Squarci | mercoledì 27 giugno 2012

Vincenzo Cioffi

Addio al Celibato

Ieri sera c’è stato l'addio al celibato di Giovanni, e Vincenzo si era occupato di tutto. L'intera festa era avvolta nel mistero. Ci eravamo dati appuntamento nella piazza di una paese vicino, poi un'auto ci aveva scortato fino ai cancelli di una grande villa arroccata sulla scogliera.
Il salone barocco era ornato con drappi rossi e divani in stile ottocentesco con legno laccato nero e grandi cuscini di damasco. Su tutte le pareti erano appesi degli specchi, tranne su quella di fronte alla porta d'ingresso: lì una grandissima vetrata offriva la visuale del mare sottostante che, con onde fragorose, si schiantava sugli scogli sollevando grandi spruzzi di schiuma. Davanti ai finestroni una tavola era stata imbandita con ogni ben di dio: ceste con frutta esotica, vassoi di carne, pesce e altro che a stento si riconosceva come cibo. Ai lati del tavolo, inclinate verso il centro della sala, c'erano due altalene. Le catene adornate con nastri rossi pendevano da grandi passanti nel soffitto e, a una quarantina di centimetri dal legno, la catena si divideva e formava un triangolo con la base orizzontale. Negli angoli adiacenti all'ingresso principale c'erano due grandi gabbie, cupe. Sparsi nella stanza vari forzieri di legno massello fungevano da tavolini. Un'atmosfera da altri tempi. Tutti ci eravamo aspettati un pub, qualche spogliarellista e un sacco di drink, ma questo sfiorava il surreale, sembrava quasi inquietante.
Quando l'ultimo di noi fu entrato tutte le luci si spensero e la stanza restò illuminata solamente dalle candele sui vecchi candelabri sparsi per la sala. Vincenzo dava le spalle all'ingresso, guardava le acque e l'orizzonte. Batté le mani e d’ improvviso una porta laterale si spalancò lasciando entrare un imponente trono portato a spalla da quattro donne completamente nude e incatenate per il collo alla pesante sedia, con le caviglie ammanettate. Queste si posizionarono davanti all'organizzatore, nascondendolo con lo schienale e una volta deposto il loro carico, si accucciarono a terra carponi, come cani.
“Prego Gianni. Questo è il tuo posto.” Disse il padrone di casa avvicinandosi al festeggiato. Le sue mani batterono di nuovo e i forzieri si aprirono. Donne sinuose come cobra uscirono ondeggiando da quelle bare per vivi. Incantevoli fanciulle arabe, dalla carnagione olivastra e i capelli ramati, strisciavano sul pavimento come rettili, sfiorandoci le scarpe e slegandone i lacci. Ci lasciarono scalzi e, tenendoci per mano, ci portarono su divani e sedie. Per ognuno di noi c’erano una o due donne che accarezzavano languidamente i nostri corpi. La mia era vestita con un una gonna di chiffon ocra e aveva il seno nudo. Mi spinse su di una poltroncina e si sedette a cavalcioni sulle mie gambe premendomi il petto nudo sul viso. Inarcando piano la schiena si lasciò cadere a terra usando le mie gambe come scivolo e con i piedi nudi iniziò a massaggiarmi le gambe strofinando con la pianta sul pantalone, fino a sfiorare l'inguine con la punta delle dita. Poi si ritrasse cominciando daccapo il suo corteggiamento. Abbandonato con la testa sullo schienale guardai la sorte toccata agli altri invitati: quelli vicino a me avevano due ragazze addosso le quali avevano aperto le gambe in faccia e contemporaneamente, con la schiena inarcata poggiavano la testa fra le gambe dei due, coi i capelli che vi si strofinavano sopra. Le contorsioniste dilettavano così ogni presente, in modi diversi e fantasiosi. Giovanni era avvolto da almeno tre donne e in più le mani delle sue portantine sembravano allungarsi verso di lui, il suo posto era un groviglio di carni sensuali e suadenti. Poi si udì distintamente il possente battere di mani. Obbedienti al comando del loro signore, le donne ruppero le loro esotiche esibizioni e lente strisciarono di nuovo nei bauli dai quali erano uscite.
“Si apra il buffet.” Tuonò il vocione di Vincenzo da qualche punto della sala. Immediato il rumore delle porte che si aprirono al seguito di quelle parole. Una ventina di donne asiatiche in abiti tradizionali entrarono nella stanza. Si portarono verso il tavolo, dopodiché raccolsero il cibo in piccoli contenitori e si avvicinarono a coppie verso di noi. Appena raggiunsero gli ospiti una delle due, sciogliendo con esperienza il nodo della cintura, si denudò e si distese sulle gambe dell'uomo a lei destinato, mentre l'altra, afferrando il cibo con le bacchette, lo disponeva con raffinata maestria sul corpo della compagna. Un vasto repertorio di salse riempiva gli incavi di quei piatti viventi. La donne che avevano disposto le pietanze si lasciavano ora scivolare i variopinti kimono sulle spalle, mostrando così collo, spalle e seno. Con tono suadente e in un perfetto accento ci chiesero se gradivamo da bere. Se la risposta era affermativa, lasciavano scorrere da piccole ampolle un forte liquore di riso lungo la propria pelle, tirando poi a sé la testa del convitato per fargli suggere il dolce nettare dai loro capezzoli turgidi o lasciandolo scorrere nelle bocche attraverso le dita affusolate. Il cibo intriso di umori inebrianti e annaffiato con la forte bevanda, riempiva lo stomaco e ci svuotava la teste, già tiravamo ad indovinare quale sarebbe stato il passatempo successivo. Il pasto si era protratto in tal modo per diverso tempo quando un altro battito di mani ne segnalò la fine.
“Dopo questo lauto pasto vorrei allietare i miei ospiti con uno spettacolo.” La voce del nostro istrione in quel girone di lussuria ci giunse da qualche punto nel buio. Dalle porte si intravidero le figure di quattro uomini muscolosi. Reggevano diversi guinzagli a cui erano legate altre donne, stavolta vestite solo di guanti e stivali in pelle lucida, che procedevano a carponi sul pavimento. Ogni uomo presente in sala ricevette il suo cucciolo. Le grosse gabbie ai lati della porta d’ingresso furono aperte ed al loro interno, legate a grosse sbarre, furono imprigionate due donne di colore, pelle color dell'ebano e selvaggi capelli dai lunghi riccioli stretti. I loro corpi tonici e nudi si aggrovigliavano allo scheletro delle prigioni, mostrando seni enormi e sessi pelosi. Uno dei domatori rimase al centro della sala ed estrasse una grossa pergamena dalla giacca di un bianco immacolato. Ad alta voce lesse:
“Pantera e grifone!”
Subitanee due donne tesarono il proprio collare tendendosi verso il domatore. I padroni, intuendo il gioco, lasciarono il guinzaglio cosicché la lotta ebbe inizio. La pelle delle due contendenti si arrossò dopo morsi e finte artigliate, gli schiaffi producevano un rumore così sensuale ed eccitante, almeno quanto il tremolio delle carni di quei glutei sodi e di quelle gambe tornite. Nell'arena improvvisata si susseguirono diverse donne-bestie e ad ogni scontro noi astanti eravamo sempre più rapiti dalla bestialità felina delle loro forme.
“Le amazzoni!” A quelle parole due uomini rientrarono nella sala e prelevarono con dei grossi lacci le pantere africane dalle gabbie in cui erano rinchiuse. Portate al centro le furono dati dei grandi bastoni e quelle diedero inizio alla loro danza-lotta, le cui stoccate facevano trattenere il fiato e gli affondi sbalordivano per la loro rapidità. Il solito battito di mani pose fine allo spettacolo. Bestie e domatori si avviarono verso le uscite, mentre i nostri occhi li seguivano incantati.
“Dopo lo spettacolo arriva l'ora dei giochi.” La voce era quasi incorporea, come se fosse staccata dal mondo. Questa volta a riversarsi nella stanza furono ragazze vestite da scolarette: minigonne a sbalzo con motivi scozzesi e camicette di seta lasciate volutamente aperte sulle scollature prominenti. Si gettarono su di noi come piccole furie. Sedendosi sulle nostre ginocchia come innocenti bambine, si lasciavano cadere a peso morto su divani e poltrone, senza badare ad accavallare le gambe o a nascondere l'intimo puerile che nascondeva le loro forme mature. Alcune scartavano lecca-lecca, altre abbracciavano bambole di pezza. Sedute vicino a noi guidavano le nostre mani sulle loro cosce fino a farsi sfiorare i sessi profumati, per poi allontanarle con espressioni esageratamente stupite. Sulle altalene si erano posizionate due ragazze che, passando i piedi nei triangoli formati dalle catene, mostravano l'inguine rosa perfettamente depilato, mentre si spingevano avanti e indietro con sensuali colpi di bacino.
In una folata di vento tutte le candele si spensero. Per un frangente il silenzio fu totale, interrotto solo dal risciacquare delle onde che proseguiva ritmico. La luce del faro illuminò per un attimo la sala, il flash istantaneo fu come il quadro di un antico baccanale dove il dio presiedeva alle orge, e fu in quell'istante che ci accorgemmo che nessuna delle donne era più nella stanza con noi. Quando la luce elettrica fu riaccesa, Vincenzo era di nuovo in piedi a fissare il mare.
“Spero che la festa sia stata di vostro gradimento. Ora il tempo è giunto per tornare alle nostre case e per dare il tempo a Giovanni di pentirsi di quello che sta per fare.” E scoppiò in una fragorosa risata. Riluttanti riprendemmo le vie di casa. L'organizzatore ci attendeva davanti alla porta principale e salutava con calore ogni ospite che usciva, accogliendo con un sorriso forzato gli innumerevoli complimenti sulla riuscita della serata. Al mio turno non fui da meno nel rendergli grazie.
In fondo, grazie a quello splendido show, mi aveva fatto dimenticare che il mio amante domani si sarebbe sposato.



Su Vincenzo Cioffi
Originario di Vico Equense. La passione per la scrittura gli deriva da un amore senza limiti per la lettura. Era ed è un lettore sfrenato, ma a un certo punto leggere non gli è più bastato. Voleva creare un proprio mondo, con i suoi personaggi e le sue regole. Negli anni ha cercato di affinare le proprie capacità confrontandosi con amici che condividevano la sua stessa passione.

Sulla rubrica Squarci
Se la scrittura si serve di aghi e coltelli, se punge e lacera, se ogni pagina apre un varco in mezzo all'ovvio e al non detto, se la ragione ha bisogno di attimi di illucidità, se ogni testo si apre su un paesaggio interiore, se è un buco della serratura da cui spiare il mondo, se duole, se è una lama nella carne, se è una trama interrotta in un punto a caso, se la narrazione si spezza come un canto, se è una dissonanza, se semplicemente siete curiosi di sapere chi siamo. Estratti, ferite, fenditure di scrittura, un modo per sentire i nostri silenzi e leggere tra le righe di ciò che abbiamo in cantiere.