Squarci | martedì 24 ottobre 2017

Agostino Forte

Pur con tutto l'oro del mondo

28 VIII 2032
Questa mattina la bruma staziona fuori dalla finestra. Spessa, fa scudo al mondo. Come quando ero piccolo, la protezione della casa muove un sottofondo di piacevolezza nel sentirsi al riparo da un freddo umido.
Mi siedo sulla poltrona con lo schienale avvolgente, ritiro le gambe piegandole a me. Non avrei immaginato questa prodezza fisica alla mia età.

Alcuni affetti sono scomparsi, altri lo faranno col tempo destinato, prima o dopo di me. E guardo. Guardo, ripenso e rifletto su alcuni aspetti della vita che mi hanno sempre accompagnato. Giacciono apparentemente sparsi, ancora in attesa di essere raccolti, lavati o gettati. Alla stregua di panni.
Ci si abbandona, in quei giorni, senza terrore, senza dubbi. Solo sguardo. Magari un’inedia spirituale. C’è tempo, ce ne resta ancora prima di lasciare questo comodo luogo di tepore. Non è più tempo di ritorno, o forse non è l’ora. È un percettibile risucchio ad attrarmi verso un estremo, altrimenti non violento, non angosciante. Traslazione inarrestabile, in lento scorrimento. A tratti la percezione dell’occhio puntato nel vuoto, come in attesa, fluttuante, un pensiero su due rive sconosciute, una inghiottita dal buio l’altra da venire tuttora alla luce. La ragione non è critica, ascolta il richiamo della coscienza, annuisce, rimane immota. Vi è l’assistere allo spiegarsi e al passare indenne per traslucide cortine. Non rimpianto ma ricordo. Lo svanire d’intorno non è cancellazione definitiva, se pur accompagna una condizione di disarmo. Gli affetti impallidiscono, sgranano, si sciolgono, fondono. Ogni condizione mentale è percepibile nel mutamento in atto. Cos’è la condizione mentale. Le leggi della vita non sussistono più, tutto è sospeso e al contempo precipita in qualche dove.
La memoria tenta riepiloghi. Un sembiante di uniformità avviluppa e cela il cambiamento.

È mezzogiorno, permane una foschia, le forme sono come ovattate ma cinte da una permanente aura di freddo. Figure, mansioni nascoste da corpi in movimento.
Dalla poltrona mi ritrovo alla porta, mi colgo ad aprirla, oltrepassarla. È come una brezza questa sensazione di essere in vita.
Attraversamenti di voci: – come farai a rivelare che non ti sei occupato di loro – come potrai non abbassare gli occhi quando sapranno che non li hai pensati – tacere non è una colpa – è come l’uomo dei gelati quando passava davanti a casa e per il prato si correva a chiedergli il desiderio. Era quell’uomo colpevole di custodire l’attesa?
Si sente un timore, si ha timore.
Ci si sente la mano tenuta.
Ancora non immaginavo ma arrivava.


Su Agostino Forte
Agostino Forte, 1957, ama dire di sé che è la confluenza di due storie, quella del padre Alberico e della madre Jolanda Suerra. Da loro ebbe origine il racconto della sua vita. Vive attualmente in Piemonte.

Sulla rubrica Squarci
Se la scrittura si serve di aghi e coltelli, se punge e lacera, se ogni pagina apre un varco in mezzo all'ovvio e al non detto, se la ragione ha bisogno di attimi di illucidità, se ogni testo si apre su un paesaggio interiore, se è un buco della serratura da cui spiare il mondo, se duole, se è una lama nella carne, se è una trama interrotta in un punto a caso, se la narrazione si spezza come un canto, se è una dissonanza, se semplicemente siete curiosi di sapere chi siamo. Estratti, ferite, fenditure di scrittura, un modo per sentire i nostri silenzi e leggere tra le righe di ciò che abbiamo in cantiere.