui due lati di una strada. Vista così, Napoli, sembrava una città normale, ben organizzata, lineare, moderna … ma dov‟erano il mare e il Vesuvio? Questo quartiere sembrava non avere il paesaggio ma essere fatto unicamente di palazzi, strade, alberi e persone. Persino le auto mi sembravano poche. Scendo le scale, attraverso la piazza con la palma al centro e dei bei palazzi bianchi tutt‟intorno, percorro tutta la via alberata e mi accorgo trattarsi di bei platani. Poi qualcosa mi dice di tornare indietro. Risalgo la strada dei platani e riattraverso la piazza, giunto quasi all‟altezza delle scale che mi avrebbero riportato a casa, dalla Linda, vengo rapito da un profumo di pane e brioche. Ne compro una grossa a forma di treccia con la granella di zucchero e continuo la mia esplorazione. Che posto strano, questo Vomero! Ci si sta bene eppure ancora non capivo perché … ed ero ossessionato dalla ricerca del mare e del Vesuvio. Ma
questo è un posto tutto costruito, una specie di paradiso per muratori, architetti e ingegneri: palazzi antichi e nuovi, belli, molto, una metropolitana, una funicolare, un‟altra funicolare dopo pochi passi. Un quartiere con la smania dei collegamenti. Prendo una stradina che si dipana in parte alla seconda funicolare. Palazzi e verde. Ma noto che è in pendenza. Dapprima è larga e luminosa poi diventa più stretta e ripida, costeggiata da proprietà private dai cui cancelli si nota una folta vegetazione, tutta in disordine, tanto per cambiare. E, intanto, la strada lascia il posto a una specie di scaletta, una specie di grossa scala a chiocciola in pietra nera. Continuo a scendere ma sono un po‟ inquieto: dove mi porta quella scala a chiocciola e di quanto mi sto allontanando da solo e senza il cellulare dalla mia Linda? E se mi perdo? Ma non posso farne a meno devo scendere e d‟un tratto la scala a chiocciola finisce e la strada diventa pianeggiante e luminosa: ma che luce, ragazzi!!! Giro la testa verso destra e finalmente: il mare! Il golfo, il Vesuvio, la penisola sorrentina, Carpi e Ischia!!!! Ma non è finita! E no! Prima di tutto questo, guardando in basso tutto un intrico di palazzi antichi, alcuni in ristrutturazione, aggrappati al fianco della collina e proiettati verso il mare, chissà che panorama da quel terrazzo laggiù?! E guardando verso l‟alto un‟altra sequenza di palazzi abbarbicati al fianco della collina che sale fino alla cima dove c‟è una specie di castello tutto bianco: che meraviglia! E che colori! Un palazzo in particolare ha la facciata in un punto speciale di indaco …
Allora capii che il Vomero è l‟esperienza della ricerca del paesaggio partenopeo, che non è una cartolina ma un viaggio. Davanti a quello spettacolo pensai che un posto così merita di più! Merita di essere conosciuto, valorizzato, ragazzi! Se non fosse stato per la Linda non avrei conosciuto questa meraviglia! Sì, no, eh, che nessuno ne parla: tutti a dire dei Quartieri Spagnoli, degli scippi, delle truffe e della spazzatura ma nessuno che ti dica dello spettacolo del Vomero! È tutta invidia!!! Ma cosa aspettano a fare la secessione! Vomeresi, guidiamo la secessione dal Centro-Nord! Rendiamoci autonomi da chi ci vuole male e ci fa fare pure una brutta figura! Cosa ci sta a fare Nebbialand con le prospettive vomeresi! Quasi, quasi torno su, approfitto che sono tutti a dormire e stilo il piano finanziario e strategico della secessione del Sud …
E, invece, sono rimasto a godermi il mare e lo spettacolo delle navi che lasciavano il porto.
Eh, il Vomero mi aveva tanto spaventato all‟arrivo e tanto innamorato la mattina dopo…
Anche stamattina mi sono svegliato presto, siamo arrivati giusto ieri, la Linda e io, e mentre lei e buona parte dei vomeresi sonnecchiano, sono uscito a fare una passeggiata. Ancora c‟è fresco e silenzio per le strade e in fondo a via Luca Giordano scendo le scale, attraverso la strada e mi prendo
una boccata di mare. Ah! Oramai conosco bene il quartiere, ne apprezzo tutto: suoni, negozi, profumi e sapori. Mentre guardo lo spettacolo azzurro incorniciato da due bei palazzi d‟epoca in punta alle scale di via Aniello Falcone, mi viene in mente il sapore del biscotto amarena … mmmh, buono, alla Linda piace un mondo. Raggiungo in fretta il fornaio di via Luca Giordano che li fa proprio a dovere e ne prendo un bel po‟. Torno a casa per preparare la colazione alla mia bella ma mi affaccio al balconcino della cucina e la signorina De Iudicibus sta parlando con Babbà mentre prende il caffè, che profumo il caffè della De Iudicibus! Babbà alza lo sguardo e mi miagola un buongiorno:
- Buon giorno, Pier Luigi, perchè non ti vieni a prendere il caffè da noi l‟ho appena fatto?
- Volentieri, scendo subito!

Non me lo faccio ripetere e porto con me un po‟ di biscotti amarena.
Mentre ci gustiamo caffè e biscottini, sento che le persiane della nostra camera si aprono e vedo la Linda che si stiracchia tutta, ancora in camicia, sul balconcino.
- Linda, buongiorno! – le dico dal giardino.
- Pier Luigi ma stai là? Buongiorno, Dolores!

Babbà le miagola di scendere anche lei.
- Linda, hai sentito a Babbà, che aspetti? Il caffè è ancora caldo e tuo marito ha portato i biscotti amarena …
- E, allora, scendo subito!

Con indosso una bella vestaglietta bianca la Linda ci raggiunge nell‟agrumeto vomerese.
Babbà le va incontro, Linda si china ad accarezzarlo e il gattone le salta in grembo, allora, ci raggiunge con quel nuvolone bianco in braccio.
- Guarda quanto è bello, amore! Ce lo prendiamo pure noi un gattino, eh, Pier Luì?
- (Ma Linda, perché non facciamo un bambino piuttosto?!) ….


Su Annarita Lamberti
Annarita Lamberti (1971) insegna Lettere in un Liceo napoletano. Esordisce nella scrittura scientifica, dedicandosi per anni alle ricerche di geografia politica e umana con un approccio culturale e post-coloniale sulle tematiche urbane e sul rapporto tra letteratura e geografia. Nel 2005 ha conseguito il titolo di Dottore di Ricerca in Geografia dello Sviluppo all'Università “L’Orientale” di Napoli, discutendo una tesi sul rapporto tra arte e sviluppo urbano a Tel Aviv. Ha insegnato all'Università di Bergamo e ha pubblicato numerosi articoli su riviste scientifiche. Nel 2014 ha conseguito l’Abilitazione Scientifica Nazionale a professore di seconda fascia in Geografia. La sua passione per la letteratura l’ha portata a riscoprire i classici e a scrivere narrativa. OXP ha già pubblicato alcuni suoi racconti brevi.

Sulla rubrica Squarci
Se la scrittura si serve di aghi e coltelli, se punge e lacera, se ogni pagina apre un varco in mezzo all'ovvio e al non detto, se la ragione ha bisogno di attimi di illucidità, se ogni testo si apre su un paesaggio interiore, se è un buco della serratura da cui spiare il mondo, se duole, se è una lama nella carne, se è una trama interrotta in un punto a caso, se la narrazione si spezza come un canto, se è una dissonanza, se semplicemente siete curiosi di sapere chi siamo. Estratti, ferite, fenditure di scrittura, un modo per sentire i nostri silenzi e leggere tra le righe di ciò che abbiamo in cantiere.

La chiave falsa, di Annarita Lamberti (I Coltelli, 2018)