Poesie | martedì 11 gennaio 2011

Ilaria Olimpico

Ninuccia e nonna Nannina

“Mi spezzerai il cuore anche tu?” chiedeva il re al suo servo fedele e il servo fedele rispondeva: “Piuttosto spezzerei il mio”. E la nonna Nannina continuava a raccontare la storia mille e mille volte perché sapeva che ai bambini e alle bambine piace ascoltare sempre la stessa bella storia, perché è rassicurante ascoltare sapendo che anche i momenti più brutti passeranno, i personaggi cattivi saranno sconfitti e il servo fedele non tradirà, non spezzerà il cuore al re.
Così nonna Nannina raccontava e Ninuccia ascoltava sotto le coperte di inverno con gli occhioni luccicanti che sbucavano dalle lenzuola tirate su fino a coprirle il nasino.
“Ninuccia e nonna Nannina. Nonna Nannina e Ninuccia” sembrava una ninna nanna, uno scioglilingua mettere i loro nomi insieme uno dopo l'altro.
Qui i bambini li chiamiamo sempre con vezzeggiativi o diminutivi affettuosi, i nomi vengono accarezzati, tagliati, per alcuni aggiungiamo delle lettere, per altri le raddoppiamo ed è così che ci chiamiamo Nannina, Ninuccia, Peppino, Rosetta, Nuccio, Tonino, Nello, Pinuccia, … e i diminutivi ce li portiamo dietro anche da adulti. Siamo un popolo di bambini. Almeno nei nomi.
Nonna Nannina si occupava di Ninuccia da sempre. Erano inseparabili. Nonna Nannina preparava la minestra maritata, la parmigiana di melanzane, le melanzane indorate e fritte, e il venerdì, che non si mangia carne, metteva a tavola la mozzarella, buona, bianca e piena di latte e i pomodori, rossi e maturi.
Nonna Nannina cantava la ninna nanna della “pecurella”... “e nonnano' e nonna e nunnarella, 'o lupo è brutto e 'a pecurella è bella... e comme faciste quann 'mbocca allo lupo te vediste?” e allora Ninuccia chiedeva: “mi faresti mangiare dal lupo?” e la nonna: “piuttosto farei mangiare me tesoro mio”.
E quando Ninuccia crebbe, divenne bellissima, così bella che la nonna Nannina temeva per lei.
Tutti nel cortile la adoravano. Era paziente con i vecchi, gentile con le signore, spensierata e tenera con i bambini, allegra e solare con i compagni di scuola.
Un giorno, rientrando a casa, vide la porta aperta e gente che entrava e usciva. Le donne del cortile, le vecchie del quartiere avevano un'espressione seria e mesta e mormoravano “Ninù, Ninù...”. Padre Serafino aveva il breviario tra le mani e la faccia scura. Ninuccia camminava verso la stanza della nonna Nannina come in un incubo, camminava non nello spazio, ma nell'incubo. Quando entrò vide la nonna così piccola nel letto matrimoniale, la vide di colpo più vecchia, più magra, più rugosa e soprattutto più piccola. In quella giornata nonna Nannina ripeteva: “Piuttosto spezzerei il mio”. Erano le parole del servo fedele. Infine disse: “Sii felice Ninuccia, sii felice nell'attimo, perché già un'ora è troppo assai per la felicità”.
Morì poco dopo nel sonno, con i lineamenti distesi.
Le signore pensarono a tutte le incombenze, Padre Serafino aveva già, in tempi non sospetti, ricevuto predisposizioni per il funerale che era stato pure già pagato.
Ninuccia realizzò che era rimasta completamente sola, che nonna Nannina era stata l'unico punto di riferimento di tutta la sua vita.
Ninuccia dovette ben presto accompagnare il lavoro allo studio.
Enzuccio, il panettiere, era stato come un fratello per nonna Nannina e la prese in panetteria per tre pomeriggi a settimana. Per un periodo Ninuccia mangiò solo pane e pomodori. Comprava i libri, quelli sì, perché su quelli usati non riusciva a studiare.
Aveva la casa tutta per lei e la casa senza la voce di nonna Nannina che la attraversava da stanza a stanza, dalla cucina, al soggiorno fino alla camera di Ninuccia in fondo al corridoio, era troppo grande. E poi, una volta vuota, mobile dopo mobile venduto per comprare libri e andare al cinema, la casa era diventata quasi inquietante. A volte, nelle sere più fredde, quando l'inverno porta con sé anche il silenzio, Ninuccia rientrava in casa, si barricava dentro, chiudeva a chiave la porta e correva veloce, passando dalla cucina, al soggiorno, alla sala degli ospiti e fino in fondo arrivava in camera sua, dove si rannicchiava sotto le coperte con le lenzuola tirate su fino a coprirle il naso lasciando fuori solo i due occhioni che si guardavano intorno sospettosi.
La sua stanza aveva i colori della terra e del tramonto: i cuscini color ruggine e marrone, le lenzuola color rosso mattone e beige, la tenda che ricopriva l'armadio ricavato nel muro color rosso indiano.
Ninuccia aveva in quel periodo un grande amore: Ciro.
Avrebbe tanto voluto raccontare alla nonna Nannina come lui l'aveva guardata, come l'aveva osservata con delicatezza, come pian piano le aveva fatto capire il suo interesse per lei. E poi avrebbe tanto voluto saper disegnare per poter catturare i suoi lineamenti, tracciare le linee curve degli occhi e delle ciglia, le linee dritte del naso, le linee morbide di labbra e orecchie. Lui era il suo migliore amico, il suo primo amante, il futuro padre dei suoi figli e figlie. Quando Ninuccia immaginava sua figlia Chiaretta, Chiaretta aveva gli occhi di Ciro.
La vita di Ninuccia passava così tra l'ultimo anno di liceo, la panetteria e le passeggiate con Ciro.
Venne il momento in cui Ninuccia pose la domanda: “Mi spezzerai il cuore anche tu?” e Ciro fu sorpreso e rispose: “Ma cosa dici?” e concluse la faccenda dandole un bacio buono.
Ma Ciro una sera, all'improvviso, smise di guardare Ninuccia con occhi innamorati, Ninuccia si ricordò della risposta sbagliata e quando Ciro la lasciò, Ninuccia sentì dapprima una tenaglia spremerle il cuore poi sentì il cuore spezzarsi in mille pezzi.
Le ferite del cuore richiedono tempo per rimarginare e come tutte le ferite profonde lasciano delle cicatrici.
Ninuccia riuscì a frequentare l'università vendendo la casa della nonna Nannina e trasferendosi in una casetta vicino al porto. Aveva per lei una stanza e il bagno e la cucina in comune con la famiglia Nodoni. Pietro il pescatore e sua moglie Sarina avevano predisposto un'entrata secondaria per rendere la stanza con bagno indipendente e per poterla dare in affitto; avevano bisogno di qualche soldo in più dopo la nascita del terzo figlio. La nuova piccola stanza di Ninuccia aveva ora i colori del cielo e del mare: le pareti imbiancate a calce la avvolgevano nelle nuvole, il materasso poggiava direttamente sul pavimento ed era ricoperto di lenzuola blu cielo primaverile e dalla finestra si scorgeva l'azzurro del mare con il bianco della schiuma delle onde.
Ninuccia era diventata molto solitaria e pensierosa. Le piaceva ascoltarsi. Le piaceva leggere ad alta voce le poesie e i brani degli autori romantici. A volte, dentro di sé sentiva un animale inquieto in gabbia e in alcune notti, come in preda alla follia, usciva di casa, si dirigeva in spiaggia e cominciava a correre, cadendo nell'acqua, rialzandosi, e respirava forte e in profondità fino a fare rumore come per sentire la vita entrarle dentro. Tornava in casa solo quando era esausta e sfinita e l'animale che era dentro di lei sembrava essersi acquietato.
Venne il tempo delle proteste all'università contro la guerra e Ninuccia fu affascinata da Jacopo. Era rapita dalla sua voce, da quello che diceva, stupita dalla sua profondità, incantata dalla sua fierezza. Jacopo quando ebbe modo di conoscerla restò a sua volta affascinato, e fu così che Jacopo e Ninuccia si innamorarono.
Ninuccia si laureò in lettere moderne con il massimo dei voti e il professore della tesi la prese a lavorare in una piccola casa editrice.
Sembrava finalmente che l'animale inquieto si fosse placato, per la dolcezza di Jacopo, o forse per la magia del lavoro di scrittura e lettura in redazione.
Una notte, Ninuccia si svegliò di soprassalto per un incubo, abbracciò Jacopo che dormiva accanto a lei e gli chiese: “Mi spezzerai il cuore anche tu?” e Jacopo nel sonno disse: “dormi tesoro, era solo un incubo”. Poco tempo dopo, Ninuccia scoprì che Jacopo aveva altre donne. Non solo le si spezzò il cuore ma le si stritolò lo stomaco e le si rivoltò la pancia.
Ninuccia divenne inavvicinabile per gli uomini. Si manteneva distaccata, pur essendo cordiale e gentile con tutti. Divenne consapevole del fascino che poteva esercitare sugli uomini e iniziò a giocarci. Aveva storie brevi e comunque raramente. Gli uomini che incontrava le si rivelavano per la maggior parte noiosi, banali o assolutamente immaturi.
Aveva in compenso custodito un'amicizia fraterna con Giovannino, Gigi e Mena. Quando Gigi si sposò ed ebbe una bambina, cominciarono a riunirsi sempre a casa sua, organizzare cene con letture a tema e grigliate con il pesce pescato da Pietro Nodoni.
Arrivò una sera di primavera, con i primi profumi di gelsomini in fiore, uno straniero al porto: Marwan. Ninuccia lo vide dalla finestra: aveva occhi scuri profondi, camminava tranquillo e salutava gli amici che erano andati a prenderlo. Sembrava tornare a casa dopo tanto tempo.
Marwan infatti era il fratellastro di Giovannino, cresciuto in Libano, dove il padre di Giovannino si era risposato con una donna palestinese, Amira, che era poi morta.
In una delle serate a casa di Gigi, Marwan e Ninuccia rimasero a lungo a parlare in giardino. Nonostante il cuore fosse segnato dalle cicatrici e la mente continuasse a inviare dei no, Ninuccia si lasciò affascinare da Marwan, dal modo di parlare e guardare, dal timbro di voce e dal luccichio degli occhi.
Ninuccia e Marwan divennero inseparabili, sembrava si conoscessero da sempre. A volte Ninuccia rivedeva nella sua infanzia Marwan, come se si fossero dondolati sulla stessa altalena, a volte Marwan rivedeva in Ninuccia la donna che compariva nei suoi sogni.
Quando Marwan dovette partire per il Libano per un mese, Ninuccia sognò di camminare nel tempo e non nello spazio, sognò di percorrere i giorni facendo passi. Marwan avrebbe voluto condividere con Ninuccia ogni cosa in Libano, perché anche la dolcezza del ritorno in patria era amara senza poterla condividere.
Quando Marwan tornò, Ninuccia non aspettò e un pomeriggio di fine estate, appena dopo il tramonto, quando il cielo passa da azzurro scuro a blu, pose la domanda: “Mi spezzerai il cuore anche tu?” e Marwan la guardò, le guardò la bocca, le guance, si soffermò sugli occhi e le disse: “Piuttosto spezzerei il mio”.


Su Ilaria Olimpico
E' nata a Nola il 13 marzo 1981, esattamente 40 anni dopo il poeta palestinese Mahmud Darwish. Si è laureata nel 2004 in "Scienze Internazionali e Diplomatiche" presso “L’Orientale” di Napoli, approfondendo gli studi sul mondo arabo. Vive qua e là, racconta sogni e storie, si indigna e combatte, ama e cammina.

Sulla rubrica Poesie
A volte c’è un bisogno di sospensione. Di densità diversa. Di tempo trasognato. Di spazio poco arredato. Di un posto delle fragole nell’anima. Di silenzi gentili che non sono di solitudine, ma di rade presenze discrete. A volte c’è un bisogno di sorpresa, di lampi improvvisi, accensioni impreviste. C’è un bisogno di respiro irregolare, di battito lento. Di ricerca segreta tra le pieghe del sogno e le unghie della realtà. A volte c’è un bisogno di attesa. Di ricordo. Di sguardo lontano, distante. Di confini indistinti, di profili scontornati, nuovi. A volte c’è un bisogno di poesia. In quest’angolo di rivista se ne trova di nuova, di inedita, di molto famosa, di nascosta, di quella che addolora e di quella che consola. Basta cercare. Basta aver voglia di scoprire parole segrete. Basta trovare un piccolo tempo anche per la poesia.