L'aurora tra rosa e verde | martedì 9 dicembre 2014

Nicola Campanelli

Aurore boreali e anime danzanti

Da quando vivo a Berlino, seguo molto di più il ritmo naturale del tempo.
Qui non ci sono imposte, persiane o tapparelle a filtrare sole e rumori. Al mattino la luce invade le stanze della casa, e per me, che ho la finestra esposta ad est, subito comincia la giornata.
All’inizio non è stato semplice. Abituato a dormire nel buio più fitto, detestavo questa insana abitudine di svegliarsi come i galli. Nascondevo la testa sotto al cuscino oppure tiravo fin sopra al viso le coperte nel vano tentativo di restare al buio, ma né l’uno né l’altro rimedio serviva a molto. Una volta aperti gli occhi, non riuscivo più a dormire.
Questo mi ha spinto ad alzarmi sempre prima. Ho iniziato ad apprezzare l’aria frizzante del mattino presto e a scoprire la bellezza dei luoghi con le prime luci del giorno.
Ancora adesso ci sono volte in cui mentre vado in bici, sono colpito dalla striscia dorata che appare sull’acqua del canale o che ravviva il colore delle foglie del grande salice piangente sulla Paul-Lincke-Ufer, tanto da fermarmi sul ponte per farne una foto da inviare in Italia.
Non c’è da stupirsi, quindi, se in poco tempo abbia imparato ad amare questo risveglio così naturale.

Vivere in una città del nord ha cambiato decisamente le mie abitudini.
Finché ho vissuto in Italia, il fatto che ci fosse il sole o che facesse caldo, era una condizione alla quale non facevo un granché caso, ero abituato al cielo terso e al clima mite.
Ricordo, piuttosto, quanto mi infastidissero i giorni di pioggia che rendevano buio anche il mio umore.
A Berlino ho imparato a conservare il sorriso nonostante un acquazzone, a incantarmi quando la neve imbianca la città rendendola luminosa, sterminata e pulita, e a stupirmi quando un raggio di sole invernale spunta tra le nuvole.
Se inizialmente ridevo dei tedeschi che si riversano nei parchi e per le strade al primo sprazzo di luce, adesso sono proprio io a volare fuori di casa se solo il tempo lo permette.
Sembra un paradosso, ma i tedeschi mi stanno insegnando a vivere e a godere di più degli spazi aperti o di un breve momento di sole.
Adesso, malgrado la lontananza dal mare e dal panorama mozzafiato del golfo di Napoli, dal Vesuvio sino a Nisida e poi da Bagnoli sino a Capo Miseno, mi sento a più stretto contatto con la natura. Passeggio quasi tutti i giorni per i grandi parchi cittadini, respiro l’aria pulita e spesso fredda che ricordavo di montagna, sento i profumi e vedo i colori cambiare insieme alle stagioni.
In autunno, la luce è come sbiadita, il giallo del mattino o il rosso del tramonto perdono l’arroganza dei colori estivi. Anche l’acqua del canale sembra impigrirsi e scorrere più lenta. Le foglie ricoprono i viali di un tappeto anch’esso a volte giallo, altre rosso, per poi spegnersi in un malinconico color marrone che segna l’inizio dell’inverno.
Allora il sole sembra ancora più lontano e la luce arriva affaticata e neutra. Gli alberi diventano spogli e sembra che alzino in modo drammatico le loro braccia al cielo grigio.
Poi una mattina ti svegli e ogni cosa è ricoperta di neve. Tutto appare soffice e una luce bianca si irradia dalla terra verso il cielo. Il canale diventa una immobile lastra di ghiaccio e anche gli alberi perdono i loro spigoli in una spumosa chioma canuta.
E all’improvviso di nuovo le giornate iniziano a essere più lunghe, la luce diventa più calda e di nuovo i prati si riempiono dei colori delle coperte stese per i pic-nic o per prendere il sole. I profumi delle piante sono più penetranti e i cigni tornano numerosi a popolare il canale.

È solo da quando vivo a Berlino che mi sono reso conto in modo consapevole dell’importanza del sole, della luce, del calore. E se questa esigenza dipende in parte da una vera e propria necessità fisica (la luce del sole serve – per esempio – a sintetizzare la vitamina D), in parte si spiega pensando all’effetto che ha la luce – o la sua assenza – sul nostro umore.
Anche senza considerare patologie vere e proprie come i casi più gravi di meteoropatia, sono tantissime le persone i cui stati d’animo, in misura diversa, subiscono l’influenza delle variazioni del tempo.
Se alla vigilia del mio trasferimento ero terrorizzato dalle temperature glaciali del Nord Europa (non so se a Napoli il termometro sia mai andato sotto lo zero), una volta a Berlino ho scoperto che la cosa che più mi affligge è il buio, il fatto che per molti mesi la luce vada via troppo presto…
Il freddo, in realtà, è prevalentemente secco, ci si riscalda vestendosi con indumenti un po’ più pesanti, andando in bici o bevendo tea caldo o wodka.
Al freddo ci si abitua, si sopporta meglio di quel che pensassi.
In tal senso è sorprendente vedere come i bambini giochino nei KiTa (Kindergarten – giardini attrezzati per i bambini) anche d’inverno, come le persone vadano in bici durante tutto l’anno, e quanto i parchi siano pieni di persone anche con la neve più alta. Per me, oltretutto, la neve, sempre vista solo in cima al Vesuvio, come zucchero a velo su di un dolce, rappresenta una grande attrattiva. Quando iniziano a venir giù i primi fiocchi bianchi, mi entusiasmo e divento euforico senza ragione.
La luce, del resto, esprime e racchiude soltanto significati positivi.
La luce viene associata alla vita: “venire alla luce”, indica il cammino, è in contrapposizione al male.
Anche nella religione ha sempre avuto un significato fondamentale.
Basti pensare a Rha, la divinità più importante per gli antichi egizi, al culto di Helios per i greci e al Deus Sol Invictus del tardo impero per i romani.
La luce come simbolo del divino apre e chiude la Bibbia: “Sia luce! E luce fu. Dio vide che la luce era buona; e Dio separò la luce dalle tenebre… (Genesi 1:3-5) - “Non ci sarà più notte; non avranno bisogno di luce di lampada, né di luce di sole, perché il Signore Dio l’illuminerà e regneranno nei secoli dei secoli” (Apocalisse 22:5).

Ricordo di una gita scolastica in Sicilia, quando frequentavo il quinto ginnasio, durante la quale insieme a un piccolo gruppo di compagni di scuola, decisi di restare sveglio tutta la notte per vedere l’alba. Credo fosse il primo “viaggio” senza la mia famiglia, e proprio per questo, oltre che per l’età, lo vissi all’insegna degli eccessi e di quelle che ai tempi mi apparivano trasgressioni. Passare tutta la notte a scherzare, fumare e bere con i miei amici in attesa del mattino, era sicuramente in linea con lo spirito di quei giorni.
Sono sicuro che per diversi motivi mi fosse già capitato in più occasioni di vedere le primi luci del giorno, ma quella era la prima volta che lo decidevo con l’intenzione di goderne l’effetto.
Eravamo nella camera delle compagne con la stanza più lontana dalle orecchie dei professori che ci avevano accompagnato, il cui balcone dava direttamente sul lungomare di Letojanni, quando, dopo aver trascorso la notte condividendo racconti e vivendo qualche nuova esperienza da giovani e curiosi adolescenti, fummo finalmente sorpresi dalla luce prima pallida e lontana, poi sempre più calda e vicina di quel sole primaverile.
A differenza dei numerosissimi tramonti che, soprattutto d’estate, mi avevano sempre stregato, l’alba non riuscì a emozionarmi né a togliermi il fiato. Era troppo discreta e neutra per i miei gusti, una sinfonia in sordina. Non aveva i colori struggenti del tramonto quando il sole annega dolce nel mare; non aveva la gamma di rossi, gialli, arancioni e talvolta persino di rosa che colorano il cielo e si riflettono nelle nuvole all’imbrunire, ma soprattutto non aveva la potenza del crepuscolo dopo il tramonto, mancava della passione e della teatralità della luce rossa, sipario del giorno preludio della notte.
Dopo quell’occasione, mi è capitato di vedere l’alba tante altre volte, e sempre di più trovo interessanti le ombre e le atmosfere che talvolta si creano col sorgere del sole, ma ciò che apprezzo di più della luce mattutina è la sua gentilezza. Quei toni sbiaditi prima di caricarsi di energia e calore sembrano aver pietà delle mie notti tormentate e insonni.


Se amo il tramonto più dell’alba, a proposito di luce, di sicuro prediligo i colori caldi a quelli freddi.
Proprio per questo motivo, sebbene non abbia mai visto un’aurora boreale, posso immaginare che, una volta superato lo stupore e la meraviglia per un cielo dipinto a pennellate verdi, non mi piacerebbe svegliarmi ogni mattina in un paesaggio lunare da film di fantascienza.
Del resto, il fatto stesso che l’alba abbia questi colori soltanto al Polo, in alcune zone dei Paesi Scandinavi, del Canada o in Alaska, mi sembra ragione sufficiente a provare che la sensazione di freddo che mi provoca l’immagine dell’aurora boreale, non sia per nulla peregrina.
Quei fasci di luce verde, azzurri, a volte anche violacei o bianchi, li immagino più incredibili e più belli di qualsiasi fuoco d’artificio, ma come il più straordinario spettacolo, non possono ripetersi quotidianamente per non perdere la loro forza ipnotica.
Ovviamente sono pronto a ricredermi (l’esperienza mi ha dimostrato che talvolta la vita ti fa cambiare idea), ma credo che, se svegliarsi avvolti dalla luce verde sia una esperienza da non perdere, per conservarne la magia e il ricordo, l’esperienza debba restare circoscritta nel tempo.

In finlandese, l’aurora boreale si chiama revontulet ossia fuochi della volpe. Secondo un antico mito, sarebbe una volpe magica a dar vita all’aurora boreale.
La leggenda vuole che una volpe, correndo veloce fra le montagne imbiancate di neve, a un tratto si stancò di tener la coda alzata e l’abbassò. La coda, urtando la neve, a ogni passo provocava delle scintille che volando in alto verso il cielo diedero vita all’aurora boreale, o meglio, ai fuochi della volpe!
Gli Inuit, popolo del lungo inverno, ritengono che gli esseri umani abbiano due anime. Una è “il respiro della luce” e l'altra è l'anima vera e propria. Quando una persona muore, il “respiro della luce” scompare e l'anima giunge nell'aldilà. L'aurora boreale, per gli eschimesi, sarebbe provocata dalla danza dagli spiriti dei morti.
A me piace credere che siano le anime danzanti a colorare il cielo.


Sulla rubrica L'aurora tra rosa e verde
L’aurora, il preludio magico e impermanente per eccellenza, non è solo momento e regola fisica dei nostri cieli. Uno scambio sfumato e cangiante di opinioni e sentimenti sul tema delle aurore.