Squarci | lunedì 4 dicembre 2017

Francesca Carbone

Quel matto di Monsieur Mensonge

Nei vecchi sobborghi di Parigi faceva capolino una libreria di un piccolo uomo dall’aspetto trasognante che tutti chiamavano Monsieur Mensonge. Questo strano ometto si distingueva per la convinzione con cui sosteneva di non trovarsi a Parigi e di non possedere una libreria. Ciò potrebbe indurre il lettore a pensare che l’uomo fosse un folle oppure che l’autore di questo scritto sia un gran bugiardo (se non altrettanto folle). Tuttavia, il lettore non si interroghi troppo e tenga a mente soltanto che può accadere che il reale sia menzogna e che frammenti di vero possano insinuarsi nelle sottili pieghe che intercorrono tra l’immaginifico e il razionale, proprio come i sogni rivelatori e quelle bugie che incredibilmente si tramutano in realtà.
Tralasciando la dimensione onirica o reale dell’accaduto, l’uomo colpiva per il suo aspetto gradevole, nonostante la natura non gli avesse regalato lineamenti regolari e un fisico robusto. Aveva un mento spigoloso e grandi occhi cerulei resi opachi da un leggero velo che ne lasciava scoperta solo la pupilla, nerissima e vivida. Se esistessero i calzolai degli occhi, si potrebbe immaginare che gli avessero lucidato la cornea come se fosse una vecchia scarpa. Nonostante la fatica e l’olio di gomito, solo la pupilla come la punta di una calzatura era diventata lucidissima mentre tutto il resto restava antico e vissuto. Aveva lo squarcio del velo di Maya negli occhi.
Nella banlieue di Parigi era per lo più considerato un folle: «Quel matto di Monsieur Mensonge!», gridavano le masse indignate, un poveruomo che aveva perso tutto nella vita e che viveva di letture noiose e vecchi dischi. Pochi, rarissimi lo consideravano un uomo illuminato, che aveva raggiunto vette del sapere non accessibili ai più. Probabilmente lo sovrastimavano o avevano bisogno di pensare che tanta solitudine e dolore fossero compensati da doni di saggezza. Tali sostenitori di princìpi di meritocrazia esistenziale si recavano sempre da lui e lo osservavano nei suoi lunghi silenzi e mentre, concentrato e serio, costruiva i suoi tesori quotidiani. Realizzava piccoli manufatti in legno che utilizzava per decorare la sua libreria oppure si immergeva in lunghe letture accompagnato sempre da una tazza di tè. Monsieur Mensonge sosteneva il culto delle mani: riteneva che solo attraverso l’atto del fare potesse emergere la vera bellezza e che le ruminazioni mentali imbruttissero.
Nonostante il suo aspetto poco armonioso, era sempre attorniato da belle donne, affezionate lettrici, anch’esse di una bellezza particolare. Proprio per le donne nutriva un profondo rispetto: vedeva in loro una sapienza antica, uno spaccato sugli abissi più remoti. Passando davanti alla sua libreria, si aveva quasi la sensazione che da un momento all’altro una diva del passato potesse palesarsi scendendo dalla piccola scala che collegava gli interni della libreria con i piani superiori dell’immobile. Sembrava che potesse materializzarsi Marlene Dietrich con i suoi lunghi guanti neri e che con voce seducente potesse invitarlo ad abbandonare i libri e a bere un buon caffè nei vecchi bistrot. Quell’uomo aveva sofferto molti patemi d’amore, ma ne era sempre affascinato e riteneva che fosse la potenza più forte. Raccontava che l’amore gli aveva dato accesso alle varie personalità che lo avevano abitato nel corso della sua esistenza. Che questa potenza lo aveva rivoltato come un calzino, distruggendo tutti i suoi schemi. Dagli amori ne usciva completamente diverso, irriconoscibile, quasi sfigurato, ma sempre più vicino a quella che era la sua vera natura. L’amore l’aveva aiutato a far fiorire i suoi germogli e, come tutte le cose che inducono alla crescita, agisce trapassando come un grosso spillone conficcato nelle viscere. Sosteneva che per ogni personalità vissuta, fosse avvenuto un significativo cambiamento di cellule. Insomma, una sorta di rivoluzione genetica di portata emozionale. Pensava anche che c’era un preciso motivo per cui le Emozioni decidevano di soggiornare nella sua interiorità. Per questa ragione, le custodiva come se fossero un oggetto di culto: anche per le più becere perversioni, per le peggiori pulsioni degne di un mostro, nutriva profondo rispetto. Le osservava e non osava criticarle, nonostante molto spesso non le perseguisse nei fatti. Aveva grande rispetto anche della signora Mente, soprattutto quando questa decideva di assecondare il suo bisogno di naturalezza e spontaneità. Amava meno il signor Ego, a cui ricordava sempre di avere un ruolo di mediatore e non di guida. Proprio nella lettura Monsieur Mensonge ritrovava un posto in cui tali elementi si riequilibravano: i libri erano per lui lo spazio dell’anima in cui costruzioni personali e sociali cadevano nel dimenticatoio a fronte dell’ignoto flusso di immagini. Continuava a blaterare che i libri hanno il potere di creare un sistema di simboli che si fissano dentro di noi come piccoli quadretti quasi a costituire una sorta di arredamento interiore. Alcuni si incastrano nella testa, altri si insinuano nella pancia o restano sospesi nello stomaco. Aveva creato la psicosomatica del libro così che anche i medici e gli psicologi lo odiavano e gli davano del ciarlatano. Da queste poche parole, si può intuire come avesse chiaramente delle rotelle fuori posto. Del resto, la sua poca normalità lo induceva alla Solitudine che egli dichiarava essere una delle donne che aveva più amato nella sua vita.
Davanti alla sua libreria vi era la scritta “Qui si vendono solo libri veri”. Gli altri librai del quartiere se ne sentivano profondamente offesi: «Come osa quel matto insinuare che noi altri proponiamo articoli falsi!». Eppure Monsieur Mensonge non si curava dei pareri altrui, sebbene l’alterità fosse per lui un sommo valore. E poi, se vogliamo dirlo, i suoi libri erano i più menzogneri che potessero esserci sul mercato. Sembravano quasi l’esito di una caccia a relitti nascosti o a verità subdole e sconosciute. Il libraio (anche se lui diceva di non esserlo) sosteneva che, un po’ come l’amore, questi libri erano nati nella dimora dei più profondi abissi e potevano plasmare il lettore. Per questo, erano estremamente sconsigliati a tutti quelli che vivevano sorretti da una finta impalcatura di sicurezza. “Vietata la lettura ai sudditi di Ego” si leggeva sulla copertina. Si trattava di libri complessi e oscuri che potevano presentare molteplici interpretazioni. A causa di ciò si era creata un’assemblea per discutere sul reale significato di essi e, come in un parlamento, si erano formate tre fazioni: i surrealisti, i realisti e gli intellettuali. Quest’ultimi erano quasi sempre cacciati dalle riunioni: vedevano nei testi solo citazioni e riferimenti, ma non sempre ne coglievano il senso. I surrealisti si aggiravano per l’assemblea aleggiando come uccelli impazziti e bisognava afferrarli per i piedi per rimetterli a posto. Capivano così profondamente i testi che ne scoprivano nuovi significati e alla fine della discussione sembrava quasi che parlassero di altri libri. I realisti, ben saldi sulla sedia, annoiavano tutta la platea e gli unici ad ascoltarli erano gli intellettuali convinti. Godevano di luce propria i realisti empatici, che erano ex surrealisti o ex intellettuali pentiti. Erano molto amici del libraio-non libraio e trascorrevano lungo tempo insieme a lui. Cosa facessero insieme non è possibile saperlo. Alcuni pensavano che fossero spacciatori di pensieri assurdi, produttori di castronerie illegittime e che facessero abuso del buon senso. Siccome non intaccavano né l’economia né il mercato non erano perseguitati. Di tanto in tanto ricevevano visita da surrealisti sovraeccitati o da intellettuali curiosi. I primi li tacciavano di eccesso di normalità, i secondi di pochezza nello spessore. Tuttavia, Monsieur Mensonge nutriva rispetto per ogni fazione, riteneva che in ciascuno di loro si nascondesse un tesoro inesplorato di valore unico e sublime. Inoltre non credeva nelle fazioni e soprattutto odiava le divisioni in categorie. Sua madre gli aveva insegnato che i migliori dolci contenevano sempre un pizzico di sale al loro interno e che anche il termine dolce andava preso con cautela. «Diffida sempre delle etichette», gli ripeteva di continuo Madame La Trompette. Con l’avanzare degli anni questo ricordo puerile non l’aveva mai abbandonato e nella sua stramberia Monsieur Mensonge vedeva le persone come dolci in cui scovare granellini di sale. A tal punto i lettori avranno già compreso che i suoi concittadini avevano dei buoni motivi per ritenerlo un matto. Erano persone perbene che si svegliavano ogni mattina per essere produttivi ed efficienti all’interno di un meccanismo perfettamente regolato di cui si sentivano parte integrante. Non potevano accettare assolutamente un uomo che fosse così estraneo agli schemi che predominavano in quella società. E i matti, si sa, hanno una visione distorta del reale.
Un giorno, Monsieur Mensonge, mosso dalla curiosità del confronto, decise di prendere parte all’assemblea. Al suo ingresso, i surrealisti incominciarono a starnazzare come volatili selvaggi e in segno di protesta abbandonarono il comizio. I realisti restarono silenziosi ma altrettanto contrariati strisciarono come serpenti lentamente fuori dall’aula senza proferire una sola parola. Gli intellettuali pronunciarono una lunga dissertazione sull’inadeguatezza di tale presenza e, una volta concluso il lungo discorso senza ricevere né applausi né elogi, abbandonarono l’aula, superbi come leoni. Mensonge, rimasto solo e senza alcuna possibilità di comunicazione e interazione, decise di abbandonare la città e, come sono soliti fare i vecchi saggi, partì per una meta sconosciuta. All’indomani della sua partenza, la libreria venne sequestrata e, come se non fosse mai esistita, non lasciò nessuna traccia. I suoi libri vennero censurati nel nome del buon senso comune, della logica e della coerenza. Tuttavia, la memoria di Mensonge rimase viva nei bar più squallidi di Parigi, nei chiacchiericci notturni di quei matti ubriaconi, perlopiù ex realisti empatici, che non curanti delle regole della società, continuavano a infrangere il buon costume ricordando le sue stramberie.
Non se la prendano i lettori se, essendo stati coinvolti in questo assurdo groviglio di mitico e reale, si siano sentiti presi in giro. Sono invece invitati a prender parte alle vane chiacchiere notturne degli ubriaconi e a dedicare a se stessi piccoli ritagli di follia in cui anche il pensiero di un vecchio e matto libraio possa avere un cantuccio.


Su Francesca Carbone
Sono nata a Napoli nel 1990 e ho vissuto fino a poco tempo fa in un piccolo paese della provincia. Lo scorso luglio mi sono laureata in “Filologia, letterature e civiltà del mondo antico” presso l’Università degli studi di Napoli “Federico II”. Attualmente sono dottoranda in linguistica presso l’Orientale di Napoli e mi occupo dell’espressione vocale delle emozioni. Per motivi di studio, ho vissuto in Spagna e in Francia, terre che hanno segnato la mia crescita personale e culturale. Fin da bambina sono sempre stata spaccata a metà tra la scienza e l’arte, tra logica e intuito magico, razionalità e impulsi emotivi: insomma, immaginate la fatica che faccio ad andare avanti così “dimezzata”.

Sulla rubrica Squarci
Se la scrittura si serve di aghi e coltelli, se punge e lacera, se ogni pagina apre un varco in mezzo all'ovvio e al non detto, se la ragione ha bisogno di attimi di illucidità, se ogni testo si apre su un paesaggio interiore, se è un buco della serratura da cui spiare il mondo, se duole, se è una lama nella carne, se è una trama interrotta in un punto a caso, se la narrazione si spezza come un canto, se è una dissonanza, se semplicemente siete curiosi di sapere chi siamo. Estratti, ferite, fenditure di scrittura, un modo per sentire i nostri silenzi e leggere tra le righe di ciò che abbiamo in cantiere.