Squarci | lunedì 2 aprile 2018

Serena Ammendola

Occhi

Su una panchina. Sul lungomare. Due donne.
Una donna anziana con gli occhi pieni.
Una giovane donna con gli occhi vuoti.
L’anziana siede col sorriso, stretta la borsetta tra le mani. Osserva il mondo.
La giovane siede inespressiva, immersa, pensieri e sguardo, nel suo smartphone di ultima generazione.
La prima guarda, intensamente, intorno: osserva i gabbiani e sorride per le loro dimensioni e la sfacciataggine che ormai li caratterizza; vede i bambini che tornano da scuola stanchi e affamati, affaticati da zaini che pesano realmente più di loro; guarda e ascolta i gatti in amore; segue con gli occhi una nave da crociera, la più immensa che abbia mai visto, che si allontana verso la Sicilia. Farebbe volentieri una chiacchiera, a casa non l’aspetta nessuno.
La seconda si perde in una solitudine digitale: osserva affascinata video di volatili che sfiorano le onde; si emoziona per immagini di bimbi in gita scolastica rimandati da vacue e fasulle amicizie virtuali; invia a tutti i suoi contatti fotografie di gattini che non accarezzerà mai; adopera con malcelata insoddisfazione un’app che simula viaggi meravigliosi. Non può perdere tempo in chiacchiere, è troppo occupata nel nulla.
L’anziana donna torna a casa sua con gli occhi pieni di tante cose che avrebbe da raccontare.
La donna giovane si avvia al suo lavoro con gli occhi vuoti, rimasti vuoti, dopo aver condiviso la propria solitudine con tutti e con nessuno.


Su Serena Ammendola
Serena Ammendola è nata e vive a Napoli dove insegna Lettere al liceo scientifico G. Mercalli. Scrive per non dimenticare ciò che vede, per incidere ricordi nella memoria. Ama meravigliarsi. Sempre. Fotografa l’orizzonte; è alla continua ricerca di colori da catturare con lo sguardo e con l’obiettivo. Non può fare a meno del blu ma ogni colore ha qualcosa da suggerirle.

Sulla rubrica Squarci
Se la scrittura si serve di aghi e coltelli, se punge e lacera, se ogni pagina apre un varco in mezzo all'ovvio e al non detto, se la ragione ha bisogno di attimi di illucidità, se ogni testo si apre su un paesaggio interiore, se è un buco della serratura da cui spiare il mondo, se duole, se è una lama nella carne, se è una trama interrotta in un punto a caso, se la narrazione si spezza come un canto, se è una dissonanza, se semplicemente siete curiosi di sapere chi siamo. Estratti, ferite, fenditure di scrittura, un modo per sentire i nostri silenzi e leggere tra le righe di ciò che abbiamo in cantiere.

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