Squarci | sabato 30 aprile 2011

Annarita Lamberti

Margini

Margini

Cammino da tempo nel deserto dei tartari trascinando la mia valigia. Fortuna che le rotelle funzionino ancora, non voglio pensare a come sarà quando si romperanno, non voglio proprio pensarci. Sarò costretta a fermarmi e qui, in questo deserto, quando cala il sole, fa talmente freddo che non bastano tutti i pullover e la coperta che tengo nella valigia a riscaldarmi.
Camminerò fino che ne avrò la forza.
Il deserto è sempre uguale a parte qualche miraggio, di tanto in tanto. I miraggi durano ognuno quanto vuole durare. Li accolgo con un sorriso, lo so che sono solo miraggi ma faccio finta di niente: nel deserto dei tartari meglio un miraggio, con cui fingere di parlare, che stare zitta tutto il tempo, chè sembra non abbia più né voce né parole. Poi d’improvviso i miraggi si dissolvono così come sono apparsi. Sono miraggi, mi dico, è la loro natura.
Mi sembra di vederne uno accanto a quella grossa roccia. Ha acceso un fuoco. Strano per un miraggio accendere un fuoco. Procedo verso di lui, ho voglia di fare quattro chiacchiere. Quando sono abbastanza vicina mi accorgo che il miraggio ha imbandito una ricca colazione sul suo tappeto. Si alza in piedi per accogliermi, mi sorride e mi saluta.
Sorrido a mia volta.
- È giunto il tempo, finalmente, e sei arrivata. Ti aspettavo.
- Mi aspettavi? Cammino nel deserto da tanto, perché non mi sei venuto incontro?
- Non ci ho pensato, è da qualche passo che ti aspetto, che ho capito di aspettare proprio te. Ma che importa? Ora sei qui. Accomodati sul tappeto, ti toglierò le scarpe e ti calzerò queste morbidissime babbucce, ti verserò un tazza di caldissimo tè al gelsomino. E, guarda, quante gustosissime focaccine. Non hai fame? Non hai sete? Non vuoi riposarti? Riscaldarti? Guarda quanto è bella e calda questa stola di lana purissima.
Mi accomodo sul tappeto e lui tiene fede a tutte le sue promesse. Ed io sorseggio, mangio, mi riposo e mi riscaldo.
- La tua valigia è tutta impolverata.
- Se spazzerai via la polvere, si vedrà che è scolorita e piena di graffi.
- Che importa? È robusta abbastanza da proteggere il tuo bagaglio.
- Non c’entra più niente.
- Non hai bisogno di portare altro.
- Avrei voluto.
Si limita a sorridere.
- Sei un insolito miraggio.
- Infatti, non lo sono. Sono uno sputnik. E ti aspettavo per continuare il viaggio. So che hai tante cose da raccontarmi e gambe buone per camminare fino alla nostra casa, che ormai non è lontana. Da lì proseguiremo finchè ci è dato proseguire. Insieme. Abbiamo tante cose di cui parlare e gambe buone per camminare. Andiamo.
E mi porge la mano, prende la mia e la tiene stretta, tutto il tempo del cammino verso casa.
- In cambio dell’ospitalità cucinerò cibi deliziosi, pulirò, farò il bucato e sistemerò ogni indumento nei cassetti e negli armadi e nelle valige dei prossimi viaggi. Tu parlami, parlami e raccontami, ma due parole, solo due parole non dirmi mai.


Su Annarita Lamberti
Annarita Lamberti (1971) insegna Lettere in un Liceo napoletano. Esordisce nella scrittura scientifica, dedicandosi per anni alle ricerche di geografia politica e umana con un approccio culturale e post-coloniale sulle tematiche urbane e sul rapporto tra letteratura e geografia. Nel 2005 ha conseguito il titolo di Dottore di Ricerca in Geografia dello Sviluppo all'Università “L’Orientale” di Napoli, discutendo una tesi sul rapporto tra arte e sviluppo urbano a Tel Aviv. Ha insegnato all'Università di Bergamo e ha pubblicato numerosi articoli su riviste scientifiche. Nel 2014 ha conseguito l’Abilitazione Scientifica Nazionale a professore di seconda fascia in Geografia. La sua passione per la letteratura l’ha portata a riscoprire i classici e a scrivere narrativa. OXP ha già pubblicato alcuni suoi racconti brevi.

Sulla rubrica Squarci
Se la scrittura si serve di aghi e coltelli, se punge e lacera, se ogni pagina apre un varco in mezzo all'ovvio e al non detto, se la ragione ha bisogno di attimi di illucidità, se ogni testo si apre su un paesaggio interiore, se è un buco della serratura da cui spiare il mondo, se duole, se è una lama nella carne, se è una trama interrotta in un punto a caso, se la narrazione si spezza come un canto, se è una dissonanza, se semplicemente siete curiosi di sapere chi siamo. Estratti, ferite, fenditure di scrittura, un modo per sentire i nostri silenzi e leggere tra le righe di ciò che abbiamo in cantiere.

La chiave falsa, di Annarita Lamberti (I Coltelli, 2018)