OXP - L'Infinibile http://www.orientexpress.na.it/infinibile/ Le poesie e i racconti di OXP Copyright 2010 orientexpress.na.it OXP Napoli IT-it redazioneoxp@gmail.com mavilio@gmail.com Sat, 18 Dec 2010 1:44:27 GMT http://blogs.law.harvard.edu/tech/rss MaviSys <![CDATA[Giorno di maggio]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1103 malinconia dei vivi,
dietro la siepe di rose,
spia indisturbato il sole
appoggiato
sulla collina di Napoli.

La mia preghiera non fa rumore,
si accoda a pellegrini in fila da anni,
scava alle mie spalle
la mitezza
del dissepolto respiro
di mio padre e di mia madre.

Sbriciola il buio,
cade come neve di pioppi.
Giorno di maggio,
a tua insaputa,
ti ho amato profondamente.
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1103
<![CDATA[Il rendez-vous dell’impiccato ]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1104 Era da poco passata la mezzanotte, quando una carrozza si fermò davanti al palazzo del principe. La pioggia dei giorni precedenti aveva punteggiato l’irregolare fondo stradale di buche melmose. Il cocchiere, sfilando nella sua livrea scarlatta, aprì lo sportello della vettura. Infilandosi velocemente i guanti, srotolò lo scaletto. All’interno c’era un uomo sui trent’anni: allampanato, altezza media, basette lunghe fino alla mandibola. Esitò a scendere. Dal finestrino gettò uno sguardo all’esterno, sincerandosi che non ci fossero occhi indiscreti in giro. Librando poi i mocassini lucidi sul fango appiccicoso, si portò a passo felpato nei pressi del portone. Diede due tocchi leggeri alla porta. Ma nessuno aprì. L’uomo, spazientito, bussò con maggiore energia. Non ottenendo nulla, provò a sbirciare tra le finestre del piano terra. Ma le imposte erano chiuse. Arretrò di qualche passo, levando gli occhi agli appartamenti. Un muro piatto di oscurità. Nemmeno una lampada accesa a segnalare la presenza di qualcuno. Eppure, notava l’uomo, i fiori freschi pendenti dai balconi, il lungo drappo bianco e giallo, avvolto intorno allo stemma araldico, stavano lì a ricordare una festa passata da poche ore. Un rendez-vous galante? Un ricevimento importante? Il passaggio di una processione? Ammesso anche che gli ospiti fossero andati via, la servitù non doveva essere ancora sveglia per pulire e mettere ordine? L’uomo aveva un appuntamento con il principe. Un incontro che avrebbe dovuto svolgersi in tutta discrezione. La stanza del principe, tuttavia, era al buio come le altre. Forse aveva cambiato idea all’ultimo, senza avvertirlo, temendo che qualche ospite, restando nei paraggi, potesse comprometterlo. In ogni caso, era una bella seccatura, borbottava l’uomo, visto che per trovarsi puntuale al palazzo aveva affrontato un viaggio di quattro ore, che gli aveva lasciato la schiena indolenzita. Intanto, il cocchiere, per proteggersi dalla frescura tardo primaverile, tirò fuori dalla fodera interna della sua livrea una fiaschetta di liquore. Anche i cavalli cominciavano a sbraitare, per l’aria frizzante e per i loro stomaci che reclamavano una giusta razione di biada. L’orologio della piazza batteva l’una. Per non destare sospetti, l’uomo decise di ritornarsene a casa. Rifece il breve tratto di strada per montare sulla carrozza. Il cigolio della porta lo bloccò. Si girò prima che una voce lo chiamasse: - Marchese, venga! –
Il marchese riattraversò la strada. Salutò svogliatamente l’uomo, entrando nel cortile. Lo accolse una fortissima fragranza di gerani. Interrogò il tale che gli aveva aperto: Il Principe dov’è? - con fare stizzito - In cantina. La sta aspettando insieme agli altri - rispose umile il servitore. La cantina si trovava oltre il cortile, collegata al portico da una rampa di scale. Di soppiatto, il marchese scese i gradini. In fondo ad un largo corridoio, fiancheggiato da enormi botti di vino, si trovava una parete di mattoni. Il marchese la percosse: una volta, due volte, una volta. Gli aprì il principe in persona. Rispetto all’ultima volta in cui si erano incontrati, circa sei mesi addietro, il marchese trovò il principe molto invecchiato. La barba incolta, le palpebre ingrossate e un abbigliamento disadorno. Si abbracciarono. Il principe lo precedette nella stanza. C’era una densa nuvola di fumo, dalla quale fuoriuscivano a stento tre uomini e un tavolo di legno scheggiato. Sul tavolo delle carte e una brocca di vino. Il marchese scorse subito, sulla propria destra, un uomo in divisa. La cosa lo preoccupò. Stette fermo sulla soglia, in attesa che il principe lo presentasse agli altri. – “Signori, il Marchese Della Rocca, contributo valente alla nostra causa!” Smorzando il sigaro, il principe indicò al marchese l’uomo in divisa, il capitano Salemi, il barone Molteni, dalla capigliatura ondulata e il poeta Ferruccio, giunto dalla Romagna. Il marchese, come un gatto pigro, si portò alle spalle di Ferruccio, sbirciando i dettagli della carta. Il principe richiamò l’attenzione di tutti, schiarendosi la voce. - La stazione dei gendarmi borbonici si trova tra il ponte e l’ingresso della conca. Il carico con le armi proveniente da M. e destinato alla sommossa, dovrà passare i controlli. Il capitano Salemi con altri soldati congiurati, assicurerà il passaggio mentre il barone e Ferruccio penseranno a nascondere le armi. Il marchese si occuperà dell’acquisto di altre armi. - Il principe stava per chiudere il suo ragionamento, quando il marchese lo interruppe. - In città i controlli si sono fatti più serrati, dopo lo sbarco delle camicie rosse di Garibaldi, e i carri non passano più agevolmente come nei mesi scorsi. Mi spiace - portandosi un fazzoletto alla bocca - ma sta diventando tutto troppo pericoloso. Ferruccio ebbe una reazione spropositata, scaraventando una sedia contro il muro. - Come sarebbe che non arrivano più armi? Con che cosa intendiamo fare la guerra? Con i cento fucili arrivati in tre mesi? - Il principe riportò faticosamente la calma. Provò a spiegare al marchese che alcuni corrieri e briganti erano dalla loro parte. Il trasporto sarebbe potuto avvenire per le vie di campagna meno battute dalle sentinelle borboniche. La dose di rischio c’era. Ma ora nessuno poteva tirarsi indietro. Tutti erano stretti da un patto. Ferruccio approfittò del silenzio per comunicare a tutti l’arrivo di due patrioti dal nord. Il principe reagì, battendo il pugno sul tavolo. - Maledizione Ferruccio! Ti avevo detto che non era il momento! Lo capisci che ci muoviamo su un terreno infestato di guardie? È difficile il passaggio di armi, figuriamoci di due uomini! Ferruccio, senza battere ciglio, disse che tra tre giorni quei due sarebbero sbarcati. Bisognava trovare un modo per non farli scoprire. La soluzione si presentò da sola.
Il principe cercò il marchese, accovacciato su una sedia. Alcuni membri della sua famiglia sono del nord, se non sbaglio? - Parenti di mia madre - rispose il marchese. Allora lei, signor marchese, - mentre il principe disegnava i tasselli del suo piano - si recherà al porto il giorno dello sbarco: l’arrivo di alcuni parenti dal nord può essere un valido pretesto per non dare nell’occhio. Il marchese provò a rifiutarsi, ma alla fine fu costretto ad accettare. Nei tre giorni successivi, il piano per il passaggio delle armi passò in secondo piano. Si moltiplicarono le sedute. Il capitano Salemi, nel suo forte accento napoletano, fece notare che qualcuno in caserma cominciava a sospettare per le sue numerose uscite. Andava definito al più presto il tragitto che la vettura del marchese avrebbe percorso allo scopo di evitare perquisizioni o rallentamenti. Il comando generale borbonico, infatti, aveva pianificato dei controlli a tappeto in tutta la regione, specialmente per la settimana seguente. La notte prima dello sbarco dei patrioti fu quella decisiva. Dopo una serie di incontri privati, gli uomini si ritrovarono nuovamente nella cantina del principe. Sulla carta, il capitano Salemi, vestito rigorosamente in borghese, tracciò il percorso. Illustrò a voce molto bassa il suo piano: - Prelevati i patrioti, la carrozza per circa quaranta chilometri attraverserà tre paesini. Da lì si congiungerà alla valle, aggirando la caserma borbonica presso la conca. A dieci chilometri, troverete un’osteria. In genere frequentata dai soli mezzadri della zona. L’oste vi darà cavalli freschi per arrivare qui. Se tutto procederà senza intoppi, signor marchese, alle cinque di domani pomeriggio sarete di ritorno. Questi sigillati sono i salvacondotti da esibire nel caso in cui vi imbattiate in qualche pattuglia.
La carrozza del marchese partì all’alba. Quella giornata di fine maggio si annunciava rovente. Dalle campagne si levava forte l’odore di erba secca. Sulle strade polverose le schiene sconfitte dei contadini si avviavano, tristi, ad una nuova giornata di lavoro. Il crinale torrido delle colline era avvolto da una foschia umida. Il marchese, con la mano appoggiata al pomello del suo bastone, scorreva con lo sguardo quel paesaggio monotono. L’interno della cabina, intanto, si era surriscaldato. Il sudore gelava i pensieri del marchese. Aprì il finestrino respirando affannosamente l’aria tumefatta. La carrozza procedeva con una buona velocità. Tuttavia, le buche, i ciottoli, le strettoie non consentivano un’andatura più sostenuta. Il marchese cedette di colpo al sonno. Non sognò nulla, tanta era la stanchezza. La carrozza si fermò. L’unico suono distinguibile era il cinguettio degli uccelli. Sportosi verso il finestrino, il marchese vide il cocchiere stretto tra due soldati. Dal lato opposto della carrozza lo sportello fu spalancato con energia, facendo entrare polvere e calore. Il marchese, scaraventato fuori, venne perquisito. Nella tasca sinistra della sua giacca, le guardie trovarono i salvacondotti. Oltre la cortina di sole abbagliante, il marchese intravide un uomo di spalle mentre leggeva il contenuto di quei documenti. Si avvicinò al marchese con il tono viscido del carnefice: “Sapevo che i patrioti erano temerari, ma non fino a questo punto!” I salvacondotti contenevano, nel dettaglio, le fasi di tutto il piano per scortare i patrioti dal porto al palazzo del principe, le riunioni segrete, il transito di armi, i legami con i patrioti del nord. Il marchese fu impiccato a un albero mentre i corvi gracchiavano.
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1104
<![CDATA[Attimi]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1102 Una nuvola passeggera getta ombra su una piazza.
È affollata. Ragazzi divertiti prendono il sole seduti sui gradini di una cattedrale avvolta dalle impalcature; delle chiassose e colorate scolaresche ammirano i monumenti e le bancarelle del centro storico; giovani mamme portano in giro bambini ancora incerti nel camminare, che con i loro movimenti impacciati e nei loro giubbini gialli e azzurri cercano di correre per raggiungere i piccioni che popolano il centro dello spiazzale; anziani signori in vestiti ancora invernali parlano tra loro sulle panchine vicino all’edicola in fondo alla piazza, osservando la città e aspettando il tempo che passa per rientrare a casa.
È una piazza affollata, ma non per tutti.
Seduti sui gradini, un po’ impacciati, un ragazzo con un berretto blu porge un mazzo di fiori dai colori sgargianti ad una ragazza dagli occhi dolci e i capelli scuri. Indossa un giubbino rosso e cerca di coprire con degli occhiali scuri i suoi occhi chiari, che la ragazza prontamente gli sfila via con un sorriso.
In quel gesto, le mani si sfiorano. Le guance si infiammano. Gli occhi rispondono a domande non fatte.
Un abbraccio, di quelli desiderati da tempo.
E ridono con tenerezza osservando quei bambini che nella loro rincorsa ai piccioni si sono fermati proprio davanti ai loro gradini. Le mani sono intrecciate e i visi felici, in quell’abbraccio che ancora non si scioglie.
Le ore passano, e sempre più frequentemente si controllano le lancette dell’orologio che corrono, rubando il tempo che diventa troppo breve in quel chiasso silenzioso che li circonda. Tutte le parole dette su quei gradini non bastano più, vorrebbero un seguito che desse loro un senso.
Un telefono squilla. Lei si alza per rispondere, allontanandosi di qualche passo. Lui anche. Prende la sua bicicletta nera e, accennando verso di lei un saluto con la mano, si incammina via, per quella piazza assolata, verso una casa dove rimpiangerà quello che non è stato, e nello stesso tempo sarà felice per quel paio d’ore rubate alla normalità della vita, per quell’incontro controcorrente nel flusso regolare delle loro parallele esistenze.
Ancora con il telefono stretto in una mano, lei, che non ha smesso un attimo di seguirlo con lo sguardo, lo rincorre, chiamandolo a bassa voce per nome, come se il suo volto fosse ancora a cinque centimetri dal suo, stretto in quell’abbraccio. Lo raggiunge e, stringendo ancora i suoi fiori rosa, lo guarda negli occhi. Un altro attimo rubato, un’occasione da prendere al volo. La bacia. E tutto il resto, da silenzioso qual’era, si ferma. Un attimo immobile, che da modo soltanto a loro due di sentirsi davvero.





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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1102
<![CDATA[Il manicomio comunale]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1101 Lo scatto della serratura aprì il cancello. Apparve, nel cerchio di sole scaturito da alcune fronde fragili, un uomo con addosso un camice stropicciato. Fu assai gentile con Alfredo. Lo prese sottobraccio, lo guidò per il viale indicandogli la finestra della sua stanza, ripetutamente gli chiese se fosse stanco, se avesse mal di testa, i piedi gonfi, le gambe indolenzite. Insistette, con modi sempre garbati, affinché Alfredo sedesse sulla panchina di marmo ai lati delle scale. Gli rivolse altre domande, questa volta più generali. Parlarono anche del caldo, della siccità delle campagne, della stagione balneare alle porte. Alfredo si limitava ad annuire. Seguiva i ragionamenti del suo interlocutore, sottolineandoli con un sorriso o un colpo di tosse. Ma non parlava. Per scelta, per reticenza, perché non aveva nulla da dire oppure perché, da qualche minuto, si guardava costantemente in giro, osservando i fiori, la quiete pesante, il vociare frenetico dalle cucine, i commenti degli infermieri sul suo conto. Notò che l’uomo seduto accanto a lui aveva smesso di parlare. Sfogliò una cartella, aggiungendo delle cose a penna. Si sfilò le lenti, sfregò la cavità interna degli occhi con le dita e continuò a girare i fogli.
Assorto nella lettura dei dati clinici del suo paziente taciturno, il dottore non si avvide che Ranuccio aveva tentato di nuovo la fuga. Come un ossesso, scivolava sui manici delle scalinate, saltava tra le siepi, per di più si era fatto il giro del palazzo tre volte; tutte quelle prodezze atletiche erano accompagnate da sberleffi e improperi indirizzati agli infermieri inoperosi, che quasi subito desistettero da ogni tentativo di inseguimento. Nel frattempo, Ranuccio si era rifugiato su uno dei ciliegi, i cui rami si prolungavano verso le stanze. Levatosi in piedi in equilibrio precario, gridava a squarciagola che l’esercito dell’Unione era ormai alle porte. Avvertiva nell’aria l’incedere dei soldati in avvicinamento, lo sfregare metallico dei fucili, i tamburi battere senza sosta. Lincoln avrebbe sfondato i cancelli e, lucente sul suo destriero, messo fine alla tirannia dei medici, ai soprusi degli infermieri, alla qualità scadente del vitto, al puzzo dei rifiuti, all’abbandono di quel mondo che considerava tutti loro semplicemente come degli stupidi mentecatti. Il discorso di Ranuccio attirò sotto il ciliegio una piccola folla composta da pazienti, infermieri, suore; persino Alfredo, in disparte fino a quel momento, si avvicinò per ascoltare le sue parole. Tirò sulla fronte il panama bianco che aveva con sé e a braccia conserte ondeggiò tra i pochi spazi lasciati liberi da quegli improvvisati spettatori.
Dal lato sinistro del gruppo si levò una voce. Vigorosa. Malinconica. Era quella di Gino, il tenore cieco, entrato nel manicomio l’inverno precedente. Intonò l’aria del Nabucco e i suoi occhi mandorlati brillavano per la nostalgia, ricordando le sue tournée per i paesini della provincia durante la guerra, in compagnia di un organetto e di un cappello per le offerte. Quel poco gli bastava per vivere, al resto pensava la musica, diceva. Il canto accorato di Gino fu bloccato dall’intervento del dottore. Temendo che il gesto di Ranuccio accendesse troppo gli animi dei pazienti, lo pregò gentilmente di scendere. Sulle prime Ranuccio rifiutò, continuando ad inneggiare al Presidente Lincoln e cospargendo di sputi il capo semicalvo del dottore. Dopo lunghi tentativi, riuscì a convincerlo attirandolo con una proposta allettante: addestrare un manipolo di uomini scelti, da aggregare all’esercito nordista. Il dottore lo informò, inoltre, che il Presidente contava molto su di lui per mettere in ginocchio le forze confederate. Investito di un così alto incarico dal suo comandante, Ranuccio si decise a scendere dal ciliegio. Venne salutato da un timido applauso. Gli infermieri, inchiodandogli i polsi alla barella, lo portarono via. Ranuccio non reagì. La forza con la quale arringò gli altri ammalati, aveva esaurito la sua fragile fibra. Piombò in un sonno profondo, scosso di tanto in tanto da qualche scatto convulso. Al suo risveglio, l’inquietante lampadario di platino disegnava ombre nervose sul pavimento torbido. La stanza appariva spezzata in due angoli di luce annerita.
Sul davanzale, nel frattempo, Alfredo conobbe per la prima volta il cielo. Non riusciva a capire. Gli sembrava strano come, da sano, non gli fosse mai importato nulla delle nuvole, della pioggia, del sole, del vento. Erano serviti tanti anni, la reclusione nel manicomio, la mutata condizione di insano di mente, per accorgersi di quel tramonto. Un semplice disco d’arancio all’imbrunire. Questa cosa lo sconvolse al punto che tutti i pomeriggi alle sette prendeva posto su quel davanzale, in attesa del prodigio meraviglioso. Al centro della stanza, c’era un tavolo bianco. Gino era chino su alcuni fogli, ripassando la parte di compare Turiddu per la messa in scena della Cavalleria rusticana. Battendo fragorosamente i pugni sulle gambe, si lamentava dei costumi di scena che non arrivavano, malediceva i truccatori e i parrucchieri per la loro indolenza. Lo spettacolo avrebbe avuto inizio tra un’ora e niente era ancora pronto. Si discostò dal copione, rizzò la schiena come un giunco e prendendo un bel respiro, si esibì in altalenanti vocalizzi. Schiaritasi la voce, mosse a piccoli passi verso la finestra dove si trovava Alfredo. Timidamente gli fece notare la sua presenza. Alfredo, abbandonando il collo sulla spalla, lo fissava. Smontò dal davanzale, sfilando il copione dalle mani sudate di Gino. Per un’ora intera provarono l’ingresso in scena di Turiddu, mentre Ranuccio proiettava sul muro gli spettri delle sue dita affusolate, simulando una L.
Intorno alle nove, arrivò la cena. Alfredo rifiutò di mangiare. Se ne ritornò sul davanzale, anche se non c’era più alcun tramonto da ammirare. Nella stanza calò improvviso un silenzio gelido, interrotto solo dagli urti delle posate. Si levò poi un rumore indistinto, come di colpi su una superficie di acciaio. Due infermieri presero con forza Alfredo, trascinandolo lungo tutto il pavimento. Si dimenava rabbiosamente. Con un calcio colpì allo stinco l’infermiere di sinistra, al quale il dolore accecò la ragione. Piombò su Alfredo, prendendolo a pugni sul volto. Alfredo rimase a terra, immobile. Ranuccio cominciò a urlare, percuotendo i piatti contro l’inferriata del letto. Lo stesso fece Gino. Ma a quell’ora nessuno poteva sentirli. I pazienti delle altre stanze dormivano, imbottiti di sonnifero e il dottore era andato a casa. In poco meno di mezz’ora, tutto tornò alla calma. A Gino e Ranuccio fu somministrata una dose massiccia di sedativi. Alfredo fu legato al suo lettino. All’alba, gli stessi infermieri della sera precedente lo svegliarono bruscamente. Tappandogli la bocca, scesero di soppiatto in infermeria. Gli ripulirono il sangue secco dalla faccia, disinfettarono le ferite, coprirono i lividi con della garza. A dodici ore di distanza, Alfredo non portava addosso nessun segno delle violenze subite. Ranuccio e Gino lo videro ritornare nella stanza con le proprie gambe. Si appoggiò allo stipite della porta. Il primo a venirgli incontro fu Gino. Lo strinse in un abbraccio nervoso, piangendo insieme a lui. Gli fece dono del suo foulard, avvolgendoglielo intorno al collo per coprire i grumi violacei. Ranuccio, trascurando per un attimo i suoi soldatini, lo prese per mano. Stettero insieme fino alle due del pomeriggio. Alle tre, spuntarono sulla soglia quattro infermieri. Erano lì per Ranuccio. Cercò di raggiungere la finestra, saltando da un letto all’altro. La sua corsa si interruppe come quella di un cervo braccato. Le urla di Ranuccio si spensero, smarrendosi per i corridoi. L’ultimo suono che si udì fu quello della sirena dell’ambulanza sibilare sull’asfalto grigio.
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1101
<![CDATA[Eredità]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1100 i dormienti –
separati dal cielo, sotto
il cespuglio delle rose dall’incarnato pallido,
dove l’occhio non va –
con lo sguardo raggiungo
tracce di vita vittoriosa,
luminosi pallidi rami
radicanti nell’aria e nella terra

Attraverso il ricordo
folto di nascondimenti e lampi,
mi pare come fosse sempre ora –
l’inquieto padre, l’idea di uguaglianza,
che come un giudice lo rendeva serio e severo –
la madre, fedeltà e religiosa pietà
per i prossimi, viva di piccole gioie.

Similmente, da chi
è stato una volta nel tempo,
vengono eredità –
in qualche modo, oggetti e libri, per qualche
appartenenza d’ emozione e parola:
testimonianze. Parentele
che non potevo immaginare.

Mi regalano un luogo protetto,
anche se dura un istante,
come una stazione
d’incontri e nuove partenze.

Le piante algide,
che ho appreso a potare
senza ferirmi,
profumo pallido mi regalano.


Gennaio 2013
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1100
<![CDATA[Giugno 1907]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1099 La luce entrò nella stanza, sollevando sciami di polvere. Improvvisamente, si udirono le voci della piazza rimaste nascoste, l’odore fresco dell’estate, di cui beneficiarono le narici irritate del delegato. Sulla scrivania della vittima, c’era un calamaio con un pennino lasciato all’interno, il giornale del giorno precedente privo di sgualciture e una cornice senza foto. Il delegato notò sul tavolo tante scartoffie collocate alla rinfusa: appunti, carte, documenti, lettere, buste semiaperte. È probabile - pensò - che chi si è macchiato del delitto del deputato, abbia rovistato queste carte. Ma per cercare cosa? E gli oggetti per terra? Di certo, inizialmente erano sulla scrivania. Forse c’è stata una colluttazione tra l’onorevole e il suo assassino? Ammesso anche che fosse scoppiato un litigio - obiettava tra se il delegato - come spiegare la posizione della vittima sul pavimento? E poi non c’erano tracce di manomissioni: la vestaglia dell’onorevole era intatta, quasi fosse uscita da una stireria. Il delegato, con il peso di quegli intricati quesiti, si riavvicinò al cadavere. Fece caso a due grumi di sangue all’altezza della cervice, celati sotto il colletto scuro della camicia. Da cosa erano stati provocati? Un colpo forte, un oggetto appuntito? Fu quell’impatto a causare la morte? Il medico legale era atteso per le undici. Ma tardava a venire. Questa cosa irritò il delegato. Voleva avere a disposizione lo studio dell’onorevole quanto prima, in maniera tale da poter ispezionare ogni palmo di quella stanza. Quelle noie burocratiche, invece, rallentavano lo svolgimento delle indagini. Tuttavia, gli occorreva conoscere l’ora precisa del decesso. In attesa del medico legale, ricontrollò i suoi appunti allo scopo di integrarli con un’analisi del materiale presente sulla scrivania. Si accomodò sulla sedia. Era alquanto insolito - osservava- che un uomo mantenesse sul proprio tavolo di lavoro una cornice senza una foto. Una semplice mancanza? Era stata sottratta dall’assassino? A lato della sedia, la scrivania aveva quattro cassetti. Nell’ultimo c’erano alcune cartoline, ma ciò che incuriosì il delegato furono due lettere, scivolate all’estremità del cassetto. Erano state inviate da Parigi e risalivano a circa due mesi fa. Entrambe recavano una firma in un inchiostro ormai scolorito. Sparpagliando gli oggetti contenuti nel cassetto, il delegato trovò anche una foto. In calce, c’era un autografo: à toi, mon petit homme. Lilì Blanche. Si trattava della celebre canzonettista nizzarda, famosa per i suoi spettacoli al Moulin Rouge di Parigi. Questa donna era stata all’origine della separazione? Poteva essere solo un caso che la partenza per il nord della moglie del deputato e l’anno della foto coincidessero? Dove avrebbe potuto avvenire l’incontro furtivo di cui si accennava in una delle due lettere? Durante una delle tante tournée della soubrette? Bisognava verificare - a partire dagli ultimi due anni - in quali teatri o locali notturni della città si fossero esibite le compagnie di teatranti e ballerine d’oltralpe, e accertare se in una di queste avesse effettivamente lavorato Lilì. Sul suo taccuino il delegato annotò anche un altro particolare: dei quattro cassetti - salvo quello appena esaminato - i mediani erano vuoti mentre il primo era protetto da una strana serratura a forma di rombo. Il delegato desistette quasi subito. Avrebbe pensato a quel bizzarro cassetto in un altro momento, anche perché aveva sentito la voce sonnacchiosa del medico legale avvicinarsi.

II
L’orologio a pendolo allampanato, di spalle la scrivania, batteva mezzogiorno. I due agenti, sfiancati da quelle estenuanti ricerche e sbracati come cani da tartufo, cominciarono ad avvertire un leggero languore. Inoltre, l’afa di giugno si era appropriata dell’appartamento, alimentata da un vento altalenante. Il medico legale si muoveva lentamente per l’antico corridoio barocco, complice un’andatura pesante e le splendide tele che arricchivano il salone. Il dottore era assorto sotto una tela della fine del cinquecento. - Che colori, che mirabile prospettiva! - ammirava estasiato - È un capolavoro di inestimabile valore! E lo scorcio di quel cavallo! I finimenti dorati, il particolare delle armi curato nei minimi dettagli! - Quasi nascosto sotto le spalle irregolari del medico, spuntò la figura livida del brigadiere. Le lungaggini del medico legale lo avevano spazientito al punto che anche il suo italiano - sempre impeccabile e privo di sbavature - iniziò a perdere qualche colpo. Con una gestualità marcata, sollecitò più volte il dottore verso lo studio dell’onorevole. Ma quello, avanzando di qualche passo, sostava subito dopo, attratto da un altro quadro, dagli stucchi, dalle modanature del soffitto, dagli specchi satolli di motivi ornamentali, dai marmi policromi dei tavoli. Il delegato rimasto insolitamente ozioso sulla scena del delitto, mosse verso la porta. Poi allargò le braccia sconsolato e con voce stentorea richiamò l’attenzione del medico legale. - Buongiorno dottore! - esibendo un sorriso stentato. Il medico ricambiò. Defilandosi sulla sinistra, appoggiò la borsa di pelle sulla scrivania. Si infilò un paio di guanti e iniziò a tastare in più punti la vittima, assumendo a tale scopo diverse posture: rannicchiato, sdraiato su un fianco, in ginocchio, a bocconi. Chiese all’agente più vicino alla borsa, di cercare al suo interno un bastoncino di legno. Con quello strumento approssimativo, il medico legale spalancò la bocca rigida del deputato. L’ispezione si protrasse per circa un’ora. Per allontanare i morsi della fame, il delegato spezzò un sigaro. Iniziò a masticarlo nervosamente mentre il medico legale espletava un’ultima indagine sui capelli dell’onorevole. Rompendo il silenzio spossato della stanza, il medico legale si pronunciò: - l’onorevole è deceduto tra le dieci e le undici di ieri sera. Il collo reca ecchimosi. Nessun’altra traccia di escoriazione in altre parti del corpo. La vittima, inoltre, ha avuto poco prima un rapporto sessuale, come rivelano tracce residuali di liquido seminale. Tuttavia, la causa della morte non può essere attribuita agli ematomi della cervice.. - A cosa, dunque? - interruppe ansioso il delegato. - L’irrigidimento dei muscoli del collo e del viso sono chiari segni di avvelenamento. Ma riguardo al tipo di veleno e alle modalità della sua azione, sarò più preciso dopo l’autopsia. Troverà tutto nel mio rapporto, signor delegato. - Detto ciò, il medico legale se ne andò. La morte per avvelenamento, il precedente rapporto sessuale, le lettere di Lilì Blanche, le visite della moglie per qualche inspiegabile motivo, i vuoti e le incongruenze nella testimonianza del portiere, la figura misteriosa del giovane autista, sembravano comporre il quadro di un delitto passionale. Ma c’era il dettaglio di quel cassetto chiuso ermeticamente. Cosa conteneva? E la chiave per aprirlo perché non era stata trovata, né addosso alla vittima né altrove? Inoltre, era pensabile che una personalità tanto influente come l’onorevole non possedesse una cassaforte? Dove custodiva i documenti personali? Assorto nelle sue elucubrazioni, al delegato era passata anche la voglia di mangiare. Intorno alle tre giunsero gli infermieri per portare via il corpo. Nel frattempo, la notizia della morte dell’onorevole attirò nel cortile del palazzo frotte di giornalisti, assiepati sulle scale in attesa del delegato. Non poté fare a meno di incontrarli. Le domande spaziavano dai pettegolezzi da osteria alle ipotesi di un sottile disegno politico, date le simpatie repubblicane dell’onorevole, passando - in maniera non troppo velata - per la pista dell’intrigo internazionale. Le congetture giornalistiche risvegliarono al delegato una fastidiosa emicrania. Rispose con educazione alle domande. Appena si accorse che il brigadiere era alla guida della sua vettura, sistemandosi la bombetta, congedò tutti.

III
Alle sette del mattino del giorno successivo, il delegato trovò nel suo ufficio il medico legale. Era in attesa della sua relazione, ma non si aspettava di vederlo di persona. Considerando che il dottore non aveva fama nell’ambiente di essere mattiniero, la sua sorpresa fu doppia. Il referto era già sul tavolo. Il delegato lo sfogliò alacremente. Fu la frase finale del rapporto a gelargli il sangue nelle vene: Dopo attento esame autoptico, ne consegue che a causare la morte dell’onorevole è stata la somministrazione di una dose non facilmente quantificabile di stricnina. - Stricnina? - chiese stranito il delegato - Si tratta di una sostanza tossica - esordì pianamente il dottore - estratta dai semi di noce vomica: ha l’aspetto di una polvere bianca, che può essere assunta per inalazione o via orale, disciolta in un liquido. - Quali sono i sintomi che provoca, dottore? - Spasmi muscolari, crisi convulsive epilettiche, febbre. Ma l’avvelenamento dell’onorevole è alquanto anomalo.. - osservò il medico legale - Perché anomalo? - I sintomi da avvelenamento di stricnina si presentano, in genere, tra i 15-30 minuti dalla sua assunzione. Nel nostro caso qualcosa deve essere andato storto, dal momento che la dose di stricnina utilizzata, imprecisata ma forse minima, non causò immediatamente la morte dell’onorevole, costringendo infatti l’assassino a colpire la vittima alla nuca. Si può dedurre, signor delegato, che chi fece uso di questo tipo di veleno non ne conoscesse a fondo gli effetti. E poi ci sarebbe dell’altro.. - prego continui, dottore - lo esortò il delegato - la stricnina è un veleno grossolano, usato in ambito domestico per eliminare i roditori. - Questo, dottore, potrebbe far pensare a un piano ideato nel giro di poco tempo, con una certa premura.. - È possibile, signor delegato. - Il colloquio durò un’ora e mezza. Al termine il delegato congedò cordialmente il medico che si tenne a disposizione per ulteriori, eventuali chiarimenti. Poco prima delle nove bussarono alla porta. Era il brigadiere. Scuro in volto, le occhiaie profonde come solchi, la barba disordinata. Il delegato sorvolò sul suo aspetto trasandato e indegno di un pubblico funzionario. Tuttavia era conscio del fatto che il brigadiere si era ridotto in quel modo per recare un beneficio alle indagini, trascrivendo il contenuto dei fonogrammi arrivati a notte inoltrata. Il lavoro di ore era in quei due foglietti svolazzanti, unti di olio e di chiazze di caffè. La grafia - a dispetto dell’italiano elegante del brigadiere - era minuta e incerta. Le informazioni indispensabili appena leggibili. Il delegato lesse tra le labbra il dattiloscritto. Poi, dondolandosi sulla sedia con le mani infilate nel panciotto, sorrise amaro: - Siamo nella merda, brigadiere.

IV
Comando dell’Arma dei Carabinieri di T. 3 giugno 1907.
Signor delegato,
La informo che, a seguito delle richieste da lei inoltrate, la moglie dell’onorevole risulta scomparsa. In allegato, invio una copia della denuncia di sparizione, sporta dal suo amante in data 1 giugno 1907. Un cordiale saluto.
Questura di R. - Ufficio per l’Emigrazione, 3 giugno 1907,
Signor delegato,
In data 25 maggio 1907, il sig. Otello Randazza ha presentato - presso il medesimo Ufficio - Passaporto e documenti per la richiesta di espatrio in America latina. Non avendo Egli precedenti penali né essendo segnalato a pubblici uffici di Polizia come sovversivo o sobillatore, scongiurando dunque motivi politici, suddetta richiesta è stata accordata il 1 giugno del corrente anno. Cordialmente.
Per tutta la mattinata il delegato ragionò sulla serie di eventi che ruotavano intorno alla morte dell’onorevole. Il corpo del deputato - mentre tentava di coinvolgere l’assonnato brigadiere nelle sue considerazioni - è stato rinvenuto dal portiere la mattina del 2 giugno. Per l’esattezza alle ore nove meno un quarto. Il medico legale ha accertato che la vittima è morta per avvelenamento tra le dieci e le undici della sera precedente, il 1° giugno. I due fonogrammi ci informano che in questo stesso giorno la moglie e l’autista dell’onorevole - forse tra le poche persone ad averlo visto vivo - scompaiono in circostanze diverse. Erano a conoscenza di qualche particolare scomodo? Hanno agito di comune accordo per eliminare l’onorevole? Se così per quale scopo? Il delegato chiuse la penna. Smise di prendere appunti. - Si dia una rinfrescata, brigadiere. Ritorniamo al palazzo dell’onorevole. L’acqua gelata alleviò la sonnolenza del brigadiere, ridestandone la lucidità necessaria alla guida. Nel cortile del palazzo c’era il portiere che, sbuffando, ramazzava di malavoglia. Accompagnò con lo sguardo indifferente la vettura che rallentava. A bassa voce mormorava: - Un’altra giornata di seccature… - Il delegato lo fissò dal finestrino. Al brigadiere raccomandò di tenerlo impegnato per una mezz’oretta. Il tempo necessario di salire su e controllare alcune cose. Il delegato fece affannosamente le scale. La porta era socchiusa. Le finestre del salone aperte, le tende gonfie di calore e aria. Entrato nello studio, mosse deciso verso il primo cassetto della scrivania. Trovò la chiusura a rombo scassinata e il cassetto completamente vuoto. La porta finestra dello studio sporgeva, con una leggera rientranza, sul cortile. In quel momento il brigadiere stava rassicurando l’accigliato portiere, porgendogli un sigaro di cortesia. Adocchiò il delegato. Ne capì immediatamente le intenzioni. Prese sottobraccio il portiere. Il delegato li attendeva nello studio, appoggiato con la schiena alla libreria. Il portiere rimase in piedi sulla soglia. - Qualcuno - esordì il delegato, non smuovendo gli occhi bruni dalla parete che aveva di fronte - è stato in questo studio stanotte. Ha scassinato il cassetto della scrivania e, a giudicare dall’ordine che ha lasciato, conosceva a menadito la stanza, dal momento che sapeva cosa cercare e dove. Ci vuol dire se ha notato qualcosa di strano al palazzo stanotte? Il portiere rimase in silenzio come atterrito. - Lei possiede una copia delle chiavi di questo appartamento o sbaglio? Il delegato fissò obliquo il portiere. - Sbaglio - prendendo in quel momento una forza inaspettata - o lei mi sta accusando di qualcosa? In fondo - replicava il delegato, avvicinandosi al portiere - lei è in possesso delle chiavi, conosceva l’onorevole, le sue abitudini e i suoi movimenti, conosce questo studio; qui ogni mattina, come lei ci ha riferito non più tardi di ieri, portava la colazione e il giornale alla vittima. Il portiere tirò fuori dalla tasca dei pantaloni un fazzoletto, asciugandosi la fronte con la mano tremolante. - E va bene - piegandosi su se stesso - vi dirò tutto quello che so. La sera del delitto, saranno state le nove e mezza passate, nel cortile del palazzo arrivò un’auto. Era di un modello simile a quella dell’autista dell’onorevole, per questo non mi preoccupai più di tanto. Pensavo fosse venuto, come suo solito, a ricevere disposizioni per il mattino successivo. L’unico particolare che notai fu un lungo soprabito scuro, insolito per quella serata tiepida. Poi andai a dormire. Il portiere cominciò a singhiozzare. Ieri sera - riprese - sentii squillare, dalla finestra aperta, diverse volte il telefono nello studio dell’onorevole. Avendo le chiavi dell’appartamento, andai a rispondere. Improvvisamente, però, il telefono smise di squillare. Aspettai circa dieci minuti per vedere se avessero richiamato. Ma niente. Fu in quell’attesa che mi accorsi del cassetto scassinato. - Perché non ci ha avvisato subito? - Perché avreste pensato a me come autore del furto! Mi dispiace - concluse il delegato - ma ci deve seguire in commissariato.
Il ronzio dell’auto attraversò tutta la città, a quell’ora brulicante di voci e dei pigri suoni estivi. A un certo punto la vettura frenò di colpo. - Torni indietro, brigadiere! - fece il delegato battendo la mano sul sediolino anteriore. C’era un chiosco di giornali. Un ragazzo esibendo la prima pagina di un giornale, gridava a squarciagola: “ Rivelati i documenti segreti dell’accordo petrolifero! Tangenti intascate dall’onorevole per conto della società petrolifera Oil Company! Speculazioni edilizie, affarismo, istituti di credito coinvolti, comprate signori! Il brigadiere si fece largo tra la folla a gomitate. All’interno, in rigoroso ordine cronologico, si trovava l’elenco completo della corrispondenza tra l’onorevole e il legale rappresentante della società petrolifera, le copie degli assegni intascati, le date dei viaggi all’estero dell’onorevole, le distinte di transazioni finanziarie per l’acquisto di immobili e terreni, speculazioni edilizie condotte a nome del partito di cui il deputato faceva parte. Il delegato ricevette il giornale dalle mani del brigadiere. Prese atto di quelle clamorose rivelazioni. Rilasciò il portiere che si allontanò, sparendo quasi subito all’angolo. Andiamo in commissariato, brigadiere. Ci aspetteranno le forche! La profezia del delegato fu azzeccata. Telefonate e fonogrammi da ministri, sottosegretari, questori, esponenti di partito, affollarono il piccolo ufficio del delegato. - Eccellenza, stiamo facendo il possibile, Non si preoccupi, Sottosegretario la situazione è sotto controllo, Buongiorno Questore, non si preoccupi, nessuno attenta all’ordine costituito, La reputazione dell’onorevole verrà difesa, fin dove possibile. È una vergogna, delegato, infangare la memoria di un onesto Servitore dello Stato! La cornetta del telefono era incandescente. Fino alle quattro del pomeriggio, il delegato dovette respingere gli assalti indignati di politici, banchieri, ministri. Persino dell’ambasciatore che minacciò un incidente diplomatico tra i due paesi. La Oil Company congelò le trattative, in attesa di chiarimenti. Squallore e indignazione, tuonò un attempato tribuno in Parlamento l’indomani. Tuttavia, lo scandalo crebbe nelle settimane successive senza conoscere alcuna attenuazione. I giornali dell’opposizione promettevano nuovi scoop, nuove rivelazioni che avrebbero inchiodato l’attuale maggioranza di governo.
Il 16 giugno 1907 era una domenica. C’era un caldo che rendeva l’aria irrespirabile. Il sole era chiuso da un cielo ermetico, grigio. A dieci chilometri dalla città, in prossimità delle prime campagne, c’era un ponte. Un vecchio punto di passaggio sul fiume. L’attrito del fiammifero produsse uno strappo. Sollevando il capo, la fronte del delegato crogiolava sudore. La persona che gli aveva dato l’appuntamento tardava ad arrivare. Nei pressi del ponte c’era un’osteria all’aperto, presso la quale cominciavano a giungere i primi avventori: contadini e sparuti borghesi di città. L’ora di pranzo si avvicinava. Era rimasto solo un tavolo libero. Il delegato pensò bene di occuparlo. Si tolse la giacca, rimboccò le maniche della camicia bianca, sbottonò i bottoni iniziali del panciotto, allentò il nodo della cravatta. Deterse il sudore e ordinò un quartino di bianco all’oste. L’orologio segnava l’una in punto. Dal fondo distorto del suo bicchiere, apparve una persona. Si sedette senza parlare. Il delegato non la riconobbe. Quando capì di chi si trattava, si ritrovò un coltello infilato nel ventre.
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1099
<![CDATA[Un ermafrodito]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1098 essere umano fuori posto
Sento il mio corpo
come eterna ferita,
tristezza solitaria
e dolore
Non so chi sono
Corpo illegittimo
Corpo limite
Materia viva
in una stanza senza uscita.

Immaginando amore
sogno un posto sulla terra.
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1098
<![CDATA[Sei]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1097 Lontana
come la verità di un sogno
Evanescente
Impossibile
Mortale come il veleno
Desiderabile.
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1097
<![CDATA[A Francesco]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1096 a pranzo.
I marciapiedi sono come montagne,
le strade, abissi.
L'inverno ha bruciato le poesie.

Domando all'esperienza: chi sei?
Risponde: colei
che si dà.
Ai resti incendiati domando: chi mi cerca?
Dicono: chi non può trovarti.
Dove sono? Verso la povertà, come tutti,
dove non c'è nessuno.
E dove siete, cose
perdute?
Non importa, altre verranno.

D' improvviso, una pioggia
fittissima e sottile.
Non sembra d'essere qui.


Pasqua 2013
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1096
<![CDATA[La fabbrica]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1094 Accovacciato alle spalle di un operaio nigeriano, spunta lo zucchetto di Piero. Nonostante faccia freddo e la giornata si annunci piovosa e grigia, sul suo volto increspato dai tratti arcigni, si fa largo un piccolo sorriso. Una sorta di riflesso condizionato, un qualcosa che non riesce a controllare. Quel sorriso appena abbozzato si staglia contro il finestrino appannato dell’autobus. Tra le mani callose Piero ha un foglio di forma rettangolare, piegato in due parti. Con un gesto di rito, lo apre e quel sorriso si rinnova, ora con maggiore convinzione. In quell’istante, l’attrito arrugginito dei freni annuncia la fermata. Piero piega nuovamente il foglio. La sua sagoma arzigogolata viene inghiottita dall’asfalto nero di pioggia. Prima di entrare in fabbrica, ha il tempo di fumare un’altra sigaretta. Sono le sei. Fra mezz’ora comincia il suo turno.
C’è un particolare in questa mattinata invernale. Ai cancelli della fabbrica sembra regnare il silenzio. In genere, si sente il trambusto degli altri operai che stanno per finire il turno, o le grida assatanate dei custodi che, a modo loro, tentano di riportare l’ordine. Nel frattempo, un gruppetto di lavoratori si è ammassato all’esterno delle inferriate. C’è Turiddu, il sardo di via Novara, Ernesto, l’intellettuale di corso Marconi e Patrizio, la cui unica passione sono le donne e le corse. Le sei e mezza sono passate da un pezzo. Dalle retrovie il gruppo, infoltitosi di altri compagni, si apre in due file. Un brulicare di voci accompagna una modesta utilitaria bianca dai vetri scuri. Si ferma proprio davanti ai cancelli sbarrati, dove si trovano Piero e i suoi amici. Dalla vettura scende un uomo grasso, oppresso alla vita dal cinturone e dalla pistola di servizio. Arriva alle sbarre. Poi si volta e, prendendo fiato quel tanto che basta, sussurra: “mi spiace, ragazzi, la fabbrica resta chiusa fino a tempo indeterminato!” Un boato sembra travolgerlo, simile a un’impetuosa onda di marea. Poco prima delle sette e mezza, arrivano i poliziotti a disperdere la folla sempre più nutrita. A metà mattinata comincia a circolare la voce, tra i giornalisti appena arrivati e la gente comune accalcatasi curiosa, di una chiusura dovuta al fallimento della società proprietaria. C’è chi dice che nella fabbrica sono stati trovati documenti compromettenti, altri del materiale terroristico, altri ancora parlano di un cadavere di un operaio caduto – sembra accidentalmente – in una vasca di acido. Alcuni cronisti vagano per la folla, alla ricerca di informazioni preziose da mandare alle rispettive redazioni. Io so perché l’hanno chiusa la fabbrica – urla un vecchio, portato dalla moglie in carrozzella – . Conosco le porcherie che hanno combinato in questi anni! In breve tempo, attorno all’uomo paralizzato si forma un capannello di microfoni e luci. L’uomo tenta di ricostruire, confondendo ricordi e stati d’animo collerici, l’attività inquinante della fabbrica che, a suo dire, ne avrebbe provocato la chiusura. Oppresso dalle domande dei giornalisti, chiede di potersi allontanare. Alle nove deve recarsi in ospedale per sottoporsi alla quotidiana dialisi. Quella fugace testimonianza, tuttavia, rafforza negli addetti all’informazione la convinzione che bisognasse cercare tra quegli uomini confusi il motivo reale di quanto stesse accadendo. Alle spalle del vecchio in carrozzella andato via per i suoi reni malati, si fa largo una donna. Giovane e di bell’aspetto. Spontaneamente, si avvicina ai giornalisti chiedendo notizie di suo marito. – Ma perché, signora, anche suo marito lavora in questa fabbrica? – Sì – risponde la donna – dopo il turno di notte, mio marito torna subito a casa. Il tempo di una doccia per poi andare a letto. C’erano altri operai con lui? – chiede un cronista della testata principale della città –. Penso una decina, addetti, come mio marito, al funzionamento delle macchine di depurazione. Tuttavia, nessuno degli operai di quel turno era stato visto uscire dai cancelli.
Il dubbio, la paura, le domande, le incongruenze suscitati da questa strana vicenda si rincorrono di bocca in bocca per poi finire sui giornali. Per tutta la settimana, la fabbrica restò chiusa. Stranamente, la polizia si era limitata a controllare che non scoppiassero disordini. Non fu disposta nessuna indagine. Nessuna perquisizione dell’intero stabilimento. Il magistrato sentenziò che non sussistevano gli elementi fondamentali per procedere. Il caso della fabbrica chiusa approdò anche nei salotti televisivi. Dapprima sulle emittenti locali, dove la faccenda venne sbrigata con un “forte disagio per l’economia della città. Si attendono risvolti.” Successivamente anche le televisioni nazionali invasero la città, congestionando le poche – e inadeguate – strutture di accoglienza per inviati, corrispondenti e operatori di ogni tipo. I titoli dei telegiornali insinuavano di operai scomparsi in circostanze misteriose, di non ben precisati buchi neri nell’amministrazione dell’azienda, di possibili – ma ancora da verificare – lotte di potere per il controllo del bacino chimico-industriale della regione. Nel tramestio di voci e supposizioni, Piero notò tracce fresche di pneumatici, che partivano dalla recinzione ovest, quella più vicina al cancello principale, per scomparire qualche centinaio di metri dopo. Sulle prime, pensò che si trattasse della macchina del custode corpulento, venuto ad annunciare la chiusura dello stabilimento. Ma la sua vettura aveva compiuto il percorso inverso: dall’area est al cancello, dal momento che egli, come era suo solito, arrivava a lavoro percorrendo la Statale 45, parallela alla fabbrica. Inoltre, le strisce delle gomme erano diverse tra loro: striate, larghe e sbiadite le prime; strette, affusolate le seconde. Forse appartenute a due mezzi diversi.
Alle due del pomeriggio, tra gli operai cominciò a prevalere un certo scoramento. Piero, Turiddu e una decina se ne tornarono a casa. Altri continuavano a sbirciare verso il cortile interno, in attesa di un qualche insperato colpo di scena. Arrivò, ma non dalla fabbrica. Alle 16.05 giunse una telefonata alla redazione di uno di quei giornali presenti in città. Prese la cornetta un giovane giornalista. La linea era disturbata da un fastidioso ronzio. La voce era a tratti debole. Impercettibile. – Pronto, chi parla? In alto. Nella vasca. La voce dall’altro capo del telefono si interruppe di colpo. Per una frazione di secondo, quel ragazzo continuò a percepire un ronzio, come di olio bollente scoppiettante. Appuntò – con pessima calligrafia – il contenuto del messaggio su un pezzo di carta. A quell’ora in redazione c’era solo un collega addetto agli annunci pubblicitari e il caporedattore dello Sport. Non sapendo a chi rivolgersi, tentò di inoltrare quell’informazione al vicino commissariato. Il telefono rullava di squilli. Ma non rispose nessuno. Forse guasto. Forse al centralino non c’era nessuno. Alla fine si risolse di lasciar perdere. Poteva trattarsi anche di uno scherzo in fondo. E poi la linea era difettosa. Può darsi che lui avesse capito male o, cosa molto probabile, qualche idraulico avesse sbagliato numero, visto che nella conversazione si accennava a una vasca contenente dell’acqua. Il direttore, di ritorno da un breve week end in campagna, trovò sulla sua scrivania il foglio scarabocchiato. Convocò il ragazzo chiedendogli spiegazioni. Sbiascicando periodi confusi, riuscì a riassumere l’ordine degli eventi. Il direttore lo congedò con un’occhiata torva. Si alzò dalla sedia. Piegò la linguetta della persiana grigia. Passeggiò su e giù per lo studio, sbuffando nuvole di fumo. In alto. Nella vasca. In alto. Nella vasca. Sottovoce andava ripetendo le parole della telefonata anonima. Ritornò alla sedia. Un minuto dopo partì una telefonata. Destinazione questura. Il direttore chiese di poter conferire al questore per il giorno seguente. Gli fu risposto che era fuori città. Non sarebbe tornato prima di una settimana. Avrebbe potuto parlare con il vice questore, se avesse voluto. Ma ringraziò il suo interlocutore dalla voce rauca. Erano circa le sette di sera. Il sole moriva oltre la persiana nei rivoli striscianti delle nuvole amaranto. Dato l’incarico di chiudere il giornale per il numero dell’indomani, gli fu annunciata una visita improvvisa. Era Piero.
Per tutto il colloquio con il direttore era rimasto in piedi davanti a lui, con lo zucchetto di lana che gli copriva i polsi rachitici. Accennò al particolare degli operai del turno di notte scomparsi, alle tracce di ruote all’esterno della fabbrica. Tuttavia, fu un altro il passaggio del suo discorso che richiamò l’attenzione del direttore. Piero accennò a voci che aveva sentito durante le contestazioni dei giorni scorsi. Voci che insinuavano di gestioni ingarbugliate dell’azienda chimica e di uno strano incidente, avvenuto nel settore delle vasche di filtraggio. Ma Piero ebbe premura di chiarire che erano soltanto voci e che, secondo lui, molto più interessante era concentrare l’attenzione sulle tracce dei pneumatici. In alto. Nelle vasca. Il direttore ebbe un sobbalzo. Spingendo gli occhi miopi oltre le lenti rotonde, sollevò il capo. – Voglio indagare su questa faccenda! E tu Piero mi aiuterai – concluse secco. – Ma io.. – Tu mi accompagnerai in quella fabbrica stanotte, intesi? – Non è possibile, direttore. Se ci scoprono passeremo un guaio! – Il direttore gettò le lenti sulla scrivania. Mosse verso Piero e lo invitò a sedersi. – Senti Piero, non saresti venuto fin qui a prospettarmi ipotesi, se non fossi anche tu convinto che in questa storia qualcosa non torna. L’unico modo per scoprirlo è entrare in quella maledetta fabbrica. Anche perché esiste un legame, ne sono certo, tra la scomparsa dei tuoi compagni operai e la telefonata. – Quale telefonata? – interruppe Piero – La telefonata anonima arrivata in redazione due giorni fa, quando io non c’ero. Tu sai come poter entrare nello stabilimento senza destare sospetti. Agiremo stanotte, a l’una. I due si lasciarono.
Alle 00.30 sotto casa di Piero era parcheggiata un auto. Alle 00,45 arrivò Piero, vestito in maniera trasandata. Il direttore lo invitò a salire con una certa fretta. Poi la macchina partì percorrendo la stessa strada che Piero faceva ogni giorno per andare a lavoro. 01,45. I fanali lunghi dell’auto illuminarono i catenacci avvinghiati al cancello. La vettura scivolò a fari spenti sul retro. Lì si sarebbe potuto scavalcare un muretto recintato. 02,15. I due uomini entrarono nel cortile, alle spalle del cancello ovest. – Dove si trovano le vasche di filtraggio? – chiese il direttore. – A circa duecento metri. Area 1 settore B. Intanto venne giù una pioggia fragorosa. Riuscirono a stento a ripararsi sotto una copertura di ferro che sosteneva le scale. Le vasche erano disposte in successione, separate su tre livelli. In alto. Nella vasca. – Ci toccherà guardarle tutte, maledizione! – esclamò Piero, fradicio di pioggia – . No. Solo quelle poste ai livelli superiori – fece notare il direttore. Le vasche avevano una forma cilindrica, con una scaletta laterale su ogni lato. Esaminato il primo livello, i due uomini si divisero i compiti per facilitare le ricerche. – Ma, precisamente, cosa siamo venuti a cercare, direttore? – Non lo so, Piero! So solo che qui troveremo qualcosa. Si sentivano i passi del direttore battere sul pavimento gratinato di acciaio. Le vasche controllate da Piero erano vuote. Cosa che non lo sorprese. Se è vero, infatti, che gli operai erano scomparsi la notte stessa del loro turno in fabbrica, era lecito pensare che avessero terminato il loro lavoro con il filtraggio e la depurazione dei liquidi. Nell’istante in cui Piero si avvicinava all’ultima vasca da ispezionare, l’ordine dei passi dal piano superiore cominciò a coincidere con il suo. Vide del sangue scendere a gocce lente dal piano superiore. Non attese che la voce del direttore lo avvertisse. Corse a perdifiato per le tre serie di gradini che lo separavano da lui. Trovò il direttore sospeso sulla scaletta, inclinato su un fianco. All’interno della vasca lo spettacolo fu raccapricciante. Nel liquido di colore verdastro, galleggiava supino un uomo in un nugolo di fogli. Piero lo riconobbe dai pochi tratti che erano stati risparmiati dalla furia disgregatrice delle sostanze chimiche. Era il presidente della società proprietaria.
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1094
<![CDATA[Due sorelle]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1093 Ha già imparato a prendersi tempo, a non avere fretta. Si è trasferita da poche settimane nella sua confortevole casa indipendente che, benché non troppo grande, ha davanti a sé un giardino ampio, e intorno, nulla: folte piante e tanti arbusti lo abitano; gli alberi d’arance e di limoni, le palme, gli oleandri colorati, e adesso anche le mimose, che emanano il suo odore preferito, rendono il piccolo bosco un luogo accogliente e bello. Caterina sta qui, ora presente ora assorta. Decide, a un certo punto, di continuare la lettura del romanzo che ha lasciato la sera prima appoggiato sul tavolino di legno intarsiato: L’ Immortalità di Milan Kundera. Il racconto dello scrittore ceco l’ha già persuasa, quando entra in scena un personaggio nuovo, la sorella di Agnes, la figura principale del libro.
Con un sobbalzo si ricorda del compleanno di sua sorella. D’un tratto si rimprovera di averlo completamente ignorato e si rammarica perché ora non avrà nemmeno il tempo di scegliere per Renata un regalo adatto ai suoi gusti! La chiamerà tra poco, pensa tra sé. Continua a leggere ma intanto questa piccola amnesia, apparentemente insignificante, produce un effetto inaspettato: il remoto senso di colpa porta Caterina ad interrogarsi sul suo ruolo nel personaggio di sorella maggiore. Avverte un bisogno quasi estraneo di far ordine, di rendere meno rigidi quei confini che non lasciano scoprire l’ altra parte. Rientra in casa per pochi minuti; di nuovo in giardino, seduta china, prende qualche nota, come a non voler dimenticare un’ intuizione importante.
È decisa a scrivere a Renata una lettera che ha un valore molto più grande di un regalo, una lettera come dono. Tenterà di scrollarsi di dosso il perenne senso di vuoto per non essere riuscita a costruire un dialogo con l’ unica sorella; confiderà a Renata i suoi dispiaceri per essersi allontanata da lei senza cercare neanche di avvicinarsi; proverà a recuperare il loro rapporto, intuendo che i limiti sono solo della lingua e nella lingua. Caterina pensa che tra due sorelle ci sia una comprensione unica, al di là di tutto, e certamente non perché siano strette da un legame di sangue.
Si chiede se anche Renata attribuirebbe questo “fallimento” alla debolezza della comunicazione oppure se, per esempio, lo lascerebbe dipendere dai loro differenti caratteri, differenza del resto inevitabile. Ma poi, che cos’è il carattere? È soltanto una serie di caratteristiche di un individuo, una mera apparenza? Quanti tipi di carattere esistono? Possono essere davvero inconciliabili? Il carattere è stabile? E in quale modo, altrimenti, si lascia plasmare rispetto all’ ambiente, all’ altro? Caterina considera per un attimo il proprio carattere, talvolta introverso: lo accusa di averla resa troppo spesso misurata, povera di linguaggio.
S’accorge che è passato molto tempo da quando si è abbandonata ai suoi pensieri, alla sua immaginazione. Il sole è diventato una sfera infuocata e sta lentamente scomparendo via. Caterina è vagamente serena nello scoprire che è sempre possibile trovare una soluzione, attraverso la comunicazione, ora sentita come cura e rimedio. Afferma, nonostante tutto, il valore della parola. Inizia a imbrunire e l’aria è appena fredda, l’odore di terra umida è intenso. Ora, dell’intorno riesce a scorgere soltanto le sagome delle cose.
Caterina raccoglie le sue cose per tornare dentro casa.
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1093
<![CDATA[Abbandono in 6 movimenti]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1092 l'ultimo abbaglio del tuo viso.

Le parole ardono,
attaccate al palato.
La mia lingua senza più
una patria, presa
da un'intuizione d'amore,
sensazione non sbocciata.

Non sono riuscito ad accompagnarti
fino agli ultimi confini del mio cuore.

E se fosse possibile farsi ferire
dal niente, giusto per non lasciar seccare
le illusioni, io questo l'ho fatto.

Lascia andare il momento,
che fugga senza lasciare una scia,
che non leghi ancora ciò che non è.

La frase mi brucia in bocca,
a definire i contorni
della ferita che si apre.
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1092
<![CDATA[Otto marzo]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1091


Aria densa opprimente
come un abito vischioso
fascia il suo corpo.
Nel cuore aleggia il mistero.
Le arance sono mature
una mimosa inattesa
smorza il tempo incessante.
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1091
<![CDATA[Non ti avrei detto]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1090 cose di me
se non mi avessi raccolta
in un cesto di rami.

Mi hai parlato piano,
o forse
era solo un respiro arrivato
al mio cuore.
Ti ho inventato,
ma tu sei all’estremità del mondo.

Come l’ombra di marzo
dagli occhi di corallo,
ti ho dato un volto che non stanca mai,
un profumo d’anice
per ciò che si vive e per ciò
che si muore.

Com’è bello vederti
incarnato nel profondo,
e muto,
denso
della notte.
Mi fai compagnia fino
alle prime luci del giorno,
poi,
aspro, il vuoto torna...

Tra striature dell’alba
restano cenni d’amore.
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1090
<![CDATA[Scià mat]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1089
«E voi, Sheldon, che ne pensate?» chiede Jackson dall’altro capo del tavolo.

«Che ne penso di cosa?»

«Di quel che si diceva con Charlotte…»

«Chiedo scusa… ero sovrappensiero…»

Lord Sheldon appare stanco e provato.

«Anzi, se permettete, vado a riposare. Vogliate scusarmi.»

Il padrone di casa si ritira, e i due amanti rimangono soli.

«Jackson, credi che sospetti qualcosa?»

«Sospettare? Il vecchio ha capito tutto.»

«Quel maledetto! Può accusarmi di adulterio e sbattermi in mezzo a una strada! E questo è un rischio che non voglio correre!»

«Non lo farà.»

«Come fai ad esserne così sicuro? Hai appena detto che…»

«L’ho drogato».

«Tu… cosa hai fatto?»

«Non ho avuto scelta. Hai idea di cosa accadrebbe se la nostra relazione venisse scoperta? Non sei la sola a correre dei pericoli. E poi l’ho fatto per noi, per il nostro futuro insieme.»

La donna, frastornata, rivolge un’occhiata interrogativa al suo amante, che prosegue:

«Ascoltami bene, perché da stanotte non sarai più la Signora Sheldon, ma la vedova Sheldon. Tu pensa a recitare la tua parte che io penserò alla mia… E abituati alla vedovanza, perché presto ci saranno i funerali di tuo marito.»

Un misto di eccitazione e timore riecheggia nella voce della vedova:

«Jackson… quello che stiamo per commettere non è omicidio, vero? Insomma, lui sarà ancora vivo quando noi lo…»

«Naturalmente! La droga che gli ho messo sul bicchiere non è letale, serve solo a dargli quella rigidità muscolare sufficiente a farlo sembrare morto. È un piano perfetto, nessuno ci scoprirà»

«Ma sei sicuro? Mio marito è molto ricco, c’è un’immensa fortuna in gioco e le autorità chiederanno sicuramente di vedere il corpo! E allora lo esamineranno e…»

E l’uomo, sornione, spiazza la sua amante:

«Anche se a scrivere il certificato di morte sarà il medico più brillante in circolazione?»

«Hai pensato già a tutto, dunque…»

«Certo, te l’ho detto che con me sei al sicuro.»

Ora anche la donna sorride.

«Vieni, Jackson… Vieni qui e dammi un bacio…»



«Pronto con gli elettrodi?»

«Sì, professore. Sono pronto.»

Il professor Alonysius e il suo assistente Gork abbassano le leve all’unisono. Scintille e scariche elettriche si propagano nel laboratorio. Ma gli effetti dell’esperimento non sono quelli auspicati. Il risultato dell’operazione, infatti, non è che un forte puzzo di carne bruciata.

«No… No… Non è possibile… Ho fallito di nuovo…»

«Forse dovremmo smetterla di provare a resuscitare i morti, professore. È già il terzo esperimento fallito, questa settimana…»

«Logico! Non fai che portarmi dei cadaveri troppo decomposti!»

«Calmatevi, professore. Se continuate a farvi venire il sangue amaro ogni volta che sbagliate, vi ammalerete…»

«Omuncolo impertinente! Che ne sai tu di scienza?»

«Ma, professore, ormai non fate più parte della comunità scientifica e…»

«Quei buffoni mi hanno cacciato via come un lebbroso! Ed io voglio rientrarvi dalla porta principale! Esserne riammesso con tutti gli onori!»

«Questo allora vuol dire…»

«Vuol dire che riproveremo finché non sarò riuscito a vincere la morte!»

«Professore, perdonatemi, ma andando avanti di questo passo finiremo per svuotare il cimitero…»



Lord Sheldon giace nel suo letto, rigido, immobile. La vedova è impressionata dall’innaturale fissità di quel corpo.

«Sembra morto…»

«Dici bene, mia cara. Sembra morto, ma ti assicuro che è vivo e vegeto. E che può ancora provare dolore, freddo, fame, paura. In questo momento, ad esempio, ci sta ascoltando.»

Detto questo, il dottore estrae un grosso ago dalla borsa.

«Caro, non capisco cosa vuoi fare…»

«Una prova. Solo un’ultima prova.»

«Non vorrai…»

«Voglio controllare che non finga. Che la droga sia stata davvero efficace.»

Jackson punge il nobiluomo ad un piede. Poi ad un braccio. L’enorme ago, delle dimensioni di uno spillone, penetra le carni, infilzandole. Terminata la sua verifica, Jackson pulisce lo strumento dal sangue e lo ripone nella borsa, ancora aperta, posta ai piedi del letto.

Negli attimi in cui ha assistito alla macabra operazione, Charlotte ha già avvertito la vedovanza. Ma quando il suo sguardo incrocia quello del marito, è costretta suo malgrado a prendere piena coscienza di ciò che sta accadendo. Negli occhi di quell’uomo immobile, infatti, c’è vita. Charlotte lancia un grido e si ritrae inorridita, ma il dottore la stringe per le spalle e la invita a farsi forza.

«Non era forse quello che volevi? Liberarti di lui per sempre? Ebbene: ora sei libera. Siamo liberi. Il nostro amore è finalmente libero. Dovremo solo rispettare il lutto per un po’, e poi ci sposeremo. Guardalo, non devi aver paura di lui: non può farti niente.»

Charlotte si riavvicina al letto e guarda il suo inoffensivo marito.

«Sei morto, finalmente…» sussurra. Poi, improvviso, un moto di rivalsa la pervade. E di colpo i sussurri diventano grida:

«Sei morto, morto! Ti odio! Ti seppelliremo vivo! Maledetto!»

In preda all’ira e all’isteria, la donna afferra lo spillone dalla borsa ancora aperta.

E dà sfogo a tutta la sua frustrazione.



«Dannato professore! Un altro cadavere! Se qualcuno mi becca… mi tocca la forca…»

È notte. Gork è di nuovo al cimitero, con la sua pala e la sua lanterna. Brontola, mentre scava.

«Almeno le sepolture recenti hanno un terreno morbido, più facile da smuovere…»

La pala tocca finalmente la bara.

«Guarda un po’… Questo qui ha davvero un bell’aspetto, mai visto un cadavere più bello… Il professore sarà contento…»

Ma, al laboratorio, la reazione di Alonysius non è quella auspicata.

«Sei impazzito? Rispondi!»

«Ma, professore, non siete stato voi a rimproverarmi affinché vi portassi dei cadaveri freschi? Ebbene, cos’ha questo che non va? A me pare molto ben conservato e…»

«Cane! Non vedi i segni sul braccio? I segni del vaccino? Mi hai portato il cadavere di un nobile! Vuoi farmi impiccare?»

«Capisco la vostra costernazione, ma pensate invece a ciò che accadrebbe se riportaste in vita un aristocratico, e alla gloria che ne seguirebbe…»

La replica di Gork, quanto mai arguta, è più che sufficiente a placare l’ira dello scienziato.

«E sia! Mettiamoci all’opera, dunque. Pronto con gli elettrodi?»

«Sì, professore. Sono pronto.»

Stessi gesti, stessa procedura. Una prassi che le mura del laboratorio conoscono fin troppo bene. Ma stavolta l’esperimento ha un esito diverso.

«Uh!…» Il nobile spalanca gli occhi e cerca di articolare dei suoni. Guarda i due uomini, che lo fissano di rimando, esterrefatti. A rompere il silenzio è Alonysius:

«State giù… Non agitatevi… Adesso ci occuperemo noi della vostra salute…»

Bastano pochi minuti per ristabilire l’uomo tornato dalla morte.

«Ascoltatemi, professore. Debbo dirvi qualcosa.»

«Per carità, non ringraziatemi… Il miglior modo di ripagarmi sarà accettando di venire con me a un congresso medico. Lì vi mostrerò a tutti e…»

«No, debbo spiegarvi… Non è giusto che voi crediate…»

«Ma non capite? Vi ho riportato alla vita! Ora quei cani della comunità medica dovranno rispettarmi! Soprattutto quel maledetto che mi ha dato del pazzo… il dottor Jackson!»



L’indomani, all’università, l’aula è gremita. Come sempre, quando è Jackson a conferire.

«Signori, buongiorno. Come vostro Presidente, mi riprometto di raggiungere presto qualche risultato…»

«Io l’ho già ottenuto!»

A interrompere la conferenza è lo scienziato pazzo.

«Tu?»

«Io, esatto. Proprio io. Il disgraziato, lo stupido, il pazzo…»

«Alonysius, vuoi fare il pagliaccio? Ci hai già fatto ridere abbastanza in quest’aula, l’hai dimenticato? O credi che questo sia un circo?»

Tutti ridono. Jackson eccelle nell’arte di ridicolizzare i suoi avversari. Ma Alonysius non si scompone e non cade nella provocazione. Oggi non ha l’aria stravolta di sempre. Appare anzi calmo, pacato, sicuro di sé. Quasi affascinante. Poi, improvviso, l’annuncio:

«Sono riuscito a vincere la morte.»

Risate. Ancora risate. Tante risate.

«Fate bene a ridere. Da oggi la morte farà soltanto ridere. Il caso che vi presenterò è al di sopra di ogni sospetto, visto che il certificato di morte è stato firmato dal vostro stesso Presidente. Volete farmi il favore di entrare, Lord Sheldon?»

«Ma che…?»

Jackson trema. Charlotte, seduta in prima fila, impallidisce.

«Mio Dio…» sussurra la donna, con un filo di voce.

«Ti saluto, mia cara. Sono tornato.»

«Dio… Dio… Dio…»

«Non vedo l’ora di essere di nuovo a casa. Da solo con te.»

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*Scià mat è l’espressione persiana dalla quale deriva “scacco matto” e che letteralmente vuol dire “il re è morto”, “il re è stato catturato”.
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1089
<![CDATA[Quale musica, mia solitudine?]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1088
ma

la solitudine ci rende somiglianti:

magnifica

le nostre rughe

come filari di antiche vigne.


La penombra

schiude

aquiloni d’indifferenza.

Dopo che bufere e brine

hanno mutato la forma della vigna,

il contadino non dispera,

con calma lega i rami superstiti.


La luna, col suo occhio di perla,

addormenta la memoria senza fondo.


La solitudine ci riunisce

con le foglie nel suo orto.

Le parole si spengono piano.


Restare in ascolto

è la nostra ricchezza.




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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1088
<![CDATA[Metamorfosi dell'amore]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1087
sapevo solo di amare,

ma non sapevo come amare.

Ora so che l’amore

è stendersi ai piedi di un albero

attendere che una foglia cada

e ti copra per un istante gli occhi.


Non ho rimpianti per ciò che ho perso.

Sono in ascolto del respiro della vita.

Vivo ogni giorno

come chi assapora, per un istante,

la dolcezza della fragola.
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1087
<![CDATA[Intervista ad Andrea Corona]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1086

Il “problema mente/corpo” (“mind/body problem”) e il dibattito fra “scienze cognitive”, “neuroscienze cognitive” (che sono ben altra cosa dalle prime) e filosofia della mente. Senza entrare troppo nello specifico, quel che mi sento di dire relativamente a questo lavoro di tesi è che accostarsi alle cosiddette “scienze della mente” vuol dire innanzitutto imbattersi in una miriade di autori, testi e discipline delle più disparate. Non è semplice, soprattutto per un neofita, raccapezzarsi in questa selva di filosofi, scienziati, biologi, psicologi, informatici e antropologi.
Il lavoro che ho svolto è stato in primo luogo quello di mettere un po’ d’ordine in questa che definirei una “neuro-babele”, separando con cura l’ambito delle scienze cognitive da quello delle neuroscienze. Le prime, infatti, hanno come oggetto di studio la cognizione e la manipolazione simbolica, e cioè la capacità di un qualsiasi sistema, naturale o artificiale, di conoscere e di comunicare informazioni a se stesso e agli altri. Ecco perché le scienze cognitive comprendono, da un lato, scienze umane come la psicologia e la linguistica e, dall’altro, scienze computazionali come l’informatica e l’intelligenza artificiale. Ben diverse, dicevo, sono invece le neuroscienze cognitive, le quali studiano la base materiale della mente umana, e quindi il cervello e il sistema nervoso centrale.


Come mai hai scelto per le tue lauree, triennale e magistrale, “L’Orientale”? Eri interessato ai rapporti Occidente-Oriente o piuttosto al tema della ”comunicazione”?


Ad entrambi. Quanto ai rapporti Occidente-Oriente, molti anni fa lessi il bellissimo libro “Psicoanalisi e buddhismo zen”, un volume edito in Italia da Astrolabio e comprendente saggi di Erich Fromm, Richard De Martino e Daisetzu Teitaro Suzuki. Ebbene, “L’Orientale” è un Istituto molto sensibile a queste tematiche e in generale al ponte tra lo spirito dell’Oriente la cultura dell’Occidente. Non a caso, nel maggio del 2010, presso la sede di Palazzo Du Mesnil in Via Chiatamone, fu organizzato un incontro proprio su questo tema: un’intera giornata di studi su psicoanalisi e buddhismo cui prese parte anche Anthony Molino, un allievo di Richard De Martino.
Un intervento molto bello e profondo, che difficilmente dimenticherò, fu poi tenuto da Mauro Bergonzi, autore spirituale di primo livello nonché docente, proprio all’Orientale, di “Psicologia generale” e “Religioni e filosofie dell’India”.
Quanto alla comunicazione, invece, ho scelto un corso di laurea in “Filosofia, Politica e Comunicazione” che, oltre a gettare uno sguardo sull’Oriente, trattasse tematiche di grande attualità e rilevanza quali l’etica della comunicazione e la strumentalizzazione politica dell’informazione. Un esame molto bello, a tal proposito, fu per me quello in “Etica della comunicazione”, con un programma dedicato a “1984” di George Orwell.


Quali le tue impressioni sull’insegnamento della Filosofia all’Orientale? Quali i corsi che hai frequentato?


L’insegnamento della Filosofia all’Orientale ha certamente subito un grave danno a seguito dell’esclusione, alcuni anni fa, della filosofia antica dalla didattica dell’Ateneo.
Ripensando alle cose belle del mio percorso di studi, invece, oltre ai già citati corsi di “Psicologia generale” e di “Etica della comunicazione”, aggiungo ora che uno dei più bei corsi che abbia mai frequentato fu probabilmente quello su Nietzsche tenuto dal professor Horst Künkler nell’anno accademico 2005-2006. Künkler, che oggi non c’è più, era un filosofo tedesco allievo di Hans-Georg Gadamer. Docente di “Storia dell’estetica”, Künkler tenne molti bei corsi, con programmi su Heidegger, su Kafka e, appunto, sul rapporto tra estetica e “volontà di potenza” in Nietzsche.


Qualche docente che ti abbia maggiormente interessato?


Senza alcun dubbio Mauro Bergonzi, che ho continuato a seguire anche dopo gli studi e che ad oggi è un mio grande amico. Durante le sue lezioni il professor Bergonzi parla direttamente al cuore degli studenti, inducendoli, con semplicità e naturalezza, a guardare e soprattutto a scavare dentro se stessi. Prima di conoscerlo, nella primavera del 2003, ero già appassionato di psicanalisi e in parte di spiritualità, quindi con me il professore, come si suol dire, ha sfondato una porta aperta. Insomma, sono molto grato e affezionato al professore e ai suoi insegnamenti.


Come descriveresti l’ambiente studentesco dell’Orientale? Vi hai stabilito amicizie? Rapporti di collaborazione e d’interscambio culturale? Insomma: un ambiente vivo?


Decisamente. L’ambiente studentesco è molto variegato e non tutti gli studenti sono egualmente motivati, ma per quella che è stata la mia personale esperienza posso affermare che fra gli studenti dell’Orientale vi è una grande curiosità, unitamente a una sana vivacità intellettuale e culturale. Molti miei ex compagni di studi sono oggi miei colleghi e collaboratori, oltre che amici. Alcuni conducono trasmissioni radiofoniche sui libri, altri sono diventati traduttori o giornalisti, altri ancora scrittori o editori. In definitiva, quel che mi sento di dire è che i tempi saranno anche difficili, ma non basteranno dieci o venti “crisi” a piegare la volontà e la passione di quanti amano lo studio e si prodigano in favore della cultura.


Il tuo interesse per la filosofia era nato al Liceo Classico che hai frequentato? (Mi sembra che sia il Liceo “Adolfo Pansini”, del Vomero: quella di Adolfo Pansini è una bellissima figura di giovane eroe, che morì durante le Quattro Giornate di Napoli…)


Esattamente. Non è un caso che la sede originaria del Liceo “Adolfo Pansini” fosse ubicata al Vomero, e precisamente in Piazza Quattro Giornate. Ed è stato qui che ho iniziato a scrivere. La mia prima esperienza con la scrittura risale infatti al periodo 1999-2001, quando curavo una rubrica di cinema su “il Mald’estro”, il bollettino scolastico realizzato in collaborazione con gli studenti e i docenti del Liceo.
Un incontro determinante e di grande impatto, che ha certamente dato una direzione e una destinazione più precisa alla mia vita intellettuale, è stato, poi, quello con il professor Maurizio Zanardi, nell’autunno del 1999. Oltre ad insegnare Storia e Filosofia, Zanardi è anche il direttore della casa editrice Cronopio. La sua influenza sulla mia personalità dev’essere stata molto forte, dato che, ad oggi, mi ritrovo a mia volta a lavorare nell’editoria e a frequentare ambienti filosofici. Le prime presentazioni letterarie che ho seguito, infine, sono state proprio quelle relative ai libri e alle riviste pubblicate da Cronopio.


In un tuo curriculum, che ho avuto modo di leggere, indichi tra i tuoi “desiderata” un lavoro nel campo della filosofia, della critica letteraria o dell’editoria. Vuoi dirci qualcosa di più in merito?


Con piacere. Oggi collaboro con una casa editrice, con una rivista letteraria e con una rivista filosofica; e il mio sogno sarebbe quello di trasformare queste collaborazioni in impieghi veri e propri. In particolare, mi piacerebbe diventare direttore di collana all’interno di una casa editrice, e curare magari una collana di saggi filosofici. Al momento, comunque, curo la rubrica “Zoom” per la rivista di Francesco Colia e Antonella Foderaro “Filosofi per caso – Rivista di filosofia metropolitana”. “Zoom” è una rubrica di approfondimenti filosofico-letterari e vi ho pubblicato dei saggi brevi sull’assenza di Godot e sulla scansione temporale ne “L’ultimo giorno di un condannato a morte” di Victor Hugo .


Nel 2009 hai pubblicato “Giochi ringhistici. Perché il professional wrestling è il gioco per eccellenza”. Quale la tesi di questo libro?


Molto volentieri. “Giochi ringhistici” è un’espressione che sintetizza l’idea portante dell’intero saggio, e cioè il riferimento alle categorie ludiche e filosofico-linguistiche del secondo Novecento, applicate poi all’ambito del professional wrestling. Negli ultimi anni il dibattito sul significato del gesto nel gioco e nello sport si è molto evoluto e ampliato, sicché la concezione di gioco che emerge dai nuovi studi non è più semplicistica (gioco come mera “ricreazione” o parentesi della “vita reale”), bensì sospesa tra agonismo, violenza, maschera, spettacolo, recita ed esibizione, che si intersecano fra loro secondo equilibri variabili. Vale a dire che il dibattito, rispetto al passato, è stato arricchito dall'introduzione di nuove tematiche, quali: passaggio dal gioco innocuo al gioco pericoloso, infrazione della regola come regola, promozione dello sport come intrattenimento di massa e come veicolo di messaggi para-politici, logica delle relazioni e analisi psico-sociale del ruolo dei compagni di gioco – sempre in bilico tra l'essere amici e nemici, complici e avversari. Ebbene, si noterà come tutti questi temi, nessuno escluso, aderiscano perfettamente al wrestling, e lo facciano senza alcuna forzatura, ma aiutando anzi a comprenderlo.
Più precisamente, comunque, “Giochi ringhistici” intende richiamare l’espressione di Ludwig Wittgenstein “Giochi linguistici”, designando, con ciò, non soltanto l’utilizzo ludico del linguaggio verbale, bensì gli infiniti usi dei linguaggi, verbali e gestuali. Infiniti perché, secondo l’intuizione del filosofo austriaco, il significato delle parole – come pure quello dei gesti, delle azioni e delle reazioni – sta nel loro uso. Un uso che non prescinde mai da un preciso “contesto d’uso”, ovvero dalle modalità entro cui i gesti vengono compiuti e le frasi vengono pronunciate, nonché dagli scopi perseguiti nel compierli e nel pronunciarle. In altri termini: il significato di un gesto, quale che sia (schiaffo, carezza) non può venir cristallizzato come quello di un oggetto che venga esposto in un museo e descritto con l’ausilio di un relativo cartellino; giacché molti significati dipendono dagli usi inediti che noi stessi, i fruitori dei linguaggi, facciamo di volta in volta quando interagiamo. E ciò vale per le interazioni di gioco come per quelle di non gioco.


So anche che è in preparazione un secondo volume, “Neuro dunque sono”. Riguarderà la neurofilosofia e quindi il dialogo interdisciplinare tra scienze cognitive, neuroscienze, bioetica e filosofia. Un tema estremamente complesso…


“Neuro dunque sono” sarà una rielaborazione, in chiave ampliata, della tesi di laurea specialistica.
Rispetto alla tesi, infatti, aggiungerò una sezione di approfondimento sulle scienze cognitive dal titolo “Penso dunque sono. Da Cartesio alla macchina di Turing”, e una sezione di approfondimento sulla “neuroetica” e sulla “neuroanatomia della morale” – con riferimenti, fra gli altri, a Gerald Edelman, Daniel Dennett e all’italiano Eugenio Lecaldano – dal titolo “Neuro dunque sono. La scommessa della neurofilosofia”. Il tema è in effetti molto complesso, ma ho già fatto leggere il dattiloscritto a diverse persone, suscitando l’interesse di alcuni editori napoletani e romani, e spero possa venirne fuori un bel libro.


Sei molto attivo online, in varie riviste. Puoi dirci qualcosa sulla diffusione di tali riviste? Il dibattito, che vi si svolge, è vivace? Stimolante? Quale rivista di filosofia o di letteratura consiglieresti?


Il web viene spesso associato a contenuti deliranti e autocelebrativi, ma questi, che pur ci sono, non delineano certo la vastità della Rete e non rendono giustizia a quanti ne fanno buon uso. Fra questi ultimi, vi sono certamente i redattori e le redattrici di riviste online quali “Filosofi per caso” (che, come detto sopra, ha anche una versione cartacea), “Arteggiando” (che ospita miei articoli di estetica e di ermeneutica), “Racconto Postmoderno”, “Sognando Leggendo” e “Temperamente”. Queste ultime tre, in particolar modo, godono di un dibattito assai vivace.
“Racconto Postmoderno” è il sito della Corrente letteraria degli “Alieni Metropolitani”, di cui sono membro (insieme a Giorgio Michelangelo Fabbrucci, Raffaella Foresti, Marco La Terra, Ilaria Bonfanti, Thomas Ticci e Carlotta Susca). Si tratta, in breve, del sito di riferimento del postmoderno in Italia (come si evince anche dal riferimento al sito presente alla voce “Postmodernismo” dell’enciclopedia virtuale “Wikipedia”).
“Sognando Leggendo” è pure, a suo modo, un blog molto noto. Curato dalla vulcanica Debora Magini, ha attualmente uno staff di quasi quaranta persone, e devo dire che questo sito mi ha davvero aperto gli occhi: le ragazze del blog leggono tantissimi libri, a testimonianza della falsità di certe affermazioni e generalizzazioni sul rapporto tra i giovani e la lettura. Essendo il capo editor del sito, nonché recensore a mia volta, posso affermare che i giovani lettori sono molto attenti e competenti e, grazie anche al dibattito sul web, conoscono molto bene l’editoria italiana, anche nei suoi aspetti medio-piccoli.
Infine, come dicevo, c’è “Temperamente”, il mio sito preferito. Nato nel 2010 dalla fantasia e dall’inventiva di un gruppo di studentesse universitarie di Bari, “Temperamente” è forse la rivista letteraria online più completa. Qui infatti si trovano recensioni di ogni genere (narrativa, saggistica, poesia, graphic novel, letteratura per l’infanzia e recensioni in lingua straniera con traduzione), interviste agli autori e persino quiz letterari per ragazzi (divertenti quiz a tempo, con punteggi e classifiche, su un autore, un’opera o un genere letterario). “Temperamente” è, in breve, un trampolino di lancio e una grande vetrina, e posso solo esprimere gratitudine nei confronti delle redattrici Angela Liuzzi, Azzurra Scattarella, Glenda Gurrado, Simona Leo e Susanna de Candia.


Ritorniamo a “L’Orientale”. Secondo te, gli interessi letterari sono forti tra gli studenti dell’Ateneo? Vi circola molta creatività? Quali le tue impressioni in merito?


Assolutamente sì! Insieme agli studenti e agli ex studenti dell’Orientale sto portando avanti, in tal senso, un bellissimo progetto. Mi riferisco alla rivista di critica letteraria “Lab/Or – Letteratura e dintorni”, di cui sono uno dei redattori. La rivista ospita e accoglie contributi quali racconti, recensioni e saggi critici da parte degli studenti e, come detto, è altresì curata dagli stessi studenti. Inoltre, collaboro con la casa editrice “Oxp – Orientexpress” di cui è presidente Aniello Fioccola, il quale è attualmente un laureando dell’Orientale. Aniello ha la mia età – è dunque giovane anch’egli – ma è molto colto e sensibile; una persona con la quale è bello condividere esperienze sia professionali che umane.
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1086
<![CDATA[L'ospite]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1085 A lasciarlo fare,
sarebbe questione di tempo.
Non so quanto.
Ascolto qualunque trafittura del corpo,
combatto di posizione,
con signoria crescente dei tempi d’attesa,
ma anche d’assalto: arma bianca,
ferite, divaricatori,
sfrigolìo, carne bruciata –
attacchi di chemio, a volontà.
Vittima mansueta,
mi dispongo e ricompongo.
Qualche volta il dolore mi tocca.
Più spesso, no.




16.12.2012
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1085
<![CDATA[Il mio compagno]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1084 dal giorno del mio arrivo.
Si esprime a gesti fermi e solenni,
come un capo.
Un familiare è sempre accanto.

I primi giorni ha cercato di alzarsi, cadendo, imprecando
contro tutto.
Un amico muratore viene a raderlo, la sera.

Dorme ora in un mondo di sogni di morfina,
a volte lamentandosi;
forse sogna di quando, da piccolo,
costruiva aquiloni.

Giace il grande corpo abbandonato,
in cui s’ aprono piaghe,
sotto i bracci metallici della chemio, dei lavaggi,
dei cateteri, nel caos d’interruttori e tubi,
di plastiche, infermieri e amici in visita.

Nella stanza accanto, una suora malata
a volte piange con la piccola voce bianca.

Sui tratti del volto, sovrapponi facilmente
il Cristo sofferente.
Vedi come le immagini sappiano di noi,
e come possa sollevarsi oltre la stanza d’ospedale
il compagno, che resta
qui, davanti a te.
Molta scelta non v’è: segui un messaggio di salvezza,
e unisciti ai fedeli, nella cappella in fondo –
oppure sostieni l’assurdo universo,
che qualche volta ti assale – e, in ogni caso, devi.

Trova un senso alle cose, che voli
come aquiloni.


Napoli, 7.12.2012
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1084
<![CDATA[Stanza di passaggi]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1083 Uno dorme da giorni sonni di morfina.
Le cellule maligne
ormai quasi inseparabili da lui
hanno preso le ossa e le carni.
L’altro sostiene le dosi terribili del farmaco
arancione.
È migliorato di molto, in cento giorni.
Il suo lavoro stenta – la moglie
è sola con le cose.
Quando viene, discutono. A volte,
sommessamente, piangono.
Là il dolore, qui
la speranza si alterna allo sconforto.

Essere qui, nel punto dei passaggi,
è vedere te stesso, e gli uomini,
come nuvole sospinte e scompigliate
dal vento.
Qualcuno passa di qui per andare,
altri resteranno.
Più che il dolore, o la speranza,
sento la fratellanza.

7.12.2012
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1083
<![CDATA[Sembra unita la sua storia]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1082 Sembra unita la storia di mio padre,
a volte, alle vite di noi figli,
come una sorte che ci accompagna.
Neanche un mese
da che si seppe – il male lo fermò.
Ricordo il dolore di mia madre,
i veloci giorni che seguirono.
Era dicembre, cinquant’anni fa.
Qui, dove sono adesso,
medicine tossiche a litri
mi attraversano le membra, fermandosi ovunque;
le mie braccia sono livide d’aghi,
occhi elettronici scandagliano il mio corpo.
Anche ora è dicembre
ma nulla è identico a nulla
nell’ordine che allude e non si mostra.

Una severa parca in camice bianco mi ha detto:
– puoi farcela.


7. 12. 2012
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1082
<![CDATA[Non sentire il peso della pioggia]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1081 sono vestite di camici bianchi.

Sento la pioggia apprestarsi
sopra gli anni caduchi.
La malinconia si è gettata nel vuoto
e come nebbia fitta ci avvolge.

Ma dove andiamo, amici?
Raccogliamoci tutti.
In un cumulo folto e
in sussurri parlami delle tue paure.

Vorrei che il raggio di luna
toccasse prima il mio viso,
e poi il tuo
perché la diafana assenza
continui ad essere luogo pensato
di questa terra
e non luogo del nulla.

Triste questo pensiero
che di buon mattino mi sveglia.
Perderti.
Senza conoscerti.

Ma è un sogno, forse,
della notte passata.
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1081
<![CDATA[Ciò che non dicono]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1080 sotto i suoi balconi, fino a notte fonda.
Interroga gli dèi silenziosi
sulla salute, sulla malattia,
sull’inizio e sulla fine.
Solo con se stesso, estraneo
spesso, ma familiare a tutti,
antichi pensieri lo visitarono presto.
Ora lo sa: gli resta
ciò che ha avuto, e quindi, in altro senso,
soprattutto,
l’aver dato.

Avverte vuoti improvvisi,
in piazza e nelle strade.
Ed è
come se nulla fosse,
nessuno più ne parla.

Nelle strade senza tempo,
quando gli amici morti
tornano a farsi vivi,
non si sottrae.

Ascolta ciò che non dicono.


15.XI.2012
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1080
<![CDATA[Intervista a Massimiliano Del Vacchio]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1079 t’interessava in questo tema di ricerca?

Scegliere un tema per una tesi di laurea non è certo semplice, soprattutto se il desiderio è quello di portare avanti un lavoro interessante e costruttivo. La proposta che mi avanzò il Prof. Bertolissi, che già stimavo da anni e con il quale avevo sostenuto due esami di Storia dell’Europa Orientale, mi parve molto interessante perché l’obiettivo era di raccontare una regione poco conosciuta e su cui si era scritto poco, ovvero la Mangaseya, territorio inesplorato, sconosciuto ai più, crocevia di forti interessi commerciali, territorio ricco di storia e risorse. Di questo argomento ciò che mi attraeva di più fu proprio la sua caratteristica di essere “un luogo remoto”, nuovo, da scoprire, parte di un territorio tra i più affascinanti del Paese, la Siberia, su cui nei secoli hanno scritto poeti, scrittori e viaggiatori alla ricerca di fortuna, decantandone il fascino e l’impenetrabilità. Insomma, l’approccio a quella tesi in qualche modo mi sembrò quasi una conseguenza degli anni di vita trascorsi all’estero, di viaggi e di scoperte che io stesso avevo intrapreso, anche se verso destinazioni decisamente più accessibili e facili.

Capisco… Quali lingue hai studiato all’Orientale? Quali le ragioni delle tue scelte?

A “L’Orientale” ho studiato russo, come lingua quadriennale, inglese e francese come lingue biennali. Le ragioni delle mie scelte sono state due. La prima, una scelta pratica; la seconda una passione. Quando m’inscrissi a “L’Orientale” mi resi velocemente conto che scegliere come lingua portante dei miei studi una lingua europea (e gettonata) come l’inglese o lo spagnolo sarebbe stato sbagliato e forse poco utile, perché questo avrebbe significato seguire corsi di lingua e di letteratura insieme a tantissimi altri studenti.
La mia scelta ricadde quindi sul russo, una lingua alternativa, nuova (vent’anni fa lo era sicuramente) e studiata da pochi giovani. Ricordo che nel primo anno di corso eravamo solo un centinaio di matricole, numero che andò diminuendo negli anni. Questa fu sicuramente una scelta indovinata perché, essendo in pochi, non solo fu possibile instaurare rapporti più diretti e umani con docenti e lettori, ma diede a tutti noi la possibilità di seguire meglio ogni singolo insegnamento ed essere seguiti con maggiore attenzione e dedizione da ogni docente.
La seconda ragione che mi spinse ad optare per il russo fu anche il mio grande interesse nei confronti della Storia dell’ex Unione Sovietica che, nei due anni precedenti alla fine del percorso scolastico, aveva attratto in modo particolare la mia attenzione. La mia iscrizione a “L’Orientale” risale al 1991, ovvero due anni dopo la caduta del muro di Berlino e l’inizio del declino di buona parte delle roccheforti comuniste europee. Quel mondo, che la Russia rappresentava in quello specifico momento storico, tra i più importanti di tutto il XIX secolo, grazie alla perestrojka e a tutti i capovolgimenti socio-politici che portò con sé, fece scaturire in me il desiderio di capire qualcosa di più di quella cultura e di quel popolo che, nonostante l’apparente freddezza, si sono rivelati negli anni dei miei studi e delle esperienze di vita all’estero uno dei popoli umanamente più coinvolgenti, grazie non soltanto allo spessore del passato culturale, ma grazie alla profondità e sensibilità dell’anima che contraddistingue – appunto – il popolo russo.

La frequenza dei corsi dell’Orientale ha precisato alcuni tuoi interessi iniziali? Si può dire che abbia dato a essi una forma più compiuta? C’è qualche docente che abbia esercitato su di te un’influenza più marcata?

Ho frequentato un Istituto Tecnico Commerciale, quindi il mio ingresso a “L’Orientale” potrebbe apparire come una scelta casuale e poco consona ai miei studi precedenti, ma non è così. La scelta d’iscrivermi in questa Università piuttosto che in un altra mirava sicuramente ad ampliare un’area d’interessi con cui avevo già una certa familiarità, ma la frequentazione dell’Ateneo e dei corsi è stata innanzitutto una graduale scoperta di un mondo nuovo, fatto di soggetti, persone, attitudini e comportamenti non solo diversi, ma soprattutto particolari e stimolanti. A “L’Orientale” devo sicuramente l’opportunità di avermi aperto una porta essenziale, quella della conoscenza non solo culturale ma soprattutto umana. Negli anni in cui frequentavo l’Università non passava giorno in cui tra studenti non si parlasse di viaggi, di Paesi stranieri, di storia di popoli e delle loro abitudini, di partenze. C’era chi sognava di andare in Giappone e chi negli Stati Uniti; c’era chi si divertiva parlando con le poche parole di arabo imparate nei primissimi corsi di lingua, chi con quelle di cinese.
Questo, senza neanche che me ne rendessi conto, è stato da subito uno stimolo incredibile che, negli anni, ha fatto crescere in me la voglia di conoscere e di imparare, viaggiando. Il processo che si è innescato è stato in prima istanza istintivo, ma successivamente ho compreso con consapevolezza ciò che stavo cercando. Le mie esperienze degli ultimi anni, così come i social network che uso e il blog personale che gestisco sul web, mi permettono in maniera sicuramente immediata e diretta di comunicare le impressioni del percorso di conoscenza che sto vivendo progressivamente. Tutto questo processo evolutivo di scoperte e consapevolezze è nato casualmente, attraverso importanti esperienze di vita e di confronto con il mondo esterno, esperienze che l’Università prima di tutti mi aveva proposto in quanto studente e che io accolsi con gioia, ovvero l’Erasmus.
Grazie a questo progetto di studi mi fu data la possibilità di dare una svolta al mio percorso universitario e alla mia vita, staccarmi dalla mia famiglia e dalle mie radici, lasciarmi alle spalle i punti di riferimento abituali, le mie certezze, i miei affetti, solo e soltanto per il desiderio di scoprire, imparare nuove lingue e crescere umanamente. Partii per Parigi e da quella esperienza in poi la mia vita cambiò radicalmente, grazie a scelte che in qualche modo mi hanno permesso di seguire le mie aspirazioni ed i miei desideri. Da quel momento Parigi è diventata la mia casa.
Peraltro, se da un lato l’Erasmus mi diede l’opportunità di partire e di scoprire un nuovo mondo, è anche vero che dall’altro mi obbligò da subito a dovermela cavare da solo, perché pochi erano gli aiuti che l’Università offriva ai propri studenti che si aprivano a questa esperienza, soprattutto per tutto ciò che riguardava il trasferimento all’estero: da solo, con pochi soldi, senza un alloggio, senza grandi contatti né conoscenze, ovvero tutte condizioni che in qualche modo dovrebbero essere garantite e che sono inevitabilmente più difficili quando si arriva in una grande città come Parigi e non in piccoli centri universitari.
Io fui molto fortunato, perché pochi giorni prima della partenza conobbi nel centro storico di Napoli una studentessa francese che, proprio grazie all’Erasmus, aveva trascorso a “L’Orientale” un anno di studio e che mi offrì la sua ospitalità a Parigi. A casa sua rimasi per due settimane, prima che riuscissi a trovare un posto dove alloggiare per conto mio, insieme ad altri studenti che non ebbero di certo la mia stessa fortuna, essendosi ritrovati per settimane intere, o addirittura per mesi, a dormire in un ostello, sostenendo una spese economica onerosa, prima ancora di trovare una sistemazione accettabile.

Ti avevo chiesto se c’è qualche docente che abbia esercitato su di te un’influenza più marcata?

Del mio percorso universitario ricordo con grande stima ed affetto il Prof. Angelo Bongo, docente di Lingua russa. Durante gli anni in cui sono stato suo studente, il Prof. Bongo è stato simbolo di grande integrità. Di lui stimavo la passione per il ruolo che rivestiva, ma anche il rigore, la severità e la serietà con cui fu capace di trasmettere a noi studenti il significato e il valore dello studio, insieme a un metodo di apprendimento linguistico che tutt’oggi, nel mio tanto girovagare, tengo sempre presente, ogni volta che arrivo in un nuovo Paese e mi diletto da subito a imparare una nuova lingua.

Scegliere “L’Orientale” per i tuoi studi ha significato la scelta di un Ateneo molto originale rispetto agli altri Atenei della Campania. Un Ateneo dove si respira, dovunque, lo spirito del diverso, del rapporto con culture differenti dalla nostra.
Un Ateneo dove si è sempre messi in discussione come soggetti…

L’errore che fanno in tanti è pensare che a “L’Orientale” giri gente “un po’ strana”, ma chi lo pensa non conosce affatto lo spirito che corre nei corridoi e nelle aule di questa Università. Quell’essere “un po’ strani’ significa soprattutto avere la possibilità di seguire percorsi alternativi e più originali rispetto a tanti altri. A “L’Orientale” io ho sicuramente trovato la dimensione giusta che faceva per me. Dopo vent’anni dalla mia iscrizione, non so davvero che cosa sia diventato oggi questo Istituto, ma ai tempi della mia frequentazione si respirava nell’aria la voglia di confrontarsi, di scoprire l’altro, la propria e la diversità altrui, grazie a tante lingue, a tanti umori e ideologie, a tanti indirizzi di vita che “L’Orientale” indirettamente offriva a tutti noi studenti, compensando così la mancanza di organizzazione e di servizi che vent’anni fa, a mio avviso, erano presenti e forse marcati.
A questo si aggiunge anche la percentuale di stranieri che studiavano e che credo studino tutt’oggi in un’Università così rinomata, offrendo a tutto l’Ateneo, proprio come dici tu, un’immagine e uno spirito diverso, multiculturale, umanamente e culturalmente ricco, e a noi un luogo in cui fosse possibile incontrarsi, dare spazio a rapporti stimolanti tra culture e studenti, aprendo a tutti una strada di vita importante, una strada “alternativa”, per l’appunto. La maggior parte degli amici che ho frequentato in quegli anni, hanno quasi tutti intrapreso percorsi diversi fra loro, ma tutti all’insegna della multiculturalità, delle esperienze di viaggio e di vita all’estero, dove l’apertura e la comprensione dell’altro come individuo e come espressione di un mondo e di una cultura sono sempre stati una peculiarità e al centro delle loro scelte. Insomma, io credo che per tanti di noi “L’Orientale” non sia stata soltanto un’università, ma anche una scelta di vita.

Credo che già prima della laurea tu abbia iniziato a viaggiare. Mi sbaglio o la mia sensazione è esatta? In te c’è qualcosa di Bruce Chatwin e della sua ricerca sull’alternativa nomade… Sei sempre alla ricerca… Inquietudine o desiderio del nuovo? Sono due sentimenti che possono sembrare collegati, ma non sempre lo sono. C’è chi è interiormente inquieto e c’è chi semplicemente insegue il nuovo. Nel tuo caso?

La tua sensazione è giusta. Già alla fine del primo anno accademico, a 19 anni, decisi di partire per un mese e mezzo in Inghilterra e in Irlanda, dove lavorai per un po’ e seguii un corso di lingua inglese per stranieri, i classici corsi estivi che rappresentano un ottimo approccio alle lingue straniere e al viaggio. Alla fine del terzo anno accademico invece partii per Parigi, con il progetto Erasmus di cui ti parlavo poco fa. Da Parigi in poi tutto cambiò. Viaggiai un anno in Sud America, mi trasferii per due anni in Irlanda, qualche mese in Russia, ancora altre parentesi di vita e di lavoro a Parigi, e solo dopo dieci anni da quella mia prima partenza, sostenni gli ultimissimi esami e portai a termine il percorso di laurea che, nonostante sia stato frammentario e dilatato nel tempo, mi ha permesso di arrivare alla laurea con maggiore consapevolezza, di me stesso e di ciò che avevo deciso per la mia vita, e forse anche con un po’ di orgoglio in più, quello di chi aveva viaggiato e messo a frutto le conoscenze che l’Università gli aveva trasmesso, e che poteva dire che quella laurea, quel percorso universitario e le scelte che ne erano seguite, avevano avuto un senso, avevano dato i propri frutti, aiutandomi a fare scelte “diverse” e a realizzarmi come uomo, capace di seguire i propri sogni e i propri desideri.

Ti sembrerà strano, ma in fondo non credo di essere né interiormente inquieto né all’inseguimento del nuovo. Negli anni ho capito che quando viaggio mi sento più leggero, anzi ti dirò con tutta onestà che quando viaggio sono felice, e questo è ciò che m’interessa più di qualunque altra cosa. Viaggiare è ormai diventata per me una necessità. Quando si riesce a partire dai luoghi in cui siamo nati e cresciuti, a staccarsi dalle proprie origini e a vivere esperienze come quelle che io ho avuto la fortuna di fare, partire, ripartire, cambiare e non fermarsi diventa un qualcosa di molto semplice, naturale e quasi automatico. È uno stile di vita, una scelta per l’appunto, in cui mi ritrovo del tutto a mio agio. Quando viaggio sento soprattutto il bisogno di aprirmi all’altro, d’incontrare le persone che, indirettamente, mi aiutano a costruire il mio percorso, a dargli un senso ed un significato tutto suo.
Viaggiando vorrei dimostrare alla gente che non tutti i turisti sono uguali, ma che c’è anche chi, come me, ha voglia di conoscerli, di affezionarsi ai loro gesti, d’intenerirsi dinanzi a un loro sguardo, di andargli incontro, apertamente, senza paura e senza freni.
Quando viaggio sono alla ricerca di sorrisi. Questo per me è un bisogno fondamentale nella mia esperienza. Questi ultimi tre anni di viaggio, in modo particolare, sono stati soprattutto all’insegna della ricerca di luoghi familiari, di luoghi dove forse ho desiderato, illudendomi, di trovare una realtà in cui decidere di fermarmi, per sempre. Luoghi e realtà che nel mentre sono cambiati, forse irrimediabilmente (la Siria ne è un esempio), ma ai quali resto legato con sentimenti molto forti e a volte combattuti, un misto di malinconia, verso luoghi ai quali sono emotivamente legato ma che attraversano un periodo storico estremamente duro, e di felicità, per avere avuto la fortuna di non averli vissuti come un semplice turista di passaggio, ma con lo sguardo di chi è attento alle culture e all’umanità dei popoli che incontra. Questo desiderio, questa speranza, questa voglia di farmi una casa in ogni posto in cui approdavo, circondato da affetti e care amicizie, è proprio ciò che mi ha permesso di spostarmi di Paese in Paese con serenità, e per così tanto tempo, che ha mosso il mio calmo viaggiare di questi ultimi anni, anni duranti i quali ho imparato a dare al tempo una dimensione diversa, capendo che il mio tempo doveva adattarsi a quello del mondo che mi circondava, senza andare di fretta, ma approfittando pienamente di ciò che mi veniva offerto gratuitamente da luoghi e persone: tenerezza, sorrisi e affetti.
In giro c’è chi viaggia per conoscere luoghi, chi per conoscere la storia di un Paese, chi per non annoiarsi, chi per vivere un’esperienza unica nella sua vita, chi per conoscere gente nuova e chi infine per scoprire nuove emozioni. Io viaggio per tutte queste ragioni insieme, ma viaggio anche per sentire un po’ d’amore, quello che percepisco quando incrocio uno sguardo sul mio cammino, che mi emoziona e mi dà una ragione per continuare, ad emozionarmi e a viaggiare, come quello di tutte le persone che hanno reso speciale questo mio lento andare degli ultimi anni.

Quali sono i Paesi che hai visitato? Quali hanno suscitato maggiormente il tuo interesse e perché?

Oltre i Paesi in cui ho vissuto, per periodi più o meno lunghi, ovvero la Francia, l’Irlanda, la Russia, l’Argentina e il Venezuela, ho viaggiato per un anno in tutta l’America del Sud, un lungo viaggio fatto da ragazzo, allo scoperta di destinazioni remote ed esotiche. Ho poi viaggiato per oltre un anno attraverso il Nord Africa maghrebino (Marocco e Tunisia) e il Medio Oriente (Turchia, Siria e Giordania), alla ricerca di emozioni e luoghi familiari, così come in Grecia, durante un lungo soggiorno d’immensa tenerezza. Infine ho trascorso qualche mese in India, attraverso una cultura ricca ed emotivamente travolgente. Ora mi accingo a cominciare una nuova esperienza in Sri Lanka, con l’idea e la speranza di poter continuare con calma e serenità la scoperta di culture e popoli ai quali mi sto abituando lentamente, ovvero quelli asiatici, luoghi e popoli di certo non familiari come quelli del bacino del Mediterraneo, ma che si rivelano di giorno in giorno estremamente coinvolgenti.

Gli ultimi anni, proprio perché occupano un momento della mia vita in cui vivo il viaggio con maggiore maturità, sono quelli ai quali sono più legato. I Paesi del Maghreb e quelli del Medio Oriente occupano un posto sicuramente speciale nella mia esperienza di vita ed emotiva. In quanto “viaggiatore a caccia di sorrisi”, questi luoghi sono una terra estremamente fertile, ricca di occhi capaci di emozionare, gente semplice e ospitale, che ha sempre saputo commuovermi con la tenerezza dei suoi sguardi, con la generosità e l’umanità che li contraddistingue, riuscendo a toccare il cuore di un giovane italiano, forse un po’ solo e schiacciato dalle responsabilità di una vita pesante e difficile. Insomma, gente da un grande cuore, lontana anni luce da tante di quelle immagini che ci vengono volutamente imposte quando si parla di alcuni Paesi e di alcune culture, come quella mussulmana.

Nel tuo blog affermi che “Parigi fu la scoperta che il mondo esisteva davvero..”. Sarei d’accordo quando individui in Parigi… una finestra sul mondo. Parigi come luogo in cui ci si apre al mondo. Fu così, anche per me, in anni lontani e che ricordo sempre con grande nostalgia, come un periodo incantato. Vuoi spiegarci più ampiamente ciò che dici di Parigi?

Sì, la citazione che riporti è esattissima e va proprio intesa in questo senso: Parigi come finestra che si apre al mondo, come luogo in cui poter respirare il mondo, almeno per chiunque abbia la volontà e le capacità di farlo. Noi italiani siamo sempre stati un popolo di emigranti, ieri come oggi, anche se con meccanismi e motivazioni diverse, ma a noi manca del tutto la “cultura del viaggiare”, quella del viaggio indipendente, solitario, da zaino in spalla insomma, cultura che invece i Paesi del nord Europa posseggono naturalmente a pieno titolo. In questi anni di vita in viaggio, credo di essere stato aiutato molto dalle mie origini, la mia italianità e soprattutto la mia “napoletanità”, quelle di un popolo capace di adattarsi a circostanze tra le più diverse e anche difficili, capace di sapersi “arrangiare”, capace di farsi voler bene da chiunque grazie alla sua umanità e onestà d’animo. Queste caratteristiche mi hanno permesso di non trovarmi mai in difficoltà, smarrito o disorientato in realtà nuove ed estranee, e credo mi abbiano dato gli strumenti necessari per affrontare tanti anni di vita lontano dall’Italia.
Se è vero però che le mie radici e la storia della mia terra mi hanno permesso di riuscire negli anni di viaggio e di vita all’estero, è anche vero che Parigi mi ha insegnato a farlo, a partire e a viaggiare, senza timore alcuno, a concepirlo come un atto normale e naturale, come una parte dovuta di un percorso umano, senza pormi troppe domande, come spesso invece mi viene fatto in Italia. Questo binomio è proprio quello che mi permette tutt’oggi, che non sono più un ragazzino, di fare scelte condivise da pochi, di pensare di poter partire “altrove” in qualsiasi momento, continuare a desiderare di trasferirmi in un altro Paese straniero, vivere nuove esperienze di vita, imparare nuove lingue, vivere la mia vita serenamente, senza condizionamenti esterni, e forse anche continuare a sognare.
Ernst Hemingway affermò: “Se sei abbastanza fortunato di aver vissuto a Parigi come un giovane uomo, allora per il resto della vita ovunque andrai, sarà con te…”. In queste sue parole mi ci sono sempre ritrovato ed identificato. Amo Parigi, è lì che sono cresciuto umanamente, è lì dove ho capito e scoperto tante cose di me e della vita, che la mia cara, ma provinciale Napoli, non poteva ancora insegnarmi. Parigi ha sempre avuto un ruolo importante nella mia vita, ieri come oggi, perché è sempre stata un saldo punto di riferimento, ha rappresentato stabilità e sicurezza, un luogo dove poter “tornare” ogni volta che ne sentissi il bisogno, un luogo dove poter trovare un’alternativa a qualsiasi decisione volessi prendere per la mia vita. Parigi ha significato aver la possibilità di respirare libertà, indipendenza, multiculturalità, diversità in senso ampio, liberandomi di limiti culturali che spesso impediscono di spiccare il volo da soli. Parigi mi rivelò che c’era una vita oltre Napoli e l’Italia, che viaggiare e scoprire il mondo era una cosa molto più semplice di quanto avessi sempre immaginato e pensato.
Conoscere il mondo è proprio ciò che ho deciso di fare vent’anni anni fa e tutt’oggi rappresenta una delle ragioni che mi danno la forza, la voglia e l’energia per farlo.

Infine, vorrei soffermarmi su di una tua affermazione nella quale sembra sintetizzarsi la tua visione della vita: “Non ho la più pallida idea di quanto tempo resterò in viaggio, ma questo importa poca, perché la cosa che veramente conta per me è poter viaggiare, farlo con uno spirito sereno e aperto, realizzare e raccontare i propri sogni, quelli di chi, alla soglia dei 40 anni, ha deciso di cambiare la propria vita, abbandonando i meccanismi di una ‘vita normale’, le proprie certezze e sicurezze, e rischiare, per cercare di essere felice, viaggiando”.

Tutti noi, credo, arriviamo a un certo punto in cui sentiamo il bisogno di fare un bilancio, capire quello che c’è di giusto e di sbagliato nella propria vita e cercare di risolvere ciò che ci crea dubbi, insoddisfazioni e incertezze. Penso di aver vissuto questo momento quattro anni fa circa, quando vivevo a Parigi e già da qualche anno conducevo una vita serena e soddisfacente, ma senza un vero senso. Avevo un ottimo lavoro e cari amici, uno status sociale che mi gratificava, vivevo in una città bellissima, ma non ero felice. Parigi, come tutte le grandi metropoli del mondo, è una città difficile e di tanto in tanto credo sia necessario allontanarsi, per metabolizzare i suoi complessi meccanismi di vita, per “cambiare aria”, frequentare nuove persone, respirare nuove atmosfere, spezzare quel ritmo pressante delle grandi città e imparare a seguire il corso normale dei propri giorni, dandosi il tempo giusto per vivere il passare di quei giorni, senza fretta, senza stress e senza angosce. Gli ultimi anni trascorsi a Parigi, infatti, non sono certo stati i più sereni della mia vita. Sebbene avessi costruito, lentamente e con fatica, un mio piccolo e forse fragile equilibrio, che credevo mi soddisfacesse, per quattro anni non avevo smesso di vivere enormi solitudini, preso da un senso di responsabilità enorme nei confronti di me stesso, spinto inconsciamente ad accettare sacrifici che mi hanno poi reso schiavo del lavoro e delle mie stesse abitudini.
Per questo motivo un giorno, in modo molto naturale e casuale, ho pensato che fosse giusto darmi un’altra opportunità, voltare una pagina importante del mio percorso umano. In quel momento pensai che sarebbe stato meglio partire per un po’. Il problema, ma in fondo tale non è, è che quell’un po’ è diventato molto di più di quanto avessi immaginato. Una volta scoperto il mondo, fermarsi e tornare indietro diventa estremamente difficile, per fortuna, dico io.
Nel momento stesso in cui decisi di partire di nuovo, presi coscienza di che cosa fosse importante per me. Io volevo tornare a viaggiare, volevo tornare a vivere così come avevo sempre fatto, costruirmi una vita differente da quella che avevo condotto in quei lunghi quattro anni. Non è stato facile. Il viaggio ha sempre significato tanto per me: non soltanto evasione dal proprio mondo e dalle proprie abitudini, ma soprattutto un grande momento di riflessione, di apprendimento, di apertura, di crescita, e questa volta, molto più delle precedenti, credo che tutto ciò abbia avuto più che mai un significato assai forte per la mia vita.
Un anno prima della mia partenza per questo lungo viaggio iniziato tre anni fa, ricordo che mi trovavo in Egitto per una breve settimana di vacanza, tra Il Cairo ed Alessandria. Ero in spiaggia, durante il magico mese del Ramadan, non c’era nessun altro al mare, tranne me e i giovani bagnini di quel pezzetto di spiaggia in cui mi trovavo per un po’ di relax. Durante quei giorni al mare passai con loro molte ore, chiacchierando del più e del meno, iniziando ad avvicinarmi a quel mondo e a quella cultura che già da tempo mi avevano sedotto e conquistato. Uno di quei giovani, Ahmed, un giorno mi fece una domanda molto semplice, diretta e naturale: “Massi, qual è il tuo sogno?”. Rimasi senza parole, non sapevo che cosa dirgli e, anche dopo averci pensato per qualche minuto, con mio grande imbarazzo continuavo a non avere una risposta da dargli, perché semplicemente non avevo più sogni nel cassetto, a parte la mia mesta vita fatta di troppi silenzi e solitudini. Ricordo che tornai in hotel perplesso e turbato, per quel mio silenzio e quel vuoto interiore immenso, che la vita inaspettatamente mi aveva sbattuto in faccia con estrema crudezza. Era arrivato il momento di cambiare vita. Ho chiuso così la porta del mio piccolo bilocale del dodicesimo arrondissement e ho definitivamente chiuso con la vita di quegli ultimi anni, parte di un passato molto lontano. Per tanti mollare tutto e cambiare radicalmente vita può sembrare un’impresa difficile o coraggiosa, e di certo non è un gioco da ragazzi, soprattutto se ragazzi non lo si è più, ma se la convinzione è forte e se la voglia è tanta, farlo non sarà poi così traumatico, anzi ci aiuterà semplicemente a rinascere, così come è stato per me. Nel mio caso credo che tutto sia stato solo un po’ più naturale, perché “partire” è sempre stato un meccanismo essenziale della mia vita, durante i miei lunghi viaggi e durante gli anni trascorsi da nomade all’estero, lavorando, vivendo o semplicemente girovagando, ma sempre con la mia dignità di Viaggiatore, allora come adesso. Oggi viaggio con una maturità e una consapevolezza diverse di quando avevo vent’anni e sono proprie queste a dare un senso nuovo al mio viaggiare.

Leggendo il tuo blog (http://massifish2.wordpress.com) non si può fare a meno di notare la tua apertura agli altri, l'amore col quale ti dispone nei confronti di coloro che incontri. Tu viaggi per incontrare più che per vedere… E quindi il tuo è un cammino verso l’umanità.

Sì, quello che dici è l’essenza delle scelte che ho fatto in questi ultimi anni. Viaggiare per visitare un Paese non mi ha mai interessato. Non è un caso che di “vacanze” vere e proprie ne abbia fatte pochissime nella mia vita, così come non è un caso che abbia sempre scelto di trasferirmi e stabilirmi in altri Paesi, lavorare e vivere le realtà che ognuno di essi poteva offrirmi, piuttosto che visitarli per qualche settimana. Non è nemmeno un caso che in questi ultimi anni di viaggio sia potuto restare settimane intere o addirittura mesi in piccoli villaggi o cittadine, familiarizzando con i mondi con cui venivo a contatto, seguendo ritmi calmi e lenti, perché solo scegliendo questo ritmo avrei potuto conoscerli e capirli, farli miei, respirarli a pieni polmoni, e non solo visitarli. I luoghi e le persone che mi hanno accompagnato in questa esperienza, rendendola emotivamente eccezionale, sono tutt’oggi presenti nei miei ricordi e nei miei pensieri e rappresentano un punto di appoggio notevole ogni volta che mi accingo a visitare un nuovo Paese, preso dai timori di fallire e di non riuscire ad instaurare i suoi abitanti lo stesso rapporto fraterno che ho sempre instaurato nei precedenti viaggi. I sorrisi, gli occhi, gli sguardi e le emozioni che si sono mossi in questa lunga esperienza, tutto questo mondo fatto di umanità, amore e calore, sono una forza notevole, che continua a sostenermi nelle mie scelte e nel mio percorso umano. Con questo mondo di umanità ho sempre avuto un rapporto particolare, intimo, fatto di complicità e d’intesa, e ho sempre avuto grandi difficoltà a far entrare altri nel rapporto tra me e le persone che davano vita al mio viaggio, un rapporto idilliaco tutto mio, fatto di atmosfere e di emozioni estremamente personali. Col tempo ho capito di aver finalmente imparato a parlare alla gente, a sorriderle nel modo giusto, ad accogliere con discrezione la loro generosità, a leggere attentamente i loro occhi così come loro i miei. Lascio ad altri il compito di raccontare della storia di un Paese, delle sue bellezze architettoniche e del suo passato storico. Io ho capito che so parlare alla gente ed è questo che ho deciso di raccontare.
Ancora un’osservazione. Dici, da qualche parte, che i Paesi arabo/musulmani sono stati, per tante ragioni, ciò di cui avevi bisogno per curare piccole ferite, quelle di un uomo solo, un po’ schiacciato dai ritmi della grande città, nonché dal peso delle responsabilità nei suoi stessi confronti, inevitabili quando si comincia a “crescere”. E affermi che “il calore, i sorrisi, gli occhi e gli sguardi, l’affetto e l’amore di cui questi Paesi sono capaci, mi hanno aiutato a maturare, a sentirmi un po’ più appagato”…
Credo che in questi Paesi calore, sorrisi, occhi e sguardi, affetto e amore siano riservati soprattutto agli stranieri. Tu, straniero, ami loro e te ne incanti. Loro s’incantano con te e di te. L’amore risponde all’amore…
Sarebbe da riflettere su questa singolare dialettica, per la quale siamo noi stessi davvero – in tutta libertà – quando siamo con gli altri. Non a casa, non coi nostri connazionali. La patria come deserto (di gioie, di sentimenti, di amore). L’altrove come oasi che ci dà serenità e ci rigenera. È da rifletterci!
Sì, credo che sia proprio questa la cosa più importante che ha reso eccezionali questi anni … Sono tornato a sognare, cosa che non ero più capace di fare da tanto tempo. Da quando ero ragazzino, già dai miei 13/14 anni, ho dovuto rinunciare ad alcuni sogni e la mia vita ha preso una strada completamente diversa, proprio a seguito di queste rinunce. Quindi, il viaggio ha ragione di esistere perché mi ha offerto di nuovo la possibilità di tornare ad avere sogni che mi danno la forza e la voglia di fare progetti, di avere nuove speranze. Il blog e l’energia che ci metto per scriverlo, sono un esempio dell’espressione di questa forza e di questo cambiamento. Certo ho sempre, di tanto in tanto, momenti di forte pessimismo rispetto alla vita, al mio futuro e alla mia condizione di essere umano rispetto alle proprie emozioni, ma vivo molto meglio con queste idee e queste convinzioni.
Il viaggio nell’altrove come recupero di un altro altrove: quello dell’infanzia e dell’adolescenza. Ecco perché provi spesso tenerezza: ti avvicini a coloro che ti suscitano tenerezza, come nei tempi lontani del tuo passato. Ritrovi ciò che allora hai sperimentato solo fuggevolmente, e puoi permetterti, adesso, di viverlo in modo più forte e più consapevole. E tuttavia… la tenerezza dell’adolescenza resta. Sempre viva, come una fonte che non cessa di zampillare. Non a caso accenni spesso a colori, sorrisi, calore umano, bellezza e amore… e tanto tempo a disposizione! Vedi? Sorrisi, calore umano, bellezza e amore! Anche i colori sono qualcosa di non verbale. Una forma di comunicazione (parzialmente) censurata nei Paesi occidentali, e ancora viva, forse, nel Medio Oriente e nei Paesi del Maghreb.
C’è una frase che mi ha accompagnato spesso : “Tu sei un bravo uomo”, una frase che mi hanno ripetuto in tanti e che mi faceva piacere sentirmi dire. Spero di ritrovarmi e di ritrovare lo spirito di questa frase anche in Asia.
Ora credo di essere pronto a viaggiare diversamente. Quello che ho vissuto in Nord Africa e in Medio Oriente è stato eccezionale, unico, almeno per me. Ora volgerò altrove il mio sguardo, e anche il mio cuore, verso altri mondi, altri universi, per incrociare occhi e sorrisi differenti. Ma tutto questo lo scopriremo insieme col tempo.

Ancora una domanda. Prima di te altri scrittori o pensatori hanno sperimentato l'importanza del viaggio come esperienza di conoscenza. Qualche libro ha segnato in modo particolare la tua formazione? Qualche autore?

Potrei fare i nomi di vari scrittori e di testi che mi hanno accompagnato in tanti anni di viaggi, lasciando un segno importante, da Conrad a Kerouac, da Terzani a Bill Bryson o allo stesso Chatwin, che menzionavi poco fa; da racconti significativi come "On the road" e "In Patagonia" a “Un indovino mi disse”, ma nessuno di essi ha inciso sul mio percorso culturale ed umano in maniera più marcata di altri. Tutti loro, insieme, credo abbiano semplicemente contribuito a facilitare questa mia apertura verso l'altro, ad aiutarmi indirettamente nelle mie scelte di vita, a sviluppare questo progressivo e forse inconsapevole desiderio di scoprire il mondo, seguito con gli anni dalla necessità di raccontarlo in prima persona.
Mi sono sempre reputato un comunicatore verbale, piuttosto che uno “scrittore”, ma col tempo ho scoperto un’irresistibile passione, inaspettata, ovvero scrivere e raccontarmi. Le mie letture, legate alle sensazioni di viaggi fatti di scoperte emotive e conoscenze umane, credo mi siano ritornate utili nel momento stesso in cui ho sentito il bisogno di esprimere con maggiore concretezza il mondo straordinario che solo un viaggio può offrire. Ognuno di questi autori, quindi, è stato in qualche modo un punto di riferimento, nel mio viaggiare e scrivere di questi ultimi anni.

C’è qualcosa che vorresti dire agli studenti dell’Orientale che leggeranno questa intervista? Secondo te, come dovrebbero vivere la loro esperienza nell’Ateneo? E che cosa, a tuo avviso, può dar loro l’Università “L’Orientale” nel suo insieme (come esperienza complessiva)?

La scelta del proprio percorso universitario non è sempre facile. Al primo anno di studi, io stesso ero confuso, non ero sicuro che la mia scelta fosse stata quella giusta, così come per i corsi e gli esami che avevo indicato per il piano di studi. Ciò che ho cercato di fare in quel primo anno è stato guardarmi intorno, ascoltare, vedere le possibilità che “L’Orientale” poteva offrirmi, aprire le porte sulla conoscenza che lì, piuttosto che in un altro Ateneo, sentivo che avevo la possibilità di varcare. Lo ripeto: in quei primi anni sono stato una vera spugna e, se da un lato ho avuto qualche difficoltà di adattamento a metodi di studi del tutto diversi da quelli ai quali ero stato abituato venendo da una scuola professionale, dall’altro ho potuto iniziare con grande naturalezza quest’apertura al mondo, che ormai da anni caratterizza la mia vita, le mie scelte ed anche le miei emozioni.
Chiunque decida di fare ingresso a “L’Orientale”, credo debba mettere in conto da subito la possibilità di partire e di viaggiare, anche per brevi periodi, affinché il corso di studi scelto, nonché lo studio di una o più lingue straniere, acquisti col tempo un senso più profondo ed esca dal binario prettamente universitario, per acquistare forma, sostanza e concretezza. Credo che questo sia un punto importante che ogni studente dovrebbe tenere presente iscrivendosi in un Istituto di questo tipo.
Al tempo stesso mi sento di dire che l’Università dovrebbe essere vissuta da tutti anche in senso molto più ampio, non limitandosi soltanto alle ore di lezione, agli esami e al proprio corso di studi. L’Università va intesa anche come luogo d’incontro di conoscenze e di molteplici punti di vista che, in un modo o in un altro, possono influenzare il proprio percorso universitario ed umano. Nel mio caso, i movimenti studenteschi del 1994, che portarono avanti mesi di scioperi e una lunga occupazione dell’Ateneo, rappresentano un’esperienza importante nella mia vita e nel mio percorso all’interno di un’Università che stava ormai cambiando, a causa dell’autonomia finanziaria degli Atenei e del conseguente sgretolamento dell’Università pubblica e, io credo, anche del sapere ad esso legata.
In quel periodo, sull’onda dello spirito di cambiamento e d’innovazione che diede vita a vari gruppi studenteschi e associazioni culturali, mi candidai insieme ad altri colleghi alle elezioni dei rappresentanti degli studenti presso gli organi universitari, elezioni che con mia gioia e stupore vinsi sia per la Facoltà di Lettere e Filosofia che per il Consiglio di Amministrazione generale dell’Ateneo. La mia fu purtroppo un’esperienza molto breve, perché pochi mesi dopo la nomina partii per prestare servizio civile presso una struttura associativa del sud d’Italia, e fui costretto a dare le dimissioni in ambedue gli incarichi. Quell’esperienza fu comunque molto significativa, non soltanto perché mi permise di condividere un desiderio comune con altri studenti e colleghi, ma perché mi aprì le porte verso un ideale di principi in cui ho sempre creduto ma che in quei mesi l’Università, nel bene e nel male, mi aiutò a capire e a sviluppare, ideali di condivisione, di parità, di umanità e di uguaglianza nell’accesso alla conoscenza.
Idee e ideali che tutt’oggi mi accompagnano nelle mie scelte di vita.









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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1079
<![CDATA[OUT OF PERSONALITY]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1078 - Almeno la mano – pensai.
E la mano arrivò, con quella stretta fredda e debole, che mi rese ancora più agitata. Ho sempre diffidato delle persone che non ti stringono la mano con veemenza. Che te la offrono passivamente, o lei stessa si offre a te, come accade per quei gesti desueti del galateo. La stretta di mano è il preludio della conoscenza, è il tuo lasciapassare. È come il sorriso, o lo sguardo, se ti colpiscono sei già a buon punto.

- Gente senza spina dorsale – mi dissi.

Pensai a me, alle mie mani vigorose, che tradivano una figura sottile e delicata. Delicata…quante volte avevo sentito questo aggettivo associato al mio nome, e quante volte mi stupivo di come questi si sposassero perfettamente! Sembravano due monadi complementari, ritmicamente perfetti in una frase che mi sembrava una cantilena. «Silvia è delicata, troppo.» Quel troppo era un pugno nello stomaco.

- Ha fatto qualcosa ai capelli? – mi disse all’improvviso il giovane medico.
- Sono lisci. Non mi piaccio riccia. – risposi.
- Ma sono i suoi, sono naturali.
- Sono irregolari, sempre arruffati, ingestibili.
- Come lei, avrà pensato.
- Forse.

La stanza era fredda, impersonale, come tutte le stanze di laboratorio. Per quell’esperimento avevo pagato una cifra esorbitante, fuori dalle mie possibilità. Del resto ero abituata, io, ad agire fuori dalle mie possibilità. «Si tratta di un metodo sperimentale importato dall’America», mi avevano spiegato, «lo chiamano Out of personality». «Certo che l’inglese funziona sempre», era stato il mio primo pensiero.

- Questa cosa della personalità, dottore…non so se voglio continuare.
- Le assicuro che tutte le pazienti reagiscono allo stesso modo dopo le prime sedute. Ma stia tranquilla, si tratta di una sensazione passeggera, che svanirà verso il termine dei nostri incontri.

Durante i miei colloqui terapeutici avevo sempre rifiutato di stendermi sull’invitante poltrona bordeaux del laboratorio, che stonava con quell’insopportabile giallume dei neon. Volevo essere vigile, pronta a scattare in caso di pericolo. Dai pericoli si fugge sempre, ma io devo prima raggiungerli.

- Ho riascoltato le registrazioni delle nostre ultime conversazioni, dopodiché ho stilato una prima bozza di personality, vorrei che ascoltasse la mia proposta. – mi comunicò l’uomo.

Le gambe cominciarono a farmi male, come un taglio nel vetro. Tutto si stava concretizzando, arrivavo al pericolo, forse era il caso di scappare. Scacciai il pensiero, amavo sfidare il mio batticuore.

- Abbiamo delineato per lei un nuovo profilo, estremamente interessante. Non avrà più bisogno della psicoanalisi, con questo trapianto di personalità. Potrà finalmente essere felice con una nuova vita adatta alle sue inclinazioni.
- Forse non è il caso, dottore. Forse sto bene così, in fondo.
- Su, su, non abbia timore. La sua è una reazione più che giustificabile. Ma si ricordi quando è arrivata da noi: infelice, depressa, con lo sguardo perso nel vuoto.
- Mi sento meglio, credo. Non è tanto male la mia vita, sa? E poi con gli psicofarmaci…
- Gli psicofarmaci non hanno funzionato, lo sa benissimo. E nemmeno la terapia ipnotica. Vuole continuare a subire una vita che non ha scelto, con un lavoro e una vita sentimentale inappaganti?
- No…
- Su, ricapitoliamo brevemente. Mi riassuma per l’ultima volta i punti cardine della sua esistenza.
- Beh…dottore, ma già li conosce.
- Avanti, si faccia coraggio. Prenda coscienza di sé.
- Allora, sono un docente di letteratura spagnola e amo i miei ragazzi, anche se li vorrei più appassionati. Sono sposata con un ufficiale dell’esercito, un brav’uomo. E poi, ho quattro figli. La mia vita ruota intorno a loro, ma non mi pesa.
- Non le pesa…
- Sì, beh, ogni tanto vorrei del tempo in più per me. O forse, vorrei che il tempo fosse solo per me. A volte mi sembra di vivere per riflesso, della felicità altrui.
- E non le sembra un buon motivo per cambiare vita? Ci pensi: può scegliere di ripartire daccapo, bruciando tutte le tappe. Può scegliere di essere felice. Le abbiamo già spiegato il procedimento. Noi le proponiamo una sorta di pacchetto esistenziale, che include una nuova personalità, un nuovo lavoro, nuovi affetti e orizzonti. Il trapianto di cui le accennavo avverrà attraverso un ciclo di sedute psicoanalitiche. Deve solo accettare e seguire le nostre indicazioni. Dopo, si sentirà come rinata e potrà godersi la sua nuova vita. A tutto il resto, pensiamo noi.
- Sembra facile. E mio marito? Non riuscirebbe a gestire la famiglia da solo. Gli devo tutto, la mia serenità. Sono innamorata del suo amore per me. Sì, lui mi ha permesso di essere la donna che volevo essere.
- Ma se le dicessi che potrebbe essere una danzatrice…
- Una danzatrice?
- Sì, una ballerina professionista. È la personality con maggiore probabilità di successo in un soggetto come lei. Il tasso di felicità che potrebbe raggiungere supera il novanta per cento. Legga il referto, questi sono i risultati della sua cartella clinica.

Il mio sguardo era completamente annebbiato. Mi sforzai di trovare qualche termine familiare tra la sfilza di angoscianti paroloni tecnici.

- Si immagini – continuò l’uomo, noncurante - Una donna forte e in carriera, indipendente. Lavora per la compagnia internazionale El Ballet de Montecarlo. È sempre in tournée, il palcoscenico è tutta la sua vita, l’unico luogo in cui si sente realmente se stessa, realmente appagata.
- E la mia famiglia?
- Ha un compagno, un collega. Un uomo bellissimo, non un brav’uomo. Un uomo che ama, che la fa sentire viva. Certo, poco affidabile, ma questo fa parte del pacchetto. La donna che lei potrebbe essere vive di sentimenti.

Il dolore alle gambe si fece più forte. Credetti di svenire. No, questo gioco non poteva più andare avanti, i miei sospetti si erano concretizzati. Cos’era per me, la felicità? Tutto quello che non avevo, tutto quello che non ero. Bastava capirlo e imparare a conviverci, a convivere col desiderio irrefrenabile di aprire tutte quelle porte socchiuse della mia vita.

- Mi dispiace, dottore, ma non me la sento. Le pagherò quanto le devo, ma va bene così.

Uscii con finta disinvoltura dalla stanza, sentivo su di me lo sguardo limpido e grave dello psichiatra, potevo immaginare i suoi pensieri. «Donna inconcludente», avrà pensato.
Mi asciugai il sudore dietro la nuca, legai i capelli, guardai l’orologio.

- Le dieci e un quarto – dissi ad alta voce.

L’aereo per Montecarlo sarebbe partito alle due. Avevo lasciato le valigie in aeroporto, tranne il borsone, quello lo porto sempre con me.

- Non posso perdere il volo – pensai - Farò tardi per le prove in teatro.

Temevo di non essere ritenuta un soggetto idoneo all’impianto di personalità quando varcai la soglia di quel centro per la prima volta, per questo avevo dato vita alla mia più grande impostura: mi inventai un lavoro, una villa con giardino, un marito e quattro marmocchi impertinenti. Ma a volte la realtà si impone a noi nei modi più bizzarri: per guarire dovevo trasformarmi in quello che già ero, una ballerina.
È questa la vita che vogliono per me, quella che io stessa ho scelto liberamente e che non mi rende felice. Ma forse la felicità non si conquista, è solo un modo di essere.

- Devo andare in farmacia, ho finito gli psicofarmaci. E la valeriana, sì, la valeriana non la devo dimenticare. – fu il mio stanco pensiero, prima di salire sul taxi.

Pensai che dovevo chiamare Jean, e che forse non mi avrebbe risposto. Per via delle prove, o per via di quell’altra. Erano quattro giorni che non si faceva sentire.

- Mi fermi qui, grazie.

Che fastidio le insegne verdi lampeggianti delle farmacie. Mi mettono ansia.


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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1078
<![CDATA[Tardi]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1074
Mi metto a pensare.

È tardi. È troppo tardi. Troppo.

E continuo a pensare.

Quante volte mi è capitato di fare tardi, in vita mia. È stata come un'abitudine, per me, quasi un modo di essere.
Talvolta, diventavo addirittura una barzelletta, per gli amici. Sei in ritardo! Mi rimproveravano quando mi venivano a prendere il sabato sera, quando si usciva insieme. Ma quel ritardo era sempre compensato dalla mia insostituibile allegria, dalla mia forte presenza. E, poi, si stava con gli altri, si rideva, ci si rilassava senza più guardare l'orologio, la serata era comunque meravigliosa e dimenticavamo, tutti, di non averne goduto l'inizio.

Tardi.

Il medico ha detto che è tardi. Oggi è troppo tardi perché io possa affrontare e vincere la mia malattia.

Tardi.

Che bello tirare tardi la sera! Andare in giro, anche senza meta, per le strade della città, scoprirne spazi e punti di vista che ti appaiono del tutto nuovi, di notte, tardi.
Da giovane ti fa sentire adulto, da adulto ti regala un soffio di gioventù.

Qui e ora, tardi è male.

Tardo strategicamente qualche minuto, di solito, anche quando devo incontrarmi con mio marito, magari per pranzare o cenare insieme. E per trovare anche con me stessa una giustificazione a un difetto che ho sempre sentito cronico, mi cullo nella convinzione che serva ad accrescere il desiderio che abbiamo l'uno dell'altra. Un ritardo ad arte, questo, di grande e sicuro effetto: qualche minuto, sufficiente perché lui si chieda dove sia finita e mi abbracci più forte quando mi vede, finalmente.

Tardi è anche oggi, ma non è la stessa cosa. Non è divertente, non ripaga.
Per la medicina è troppo tardi perché io possa desiderare di continuare a vivere.

Tardi sono arrivata, ovviamente, anche il giorno delle mie nozze. Ma quale sposa non è in ritardo? Il ritardo, in quella cerimonia fa addirittura parte del rito, è una cosa che tutti si aspettano e alla quale sono già in partenza rassegnati. Nessuno potrebbe immaginare un sacerdote che ti dicesse: è troppo tardi, sa? È inutile che lei sia venuta, torni pure a casa, non si sposa più. Il ritardo sta scritto nelle regole del gioco di quella giornata, gli invitati ne sono al corrente e non oserebbero confessare il loro fastidio se non camuffandolo con qualche battuta di spirito. Per lo sposo, poi, il ritardo della sposa che si lascia attendere è quasi di buonaugurio.

Tardi.

Quando perdi l'autobus di prima mattina e ti rendi conto che è tardi... poco male.
Fai tardi al lavoro? Recupererai.
Troppo tardi, ancora, per fare questo o per quest'altro? Si fa domani, lo fa qualcun altro, si può aspettare, si risolve, comunque.

Oggi non si risolve.

È tardi.

Eppure era talvolta addirittura dolcissimo il suono di quella parola... tardi… quando significava che il risveglio poteva aspettare, per esempio, che potevi alzarti più tardi, che saresti rimasta a coccolarti nel lettone aspettando, indifferente, la luce, lasciando che la giornata cominciasse prima per gli altri. Per te, poteva aspettare. Allora preferivi fare tardi.

Oggi, è tardi e basta.

Oggi vorresti non aver sprecato neanche un attimo della tua vita, ti piacerebbe poter trasformare in 'presto' tutti i tuoi 'tardi' per avere la sensazione di avere anche solo un po' di passato in più che possa, adesso, adesso che il futuro ti si nega, avvolgerti con le sue pietose carezze.

Ma è troppo tardi.
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1074
<![CDATA[Ossigeno]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1073 "Buongiorno"
"Salve"
"Gli incartamenti li lascio qui? Può mettere la firma sulla ricevuta?"
Firmai il foglio senza nemmeno leggere cosa ci fosse scritto, il fattorino lasciò il plico sul metallo sterile della scrivania e si avviò alla porta.
"Arrivederci"
"Buona giornata"
Guardavo fuori dalla lastra di vetro isolante che fungeva da finestra. Il panorama era grigio, offuscato dalla perenne cappa di smog attraverso cui filtrava qualche timido raggio di sole. Da poco era passato mezzogiorno, ma sembrava il tramonto, da trenta anni sembrava il tramonto. Qualcuno, tra gli anziani, ricordava ancora come era la vita fuori. L'odore della terra e della pioggia, camminare nel verde e respirare l'aria vera. Il ronzio dell'erogatore era l'unica costante nella mia vita. Erano almeno cinquant'anni che si viveva segregati. Complesso A53 questo era il nome della loro città. Quella era casa mia, la mia nascita era stata approvata e monitorata dalla fecondazione, il mio quoziente intellettivo misurato e la mia carriera decisa. Dopo le scuole tecniche avevo frequentato la facoltà di botanica ed ora lavoravo per il centro sviluppo del centro.
Un secolo prima l'aria aveva iniziato a guastarsi, la scoperta del combustibile ad argo avrebbe dovuto essere la scoperta del millennio, la terza rivoluzione industriale, tutti i test in laboratorio avevano dato esiti fantastici, zero emissioni, assolutamente pulito e più sicuro del nucleare. L'unico scarto del processo era un isotopo stabile del caso praticamente inerte. Nessuno aveva considerato l'inquinamento elettromagnetico, le prime istallazioni furono un successo; nel giro di trenta anni tutto funzionava ad argo. Le prime a cadere furono le grandi metropoli e i complessi industriali. Si iniziarono a registrare casi di morte per insufficienza polmonare. Il numero si decuplicò in meno di un anno. Le cause erano ignote, finché qualcuno non esaminò l'aria; così si scoprì che l'isotopo, vibrando a causa delle onde elettromagnetiche, si legava all'elio presente nell'atmosfera e rendeva l'aria più leggera, quindi per quanto si respirasse si finiva irrimediabilmente per morire soffocati. Le misure adottate furono un fallimento dietro l'altro. Quindi in un consiglio globale i governi decisero di attuare la misura provvisoria di creare dei centri di isolamento atmosferico. La mia casa. Si dovevano irrorare con l'ossigeno e di questo si occupò la AIRCOM, che si era assicurata l'appalto di tutti gli impianti di erogazione dei centri Si scoprì soltanto dopo che i generatori funzionavano ad argo e quindi ossigenare i centri distruggeva sempre di più l'esterno. Da provvisoria la soluzione divenne definitiva. Si susseguirono gli ovvi provvedimenti del caso, controllo nascite, età di pensionamento vitale: quando qualcuno diventava improduttivo nel centro veniva pensionato ossia il suo corpo veniva usato a beneficio della scienza. Ti toglievano di mezzo.
Andai verso la porta della serra, il turno era finito. Dentro c'era il mio tesoro, sessanta esemplari circa di Salviori. Iniziai la ricerca non appena fui uscito dall'università, pensai di sfruttare il naturale processo di fotosintesi delle piante per purificare l'aria, ma la cosa si rivelò molto più complessa di quanto potesse sembrare. Provai intrecci genetici con diverse migliaia di specie differenti, ma nessuna riusciva a trasformare quella nube tossica in ossigeno. Pensai di arrendermi, avevo deciso di prendermi un pensionamento anticipato, e in vista di questo volli dare alla mia testa un ultimo pasto, rilessi i libri che avevano cambiato la mia vita, fu mentre leggevo “L'origine della specie” di Charles Darwin che ebbi l'illuminazione. Le staminali umane. Feci richiesta al centro medico di poter avere i feti malformati, ma ancora in vita. Ci volle un po' prima che la commissione etica giudicasse valida la mia richiesta, ma alla fine la mia sperimentazione iniziò.
All'epoca avevo due assistenti: Andrea, ragazzo intelligentissimo, con molto senso pratico e poca etica. Diana, una ragazza diafana, con i tratti chiari e i lineamenti delicati. Ci lasciò non appena il progetto iniziò a coinvolgere i feti. Fu Andrea a darmi l'idea, fu una cosa detta quasi per scherzo
“Io pagherei per poter respirare l'aria pura!”
Andrea perse la vista in laboratorio, il suo corpo fu usato come catalizzatore per una ricerca sulla possessione funginea che non aveva portato a nulla. Centinaia di feti furono sacrificati al mio scopo, il soggetto 23 fu l'unico a seguire il filone evolutivo che desideravo. Innestai con fortuna l'embrione su un ibrido di piante che aveva mostrato una buona capacità di sintesi del gas. I salviori furono pronti nel giro di una settimana. Condussi con oculatezza tutti i test e le prove di rito. Funzionava. Avevo creato la pianta che assorbiva l'argo e restituiva l'ossigeno. La salvezza del pianeta avrebbe potuto essere merito mio.
Un giorno per scherzo proposi ad uno studente che era risaputo sballarsi con una combinazione di luci e suoni reperibili facilmente online:
“Ti andrebbe di provare una roba nuovissima?”
“Lei è pazzo, anche se non fosse in combutta con la polizia, se mi beccassero con qualche controllo del sangue finirei pensionato!”
“Non è roba che risulta alle analisi”
“È impossibile una cosa del genere!”
“Ti faccio provare gratis la prima volta ed ogni volta che mi porti un amico il tuo giro è gratis. Ci stai?”
“Che roba è?”
“Aria” gli risposi impassibile.
“Aria pura. Come si respirava cento anni fa” continuai.
“Passa nel mio studio stasera alle 19 in punto”
Così iniziai il commercio che mi rese incredibilmente ricco. Nel giro di pochi mesi fui in grado di permettermi gli alloggi nei posti di classe e un servizio di pulizie migliore. I soldi non mi importavano, non era quello il mio tesoro, il mio bene più prezioso, l'unica cosa che non volevo condividere. Dovevo essere l'unico possessore dell'aria e nessun altro doveva dispensarla. La mia piantagione si estese e man mano diminuivo il giro di clienti. Mi mancarono le finanze per potermi mantenere la casa e tutto il resto. Non faceva differenza, avevo l'aria. Passavo ore e ore nella serra a riempirmi i polmoni di quel miscuglio di composti così semplice. Chiudevo la serra con la password e non permettevo quasi a nessuno di accedervi. Solo Nico, il fratello di Andrea, che faceva le pulizie due o tre volte a settimana. La mia ossessione peggiorava ogni giorno. Scoprii che i corpi umani permettevano la fioritura in tempi minori e difendevano i germogli dall'aria tossica e li rendevano più forti, lo scoprii analizzando la ricerca sui funghi fatta nel corpo del mio vecchio assistente. Mi era tornato più utile da morto. Mandavo falsi rapporti al centro sviluppi dicendo che il progetto aveva bisogno di nuovi test, ma davo abbastanza speranze per non chiudere la ricerca. Non mi ricordo perché parlai a Nico del lavoro fatto da suo fratello e da come la ricerca che gli aveva tolto la vita mi aveva giovato, forse era in uno stato di straniamento a causa della lunga respirazione di aria.
Nico mi guardava impassibile circondato dal mio diretto superiore e da quattro colleghi botanici. Il capo stringeva in mano il rametto di uno dei suoi figli. L'inserviente indicò la serra e il piccolo gruppetto si diresse in quella direzione. Dietro di loro entrarono le guardie. Ammanettato e basito fui portato davanti al giudice che quasi senza alzare lo sguardo dal rapporto disse:
“Pensionato!”
Avrei voluto urlare, difendermi, almeno dire qualcosa. L'unico mio pensiero erano le piante, le mie dolci figlie, allora le parole uscirono spontanee:
“Voglio essere un catalizzatore, almeno questo me lo dovete, fatele vivere in me, non privatemi del mio unico bene, vi prego! Vi imploro! Voi potete!”
Il giudice mi guardò sorridente, senza rispondere. Non avrei mai scoperto che sul fascicolo che mi riguardava stava scrivendo “destinato a sperimentazione alimentare, da tenere assolutamente lontano dalla sua ricerca.”



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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1073
<![CDATA[Navigazione d'ottobre]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1072 in quel monastero lontano, perduto nella campagna a ulivi.

Maria, la grande mediatrice, la madre per eccellenza,
la sposa povera e fedele, annunciazione e obbedienza.
E dietro: intere vite anonime, un esercito consacrato
a un simbolo, il dolore del parto
insieme alle celebrazioni del natale,
luce che splende in notte invernale,
umili animali e doni di re,
la figura nerovestita e il cuore trafitto di spade:

ma basta poco – un po’ più in là, nel mio tempo,
un’altra immagine di Maria si stacca
dalla facciata barocca, nella nicchia centrale, in alto.
La sua statua calpesta la luna.

Tu domandati il senso delle figure,
nulla compare a caso nell’espressione:
cos’è l’oppressa luna, ti domanda la figura,
e ti risponde – se esser sotto e sopra
non sia prima e dopo nell’ordine del tempo.
Ciò ch’è importante adesso non sempre è stato,
eppure, in qualche modo, anche fu, sempre:
perché ogni notte conserva il suo pallido
riferimento.
Allora forse ciò ch’è sottomesso si raddrizza e viene avanti,
perché possiede qualcosa del sempre –
qualcosa di ciò che fu, è, o tende a tornare –
qualcosa resta, qualcosa va,
il nuovo viene, i nomi possono cambiare.

Basta un momento, o vent’anni – è adesso:
fa’ che risuoni, secondo che puoi,
parola spenta
a richiamare vite senza numero,
che in te rispondono.

Figure circolanti nel niente
negl’infiniti impulsi che risalgono alla mente –
vent’anni, o quattromila, in un momento – un vento
immateriale
come acqua si divide e bisbiglia,
scorre e si confonde a rivoli senza numero.

Ciò che cambia, ciò che resta: e tutto è vivo e mosso,
necessario –
fertilità e perdita.
Morte. E vittoria sulla morte.
Lo sai: chiunque tu sia,
dove sei può soffiare lo spirito.


Nocera Inferiore, 19.10.2012]]>
Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1072
<![CDATA[Contemplazione]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1071 sono tornata più volte ai Marini
per rubare dalle cose mute
il mistero del silenzio.

Un gatto nero, i platani, le panchine,
un quadro fermo da giorni.
E la solitudine
mi ha stretta a sé.

Un inesprimibile ma pensabile luogo
da cui uscire e tornare.
Quando si vuole …

Una deriva dei sensi
che spoglia le cose fino all’essenza
per una grazia d’ombra
di pochi secondi.
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1071
<![CDATA[Un filosofo con... le mani in pasta]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1070 Lo straccio orami logoro continua a lisciare la superficie di acciaio. Spinge le molliche dei croissant per terra, lambisce i portatovaglioli, attrae ogni minuscolo granello di zucchero. Macchie di ogni sorta scompaiono sotto il suo rapido, duro, passare, lasciando all’occhio la sola vista dei graffi. Quelli, ormai è impossibile toglierli. Lo straccio continua da mesi il suo lavoro, a forza sospinto dalla mano, anch’essa logora, come lo straccio. Né la mano né i graffi godranno della stessa fortuna dello straccio. Non riposeranno sul fondo di un secchio: la mano continuerà a stringere un nuovo straccio; i graffi riceveranno ancora, e per lungo tempo, macchie, zucchero, cucchiaini, molliche e per loro l’unica consolazione sarà far posto ad altri, nuovi graffi.
Le tazze sono in ordine, la vetrina ben pulita. I liquori, ordinati secondo la tipologia, comunicano grazie ai riflessi dei raggi del primo sole, rimbalzando da un’etichetta all’altra, secondo un ping-pong che si ripete ogni mattina, alla stessa ora. Amari e amarissimi a portata di mano, eccezion fatta per l’Amaro Lucano che va per la maggiore: questo si tiene nel frigorifero sottostante al bancone. I vermouth possono giacere lontani, le loro etichette coprirsi di polvere: in un paese di manovali l’occhio non sempre vuole la sua parte, anzi, spesso si chiude per non guardare. Lo stesso valga per i ruhm, i whiskey e altre raffinatezze del genere. Dopo una giornata sul cantiere o in mezzo ai campi, niente è più rinfrescante della birra ghiacciata, rigorosamente Peroni, da servire senza bicchiere; altre volte, invece, il Borsci, imbevibile infuocato petrolio, è richiesto in luogo del fresco nettare di malto: “non sono mica una femmina, io”, potrebbe rispondere il cliente all’inavvertito gesto del barista di porgergli un bicchiere. E di birra sono pieni la maggior parte dei frigoriferi. Tutti gli altri si dividono il lavoro per tenere alla giusta temperatura bevande da femmine, appunto, o per bambini: the freddo, aperitivi analcolici, succhi di frutta.
Cornetti caldi, ciambelle e sfoglie ripiene di crema, occupano il primo piano del palazzo di vetro. La rosticceria, o il salato, il piano meno nobile. Tra poco i loro ruoli si invertiranno, come sempre si invertono i ruoli durante la giornata: ciò che è dolce al mattino diventa, pian piano, salato. Più spesso, diventa amaro. Sono le sette, sono in piedi da due ore, da una dietro il bancone, l’ora prima, sempre in piedi, in cucina a sfornare delizie. Sono più di cinquanta i caffè: prima chicchi, poi polvere, poi cialda stretta nel braccio della macchina, poi acqua nera. Sono già stanco e non devo pensarci: non si andrà a letto prima delle due, di notte ovviamente. Sono giusto trenta giorni filati, oggi, che vado avanti così.
Il barista è dio. Anzi, per non regalare troppo agli eretici e non togliere altrettanto ai fedeli, sarebbe meglio dire, che il barista è come dio. Sarà perché a quest’ora del mattino, con le ossa a pezzi, i muscoli ridotti a batuffoli di ovatta, testa pesante e gambe e braccia ormai allo stremo, non riesco a vedere altro dio racchiuso in questi novanta metri quadri. Ieri sera la festa è finita tardi. Loro ballavano, io battevo le mani sulla pasta per darle una forma che si approssimasse al cerchio. Le feste di paese di antica origine, vissute nel presente, mi restituiscono solo tristezza e repulsione. La festa era l’occasione per fermarsi, per vestirsi di panni nuovi e puliti, di indumenti che si usavano una volta l’anno. Il signorotto restava signorotto, il povero cristo poteva diventare signorotto per una sera. Tutte queste cenerentole del paese potevano lasciare i campi, per un giorno, ricoprire la polvere e la terra di abiti puliti e fermarsi ad ascoltare la banda per tutto il giorno, avvolti in un inusuale senso di riposo, prima che alle cinque del mattino seguente scoccasse di nuovo la terribile mezzanotte. Altri portavano il santo in processione, altri ancora coglievano l’occasione per scambiare due parole, finalmente con amici, non più con semplici compagni di lavoro. Un bicchiere in compagnia, in rispetto all’antico rito sociale del banchetto comune. Le donne impegnate nelle preghiere, si affaccendavano nelle ventiquattrore precedenti a preparare manicaretti di ogni sorta ma soprattutto preparavano il proprio spirito ad accettar le inevitabili critiche dei mariti: il sugo è troppo denso, il sugo è poco denso; la carne è troppo al sangue, la carne è poco al sangue; il sugo è troppo sugo, la carne è troppo carne. Ho detto: inevitabili critiche. Inevitabili per chi quelle critiche le pronunciava, poiché nella possibilità della critica, gratuita e senza replica, vive il senso di un rapporto profondo, a metà tra frustrazione e senso di onnipotenza. “Continuerò a zappare i campi per tutta la vita, vedrò forse i miei figli andare via, e continuerò a vedere il medico, il farmacista e il notaio, guadagnare dieci volte più di me e dare lavoro ai propri figli senza poter cambiare minimamente le cose; però a casa, a casa mia, e il giorno della festa, per giunta, sono il sovrano, l’unico Re Sole che possa irradiare la sala da pranzo. Ho potere di vita e di morte sul sugo e sulla carne”. Inevitabili, però, le critiche lo sono anche per chi le riceve: un’intera generazione, una folla di donne, che per tutta la vita non ha fatto altro che ricevere queste critiche tanto da stupirsi e, quasi, inquietarsi, quando queste non le riceveva. Dopo anni, si palesa il matriarcato sempre strisciante: “mia madre la pasta la faceva meglio”\ “Sì? Vai a mangiare da tua madre”, e in questa risposta c’è tutta la fiera affermazione della propria importanza. Tradotto, significa: “povero ingenuo, ormai non c’è madre che possa sostituirmi”, e un ghigno, impercettibile, accompagna le rughe che solcano il volto.
La festa era il luogo dello spirito: quello delle donne impegnato nelle preghiere, quello dei bambini, impegnato nei giochi lontani dalla scuola, quello degli uomini, che si ritrovavano uomini e non più macchine agricole. Finalmente il circolo lavora-mangia-lavora-dormi si dischiudeva per diventare non una retta (i contadini hanno sempre vissuto, seppur senza esserne consapevoli, il tempo circolare ben prima che Nietzsche lo recuperasse dalla visione greca del mondo) ma un semplice, indecifrabile punto: mangia-riposa. Un sogno. Un incubo è ciò che resta oggi. Bancarelle di cinesi, turchi, pakistani, magrebini, affollano le strade per offrire ai nuovi festaioli, che per inciso fanno festa tutti i giorni, le cose più impensabili; offrono alle donne qualsiasi tipo di prodotto che loro comprano; e le donne porgono ai mariti l’imperdibile opportunità di sfilare il portafogli dalla sacca e mostrare a tutti che, finalmente, tutti possiamo comprare tutto. “Mio nonno, mio padre, campavano a stento? Beh, le cose sono cambiate: posso comprare tutte le borse che voglio e quintali di noccioline e zucchero filato. E posso farlo anche nei giorni usuali, si badi bene, non solo durante la festa. Sono orgoglioso di mio figlio, che spende fior di quattrini nelle sale giochi e inizia a fumare sigarette a quattordici anni. Le cinque lire giornaliere che mi dava papà per prendere l’autobus, io le conservavo per uscire con gli amici il fine settimana, andando a piedi fino a scuola, per risparmiare, appunto. Io e mio padre eravamo dei falliti”. Il vestito della festa ormai non esiste: questa definizione, non esiste più. La festa non è più festa, perché ormai è festa tutti i giorni. Non c’è più il signorotto: i figli del medico, del farmacista e del notaio, chiaro, hanno macchine e case di lusso; ma il figlio del contadino non ne parla più con la stessa rabbia del padre. La sua macchina è meno costosa, ma quantomeno non deve cavalcare più un mulo. Eppure la sua frustrazione supera di molto quella del padre. Alla festa, come a questa sciagurata generazione, è accaduta la cosa peggiore che possa accadere ad un discepolo: ereditare tutti i difetti, e nessun pregio, dal maestro.
Loro ballavano, io continuavo a disporre ingredienti sul disco con una precisione tanto maniacale da mostrare che la perfezione è solo nel caos. E loro continuavano a ballare anche quando continuavo a infilare e sfilare gli stessi dischi dallo stesso forno nello stesso modo. Il lavoro nobilita l’uomo, dicono. Beh, mi sentirei nobilitato anch’io se spezzassi questa pala su un ginocchio, lanciassi la divisa in un fuoco ardente e uscissi a ballare. Mi chiamano pizzaiolo. Se mi capita di andare in bagno e guardarmi allo specchio, non riesco a vedere nient’altro che un infermiere con la faccia sporca di cipria. La verità è che il lavoro logora l’uomo, ne logora testa, membra e fibre; sevizia la volontà e scarica l’intelletto. Almeno questo lavoro, portato avanti in questo modo. È mezzanotte e continuano a ballare, quando io, ripuliti gli ultimi contenitori dai rimasugli di pasta, e salutate con rabbia le novanta pizze infornate nelle ultime due ore, pulisco il forno e inizio a inserire le teglie di cornetti da presentare ai ballerini. Non uno dei loro piedi potrebbe seguire il ritmo dei miei pensieri, né, sovrapponendo i cerchi che disegnano danzando, si potrebbe edificare un pozzo alto quanto l’abisso della mia anima. Eppure loro ballano e io nutro, con le mie mani, la loro vita insufficiente. Tra un’ora sarà finita e resterò solo con il secchio e la mazza. Qualche rapida passata e il pavimento brillerà, anche grazie all’ausilio di un po’ d’aceto. Il pavimento va sfregato sempre in senso orizzontale rispetto alla luce, altrimenti si vedranno i segni dello straccio e le mattonelle lucide sembreranno macchiate. In realtà, me ne fotto delle macchie, ma se il padrone avrà qualcosa da ridire, mi toccherà ricominciare e a quest’ora non ne sarei poi così felice. Quando sarò grande comprerò un bar e al momento della chiusura, riverserò sul pavimento litri e litri di salsa di pomodoro. Il primo che si azzarderà a pulire, sarà licenziato e se i clienti, all’indomani, avranno qualcosa da ridire circa la marea rossa, che vadano a fare colazione a casa. Tra qualche ora dovrò essere di nuovo in piedi.
Ma ieri per fortuna è passato, meglio pensare a qualcosa che mi permetta di superare l’oggi. Il barista è solo un barista. Il barista attento è come dio, perché, come dio, vede tutto e tutto insieme. Il quadro plastico che gli viene offerto ogni giorno è composto da tanti attori, i più dei quali recitano una parte, spesso la stessa da anni. Altre volte il copione varia, ma, lui, un po’ regista un po’ spettatore, ha sempre l’insieme tutto insieme, ma sotto al naso. Come le feste a tema, già conosce il tipo di clientela che dovrà aspettarsi, a seconda del clima, della ricorrenza, del giorno festivo o feriale, dell’occasione di un mercato o di un matrimonio che abbia luogo presso la chiesa impiantata nella stessa piazza. Oggi è un giorno di sole di un’estate rovente. Quindi fino alle dieci, oltre alla normale gente anziana della città, il traffico sarà composto da contadini, manovali, postini, uomini d’affari, questi non si fermano mai, villeggianti di passaggio diretti alla vicina autostrada del Sole (che meglio sarebbe stato chiamarla della luna perché ci entri di giorno e ci esci di notte). Il barista ha gli occhi aperti di giorno e di notte. Un occhio al caffè ed uno alla mano del ragazzino che tenta di rubare qualche caramella. Generalmente l’occhio si chiude ma la stanchezza, strana contraddizione, è un ottimo tonico per la frustrazione e per l’amor proprio. È incredibile come risvegli e tenga desti entrambi. Ragazzino oggi fila via, non è aria. Ma di solito accetta le furfanterie: sono solo ragazzini. Quando il caffè si poggia nella tazzina, due occhi lo fissano e una bocca ringrazia. Altre volte la bocca resta chiusa. Ma a questo genere di indelicatezze ormai è abituato. Generalmente, da quando il barista diventa barista, quando esce per locali, inizia a lasciare la mancia ad altri baristi: solidarietà corporativa. Nello stesso istante gli riesce di vedere una coppia conversare amabilmente, tazza in una mano e gomito appoggiato sul bancone, e l’avvocato, più indietro, osservare la donna; il barista vede ciò che gli altri non vedono: il marito, pur fissando la moglie negli occhi, non la vede fissare il secondo uomo in prospettiva. Forse a praticare ogni giorno la gente, non la si guarda più, la si vede davvero. E si vede oltre gli anni di matrimonio, e si inizia a includere le persone in categorie che presto saranno accantonate: educati-maleducati, giovani-vecchi, donne-uomini, ricchi-poveri, lavoratori-nullafacenti, colti-rozzi, e così via. Dopo alcuni anni di lavoro, le categorie si riducono a due: interessanti, meno interessanti. Dopo averne viste e sentite di tutti i colori, lo status sociale, il sesso, il livello d’erudizione si dissolvono. Si sta attenti solo a che il cliente, quello nuovo, abbia qualcosa in più, o in meno, comunque qualcosa di diverso, dalle centinaia che hanno già salito i due gradini, poggiato i gomiti al banco e chiesto da bere. Si attende, come il sole d’inverno, qualcosa che, pur nel suo continuo ripetersi, possa colpire e destare. La donna al banco prima o poi cederà alle avances dell’avvocato. È solo questione di tempo, ma prima o poi lo incontrerà senza il marito. Si vede da come si accarezza i capelli, li sposta da una parte all’altro del collo, da come poggia le braccia, una incrociata sulla pancia e l’altro teso con tre dita, il pollice sotto il mento, gli altri due sul viso, a sostegno del capo. Il cliente di sempre legge il giornale. Un sorso di caffè ogni due pagine, ogni quattro distende tutto il giornale e torna a ripiegarlo su se stesso come fosse un unico foglio. Aspetta l’altro compare, con il quale inizierà le solite, sconclusionate e inutili polemiche sulla politica, la Chiesa problema di tutti, lo Stato canaglia, il comunista e il fascista che si uniscono agli estremi, la pensione insufficiente, le banche sanguisughe per poi passare ai veri temi di interesse internazionale, quali: il sindaco ladrone, il farmacista opportunista, il maresciallo donnaiolo, la gioventù andata, il prossimo matrimonio di non so chi, come sono belli i tempi di una volta. In genere è quello che critica tutti pur concentrando in sé i peggiori difetti di tutti. Difetti della coerenza… L’avvocato è ancora fermo dinanzi ai dolci. Ha comprato una semplice sfogliata, ma sembra che stia mangiando un’intera torta nuziale visto il tempo che ci impiega. Chiaro: finché la donna non uscirà, accompagnata dal marito, continuerà a sfruttare ogni minimo istante per concedere cenni e segnali alla donna, che lei ricambi o meno, in questo triste e sciagurato rituale di corteggiamento.
La voce mi chiama dal profondo del laboratorio: “c’è la pasta da spezzare, mi dai una mano per favore?”. È il mio angelo, l’angelo di tutti. Capelli sporchi di schegge di pasta, male odoranti per le troppe fritture. Una cinquantina di chili racchiusi in un metro e poco di femmina, si portano a spasso, avanti e indietro, con un’andatura oscillante. Questo non è il red carpet, non si oscilla per atteggiarsi. E nemmeno quando, come lei, si lavora tutti i maledetti giorni dell’anno, dalle 6 del mattino a mezzanotte. Unica eccezione la festa della patrona di una piccola contrada di non più di cinquanta anime. La contrada è dove ha vissuto per tutta la vita e dove vive ancora adesso. Il suo profondo senso di religione le impone di impegnarsi per l’occasione.
Si lavora al compleanno, si lavora a Natale, si lavora sempre. Da quando lavoro qui, e ci lavoro i fine settimana (che a volte iniziano di giovedì e finiscono il lunedì) e un paio di interi mesi in estate, mi chiedo dove trovi la forza per farlo. Già, perché l’andatura claudicante non è dovuta alla stanchezza, ma a una piaga incurabile che affligge la pianta del piede destro. Lo scarpone nero, informa del problema come una grossa nube di fumo segnala un incendio. E continua a stare in piedi, ormai da anni, quasi venti ore al giorno. La sua morale, a metà tra un integralista cristiano e un boscaiolo devoto solo all’albero e alla scure, le ha vietato di chiedere la disabilità. “Se sto in piedi, vuol dire che sto bene”. Quasi ho vergogna di me stesso: quante a volte a letto per un forte raffreddore? Ha quasi quaranta anni, sesta di sette sorelle: il piccolino, l’ultimo, unico uomo, ottavo figlio, ha qualche anno meno di lei. Tutto il suo stipendio torna a casa perché da quando è morto il padre, tutti insieme hanno tirato su le maniche delle camicie, non posso dire nemmeno rimboccare, e si sono dati da fare. Le sorelle e la madre, che prende una modesta pensione, continuano a tirare avanti, per quello che possono, con la fattoria, gli animali e le terre. Il suo viso, occhi piccoli, qualche dente dimenticato chissà dove e un nasino lungo e storto, si copre di stanchezza solo a tarda sera, oppure quando abbiamo dei lavori aggiuntivi, come oggi, appunto. Mi ha insegnato tutto quello che so, è stata mia professoressa presso l’università del lavoro. E l’unica soddisfazione che ho provato, da quando sono qui, è l’essere riuscito a portare avanti l’intero bar e l’intera preparazione, il giorno in cui le fitte al piede le impedivano di alzarsi. Né al denaro né alla vita, pensavo, quando andai a dormire esausto, ma al viso di questo piccolo folletto, estirpato dal suo luogo naturale, i boschi, che mi diceva “meno male che c’eri tu”. Maria mi avrebbe salutato con amarezza e occhi lucidi, ma anche con somma felicità, quando le avrei comunicato, qualche anno dopo, la mia decisione di lasciare il lavoro per concentrarmi sullo studio, vista la possibilità di prendere una borsa di dottorato. Mi disse: “Non so che è un dottorato, ma se guadagni senza spezzarti la schiena, vattene. Il lavoro non manca mai e tu qua sei sempre a casa tua”. Non so se la sua tristezza dipendesse più dal non avermi più accanto o dal sapere già di non avere avuto più nessuno accanto, nei mesi a venire. A distanza di tempo, ho capito che la prima prevaleva di certo sulla seconda, ma, fosse stato il contrario, le avrei voluto lo stesso bene che le voglio ancora.
Strappare la pasta all’impastatrice è un lavoro massacrante se lo si conduce senza furbizia. Questi ventiquattro chili di pasta non lasceranno la presa così facilmente, aggrappati come sono, ai bordi del calderone d’acciaio, all’elica centrale che gira per impastare acqua, lievito, sale e farina. La farina, già… maledetto sia l’inventore il cui scarso genio ancora non riesce a progettare dei sacchi che camminino da soli. Proprio l’altro giorno sono stato al mulino. Molto semplice: parcheggi il furgone, carichi tre quintali, divisi in dodici sacchi da venticinque, torni al bar, scarichi e la tua giornata è finita. O meglio, continua, ma tu, sei finito. Il carico di farina si fa alle prime ore dell’alba e lo fa, per mia somma fortuna, il più giovane o l’ultimo arrivato. Le due cose, in questo caso, coincidono. Spero solo, per il candore della mia fedina penale e per la sua incolumità, che il vigile urbano chiuda un occhio quando parcheggerò in divieto di sosta per scaricare la polvere bianca, evitando di camminare con i sacchi in spalla per diverse centinaia di metri. La stanchezza mal si accompagna alla diplomazia.
Maria mi sostituisce al bar, io tiro la pasta. Fervono i preparativi per il matrimonio di stasera: è solo il terzo dei cinque impasti necessari. Bagnare le mani prima di immergerle nella pasta: questo è il trucco per evitare di spezzarsi la schiena tentando di tirare verso di sé questa massa gommosa, che puntualmente torna indietro. Le mani bagnate devono scivolare tra la massa, spezzare, come tenaglie di un granchio, piccoli pezzi di pasta e buttarli sul tavolo. La massa riposerà per una mezz’ora, poi sarà spezzata in pagnotte più o meno grandi, a seconda dello scopo ad esse assegnate. Non si usa la bilancia qui: si deve pesare con la mano. Fausto, il padrone del locale, riesce a fare palline e a dirmi il peso, con un margine di errore che non ha superato mai i cinque grammi. E io mi chiedo, a quel punto, dove finisca la mano e dove cominci la pasta. Spero di continuare a sbagliare e di avere, per sempre, bisogno della bilancia.
Le sfere di pasta vengono sistemate nei contenitori termici e lì riposeranno, per la seconda lievitazione, fino a quando, le stesse mani che le hanno appallottolate, andranno a disturbarle per ricomporle in calzoni, panini e forme strane da gettare in olio bollente o tra le due piastre roventi di un forno. Lo sfero di Anassagora, mi ripeto, avrà più o meno questa forma. Con i presocratici sto a posto: l’esame di filosofia antica è tra una settimana. Come sempre sarà un successo, ma le dottrine etiche di Aristotele proprio non mi entrano in testa. La Metafisica è un’opera edita da Alessandro di Afrodisia nel III secolo d.C. – libero le mani dai residui di pasta fresca, sfregandole bene con una spugna di ferro. In tutta l’opera non compare mai la parola metafisica, ma probabilmente fu la sua catalogazione dopo i libri della fisica (meta ta physika, appunto) a mandarla alla tradizione come Metafisica. Lo stregone ricompone un nuovo artificio: farina gialla, farina 00 nelle stesse quantità. Attenzione a non mettere la farina dura prima dell’altra, perché dopo i primi giri può creare una crosta che rimarrebbe poi nell’impasto. Mezzo pezzo di lievito in estate, un pezzo intero in inverno: qui non si fanno le cose alla svelta, l’impasto deve riposare. Acqua in quantità giusta secondo quanto l’occhio riconoscerà e soprattutto il sale: troppo sale inibisce la lievitazione, troppo sale ne accelera gli effetti a dismisura. La macchina parte. Lo scacco della Metafisica risiede nel paradosso che avvolge il suo primo principio: l’Essere primo o l’Essere più universale? Per buona pace degli scettici, e per buon esito del mio esame, si risolverà l’impiccio dicendo che il principio è universale in quanto è primo. Già: credo che qualche logico avanzerebbe dei dubbi su questa risoluzione. Forse sto diventando scettico o forse il sudore e i fumi delle fritture che mi si attaccano addosso lasciano poco spazio alla fantasia, scatenando il cinismo: come si può costruire una tradizione di duemilaquattrocento anni su opere miscellanee, partendo da quanto i manoscritti tramandano di copie di copie di copie di ciò che qualche allievo intese essere la parola del maestro e mise per iscritto, opere che hanno avuto indefinite edizioni? Tautologia: bisogna avere fede nella buona fede. Cioè sperare, o illudersi, di riavere la bocca barbuta di Aristotele a parlarci tramite migliaia di mani e di anni che l’hanno ripetutamente socchiusa, allargata, sperimentata, esplorata, criticata e poi recuperata. Ogni frase che cominci per “Aristotele pensava” o “Aristotele diceva” oppure “Secondo Aristotele”, dovrebbe essere bandita. Spesso mi fermo ad immaginare Aristotele e Platone totalmente calvi e senza nemmeno un pelo in viso, che passano giornate al fiume a pescare, scherzare e ridere. Li vedo sull’uscio delle rispettive case, accolti dalle mogli di cui la tradizione non ci dice nulla, imbufalite per aver fatto tardi a cena. Li vedo in quel mondo buio e senza luci, senza rumori di notte e senza troppo vino di giorno. Le loro lacrime scorrono come tutte le altre, durante il giorno della morte del loro padre: giù dagli occhi, rapide a solcare le gote e ancora più rapide, cadere in terra, visto che gli inesistenti peli della barba non possono frenare la folle corsa. Li vedo seduti su un tronco d’albero, uno assediato, con piacere, da Sparta, l’altro, con minor piacere, dai capricci di Filippo. Camminando sotto il portico o lungo le colonne che sorreggevano l’edificio dell’Accademia, entrambi, assorti nei loro pensieri: la polis, le donne, il buon governo, quanto vino ho bevuto ieri sera eppure dovrei seguire i miei consigli sulla moderazione; dall’Uno al molteplice e dal molteplice all’Uno, stamani lo stomaco è vuoto, lasciamo sotto il portico la diade e andiamo a cercare qualcosa da mettere sotto i denti; natura o cultura, la morte del corpo e la vita dell’anima, il circolo delle rinascite, il passato glorioso di Atene, la decadenza che prepara il campo al futuro impero macedone. Uomini troppo uomini anche loro, Platone e Aristotele. Di voi ci tramandano dottrine e sistemi: né un’inquietudine, né un lamento. Devo tornare alla preparazione adesso, ma, state tranquilli, ormai è impossibile lasciarvi. Non ricorderò mai le dottrine etiche di Aristotele, tranne quella del “giusto mezzo”: non esagerare, mai lasciarsi soggiogare dalle passioni, ma nemmeno ricadere nella totale insensibilità. Troppo sale gonfia l’impasto, poco sale lo deprime. Aristotele ha teorizzato la lievitazione artificiale..
Se fosse un sabato normale, a quest’ora le mie gambe sarebbero parallele ad un materasso e non perpendicolari ad un tavolo; i miei occhi non sarebbero forse chiusi perché, paradossi della natura, quando si è troppo stanchi non si riposa bene e avrei iniziato già il sommario dei piccoli e grandi dolori che avverto per il corpo. I polsi e i palmi delle mani, a causa della forza usata per schiaffeggiare la pizza; gli omeri e le clavicole quasi inceneriti sotto i sacchi di farina; piedi gonfi e quasi palmati, a metà tra una papera e una rana, ginocchia scricchiolanti per le troppe ore passate a sorreggere i femori e a tener ben ritti tibie e peroni. È possibile solo un inventario dello scheletro poiché i muscoli, ormai, sono tanto indolenziti, da lasciare spazio ad un unico, totale stato di gonfiore-dolore che riveste tutto il corpo come una specie di seconda pelle. a volte mi sembra di avere un’aurea di energia come i personaggi dei fumetti giapponesi. Magari fosse così… e magari potessi almeno fare il solito inventario. Oggi non è possibile perché, oltre al lavoro ordinario, ci tocca il buffet serale per il matrimonio. Già: vivere, bruciando sotto una finestra aperta agli ingenerosi raggi di un sole cocente, dalle due del pomeriggio alle otto della sera, tra un forno a due piastre, temperatura attorno ai 300 gradi, e una friggitrice, temperatura certa di 280 gradi. Gli sposi saranno ancora lanciati nelle danze quando avremo finito. Finito di cucinare, ovviamente. Poi tutto sarà caricato sul furgone, mentre qualcuno resterà a lavare le cinquanta e più, teglie di ferro nelle quali sono state cotte le migliori delizie possibili nella rosticceria. Lo stesso carico sarà portato nelle cucine del ristorante e le stesse persone che lo hanno preparato, svestiti gli abiti da infermieri e vestiti quelli da camerieri, allestiranno la lunga tavolata carica di delizie.
Quando ti trovi stretto tra i tre fuochi, quasi ti manca il respiro. Il tuo corpo, purtroppo, ti obbliga a bere, pur sapendo che tutta quell’acqua sarà trasformato nello stesso sudore che inizierà a pervadere ogni più piccola parte del tuo corpo. Le diverse bruciature sulle mano, alcune, piccolissime, non credo andranno mai via, mi hanno insegnato ad usare sempre lo strofinaccio di tessuto duro per cacciare le teglie dal forno e mi saranno di monito, quando non sarò più a lavoro, a fare tutto ciò che devo e che posso per evitare di tornare di nuovo a tirare teglie dal forno. Il rapporto con l’olio bollente è decisamente più disteso. Secondo me l’olio è come i cani: capisce quando hai paura e, l’olio, non avendo denti come i cani, non morde ma ti scotta. Quando inizi ad accompagnare con le mani i calzoni, le chele di granchio e tutto il resto, quasi toccando la superficie oscura e ribollente, nemmeno una piccola goccia ti toccherà le braccia. È una questione di fiducia: con l’olio bollente si deve empatizzare. Nel frattempo è arrivato anche Fausto , il capo, o “grande capo” come a me piace chiamarlo, notando l’irritazione sul suo volto. Ogni volta mi risponde “io sono un semplice operaio”. Ed è la sacrosanta verità: mai visto un capo che lavori più dei dipendenti, che paghi tanto puntualmente, e che aggiunga sempre qualcosa di più a fine serata. Sempre sorridente, tranne quando fervono i preparativi per il matrimonio e, come al solito, siamo in ritardo. Mi ospita a casa sua insieme alla sua famiglia, tutte le volte in cui lavoro più di un giorno: risparmio benzina ed evito il pericolo di guidare a tarda notte con questa stanchezza. Un paio di volte successe che, per evitare guai peggiori, mi fermavo a riposare un po’ sulle piazzole di sosta svegliandomi, ovviamente, non prima del mattino seguente, con tanto di telefonate preoccupate da parte sua e di mia madre. Da allora non mi ha mai più lasciato tornare a casa dopo il week-end: mi fermavo a dormire là e ritornavo il mattino seguente.
Occhi azzurrissimi, come sua moglie e i suoi due bambini, fronte rigata da rughe profonde e un sorriso quasi mai oscurato da tristezza. Sempre chiuso in una camicia attillata, non per moda ma per crescita esponenziale della pancia, ricorda un po’ i cuochi dei cartoni animati: buffi, col cappello, il pancione e il grembiule. Fausto è stato il primo a dirmi “vai e non ti preoccupare” quando li ho lasciati. Ho poi saputo che spesso ha rimpianto la mia assenza, ma non me l’ha mai fatta pesare. Ha diversi mutui da pagare, tra i due bar e i rispettivi laboratori rinnovati, ma non se ne fa un cruccio: ha sempre campato così, senza soldi o, al massimo, con soldi presi in prestito dalle banche. Un altro paio di anni e i debiti saranno sistemati. Chissà se troverà un po’ di tranquillità. Credo proprio di no. Ha subito riconosciuto la mia diagnosi come giustissima: tu sei nato per lavorare perché senza lavorare non ci sai proprio stare. L’unica persona, di mia conoscenza, che sfrutta la sua unica settimana di ferie in un anno per andare a lavorare i campi insieme al padre anziano. Deve essere un fatto di natura, non c’è alcun dubbio. Un paio di volte sono stato dalle parti dove abita la sua famiglia e ho potuto, credo, immaginare la vita che ha condotto fino a quando, a sedici anni, è andato a lavorare per la prima volta in alta Italia come cuoco: una piccola contrada, con una quindicina di nuclei familiari tutt’ora. Animali, terre e desolazione: l’unica vista che ripaga l’occhio per il suo sforzo, è la totale apertura sul Vallo di Diano. I suoi genitori, nonostante abbiano passato la settantina, continuano così: terre e animali, di estate e di inverno. La pensione per loro è un fatto pratico, sono soldi, solo soldi. La vita è un’altra. Non c’è vita senza lavoro e il lavoro, almeno da queste parti, è solo uno: terra e animali.
Nonostante il diabete ne fiacchi il corpo da anni, il suo spirito è ancora quello di un bambino. Non troverò più un superiore con la sua umanità. Le mani, dolenti per anni di lavoro, custodiscono i segreti del dolce e del salato; come un artigiano con un pezzo di argilla, lui riesce a modellare sfere di pasta, dolce e salata, nelle forme a lui congeniali. Socrate aveva ragione: tra maestro e discepolo intercorre un rapporto di trasmissione come tra vasi comunicanti. Ma qui non siamo sull’acropoli né per le strade che gettano lo sguardo al Pireo; siamo in un paesino e qui, di quei vasi ateniesi decorati in stile attico, non vi è alcuna traccia. Il vaso della dianoia è poco utilizzato; qui sono le mani che trasmettono ad altre mani tutta una sapienza che non vuole ricette. E quelle mani tozze e rovinate hanno trasmesso a queste mani, fino ad allora adatte solo al foglio e alla penna, molto più che una visione eidetica. Lavare dei tegami, rompere delle uova o stendere la massa sul tavolo modellandola in forma di pizza, sono solo differenti momenti della stessa lezione. Dalle mani ritorniamo all’anima. Il percorso è molto accidentato, lungo e difficile da percorrersi, ma gli indizi che servono, le molliche che noi piccoli Pollicini andiamo disseminando senza accorgerci, sono tutte intorno a noi.
Comprendo Bruno solo adesso, qui, tra un forno e una friggitrice e il sole che da destra, attraverso una finestra antica quanto il paese, tenta di stordirmi lanciando lame di luce che mi affettano l’orecchio. La differenza tra noi e le scimmie non è nella dignità, con buona pace del Signore, né nell’intelligenza, con buona pace degli evoluzionisti: è nelle mani. Adesso che l’olio mi marchia le dita, che le unghia portano a spasso pezzettini di pasta, adesso che riesco a controllare la temperatura dell’olio immergendovi un dito capisco che non la massa celebrale, ma le mani, sono le nostre antenne, il nostro sensore di equilibrio. È la mano che avvicina il circostante, sia esso un calzone, una penna o una pala di ferro. E il corpo segue le mani come un cieco segue il suo bastone: con la fiducia di chi riconosce una guida fidata, con la rassegnazione di chi non ha altra scelta. Ci penso solo adesso: non ho mai scritto disteso sul letto, con la testa che guarda il soffitto e le braccia stese; non ho mai infornato una pizza con le braccia tese e il corpo ben disteso. Solo adesso capisco la saggezza delle mani.
Ha sempre una battuta pronta, una barzelletta da raccontare, un episodio del passato che ti proietti al di fuori del bar e ti dia un attimo di riposo. È il capo, è vero. Ma lavora più di tutti e questo brutto vizio i capi, gli altri capi, non l’hanno ancora assunto. Con molta attenzione, mi ha insegnato a usare i coltelli. La mia poca attenzione la porto segnata sul dito medio della mano sinistra. L’equipe, sotto la guida del capo, continua a lavorare con frenesia: sono le sei del pomeriggio e tra un paio d’ore il buffet deve essere pronto. Cinque persone a lavoro per il vezzo di cinquecento. L’aria sta diventando irrespirabile: troppo caldo, troppo fumo (tra le sigarette di Fausto e l’aspiratore di fumo che non funziona bene), troppo movimento, in quello spazio così angusto. Ma adesso ho ancora vent’anni e mi basta continuare a pensare alla paga di fine serata e frasi quali “ce la devi fare”, per andare avanti: integralismo adolescenziale. Avessi potuto fermarmi un po’ prima, forse avrei fatto a meno di stress e dermatiti. Ma quando il lavoro è finito, lo studio ha cessato di essere semplicemente una passione per diventare una vocazione. E la rabbia scaricata nel lavoro è diventata impeto per lo studio. Svegliarsi alle sei del mattino, uscire di casa calpestando la neve; il volto ripulito dalla più invisibile peluria (non ho mai odiato nulla della vita come tenere il volto perfettamente rasato); guidare per alcuni chilometri e prendere il primo di tanti caffè; continuare a stare in piedi nonostante la stanchezza, le troppe sigarette, il pensiero che vola al di là della grata fino a una frase nascosta in un libro nella biblioteca della più piccola città dell’Europa centrale o verso una foresta di faggi che non conosce altri rumori che quelli del sottobosco. Continuo a pensare, adesso che tutto è pronto e il furgone è quasi in partenza, al modo in cui rendere reali le cose che vado pensando e non lasciarle semplicemente pensieri, costretti, come sono, in qualche metro quadro di cucina. I pensieri resterebbero gli stessi, cambierebbero solo di spessore: da desideri volatili, a vita reale.
Finita la preparazione si carica il furgone, ci si veste di tutto punto e si parte: alle volte sono così elegante da domandarmi cosa mi manchi, oggi, per sostituire lo sposo. Inizia così la terza, quarta o quinta parte della giornata: ormai ho perso il conto. Svesto i panni del rosticciere per assumere quelli, più comodi, del cameriere. Tutte le prelibatezze cucinate vengono poste in contenitori termici, caricati sul furgone e scaricati poco (o molto) dopo, a seconda dell’hotel di destinazione. Se gli inservienti del locale saranno stati buoni, troveremo il buffet già montato, altrimenti dovremmo spostare tavoli pesanti come rocce tra la confusione di vestiti ingombranti, sguardi alticci poco rispettosi e una gioia, ai miei occhi, del tutto ingiustificata. Esposta la mercanzia negli appositi spazi, inizierà la fiera dell’ingordigia: non saprei come diversamente definire un buffet pieno di roba allestito per far mangiare gente che ha finito da non più di dieci minuti un pranzo di dodici portate.
Il matrimonio è un rito sociale, forse anche un rito di passaggio per certi aspetti. Questo è il male minore. Il matrimonio, purtroppo, è soprattutto un’istituzione ormai, credo, inestirpabile nella nostra società. Io lo eliminerei con decreto legge. Non vedo nessuna ragione perché si debba riporre la propria vita di coppia nelle mani del sindaco, sia che appartenga alla città terrena sia che appartenga alla città celeste. La natura non ha bisogno di parole o di sacramenti per perpetuarsi: dunque non sarebbe un problema avere figli. L’attrazione fisica prima o poi finisce e, se qualcosa resta tra due persone spesso tanto differenti, dopo tanti anni, non dovrebbe avere bisogno di ulteriori vincoli per restare in unità. Da operaio, ho sempre guardato al giorno della celebrazione come al giorno più felice e, a un tempo, più triste del futuro prossimo e di quello remoto. Si festeggia come un condannato potrebbe festeggiare l’ingresso in carcere. Non è qualunquismo da giurato scapolo. È uno sguardo disincantato, forse cinico. Per bene che vadano le cose, si accetta definitivamente di dividere, condividere, frustrare e tormentare la propria unità irripetibile in vista delle più alte o basse pretese da parte del compagno. Cene in famiglia, shopping, forse gite in barca, per i più fortunati. E sullo sfondo, tanto ma tanto vuoto. L’ultimo giorno di relativa libertà lo si festeggia consumando quintali di cibarie che non potranno nemmeno far felici i cani degli invitati: nei ristoranti è vietato portare via gli avanzi, c’è a rischio la salute pubblica. Guardo gli occhi dello sposo e cerco di immaginarli tra dieci, forse vent’anni. Un po’ appesantito, forse qualche moccioso in giro per casa, una sera a settimana il calcetto con gli amici e tutte le notti a fianco di una persona che non riconosce più.
Finché continueranno a mangiare e a ballare, non potrò muovermi dal tavolo. Non si può andare a fumare, non ci si può sedere né si possono appoggiare i pugni: dritte le spalle, ben tesa la schiena, dove le mani si uniranno, una di esse stringerà l’altro polso. Ma stasera non è la stanchezza che mi pesa, immobile come un capitello, qui dietro. Maledetto sia l’arredatore di alberghi che ha messo uno specchio proprio dove lo sposo sta ballando o maledetto lo sposo che balla davanti allo specchio. Posso vedere la mia faccia e non voglio. La sto fissando da qualche minuto: nessuno se n’è accorto, ma ho sbagliato. In luogo della cravatta e del collo della camicia, questo straccio doveva restare a cornice di tazze e bicchieri. Tra qualche ora sarà tutto finito.
Ho lasciato il lavoro quando ho saputo della possibilità di partecipare a un concorso di dottorato. Erano passate un paio di settimane dalla mia prima laurea. Qualche giorno prima avevo imparato a fare a meno della bilancia per pesare la pasta.
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1070
<![CDATA[Non credere a questo sorriso]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1069
Sedeva sul sediolino scomodo di quel treno fissando un punto indefinito al di là dei limiti fisici dei suoi occhi; case, alberi,distese di niente, luci arancio che sfrecciavano senza sosta lontano da lui, ma ferme nello stesso posto. La musica lo estraniava dagli altri, le persone e le facce cambiavano, comparse. Per i primi minuti non la notò neanche, finché il buio di una galleria rese il finestrino uno specchio e la malinconia dei suoi occhi il punto che lui fissava. I minuti sembrarono giorni illuminati dal fuoco artificiale delle luci che formavano un improbabile cielo; quando il sole cancellò l'immagine sentì il bisogno di ritrovare quegli occhi tristi solo quanto i suoi. La fissò fino a quando non si alzò e ancora mentre la lontananza rimpiccioliva la sagoma ed ingigantiva il desiderio.
Il giorno seguente sedette allo stesso posto, ma non guardava l'orizzonte bensì i volti delle persone che salivano nella speranza di rivederla. Si dava dello stupido pensando a quanto fosse irrisoria la possibilità che lei riapparisse, l'ennesima vana speranza costruita su fondamenta vuote. Apparve in quell'istante andando ad occupare di nuovo il posto vuoto di fronte a lui; fu lei a dare inizio al gioco di sguardi e le trovò negli occhi l'ombra di una speranza persa, di una triste consapevolezza per una decisione errata; sulle labbra aveva l'accenno di un sorriso, spento, finto, uno specchietto per le allodole per fuorviare le persone da quello che lei aveva dentro, come per confermare la sua idea posò lo sguardo sul motto scritto sul suo top:
“DON'T TRUST THIS SMILE =)”.
Involontariamente sorrise. Poi le si alzò e sparì nel tumulto della folla; per diversi giorni lui prese lo stesso treno, si mise allo stesso posto e lei puntuale riapparve; era attratto da ogni suo respiro, nei loro sguardi c'era la complicità degli amanti, decise d'impulso e si chinò verso di lei per baciarla, come se lei lo aspettasse accolse il bacio, fu la passione di un istante, come scivolare su un arcobaleno tra le stelle, poi le disse:
“Ti amo.”
“Ti amerò anch'io.” Gli rispose.
Poi il treno si fermò e lei scappò via veloce. Anche senza averla vista in volto ebbe la certezza che piangesse.
Il giorno dopo lei non venne, anche quello dopo il posto rimase vuoto; al terzo giorno lui prese il primo treno e si fermò alla stazione dove lei scendeva poi si accertò che non salisse proprio su quel treno e restò ad attendere. Il tempo passò in volute di fumo a forma di sogni tirati giù a sassate. Volgeva al termine il giorno e con lui l'ardore della sua speranza. Il suo sguardo spaziò fino ad incrociare una signora che nel crepuscolo accendeva un lumino davanti ad un altarino improvvisato. Incuriosito si avvicinò, quando vide la foto temette di perdere i sensi, poi le lacrime gli colmarono gli occhi, una voce lo riportò alla realtà:
“è tanto che le persone hanno smesso di piangere per lei.”
si voltò a guardarla, aveva gli occhi rigati di lacrime.
“tanto?”
“sono tre anni che mia figlia si è...”
un singhiozzo la fermò, poi scoppiò in lacrime.
“nessuno lo pensava, aveva un sorriso per tutti”
nella sua testa una frase prese forma
“DON'T TRUST THIS SMILE =)”.
la signora andò via con le sue lacrime.
“DON'T TRUST THIS SMILE =)”.
il treno arrivava sul binario davanti a lui.
“DON'T TRUST THIS SMILE =)”.
Un sorriso gli affiorò sulle labbra.
“DON'T TRUST THIS SMILE =)”.

Il treno concluse l'opera con maestria e lei tornò a prenderlo per mano, lo baciò e gli disse:
“Ti amerò per sempre adesso!”
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1069
<![CDATA[VLAGROTZ]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1068 Sul ponte di Perati bandiera nera
l’ è il lutto della Julia che va alla guerra
E’ il lutto degli Alpini
la meglio gioventù va sotto terra.


Quando la notte cade intorno al nostro accampamento, si percepisce silenzioso il vorticoso frangersi delle onde del fiume. Rauche. Tumultuose. Rannicchiato nella mia tenda, mi sforzo di non pensare. Alla paura, al sangue, a questa notte che potrebbe essere l’ultima. Nella mia bisaccia, avvolta in un panno di lana, custodisco una copia dell’Iliade. Leggo qualche verso in greco antico, reminiscenza dei miei studi classici. Ho i piedi immobilizzati dal freddo. Provo a dormire. Invano. Si sente un ultimo, agonizzante colpo di mitraglia disperdersi per la valle. Nel combattimento di oggi ho perso venti uomini. Nulla ho potuto fare per salvarli. Li ho visti consumarsi nel fango, con gli occhi chiedere un aiuto disperato. Rotolare come sassi lungo i ripidi sentieri di montagna. Inermi. Avevano meno di trent’anni. L’ospedale del campo risuona dei lamenti dei feriti. Stridenti. In magazzino mancano le bende per fasciare gli arti martoriati dal piombo nemico. Gli ufficiali medici fanno quello che possono. L’acqua è razionata. I viveri scarseggiano. Le scorte di gallette rimaste basteranno per tre giorni. Telegrafo ai miei superiori. Viveri e munizioni mi sono stati assicurati tra una settimana. Scarseggia anche l’equipaggiamento invernale per la truppa. A destare la mia preoccupazione sono gli scarponi dei soldati. Consunti. Le suole divorate dalle marce estenuanti. L’aria è resa gelida da un grecale tagliente. Il vento sputa fuori un fastidioso nevischio. La luna piena illumina le grosse pozzanghere brune. Di fronte al nostro schieramento quella maledetta montagna. Guardinga. Spietata. Nei pochi sprazzi di sonno essa visita i miei sogni tormentati come un cerbero dalle fauci affamate. Mi ritrovo solo, nel cuore della valle. Da ogni suo anfratto spuntano, brulicanti, i volti dei partigiani. Uno di essi mi insegue per i boschi fino al ridosso di un precipizio. I suoi lineamenti sono volgari, appesantiti da una barba incolta. Porta al collo un fazzoletto rosso. Sta per premere il grilletto del fucile. Di sobbalzo mi sveglio. La fronte madida di sudore. I miei occhi ancora intorpiditi. I pensieri opachi e confusi. In fretta indosso l’uniforme. Al centro dell’accampamento, trovo il sergente Mariani. Seduto su una pietra fuma nervosamente la pipa. Mi siedo accanto a lui. Attendiamo insieme l’alba scaldandoci a un braciere improvvisato. C’è tensione tra gli uomini. A rapporto si presentano i soldati scelti Marangon e Biasin, inviati in avanscoperta tra le linee nemiche. Segnalano la presenza di tre brigate partigiane in avvicinamento. Lungo il crinale orientale della montagna. Mille uomini circa. Do ordine agli ufficiali di disporre nel breve tempo possibile la nostra partenza verso il confine. Ripieghiamo. Riprende a nevicare con insistenza. I soldati sono pronti alla marcia. Davanti a me scorrono, uno dopo l’altro, gli sguardi frustrati della truppa. L’avanzata è lenta. I carri che trasportano l’artiglieria rimangono impantanati nella neve mista a fango. I soldati sono costretti a smontare le armi e a caricarle su asini. Alcuni sulle loro stesse spalle miseramente ricurvi sotto il peso della disperazione. Procediamo per decine di chilometri in un paesaggio ostile. Boschi e neve. Nient’ altro intorno a noi. I crinali brulli pronti a trasformarsi in nemico mortale. Sento qualcuno dei miei soldati stringere tra i denti una preghiera serrata. Lacrime. Le bestie da soma impaurite dai burroni, si rifiutano di proseguire. Indietro restano i mezzi di soccorso che trasportano i feriti. Il passo diventa affannoso. Per farsi largo nello spesso strato di neve, molti impugnano il fucile a mo’ di bastone arrancando simili a storpi. Alla sua sommità il sentiero piega di nuovo a valle. A tre chilometri appare il villaggio di Vlagrotz. L’entrata in paese è affidata a un ponte. Per attraversarlo dispongo che l’ artiglieria venga protetta da tre soldati per lato. I feriti chiuderanno lo schieramento. Il nostro arrivo in paese è accolto con indifferenza. Non ci sono uomini per le strade. Solo vecchi seduti a un bar diroccato e donne alle prese con le faccende domestiche. Sulla piazza principale si staglia il campanile della chiesa ortodossa. L’unica persona a mostrare un qualche interesse per noi è il pope. Fisico asciutto e una barba bianca lunga fino al torace. Ho un breve colloquio con lui. Gli chiedo di aprire le porte della sua chiesa ai feriti. Acconsente. I feriti vengono sistemati tra le navate. Per ordine espresso dell’Alto Comando, la postazione di Vlagrotz va mantenuta per un mese. Il rapporto con la popolazione è difficile. Gli unici contatti sono con il Pope e Nikolaos, il vecchio calzolaio. Ha una piccola bottega all’inizio del paese. È rimasto solo dopo che la moglie è morta la primavera scorsa. Dice di non avere figli. In assenza di un equipaggiamento idoneo, è lui a rattoppare le suole degli scarponi. Non nevica da un paio di giorni ma in compenso piove con molta regolarità.
L’unica novità di rilievo in questi giorni di ferma forzata a Vlagrotz, ha il volto di una donna. La chiamano Antusa. Il suo nome in greco significa fiore. Antusa è una delle poche donne di questo sperduto paese ad avere meno di trent’anni. Lunghi capelli neri e braccia bianche come l’avorio. Gli occhi di ghiaccio. Non si sa molto di lei. Vive sola in una casa a due piani attigua a quella del calzolaio. L’ho incontrata ieri la prima volta. Al pozzo. Non ci siamo parlati. È corsa via fuggendo. Ho preso alloggio all’ osteria Bakkos. È una locanda modesta. Il letto duro come fatto di pietra. Dopo molto tempo, però, provo la sensazione di un bagno caldo e dell’uniforme asciutta. Il vitto consiste in una minestra di rape a pranzo. Lepre sotto sale a cena. I soldati dormono in un deposito di granaglie distante circa duecento metri. Intorno alla struttura, i turni di guardia si susseguono ogni tre ore. Due cecchini, invece, si danno il cambio sul tetto del campanile. Pronti ad avvertire in caso di pericolo. La notte continuo a dormire poco. Mi tiene sveglio l’eccessiva tranquillità di Vlagrotz, l’assenza degli uomini. Poi c’è Antusa. Non riesco a togliermi dal cuore quegli occhi. Non è quasi mai in paese. Esce di mattino presto per tornare a sera. Per i vicoli, all’imbrunire, si sente la voce del suo canto. Malinconico. Appassionato. Prima del crepuscolo reco visita ai feriti. Alcuni si sono ripresi, le condizioni di altri peggiorate. Raggiungo il sottotenente medico, il dott. Micheli. Conosce il motivo della mia visita. Lo stesso di tutte le sere. Mi fa strada tra i lettini dei malati. Porto un po’ di conforto ad ognuno di loro. Per ogni mano tremolante un incoraggiamento. So di mentire. Quei ragazzi non vedranno più le loro famiglie. Trovo il mio attendente appoggiato su un pagliericcio contro il muro della navata minore. È ferito alla coscia sinistra. Dalle sue guance tirate, capisco che il dottore non ha più speranze per lui. È aggredito dai brividi di freddo. Riesce a parlare solo blaterando suoni incomprensibili. La divisa è ridotta a brandelli. Con la forza dei soli nervi, afferra la mia mano. “Questa è per mia madre!” le sue ultime parole prima di spirare tra le mie braccia. Esco dalla chiesa rabbuiato in volto. Il morale dei soldati è peggiorato sensibilmente. Gli ultimi bollettini danno le nostre truppe in ritirata a 250 chilometri a sud-ovest dalla nostra postazione. Non riesco a trattenere la preoccupazione al cospetto dei miei ufficiali. La sensazione che questa guerra si stia trasformando in un inferno senza ritorno, diventa sempre più consistente. Non ricevo aggiornamenti dall’ Alto Comando da più di due settimane. Il risultato è che continuiamo a rimanere inchiodati a Vlagrotz per un altro mese, con l’ombra di un imminente attacco partigiano. Le alture circostanti sembrano così vicine da soffocarci. Il gelo degli ultimi giorni ha reso impraticabile la nostra unica via di fuga: la strada che attraversa la valle verso nord. Le lastre di ghiaccio e i dirupi scoscesi ostruiscono il passaggio a uomini e mezzi. Non posso rischiare. La permanenza a Vlagrotz assomiglia sempre di più ad una prigionia. I turni di guardia sono incessanti e snervano la truppa. I cecchini del campanile non conoscono più il sonno. Ho deciso di tenere un diario. La prima annotazione è la visita del calzolaio Nikolaos questa mattina. Mi ha portato il plantare che gli avevo chiesto. Nikolaos è un vecchio di poche parole. A differenza dei suoi coetanei, non porta la barba. Tuttavia la calvizie e il collo rugoso tradiscono il peso di molti anni. Non si separa mai da un orologio da tasca che custodisce gelosamente. Va in giro con un bastone e un fagotto nel quale alloggia il prodotto da consegnare. Lo invito a bere qualcosa con me alla locanda. Scuote la testa declinando l’invito.
All’inizio del nuovo anno, sopraggiunse un fatto. La sera della vigilia di Natale ortodosso, infatti, il Pope fece promessa solenne di prendere parte a un piccolo concerto organizzato da noi. Aveva ripreso a nevicare. L’aria era pungente. Il granaio che ospitava la truppa inaspettatamente si riempì. Le voci dei nostri soldati, accompagnate dai pochi strumenti, portarono quel calore che la guerra aveva strappato alle nostre anime. Ero seduto tra i primi banchi, stretto nel mio cappotto di lana. Il pope era accanto a me. Alle mie spalle, la gente si interrogava. Ma credo che quella sorpresa avesse procurato gioia anche a loro. Il concerto durò circa un’ora. Al termine mi trattenni con alcuni dei miei uomini.
Due giorni dopo, in gran segreto, convoco nella mia stanza gli ufficiali. Illustro loro il piano per minare il ponte di Vlagrotz. Dista un chilometro dal paese. L’ideale è che tutto si svolga di notte per annullare la mira dei cecchini partigiani. Per la missione la scelta ricade sul sergente Mariani, esperto in esplosivi e su altri due soldati. L’operazione è prevista per domani notte. La decisione di minare il ponte è dettata dalla necessità di sbarrare la strada a un possibile attacco partigiano da Sud. Le brigate in avvicinamento avrebbero potuto passare per quel ponte. Per difendere i crinali circostanti, invece, ho a disposizione un centinaio di mine. I soldati le piazzano a una distanza di cinquanta metri l’una dall’altra. A partire dalle ultime case del paese. Gli effettivi a disposizione per la difesa di Vlagrotz: 582 soldati, 13 pezzi di artiglieria, tre automezzi. Le forze nemiche stimate in un migliaio. Nessuna informazione riguardo il loro armamento. Gli uomini compiono a pieno il loro dovere. Alle tre sono già di ritorno. Sono bastate poco meno di due ore per guarnire il ponte della dinamite sufficiente a farlo saltare, se le circostanze lo avessero richiesto. I giorni si inseguono con cadenza monotona. Nevica ininterrottamente da una settimana. I tetti delle case appaiono come sottili lingue bianche. Punti di passaggio verso una nuova dimensione. In questo mondo parallelo mi vedo a casa insieme alla mia famiglia, lontano dagli orrori della guerra. Mentre accarezzo il tepore del ritorno, mi accorgo che Antusa sta fissando il ponte accanto a me. Il vento le solletica i capelli. Ha con sé una bottiglia di liquore. Credo si chiami raki.
Quel pomeriggio affogai il dolore in tanti bicchieri. Al mio risveglio una bottiglia vuota rotolava lungo il ponte. A un certo punto si fermò, bloccata dal piede di Antusa. La vista era appannata dai fumi dell’alcool. Riuscii a intravedere solo il movimento che ella compì per togliersi le scarpe. Il pallido sole del tramonto inchiodava il profilo di lei sul muretto del ponte. La vidi buttarsi nel baratro. Mettere fine alla sua vita senza che io avessi fatto nulla per impedirlo. Se avessi quel giorno salvato quella donna, avrei salvato con lei quella parte della mia anima che ancora credeva in qualcosa.
I soldati mi trovano curvato a terra. Ripiombo in un sonno cupo. Mi sveglio nella mia stanza con il volto rigato da lacrime asciutte. Non ho mai sentito tanto freddo come questa sera. La morte di Antusa spezza la tregua con la popolazione di Vlagrotz. Sul mio diario registro la protesta, sotto la locanda, di una delegazione di abitanti. Reclamano a gran voce la mia condanna. I soldati trattengono a stento il loro impeto. Nel cuore della notte vengo svegliato dai singhiozzi delle mitraglie. Il ritmo martellante dei passi sulle scale avvicinarsi alla porta. Le parole incalzanti del mio ufficiale, il tonfo della porta spalancata, i boati dei colpi sparati dall’ esterno, il susseguirsi delle urla dei soldati al centro della piazza. Una sequenza di suoni ovattati. Getto un occhio alla sveglia. Sono le 3.05. Mi precipito giù. Le disposizioni ai soldati sono repentine. L’artiglieria è pronta a far fuoco. La valle è incendiata dai bagliori delle mitraglie partigiane. Poi le urla sovrumane che si sgretolano dai pendii come valanghe incontrollabili. Nel volgere di mezz’ora i miei uomini reagiscono al fuoco. Le facce trasudano terrore. I partigiani hanno superato la prima linea di mine. Si muovono sicuri come se già sapessero. La seconda linea di artiglieria posizionata al ponte indietreggia. I corpi cadono l’uno dopo l’altro sul selciato come foglie autunnali appassite. Un tagliente brivido di freddo mi attraversa la schiena quando l’esplosione del ponte, nostra unica salvezza, fallisce. L’esplosione viene bloccata dall’eccessiva umidità delle micce. È la fine. Con un balzo mi porto davanti ai miei soldati. Li arringo gridando: “ Mai indietreggiare!”. Il nemico piomba dappertutto. Alle nostre spalle. Di fronte al nostro schieramento. Resistiamo con tutte le munizioni a disposizione. Cadono molti nemici, ma veniamo sopraffatti dal numero. È quasi l’ alba. I timidi raggi di sole illuminano il selciato di Vlagrotz. Gli occhi rigidi, i corpi esanimi nel fango. A gruppi i partigiani derubano gli uomini delle poche cose che hanno con sé. Foto, collane, denaro. Noi superstiti sfiliamo con le mani raccolte sul capo. Ricordo lo sguardo compiaciuto di uno dei capi partigiani. Le mani venose e due enormi narici. Mi fissa con diffidenza. Ordina che la marcia venga interrotta. Noto la sua stazza imponente. Si avvicina. Sollevandomi il capo con un frustino, scarica sul mio volto pugni e sputi.
– Per mio padre! – ringhia mentre colpisce più accanitamente.
La mia faccia è cosparsa di lividi. Stramazzo a terra sfinito. Nella linea di fango e cadaveri, intravedo la vecchia sagoma di Nikolaos abbracciare quell’individuo. Proprio lui. Poco prima di mezzogiorno, partiamo da Vlagrotz. La neve cade lenta. Nel tardo pomeriggio raggiungiamo la stazione. Dopo due ore di attesa, veniamo caricati su una tradotta diretta verso l’ignoto. Nell’oscurità oscillante del vagone ripenso alla bella Antusa, della quale non ho mai udito la voce.
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1068
<![CDATA[Raggio d'ombra]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1067 solitario monte
che bruci l’erba distesa ai tuoi piedi
e innalzi fumo
per il dio della natura.

Per la prima volta ti vedo
in fondo alla mia mente
vestito di stagioni,
in nobile solitudine.

Montagna nella terra dei venti,
sei tante cose insieme
in immobili forme
e nei mille fili
che s’agitano
tra le querce e i faggi muti.

Le correnti sollevano echi
nel respiro d’azzurro
mentre una scia di sassi,
ricorda il sentiero
che corre giù.

Facile scivolare a valle.
Mi trattiene
l’ombra di un raggio.
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1067
<![CDATA[Il bracciante]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1064 Si era sposato due anni prima con Elvira, una ex ballerina di cancan, di dieci anni più vecchia di lui. Giovannino non si curava dei pregiudizi. Era innamorato di quella donna. Questo bastava. Elvira non usciva mai di casa. La distanza dal paese l’aiutava. Era stata sempre una donna discreta, alla quale non piaceva molto stare tra la gente. Forse per questo motivo aveva smesso di ballare assai presto. Anche se i soliti maligni di paese erano pronti a giurare che sotto ci fosse dell’ altro. Pare che fosse rimasta incinta di uno dei suoi ammiratori, un barone che l’aveva sedotta dopo uno spettacolo.
Elvira accolse la morte del marito con rassegnazione. Come se l’ attendesse prima o poi. Nessuno la vide versare una lacrima al funerale. Era un giornata fuligginosa, appesantita da una pioggia leggera. Gli amici di partito, i braccianti delle terre vicine, i pochi parenti si affrettavano ad entrare in chiesa. Quattro compagni tennero l’elogio funebre. Ricordarono gli anni della lotta contro i latifondisti, l’impegno politico di Giovannino, la generosità per la causa. Uno di loro, Corradino, un ragazzotto allampanato di diciotto anni, si accostò al feretro; quasi inginocchiandosi, avvolse con una bandiera rossa la bara. La cosa suscitò le ire del parroco, Don Bastiano, che lasciò andare la cosa. Ma pensò bene di affrettare la cerimonia, per evitare che quel gesto arrivasse all’orecchio del vescovo. Mezz’ora dopo le esequie, della folla che era accorsa per rendere omaggio a Giovannino, non restavano che le barricate delle mura domestiche. I silenzi assordanti della gente. L’ipocrisia di chi, scaldandosi davanti ai caminetti, si sforzava di vivere come se nulla fosse accaduto. Ci sarebbero state indagini. Naturalmente. Ma quasi tutti si erano accordati, per non avere impicci con la legge, nel dare ai fatti questa versione: Giovannino quel venerdì sera aveva bevuto un po’ troppo. La strada era viscida a causa della pioggia del giorno prima. A un certo punto, aveva perso il controllo della bicicletta, cadendo nel canale dove era annegato.
Al ritorno dal funerale, i compagni di Giovannino si erano ritrovati alla sezione. Corradino era seduto al bancone del bar bevendo un whisky. Gli teneva compagnia Arnaldo, studente di medicina all’ ultimo anno. Era rientrato da poco in paese. Era stato due giorni via per sostenere lo sciopero dei lavoratori delle fabbriche. Aveva appreso la notizia della morte di Giovannino da un passeggero, sull’autobus. Dietro gli occhiali, inforcati su un naso aquilino, Arnaldo celava il rossore di un pianto ancora vivo. Aveva l’ abitudine di stringere le spalle quando c’era qualcosa che lo preoccupava o di toccarsi ripetutamente i capelli. Lo fissava con attenzione il barista, Peppe, ossessionato dagli aloni che si formavano all’interno dei bicchieri. Leggermente calvo. Grassoccio. Lunghe basette castane. Alle spalle di Arnaldo e Corradino c’erano il fornaio e il consigliere comunale. Tentavano di giocare a carte. Ma ne mancava una. Quindi, desistettero. Peppe si premurò di serrare la porta. Non voleva disperdere il tepore del locale e che qualcuno potesse interessarsi ai loro discorsi. Si era fatto buio. Fuori pioveva. Spenta la sigaretta nel posacenere, Arnaldo, poggiando i gomiti al bancone, disse:
- Oggi al funerale ho incontrato Anselmo il tipografo. Mi ha detto che domani il suo giornale pubblicherà in prima pagina una foto di Giovannino, con sopra il titolo: “Giovane bracciante rimasto vittima di un incidente…”
- Sappiamo tutti che Giovannino non ha avuto un incidente! - lo interruppe Corradino.
- La morte del compagno Giovannino è un omicidio politico bello e buono! - ribatté secco il consigliere comunale.
- Quei porci dei proprietari terrieri hanno organizzato tutto quanto, per toglierlo di mezzo e scoraggiare la lotta degli altri braccianti! - replicò con insolita veemenza il barista.
Arnaldo rimase in silenzio, ascoltando gli sfoghi dei compagni. Erano ancora molto scossi. Quella sera era prevista una riunione, nella quale Giovannino avrebbe annunciato la sua candidatura a sindaco per le prossime elezioni. Arnaldo avrebbe dovuto curare la campagna elettorale. Dalla sua giacca di velluto verde, tirò fuori una lettera. Quel gesto attirò l’attenzione dei compagni. Schiarendosi la voce, Arnaldo la lesse:
Cari Compagni,
quando Arnaldo leggerà questa lettera, sarò già morto. La lotta per le nostre terre ci ha fatto incontrare. Il desiderio comune di libertà, ce le ha fatte difendere. Pagheremo caro questo affronto. Lo pagheremo con la sofferenza, le persecuzioni e anche con la vita. E cosa ancora peggiore, con i pregiudizi della gente, con il marchio di ribelli lasciato ai nostri figli. Si dimenticheranno presto della nostra lotta. Tutto tornerà come sempre. Il padrone da una parte, i braccianti dall’altra. Non so quale mano assassina mi colpirà. Ma so che è lì. Che mi sta aspettando. A mia moglie Elvira dico che va tutto bene. Ma la notte, quando rientro a casa, ho paura. Ho paura che qualche sicario spunti dall’ ombra. Che metta fine alla mia vita...
La lettura fu interrotta da un colpo alla porta. Arnaldo ripiegò frettolosamente il foglio. I colpi nel frattempo si susseguivano con violenza sempre maggiore. - Aprite! Polizia! - Scivolando sul retro del bancone, Peppe tentò di aprire la serratura dell’uscita di servizio, ma gli agenti di polizia avevano già fatto irruzione nella sezione. Corradino, Arnaldo e il consigliere comunale furono arrestati. Peppe e il fornaio riempiti di botte. I tavoli del locale sfasciati. Le finestre fracassate. I muri imbrattati di vernice nera. I manifesti strappati e bruciati. Sotto la pioggia battente, i tre furono portati in carcere. Quella stessa notte, il delegato di Pubblica Sicurezza convocò al commissariato il tipografo Anselmo, buttandolo giù dal letto. Ora che le indagini avevano conosciuto significativi sviluppi, lo invitò a modificare il titolo della prima pagina del giornale: “Bracciante vittima di un agguato ordito da tre compagni di partito.”
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1064
<![CDATA[Tutto il dolce di una fetta di cassata]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1063
Il taxi li lascia nello slargo della fonte Aretusa. È una serata tiepida e il vento marino la rinfresca. Prendono la stradina che porta in piazza del Duomo alla ricerca di un ristorante che attiri la loro attenzione. Passeggiano e chiacchierano. Rosalba lo punzecchia e Lorenzo sta al gioco anche se sembra prenderla sempre sul serio. Camminando attorno al Duomo si ritrovano in una viuzza dove notano un ristorante molto particolare. Dall’esterno si vede bene un grande lampadario Swarovsky tutto illuminato. Sembra il salotto buono di una casa borghese. L’insegna dice “Al Mazarì”. Piace ad entrambi e decidono che ceneranno lì, se c’è posto per due. Un bel signore molto alto, longilineo ed elegantissimo nel portamento li fa accomodare in una sala con un piano del primo novecento: una donna bionda di mezza età, vistosa e barocca nell’aspetto, canta Chagrins d’amour e si accompagna al piano. È una cliente, i suoi amici sono a due tavoli da loro. Un bel gruppo di melomani.
Hanno scelto bene. Si mangia meravigliosamente, tanto che Lorenzo non vuole concludere la cena senza dolce. La carta dei dolci è interessante:
- Che cos’è questo “muccunettu”?
- Una specialità delle suore trapanesi: un bocconcino di pasta di mandorle ripieno di confettura di zucca?
- Meraviglioso… lo prendo, non ho dubbi! – dice Rosalba e Lorenzo segue la sua scelta.
Quando la giovane cameriera porta loro le due porzioni di muccunetto, golosamente arricchite da una scenografia di cioccolato fondente, Lorenzo si rende conto che quella delizia è tanto appetitosa quanto esigua, è il caso di assecondare quella gran voglia di dolce che gli è venuta.
- Scusi, signorina, ci porterebbe anche una porzione di cassata, con due forchettine, per favore…che ne dici Rosalba, la assaggiamo insieme?
La cameriera va ad eseguire l’ordinazione del dolce aggiuntivo senza aspettare che Rosalba esprima il suo parere.
- Non ti sembra di esagerare con tutto questo dolce?
- Sono a dieta tutto il resto dell’anno posso pure permettermi una trasgressione di tanto in tanto e, poi, non mi sembra il caso di stare attento proprio ora. E nessuno dei due, mi pare, abbia problemi di linea…
Per quanto li gustino lentamente i due bocconcini finiscono in poco tempo e quando arriva la fetta di cassata, Lorenzo, che ormai è in confidenza con Rosalba le rivolge la domanda che avrebbe voluto farle già la sera prima.
- Scusa, Rosalba, quell’uomo che ieri è venuto a casa tua e avrebbe voluto rimanere a cena… chi è?
- Antonio, dici? Antonio è l’uomo con cui ho una relazione da quasi vent’anni, oramai.
- Ah, ecco. È il tuo compagno.
- Compagno? Che cosa vorrà dire compagno?
- Beh, l’uomo con cui condividi la vita senza essere sposata con lui.
- Ma è ridicolo! Abbiamo ben poco da condividere, io e Antonio!
- Hai appena detto che avete una relazione da quasi vent’anni! Non è mica poco?
- Qualche volta passiamo la notte insieme o, meglio, ad un certo punto se ne deve tornare a casa sua, non ce lo voglio a dormire vicino, non ce l’ho mai voluto. Facciamo qualche viaggio, qualche
vacanza insieme. Negli alberghi sempre camere separate. Andiamo al cinema insieme e facciamo l’abbonamento al teatro insieme, pure. Da quando è cominciata tra noi, Natale, Capodanno, Pasqua, le domeniche, i compleanni e gli onomastici li passiamo insieme, generalmente a casa mia. Ma non condividiamo altro e non so se si possa chiamare “compagno” un uomo in questo tipo di relazione.
- Perché non vivete insieme? Non lo avete mai fatto?
- Perché? Perché?…arrivò tardi – e affonda la forchettina nella fetta di cassata e porta alla bocca un grosso grumo di dolcezza.
- Quando? Ci tieni così tanto alla puntualità?
- Arrivò tardi nella mia vita.
- Non capisco, Rosalba, spiegami, per favore…
- Io e Antonio siamo stati colleghi a lungo nello stesso liceo. Quindici anni abbiamo lavorato fianco a fianco. Lui insegnava filosofia e storia. Mi è sempre piaciuto, era un bell’uomo ai tempi della scuola e, tutto sommato, si mantiene bene anche adesso. Io sono stata sola per tanti anni. Non che sia stata una “Pura e Vergine Maria”, no, assolutamente, ma una vera storia d’amore non l’ho mai vissuta. E l’ho cercato a lungo, l’amore. Ma il tempo passa e ti accorgi che possono esserci anche altre cose. Un progetto di vita, per esempio, fare una famiglia, condividere il desiderio di una famiglia e farla insieme, un uomo e una donna semplicemente, anche senza il grande amore per lo mezzo ma con grande complicità, rispetto, stima. Però neanche quello è venuto. Poi, ad un certo punto, avevo 49 anni, e da pochi mesi ero andata in menopausa - all’epoca a differenza di oggi non si poteva fare niente o, comunque, non ti facevano fare niente per arrestarla - arriva Antonio con una richiesta di matrimonio in piena regola. Anello di fidanzamento con brillante e una dichiarazione d’amore tanto anacronistica da risultare ridicola. Mia madre ne fu felicissima. I vecchi non hanno pudore. Cominciò a parlare della casa che avrebbe voluto darmi, per la mia famiglia. E del ricevimento per festeggiare. Io molto semplicemente invitai Antonio ad uscire da casa mia insieme al suo brillante e a quell’inappropriata dichiarazione d’amore.
- Ma perché? Se hai appena detto che quell’uomo ti piaceva e vi conoscevate da tempo?
- Da quindici anni.
- Appunto. Perché mandarlo via a quel modo?
- Cosa voleva Antonio da me?
- Non ho capito, Rosalba, in che senso?
- Nel senso che ho appena detto: cosa voleva quell’uomo da me?
- Sposarti, te lo aveva giusto chiesto!
- Ma a che scopo?
- Ma come a che scopo?
- Non ci si sposa tanto per fare, lo sai benissimo. Antonio mi ha conosciuta che non avevo 35 anni. Abbiamo vissuto fianco a fianco, giorno dopo giorno, e quando scopre di volermi sposare? Quindi anni dopo. Perché non sei mesi dopo o sei anni dopo? No. Aspetta che ne passino quindici. Aspetta che venga il tempo che gli serve. Poi chiede la mia mano perché mi ama, dice, con tutto se stesso. E io che me ne faccio di quel tutto se stesso?! A quell’età che avevo! Scomodare l’amore, questo è stato l’errore più grave. Così di cattivo gusto…
- Scusa, Rosalba, ma ancora non riesco a capire…
- Cosa voleva da me? A quel punto, sposarmi per cosa? Cosa potevamo fare noi due insieme perché servisse sposarsi? Il matrimonio. Cosa voleva da me? Che gli stirassi le camice? Gli preparassi pranzo, cena e colazione al mattino, che gli portassi il caffè a letto magari. E, poi, sì, certo, li portavo sufficientemente bene i miei anni per essere una gradevole compagnia nel letto, se quello che lo preoccupava era non aver abbastanza resistenza da andare a cercarsi le donne in giro per la città,
quando ne aveva voglia. E io? Perché mai avrei dovuto fargli tutto questo? Cosa aveva da darmi lui in cambio? In cambio dello scempio dei miei anni buttati, dell’umiliazione che mi infliggeva con quel brillante e quella dichiarazione che scomodava un grande amore…
- Ma, Rosalba, è pazzesco! Non è possibile che una donna intelligente come te creda davvero a quello che hai appena detto?
- Cosa mai ci sarebbe di pazzesco nel mio discorso?
- Ma tutto!
- È il tuo punto di vista, di un uomo, in primo luogo, che ha avuto esperienze del tutto diverse. Quanti anni aveva la donna che hai scelto di sposare? Quanto tempo hai aspettato per chiederglielo? Non quindici anni, di certo. Vuol dire che quando hai sposato Anna, che aveva 27 anni da lei e con lei volevi tutto: “con il mio corpo ti onoro”, lo dice la Bibbia, tu leggi il Vangelo dalle suore, conoscerai pure qualcosa della Bibbia, no? E, allora, dimmi: perché Antonio ha aspettato, invece? Perché ha aspettato che fossi troppo vecchia?
- Ma non si è vecchi a 49 anni! E anche lui mi sembra un tuo coetaneo o giù di li.
- Ma una donna a 49 anni, e te l’ho già detto questo con riferimento a me, non è più in tempo per quel desiderio di tutto che tu hai di certo provato per tua moglie e che ti ha spinto a chiederle di sposarti. Io non ero più in tempo per una famiglia e lui ha scientemente aspettato che non lo fossi più. Perché, allora, la beffa della domanda di matrimonio, del brillante, della dichiarazione d’amore? Come pensava di onorarmi? Con l’abbonamento al teatro e le vacanze?
- Non ho nessun motivo per prendere le difese di questo Antonio, non lo conosco né ci tengo più di tanto, per la verità. Però in tutta onestà, Rosalba, per rispetto nei tuoi confronti e della tua intelligenza, devo dire che il tuo ragionamento non regge dal punto di vista di un uomo, per quanto il suo comportamento possa persino non essere del tutto giustificabile riguardo alle tue legittime aspettative. Che abbia mancato di tatto, di intelligenza, persino, sì, sono d’accordo. Ma l’intenzionalità, il progetto ai tuoi danni nella mancanza di rispetto della tua femminilità, lo escludo. Piuttosto, credo che non se ne sia nemmeno accorto. E questo non lo discolpa dalla sua leggerezza.
- A questo punto sono io che non capisco. Dove vuoi andare a parare, Lorenzo? Sembri tenere il piede in due staffe, dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Deciditi, prendi una posizione!
- Non è mica, semplice, ci sono tanti elementi da considerare. Hai tirato in ballo me e, allora, è dalla mia esperienza che comincio. Io mi sono innamorato dell’Anna appena l’ho conosciuta, non c’era tempo che reggesse, me la sarei portata a casa immediatamente, ma non era mica possibile? Non è stata una cosa così sincronicamente reciproca. È vero che da lei e con lei volevo tutto ma non sarei stato capace di farti un elenco di tutto quello che volevo, così, con tutta questa precisione. Posso dirti solo che la volevo anche nel senso che dici tu, fisicamente; i figli, le bambine sono venute - come dire?- per conto loro. Non escludo che come dici tu, anch’io avessi inconsciamente un progetto di vita con lei ma appunto perché inconscio non era così definibile: ora ci sposiamo, poi tra qualche mese ci mettiamo d’impegno a fare un figlio, tra qualche anno un altro, e poi, non so, compriamo una casa più grande… No, Rosalba, almeno da parte mia, non c’era tutta questa razionalità ma non è la parola giusta…
- Consapevolezza.
- Ecco, proprio così, consapevolezza. Io ho solo agito e, fortunatamente, con la persona giusta. Ora, aspetta, che ci sto arrivando, non mi interrompere, per cortesia. Ora, tu mi dirai: ma anche io ero giovane, con tutte le mie cose a posto, ed ero la persona giusta. Perché lui non ha agito? Eh, non è mica facile trovare una risposta ma di sicuro mi sento di escludere quella della sua consapevolezza di dover aspettare che tu non avessi più l’età e non fossi più nelle condizioni per trasformare una coppia in una famiglia. Non metto in dubbio che sia una persona intelligente ma qui, per una cosa così, ci vuole un genio. No, lo escludo. Piuttosto, penso che, forse, abbia avuto paura, paura delle responsabilità che il
ruolo di genitore comporta e non è venuto allo scoperto con te prima di quei quindici anni per non privarti della possibilità di incontrare un uomo che non soffrisse di questa paura.
- Allora, dovrei persino ringraziarlo di questo estremo atto d’amore?!
- Non dico questo, si dice peccato di opera o di omissione, il non agire dà comunque luogo a un peccato. Però non è da escludere che sia andata così o, più semplicemente, Rosalba, si è veramente innamorato di te solo in quel momento e, allora, ha agito di conseguenza e a tempo debito e non lo si può incolpare di un peccato di omissione.
- E l’essersi innamorato di me a quell’età non gli avrebbe imposto una condotta diversa?
- In base al tuo modo di sentire e di ragionare, non necessariamente in base al suo. È stato poco sensibile ma non colpevole.
- Questo non spiega cosa volesse da me? Cosa si aspettasse di ottenere in ragione di quel che andava dicendo?
- Cosa ti aspetti? Cosa mi aspettavo io quando ho chiesto all’Anna di sposarmi? Mah, non è che avessi delle idee chiarissime. Volevo solo stare con lei, averla tutta per me, legata a me. Poi, sai, quando prima facevi l’elenco di tutte le cose che si presume lui volesse da te e in ragione delle quali volesse sposarti… Beh, quando facevi l’elenco, pensavo che io volevo che cucinasse per me. Pensavo che avrei avuto sempre tutte quelle cose che lei sapeva fare e che mi preparava di tanto in tanto, quando ce n’era la possibilità, in quella casa in condivisione. Poi c’erano le cose che io volevo dare a lei… ma per tornare alla tua domanda, la mia risposta è che il tuo ragionevolissimo elenco di motivazioni non regge a giustificare la decisione di sposarsi. E ti dico subito perché, seguendo il tuo elenco. Vediamo… “stirare le camice” che poi sta per occuparti di lui, delle sue esigenze personali. Sono esigenze personali, certamente, ma non tanto personali a tal punto da doversi sposare con la donna cui affidi i tuoi panni sporchi, in senso letterale. Insomma, Rosalba, è molto più pratico prendere una donna a mezzo servizio, che una o due volte a settimana venga a sistemare la casa, fare il bucato e a stirare. Vicino a casa di Anna, a Napoli, ho fatto amicizia con un signore, giovane, sulla cinquantina, un professore, lo vedo sempre in lavanderia, ci porta le sue camice, pur essendo sposato da anni – matrimonio con due figli – perché dice che non vuole essere nella condizione di dover ringraziare sua moglie. Ora, deve essere un gran bel triste matrimonio, il suo, non trovi? Ora, per quell’altra cosa, che dicevi, circa le donne, le donne a pagamento, ti rispondo senza alcun moralismo. Sono cose del tutto diverse quelle che ti aspetti di fare e provare, soprattutto, con una professionista o con la donna che ami, Rosalba. In tutta sincerità, ora, anche se non mi è capitato di farlo finchè c’è stata mia moglie – e tuo fratello mi è testimone -, in tutta sincerità, sono due tipologie di rapporti che possono persino convivere senza entrare in conflitto, se non per una questione moralistica, in una prospettiva maschile, o sentimentale dal modo di vedere di una donna. Ma per un uomo quello che si fa con una professionista è giusto un servizio che acquisti, che non è tanto diverso da un massaggio, per intenderci. Non ti sposi per il sesso o per sistemare il problema del bucato, è molto più facile pagare per questi servizi, a volte, non ti nascondo, che il pagare ti dà, persino, una sensazione di potenza, e non uso questo termine a caso. Ora, il prezzario è molto articolato e ce n’è per tutte le tasche di cameriere e di professioniste. Credimi, sono rimasto vedovo a cinquant’anni e non ho mai sentito l’esigenza di sposarmi, tantomeno per ragioni pratiche.
- Avrai pure ragione. Riconosco che sei stato sincero e lucido nel ragionamento ma io continuo a sentire che sfugge qualcosa e, comunque, continuo a sentirmi defraudata. Perché nessun uomo ha visto in me una donna giusta per desiderarla come moglie?
- Come puoi sapere che nessuno abbia provato questo desiderio?
- Di sicuro non l’ha espresso, che, poi, in termini pratici non fa differenza: quello che rimane in potenza, senza mai diventare atto, non esiste.
- Tutti abbiamo dei desideri frustrati, Rosalba. Prendi me, desideravo e mi aspettavo di invecchiare con l’Anna, sarei diventato vecchio con accanto una donna più giovane, avremmo avuto le figlie vicine e ci saremmo occupati insiemi dei nipotini. Avevo da tempo predisposto tutto per questa vecchiaia che mi immaginavo e desideravo. Mi sarei preso cura di loro fino alla fine dei miei giorni, quando mi immaginavo che avrei lasciato questo mondo, sapendo le mie donne al sicuro, mentre mia moglie mi avrebbe tenuto la mano e magari mi avrebbe dato un ultimo bacio. E, invece, sai bene come è andata.
- Ma hai pur sempre tante cose, esito di quello che avete costruito insieme, per quanto Anna sia morta così prematuramente. Le figlie, un nipotino, esiti meravigliosi del tuo agire, scegliendola e volendola per te. E lei te, naturalmente. Attorno a me cosa c’è della vita che sia solo mia? Tutto quello che ho è l’esito dell’agire nella vita dei miei genitori: la memoria dei miei fratelli, le mie nipoti, le figlie di Alberto, e persino Faustina è esito della vita di mia madre.
- Non posso credere che tu non abbia da raccontarmi tante cose legate alla tua vita, alle tue amicizie, ai viaggi, ai tuoi studenti? Hai insegnato per tanti anni e sono certo che hai inciso nella vita di tanti ragazzi e ragazze, sono sicuro che vieni nominata ogni minuto da tanti di loro…
- Sì, ma questa è la vita professionale, importante quanto vuoi, ma non esaustiva. Per una donna non è come per un uomo, Lorenzo, credi a me e non alle sciocchezze che vanno contando le femministe! Siamo diversi. Differenti, uomini e donne. Profondamente. La nostra biologia si riflette nel sistema di valori, nelle prospettive, nella scala delle cose importanti. Una donna sente fortissimo il bisogno di procreare che non è semplicemente creare, nemmeno Dio, nonostante la sua onnipotenza, riesce a fare altrettanto. Produrre la vita dentro di sé, con l’ausilio dell’uomo certo, ma è nella donna che i principi vitali diventano una vita nuova, autonoma e diversa. È nella donna che trova nutrimento e riparo per formarsi, svilupparsi e venire al mondo. Tutto avviene qui dentro. - E si tocca il ventre con le mani aperte, l’una sull’altra. - E poteva avvenire anche dentro di me. Ma mi è stato negato: dalla pusillanimità di Antonio, forse, o dalla debolezza del desiderio di altri uomini rimasti nascosti, o dalla volontà di Dio. Sono rimasta una donna marginale nella vita delle persone che conosco. Sono di fatto una donna ai margini della vita, come se fossi una spettatrice attenta e competente del genere di spettacolo cui assiste con partecipe accanimento, sebbene non le sia mai consentito di prendervi parte attiva, di svolgere il suo ruolo pure lei.
E affonda due volte di seguito la forchettina in quel che rimane della fetta di cassata, inghiottendo nervosamente i bocconi. Lorenzo è senza parole. Capisce che non c’è niente da controbattere, che in qualche modo, anche se non in maniera oggettiva e comunque in maniera sostanzialmente parziale, Rosalba ha ragione. È una ragione tragica la sua, aggravata dal dolore che non si riconosce mai ai forti. E Rosalba è forte, e rafforzata agli occhi altrui dalla sua scorza, dalla ruvidezza dei modi, dall’ironia graffiante delle sue frasi. Ma gli viene in mente un’ultima forma di contraddizione, un ultimo argomento.
- Hai ragione. Hai ragione tu. Non ci sono scusanti, non è possibile attenuare il tuo dolore. Hai ragione. Solamente una cosa, permettimi di dirla, Rosalba. Quest’uomo ti sta accanto, nel modo che imponi tu, che non è per niente facile, da quasi vent’anni. Non può esserci che un solo motivo: tu sei tutto per lui. La vita non è passata attraverso di te come avresti voluto, nel modo fondamentale delle donne. Ma tu sei la vita per quest’uomo.
Gli occhi di lei luccicano e sono puntati in quelli di lui, come a prendere la mira.
- Ci ho pensato anch’io che poteva andare così. Non aver dato la vita ma essere destinataria di un amore assoluto come per una forma di compensazione. Ma questo lo avrei accettato, se ancora giovane, avessi scoperto di non poter avere figli. Un amore che arriva da postmestruata, che poteva procreare, non deve essere assoluto. Non deve. Quello che ricevo mi fa rabbia.
Paradossalmente, l’uomo capisce queste ultime affermazioni, finalmente cariche di commozione. La corteccia di Rosalba si è spaccata. È ormai senza pelle. Ci voleva tutto il dolce della cassata per arginare quel nucleo d’amaro pronto a tracimare in ogni momento.
L’altra forchettina è rimasta inutilizzata.]]>
Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1063
<![CDATA[Highgate Village at Noon]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1062 morbide onde si infrangono sulla riva erbosa.

Alberi antichi e ricurvi invitano le giovani foglie a danzare,
una danza che il solo vento del mattino può ispirare.

Sentieri nascosti e mai battuti ci conducono laddove
nessun dolore è mai passato.

Profumi di tempi lontani, attimi che furono
e che la memoria della pietra non vuol cancellare.

Solitario un corvo apre il cammino dei due amanti,
insieme riscoprono emozioni per troppo tempo celate,
persi l’uno nel cuore dell’altra.
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1062
<![CDATA[Pomodori]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1060 La più giovane si chiama Jasmine. Indiana. Ventidue anni e la pelle martoriata dalle interminabili ore di lavoro. Aspetta un bambino. I lunghi conati di vomito pesano sul suo corpo esile e sfatto. Ha una caviglia slogata e la spalla sinistra macchiata da lividi giallastri. È sola. Non vede il suo compagno, Mohammed, da tre giorni. È lontano. A raccogliere ortaggi e frutta verso il litorale. Forse verrà nel fine settimana. Nello stesso letto di Jasmine, dorme Farah. Marocchina. Ventotto anni. Reca una vistosa cicatrice sul labbro superiore. Farah ha capelli neri lanosi. Occhi verdi. Accanto a sé, tra le pieghe delle lenzuola, nasconde una piccola scatola di latta. Simile a quella dei biscotti. Dentro ci sono un rocchetto di filo con un ago, una foto in bianco e nero, un paio di forbici e un ditale. Da piccola sognava di fare la sarta. Le sarebbe piaciuto avere un atelier tutto suo. Servire la gente importante. Ora, invece, cuce e rattoppa quello che le capita. Calzettoni, camicie, pantaloni, suole di scarpe. Nel garage c’è una bicicletta. È quella di Raja. Di origine tunisina. Contadino. Raja ha la fronte alta, spaziosa. Balbuziente fin da piccolo. Esce all’alba di ogni domenica mattina. Percorre a piedi trenta chilometri per raggiungere il lido più vicino. Vende orologi di plastica e scadenti maschere per il mare a bagnanti annoiati. Quando Raja non c’è, custode della bici è suo figlio, Amir. Sedici anni e un fisico già maturo. Gambe forti e braccia robuste. Amir ha la passione per gli scacchi. Nel cassetto del tavolo pesca, c’è una vecchia scacchiera. Tutte le sere, all’ ombra della luce languida, Raja e Amir giocano utilizzando legumi secchi, dal momento che mancano gli scacchi. Sull’esito di queste partite infinite scommettono Jaber e Jaffar, i fratelli algerini. Sono gli unici del gruppo a saper leggere, scrivere e far di conto, pur non avendo mai frequentato una scuola nel loro paese. Sono i figli di uno stimato professore legato al vecchio regime. Con la rivoluzione, fu arrestato e condannato a dieci anni di carcere. Al momento della condanna, era già molto in là con gli anni. In carcere, non riuscì a superare il primo inverno. Entrambi indossano un caffettano nero, stretto in vita da una fascia grigia. Insieme fanno qualsiasi cosa, eccetto che pregare. Quando tutti si riuniscono per la preghiera, Jaffar, infatti, si tiene impegnato in altre cose. Esce fuori a fumare o a gettare l’immondizia; spesso si intrattiene nella lettura dei manifesti appesi lungo il vicolo. Terminata la preghiera, Jaffar rientra. Non ha molta voglia di parlare. Il suo interlocutore preferito, quand’è di buon umore, è il vecchio Hassan. La settimana scorsa è caduto da un albero. Da allora le sue gambe sono diventate deboli. Il suo cervello assente. Di Hassan non si sa molto. Nel suo paese aveva fatto parecchi mestieri. Proprietario di un piccolo bar nella città di Alessandria, noleggiatore di feluche per turisti, commerciante di datteri e papiri. In passato, era stato sposato. Non ne parlava molto volentieri con gli altri. Amir racconta di averlo visto, una volta, piangere sulla foto di una donna. Da allora, di quella foto più nulla. Prima dell’incidente, Hassan era capace di lavorare ininterrottamente venti ore al giorno. Il suo desiderio era morire nella propria terra. Per questo, dall’alba al tramonto raccoglieva frutta nei campi e di notte scaricava rifiuti e liquami nell’ entroterra. Con la speranza di mettere da parte quanto bastava per il viaggio di ritorno.
Entrato nel garage, l’uomo claudicante passa in rassegna i braccianti. L’indice scorre sui prescelti per la giornata. Raja e Jaffar. – Le donne oggi resteranno a casa – conclude, girando le spalle. Jasmine, con la voce rotta da ripetuti singhiozzi, lo supplica di portare anche lei; – Ho bisogno di lavorare – . Infastidito, la scalcia via. Un lungo pianto. I giri del motore riprendono a pieno regime.
Sotto il tendone del camion, spuntano i volti terrei di altri lavoratori. Molti approfittano del lungo viaggio per rubare qualche ora di sonno al lavoro dei campi. C’è chi recita le preghiere del mattino e chi, come il vicino di Jaffar, se ne sta ricurvo con la testa tra le ginocchia. Inerme. Il percorso seguito dal camion è adiacente a quello della strada provinciale. Per evitare la sorpresa di un posto di blocco, si percorrono anguste strade sterrate che mettono a dura prova la schiena e lo stomaco. Inoltre, il tendone copre tutto il retro del mezzo. Il caldo è asfissiante. L’aria viziata. Impregnata di sudore. Alle quattro del mattino, il camion arriva al campo al quale sono stati destinati i primi braccianti. È ancora notte. Tuttavia, alcuni sono già al lavoro. Sono arrivati in bicicletta. L’uomo claudicante forma i gruppi. Jaffar viene assegnato al suo compagno di viaggio. Raja all’uomo assorto in preghiera. I restanti rimangono sul camion, destinati ad altri lavori. I loro occhi spaesati vengono inghiottiti dall’ultimo strascico di notte. Jaffar e Raja lavorano a due solchi di distanza. Si percepiscono solo lo scuotersi delle foglie, il tonfo degli ortaggi raccolti nei cassettoni di plastica, lo strusciare dei piedi seminudi sulla terra argillosa. All’alba, la raccolta dei primi solchi è terminata. Le labbra sono arse dalla sete. I piedi diventati gonfi per la fatica e le punture di insetti. L’uomo claudicante è all’ombra. Appoggiato al tronco di un albero, si è addormentato. È una furibonda confusione a svegliarlo. La vista è ancora appannata per il brusco risveglio. Gli uomini si dimenano da ogni lato del campo, affrettandosi verso la strada. Sembrano cavalli impazziti dalla paura. Un’onda rossa di fuoco, rabbiosa, li incalza. Nel battere di un ciglio, il campo è ridotto in cenere. I superstiti si gettano per terra esanimi, soffocati dal fumo e dai colpi di tosse. Dalla strada spunta il camion di ritorno dal suo viaggio. L’uomo claudicante si getta disperatamente sull’asfalto per fermarlo. Lo fa quasi sbandare. L’uomo tarchiato scende. Intimando agli uomini di alzarsi, scuote il compagno – Radunali, presto! Prima che la polizia ci piombi addosso! – . Come animali al macello, vengono caricati sul camion. Jaffar oppone resistenza. Prova a svincolarsi dall’uomo claudicante, gridando a gran voce il nome di Raja che non vede più. L’uomo tarchiato si avventa su di lui, colpendolo alla nuca.
Il camion scarica Jaffar davanti al garage. Le prime ad accorgersi di lui sono Farah e Jasmine che in giardino stendono il bucato. Non una parola. Le due donne gli si buttano al collo, ringraziando Allah.
– Dov’ è Raja, Jaffar?- gli chiede Farah, ansimando.
– E’ morto Farah! E’ morto!
Dal volto annerito di Jaffar, spuntano una coppia di bianche lacrime. Accompagnato da Farah, entra, barcollando, nel garage. Il piccolo Amir sta giocando a scacchi con il muto Hassan. Gli poggia lentamente la mano sulla spalla.
– Amir.. – sussurrandogli all’ orecchio.
– So già tutto, Jaffar. –
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1060
<![CDATA[Quello che non si può dire]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1059 Lo capiscono tutti, vero? Lo capiscono tutti al primo sguardo, vero?
Non voglio che si capisca ma non faccio niente perché ciò non avvenga. Non ho voglia di tingermi i capelli eppure non mi sento a mio agio con questa avanguardia bianca, radunatasi proprio sulla fronte. Si concentra giusto lì come una dichiarazione inequivocabile, ecco.
E io non reagisco, non nego. È da quasi due mesi che non vado dal parrucchiere.
Sembrerebbe che abbia issato la bandiera bianca e, invece, non sono serena in attesa che vengano a farmi prigioniera.
Per il resto ho accettato tutto. Ho ceduto, per la precisione. È da febbraio che non faccio più la terapia. Non ho ragionato, considerato gli aspetti della situazione. Ho semplicemente avvertito il senso di umiliazione che quella terapia semplice mi infliggeva e semplicemente ho lasciato quelle pilloline nelle loro scatole. E sono andata avanti lungo il percorso in cui il fiume non si tinge più di rosso. E ho cominciato ad aver paura dell’inaridimento, di quando si presenterà in tutta la sua evidenza. Mi guardo il viso per scorgere le rughe. Le mani per notare se ci sono grinze o macchie.
Quello che si nota di più è che i miei fianchi si sono arrotondati e così la pancia e il fondoschiena. E il seno pure. Tutto molto proporzionatamente. Questo è quanto si vede.
I vestiti di prima mi vanno lo stesso ma faccio un effetto strano. E, poi, la sensazione di pesantezza: non ho preso molti chili ma è come se avessi cambiato peso specifico. Come se da alluminio fossi diventata piombo. Spesso il viso mi sembra gonfio, poi, di meno, subito dopo di nuovo gonfio. A volte sospetto dipenda dallo specchio, dalla luce, non so. Mi illudo di non essere davvero io quella che vedo nello specchio.
Poi, c’è quello che sento: un dolore sordo all’ovaia destra. Costante e sordo.
Ma il dolore fisico è solo un dettaglio insignificante. Il dolore sta altrove. È una sensazione di inadeguatezza, di discronia. Sono come un film doppiato male: la voce in ritardo o in anticipo rispetto ai movimenti delle labbra. E anche quello che dico è in contrasto con quello che appare, e quello che sento con quello che appare.
La mia capacità di comprensione si è alterata. Non capisco veramente quello che mi si dice come se le parole avessero improvvisamente cambiato di senso, come se, pur comprendendo la lingua nelle sue strutture fondamentali, fonetiche e lessicali, non ne possedessi più la semantica. Come se quella lingua, la mia lingua, l’avessi imparata in un altro pianeta dove il pane, per esempio, non è pane e l’acqua non è acqua. E capita che quel che mi viene detto mi ferisca ma non reagisco più, non protesto, non mi innervosisco. Rimango in silenzio. Mi rifugio lontano. E in superficie non si vede niente, credo.
Mai come nell’ultimo periodo ho ricevuto apprezzamenti maschili, d’altronde, si dice “mi piaci quando taci perché sei come assente”. Il mio medico è tra questi. “La vedo raggiante”, “Quanto è dolce… deve essere difficile litigare con lei…”. “Ora, deve fare ricorso a tutte le sue risorse. Si diverta. Ora non ha più questo fastidio… si può rilassare…si diverta.”
Io ho sorriso. Ora mentre ci ripenso, invece….
La prima volta che me lo ha detto, poco più che un anno fa, quando ancora non c’era la certezza: “E anche se fosse? Ci sono tanti aspetti positivi!”. Sono scoppiata a piangere. L’ho trovato offensivo, un’offesa fisica, come lo squarcio di un pugnale in pieno petto.
Il giorno dopo l’ultima parola che capii fu “sottile” attributo di “endometrio”. “Endometrio sottile” era la mia sentenza. Poi, la dottoressa cominciò improvvisamente a parlare una lingua oscura.
Di tutto quel lungo discorso ricordo: “troppo presto”, “contrastare”, “ripristinare”.
Poi mi aggrappai ad un foglietto e corsi in farmacia. Per tredici giorni ho pianto, fino a che il fiume rosso non riprese a scorrere. La portata del fiume è stata abbondante per tre mesi, poi, ha cominciato a diminuire tanto da trasformarsi in un rivolo irrisorio, poi, c’è stata una piena inattesa, poi, più niente. Più niente.
Per sette mesi ho vissuto in ragione di due pilloline. Poi le ho viste come sinistre, oggetti offensivi, veleni che non producevano l’effetto desiderato. E le ho lasciate lì, nelle loro scatoline.
Mi sono sentita umiliata. Dovevo essere quello che non potevo essere più.
Ho ceduto o mi ci sono abituata o entrambe le cose.
Non ero preparata a quello che mi è successo. Mi ha sorpreso quando credevo di avere almeno altri dieci anni davanti a me. Nessuno ti avverte che può succedere con tanto anticipo, nessuno ti prepara. Senti dire di sfuggita, di tanto in tanto che non è una malattia, che è una cosa normale ma nessuno ti dice che può arrivare prima dei quarant’anni.
All’inizio ho subito tutta la serie di speculazioni sulle possibili cause. Qualcuno mi ha detto che è stato il mio ultimo regalo all’uomo che amavo: perdere la mia femminilità mentre lui perdeva la vita.
Ora, invece, è il tempo di subire tutta la serie delle constatazioni degli aspetti positivi. L’assenza di rischi, la possibilità di rilassarmi, di essere libera. Libera di comportarmi come un uomo. Di poter saltare da un letto ad un altro senza conseguenza alcuna.
Sono diventata comoda. Forse, è per questo che mai come da quel crudele maggio dello scorso anno sortisco tanto interesse, sguardi avidi, che spingono ad avvicinarsi a pronunciare parole appassionate.
“Metta a frutto tutte le sue risorse, si diverta!” Ora che non ho alcun desiderio.]]>
Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1059
<![CDATA[Belvedere]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1061 cammina silenziosa
fino a una manciata di case,
le panchine
guardano il vuoto.

Dai Marini l’universo
è un gattino nero
rannicchiato alla ringhiera,
miagola,
e con le zampine
dissotterra fra le grate dei sogni
i visi inghiottiti dalla terra.

Nulla è così distante
nel sereno dell’assenza.

Cumuli di secoli
si lasciano cullare sulle stuoie
di foglie,
ma è un tenue filo
che sfugge di mano
al primo barlume
di vero.

Da un lato
il terreno scoscende lungo il pendio.

Si aprono fiori bianchi
tra le cose che muoiono.
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1061
<![CDATA[Dieci "Ave Maria" e un "Paternostro"]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1057 Queste mattonelle nemmeno mi piacciono, ma la Signora Carmela ci teneva tanto. Diceva che così mi puliva meglio e si sentiva più a casa. La vedevo portarmi fiori e tenermi acceso un lumino. Ogni tanto mi diceva di proteggere Salvatore suo “che stava su a Nord” a far la guerra. Brava donna Carmela, se la prese una bomba mentre stava sopra all'aria aperta. La seconda guerra mondiale, molti si rifugiarono qui giù con me in quei tempi.
Ma se devo dire il vero sono sempre stato trattato con tutti gli onori. A differenza di molti altri riposo su un comodo cuscino e un velo mi tiene lontano gli insetti. Ora mi sto pure abituando ad essere chiamato Lucia. All'inizio mi dava fastidio, ho urlato e protestato inutilmente per anni.
“Mi chiamo Gaddo”
Con il tempo ci fai l'abitudine, un nome vale l'altro, non ha più senso oramai.

Arrivai a Napoli nel 1701 dal Ducato di Toscana, all'epoca avevo appena diciassette anni, ma ero un uomo fatto e formato.
Il mio primo assassinio fu un fornaio, che mi inseguì per la pagnotta che gli avevo preso dal banco. Tra viottoli e stradine mi ritrovai in un vicolo cieco. Il panetterie mi diede addosso, giù calci e pugni, pensavo che sarei morto quel giorno; invece riuscii a sfilargli il coltellaccio dalla cintola e lo affondai nel suo ventre più volte, non avevo più di otto anni, ma mi feci una fama. Fui al soldo di diversi signorotti per cui feci vari lavoretti, debitori, spasimanti indiscreti, persone scomode, passai molti uomini a fil di coltello lasciandogli un bel sorriso rosso sul collo. Avevo il rispetto, il desco non mi mancava mai e le servette, dai seni grossi e i fianchi larghi, non mi dicevano di no.
In quei tempi viaggiavo con padre Gregorio, la sua missione era portare le ossa di Matteo, figlio illegittimo di un funzionario dei re di Asburgo che viveva a Napoli. Mi avrebbero dato 20 scudi d'argento se fossimo arrivati sani e salvi. Accettai al volo; dovevo cambiare aria. Qualche giorno prima in una taverna, a causa di una donna che apriva troppo la bocca e ancor di più le gambe, avevo fatto fuori un tizio. Mi era stato detto che era l'attendente del Duca e che ora si chiedeva giustizia.
In viaggio eravamo in cinque: il prete, un servo giovane e rachitico, che troppo spesso divideva il letto con il sacerdote, una novizia che voleva prendere i voti tra le clarisse a Napoli, un grassoccio oste, che raggiungeva il fratello al porto per mettere su una locanda per marinai, ed io. Il viaggio fu lungo, ma tranquillo. Perdemmo l'oste in una locanda, il medico disse che si trattava di tisi, ci fece rallentare di una settimana; quando alla fine trapassò fu un sollievo per noi tutti, dispiacque solo alla fioriera in cui gettavo le medicine, i fiori seccarono presto e noi riprendemmo il viaggio.

Ecco che arriva Mariano, ogni giorno da almeno trent'anni viene a dirmi grazie. Non lo ferma niente. Pioggia, sole o vento lui c'è sempre. Mi porta dei fiori che l'umido della cripta fa marcire in fretta. Mi è grato perché la figlia Immacolata ha lasciato il pregiudicato eroinomane con cui stava prima e si è sposata con Gennarino, un onesto pizzaiolo. Non navigano nell'oro, ma almeno la famiglia non è dovuta entrare nel brutto giro della criminalità.
Si inginocchia ed inizia la sua solita nenia: dieci “Ave Maria” e un “Paternostro”.
Mariano non è il solo fedelissimo che ho. Oggigiorno non me ne sono rimasti tanti, ma fino a poco tempo fa c'era letteralmente la fila per me. Tra quelli attuali resta Mariaconcetta, con le sue settantacinque primavere, che viene almeno una volta a settimana e quando nessuno la vede mi inumidisce il velo con l'acqua fresca, per rinfrescare la mia anima al purgatorio, così dice lei. Poi sgrana il rosario di perle rosse della Beata Vergine del Santo Rosario di Pompei ed inizia a recitare:
“Nel primo mistero...” e le consuete dieci “Ave Maria” e un “Paternostro”.

A Napoli mi adattai subito, un ricco mercante che aveva casa nei pressi del porto mi ingaggiò per difendere il deposito e scortare gli scaricatori che ci portavamo le merci. La paga era buona tanto da potermi permettere diversi piacevoli passatempi con le puttane più famose del molo. Fu questa la causa del mio stato attuale.
Dopo aver frequentato i bordelli per alcuni mesi, le ragazze ordinarie mi vennero a noia. Cercavo brividi nuovi dalle donne, iniziai così a provare donne più particolari. Rimasi estasiato quando la nana mi fece arrivare a urlare verso il cielo mentre mi montava e il solo pensiero della contorsionista che, mettendo le mani a terra e i piedi in aria, mi permetteva di prenderla in piedi, muovendo solo i fianchi, mi eccita ancora.

Fino a due secoli fa nell'ampia zona sotto la navata centrale della chiesa che mi sovrasta dicevano ancora messa. All'epoca era costume per i credenti adottare uno di noi e dargli la massima cura per poter poi un giorno riceverne grazie. Schiere di donne ci lavavano periodicamente e alcuni bambini erano incaricati di scegliere tra varie tibie e femori quelli che potevano essere i nostri.
A quei tempi la storia di Lucia iniziò a diventare leggenda ed ognuno aggiungeva particolari all'evento a suo piacimento. Divenne figlia unica del principe Ruffano Domenico d'Amore, costretta ad un matrimonio combinato, scappata e poi risposata all'uomo che amava, un vero macello. Però il culto restò e si intensificò nel tempo, fino ad assumere proporzioni inimmaginabili. Ma la verità è un'altra e molto più divertente.

Un giorno Donna Sofia, proprietaria di uno dei bordelli sulla strada, conoscendo le mie inclinazioni, mi disse che quella sera era arrivata una merce rara ed esotica. Su di una nave che portava spezie proveniente dall'Africa era giunta una ragazza dalla pelle nera come la fuliggine.
Non seppi resistere e, pagato quanto mi veniva chiesto, mi gettai nella stanza. La nera era poco più di una bambina e pianse per tutto il tempo senza guardarmi nemmeno in faccia. Ne rimasi molto deluso e mi ritirai.
Quella notte stessa fui scosso da tremiti ed ebbi la febbre molto alta. La mattina dopo a stento mi reggevo sulle gambe. Mi fu mandato un dottore che iniziò subito coi salassi, ma tutto sembrava inutile. In un brandello di lucidità dissi al medico.
“Donna Sofia, la puttana...nera...lei”
Il medico si presentò il giorno dopo con la ragazza di colore, che mostrava sintomi simili ai miei, ma molto più leggeri. Salassò entrambi per bene e ci diede estratti di digitale e vino caldo da bere. Inutile. Si pensò che fosse una stregoneria e quindi venne chiamato il parroco. Questi si convinse che la ragazza avesse dentro di sé Baal, demone delle pestilenze, così il giorno dopo tornò con tutto l'occorrente per portare avanti l'esorcismo. La bambina, terrorizzata dall'uomo vestito di nero che urlava in modo incomprensibile, si contorceva ed urlava e più lo faceva più il prete era convinto di stare nel giusto. Nell'apice del rituale il piccolo cuore della ragazza non resse e lei morì così, legata al letto. Il mio turno venne quella notte stessa, me ne andai con l'odore salmastro portato dal vento che entrava dalla finestra.
Il medico, pensando che potessimo essere infetti, decise di riservarci il trattamento degli appestati. Così su di un carro mortuario venimmo portati alla Chiesa di Santa Maria del Purgatorio all'Arco. Qui il gobbo addetto alla sistemazione dei corpi ci trascinò in una cripta dove ci conficcò un grosso chiodo nelle nuche, lasciandoci a penzoloni aspettando che il nostro corpo scolasse tutti i liquidi e non restasse che lo scheletro. Le nostre ossa furono buttate in una fossa con molte altre e per tanto tempo fu tutto buio.

Ora ci sono addirittura le visite guidate, centinaia di persone ogni giorno vengono qui giù e mi fissano nelle orbite vuote, annuendo sbalorditi a quello che le guide raccontano su di me. Qualcuno lascia una monetina o un piccolo pegno. Archeologi e antropologi mi hanno studiato a lungo, cercando di ricostruire la mia storia. Forse sono arrivati vicino alla verità o comunque hanno di certo capito che, in realtà, io non sono quello che tutti dicono io sia. Oramai però il mito è più forte della realtà ed io non tornerò mai più ad essere Gaddo.

Non so quanto tempo fosse passato prima che rinascessi come Lucia. Un giorno mi trovai a guardare negli occhi vispi di una bambina bruna. Una voce da qualche parte diceva:
“Brava sì, il Signore mi sta dicendo che quella che hai preso è una principessa innamorata.”
La voce era quella del prete, zio della ragazzina, ad ogni teschio che raccoglieva aggiungeva dettagli alla storia.
“Quella è la sua serva.” gli sentì dire mentre prendeva un altro di noi.
Alla fine il prete convinse la bimba che la principessa avrebbe voluto che lei giocasse con il gingillo tra le gambe dello zio. Mentre noi osservavamo immobili.
Qualche tempo dopo la bimba tornò, questa volta con la madre a cui raccontò la storia della principessa. La signora ne chiese conto al fratello, che per non rischiare la scomunica, confermò tutto dicendo che aveva dato ordine affinché venisse preparata un'apposita nicchia, dove mettere i due teschi.

Così nacque la storia che mi porta qui oggi, venerato e riverito come se fossi una principessa. Vicino a me un intero abito da sposa fa capire alle persone io chi sia. Ma la verità è un'altra: io sono Gaddo, tagliagole fiorentino, morto per colpa di una puttana nera come la fuliggine.
Ora recitate dieci “Ave Maria” e un “Paternostro”.
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1057
<![CDATA[L'alba]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1058
L'alba mi aveva riportato a quel giorno, alla mia fuga. Allora l'amore era ancora qualcosa di limpido dentro di me e la vita era un caleidoscopio di emozioni. Lei mi tradiva e questo mi spezzava il cuore, ma non mi aspettavo quello che trovai in quella casa. Una famiglia, Luisa aveva una famiglia! L'avevo seguita per giorni e finalmente aveva trovato quell'appartamento. La casa era in un vicolo, al primo piano. Non ci avevo messo molto a convincere il portiere che ero un'amica di Luisa e che le stavo preparando una festa a sorpresa. Mi era bastato accavallare lentamente le gambe fasciate dalle calze nere e lasciare intendere che gli avrei lasciato una lauta mancia. Appena mi diede le chiavi in mano finsi una telefonata e uscendo in strada simulai una passeggiata nervosa finché lui non si distrasse, poi mi fiondai in una ferramenta e duplicai tutto. Tornai nell'androne e, restituendo la chiave, dissi al portiere che tutto era annullato. L'uomo sembrò visibilmente sollevato. Mi disse che non gradiva l'andirivieni notturno, dato che, con i tagli condominiali, di sera non c'era nessuno a far la guardia. Il portone veniva chiuso e attivati i citofoni esterni.
Aspettai il sabato notte, quando risse da bar e incidenti stradali tenevano occupate le forze dell'ordine.
Lei dormiva affianco ad un uomo. Lui morì dormendo, mentre un palmo di lama gli affondava nel cuore. Aprì gli occhi in un grido muto e lasciò la sua vita nella pozza rossa sul lenzuolo.
Luisa urlò, una sola volta prima di riconoscermi.
“Giovanna, cosa hai fatto?” Disse con la voce rotta dal pianto.
Ci vollero 21 pugnalate per farla tacere, 21 colpi per placare la mia ira. Tutto quello che rimase del mio amore era un cadavere martoriato ai piedi del letto matrimoniale.
Nel corridoio fuori dalla stanza una ragazzina mi guardava, avrà avuto al massimo 5 anni. Mi inginocchiai davanti a lei e le arruffai i riccioli biondi. Assomigliava al padre e non aveva colpe. Misi il coltello insanguinato ai suoi piedi e uscii. Con una sigaretta in bocca mi incamminai verso il sole che sorgeva.

Fino a ieri avevo convissuto con i sensi di colpa. La lettera aveva cambiato tutto. Era vergata in una calligrafia elegante e femminile.

“Cara Giovanna,
sono Cristina, la figlia di Luisa, vent'anni fa ci incontrammo, una notte, nel buio della mia vecchia casa. Non avevo memoria di quell'accaduto fino alla settimana scorsa, quando, leggendo un vecchio libro di mia madre, ho trovato una foto. Eravate voi due insieme e tutto mi è tornato alla mente. La mia vita, dopo tutto quello che mi hai fatto, è stata dura: analisi, case famiglia, ma devo dirti grazie. Grazie a te ho trovato la vocazione, all'età di 17 anni ho preso i voti ed ora sono la più giovane badessa del convento delle suore Paoline.
Spero che tu abbia perdonato te stessa per quello che hai fatto. Io l'ho fatto e il Signore, nell'alto dei cieli, avrà misericordia di te.
In fede.
Cristina.”

I nodi me li aveva insegnati mio nonno. Saltai quando vidi il sole sorgere, il cappio si strinse attorno al collo. Scalciai solo una volta mentre la vescica si rilassava con il sopraggiungere della morte. Appesa al balcone del secondo piano a vedere l'alba.

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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1058
<![CDATA[Intermezzo]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1056 nella carne viva,
incida,
faccia capriole al vento,
prima o poi
so che addormenta di un sonno artificiale
e fa sognare l’inesistente.

Ripetizioni… intermezzi…
Ripetizioni… intermezzi…

delle parole
delle bocche incrinate,
del giallo dei limoni
che assedia il pergolato.

Le stelle brillano e si spengono,
i tramonti s’inarcano sopra le case,
il tuo viso,
è scavato nel tronco di un albero.

Io cammino in silenzio,
in fila indiana,
confusa tra le formiche.
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1056
<![CDATA[La porta rossa]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1055 La Porta Rossa è un locale notturno che si trova all’altro capo della città. Visto dalla strada appare con l’aspetto di un ventaglio. È ridotto a un tugurio con i muri divelti e i vetri delle finestre anneriti dall’incuria e dallo smog. Il taxi si ferma. La donna paga. Scende. Sale i gradini della scalinata che portano a un’anticamera. Ad attenderla, lo sguardo accigliato della proprietaria. Una donna anziana di origine belga. Con l’indice tambureggiante sul polso, le fa notare che è in ritardo e, con poche battute nel suo accento francofono, che il cliente sta cominciando a spazientirsi.
Pelle olivastra, folte sopracciglia nere. Occhi barricati dietro sottili lenti scure. È seduto su una poltroncina rossa bevendo un drink e non perdendo mai di vista le ante dell’anticamera. Alle sue spalle, in un salottino privato, rantoli di piacere si mescolano ai profili di altri uomini sparsi per l’ intera sala. I due bevono qualcosa. Nessuna parola. Salgono al piano di sopra collegato al salone da una scalinata in stile anni trenta. I vestiti scivolano sulla pelle della donna producendo un fruscio ovattato. Le mani dell’uomo la invadono dappertutto. Sui seni, sulle cosce, sui genitali. Quando la donna si discosta dall’uomo, la mano ferma di lui la stringe al polso fino al punto da procurarle un livido. – Ho pagato per averti fino a domani – L’accoppiamento si interrompe per qualche istante. L’ uomo si gira verso il comodino. Manda giù una pasticca. Il desiderio riprende vigore con violenza. Il suo fisico prorompente, i movimenti brutali, il respiro sordo e affannoso imbrattano la pelle bianca della donna. All’alba è sola. Ha alcune escoriazioni al costato, gli zigomi indolenziti. Con la mano prova a massaggiare il basso ventre. Dolori fortissimi la inchiodano al letto, impedendole di muoversi. I capelli appiccicati dal sudore le coprono la vista delle prime luci dell’alba. Facendo forza sul bacino, scende cominciando a muovere i primi passi. Il lento fluire dell’ acqua calda della doccia avvolge il bagno di un intensa nuvola di vapore e bagnoschiuma. Sfinita chiude gli occhi. Le ginocchia crollano. Un brivido di freddo l’assale. Rannicchiata in un angolo, piange.
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1055
<![CDATA[Rainy Camden]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1053 il battello salpa ancora una volta,
gli uccelli accorrono a salutarne
la partenza.

Un vento freddo si alza da est,
l’inverno è alle porte.

E tutt’intorno è silenzio.
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1053
<![CDATA[The Oxford Arms alle 16,45]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1052 un odore acre pervade l’aria.
Solo in compagnia di un fedele bicchiere,
che non sarà mai mezzo pieno.
Fuori piove,
ma non me ne curo.
Sono a casa.
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1052
<![CDATA[Quanto vale una vita umana?]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1051 Io chiamo il cristianesimo unica grande maledizione,
unica grande intima perversione, unico grande istinto di vendetta [...]
Io lo chiamo unico imperituro marchio d'abominio dell'umanità...”
F. Nietzsche


Di lì a poco sarebbe piovuto. Il cielo all’orizzonte era diventato color dell’acciaio e il rombo sordo dei tuoni che si appressavano era cupo come i rantoli di agonia di un Leviatano morente. Un presagio di morte viaggiava veloce sulle ali del vento di Levante, freddo e umido. Si abbassò il cappuccio del mantello, le prime gocce di pioggia gli punsero come spine il volto segnato dagli anni. Come le spine della corona di Cristo, un pensiero che allontanò immediatamente, come se i delegati della curia papale ivi riuniti potessero leggergli nella mente.
Avrebbe barattato volentieri tutti gli anni della sua miserabile vita per avere l’occasione di tornare a quel bivio quando, in un tempo antico, aveva imboccato il sentiero sbagliato. Ma era tardi ormai, l’inverno avrebbe spazzato via implacabile le sue vecchie ossa e nulla di lui sarebbe rimasto nei giorni a seguire. La sua anima, solo quella sarebbe sopravvissuta, condannata a vagare per l’eternità nel tormento e nella colpa, sporca e scura come la ruggine che punteggiava la lama della sua spada. La estrasse lentamente dal fodero, l’attrito dell’acciaio sul cuoio risuonò come un monito. “Questo sangue ricadrà anche sulle tue mani” sembrò sussurrargli.
Volse lo sguardo al di là della folla, in quel punto dove questa si stava aprendo come le onde del Mar Rosso per lasciar passare un carro trainato da due buoi. Si morse il labbro fino a farlo sanguinare nel vedere quella ragazza, poco più di una bambina, venir bersagliata dagli sputi e dagli insulti della folla inferocita. Per un attimo incrociò il suo sguardo, prima che una mela marcia le colpisse in pieno il volto, facendole abbassare la testa. La pioggia si fece più insistente, insinuandosi come una serpe tra gli strati di lana e di cuoio che lo proteggevano dal freddo invernale, mentre il mugghiare dei tuoni era diventato talmente possente da sovrastare le urla della folla. Fu grato di quel temporale, perché avrebbe risparmiato alla condannata la crudele sofferenza di essere arsa viva sul rogo.
Strega per sua stessa ammissione, questa era stata la sentenza emessa dal tribunale della Santissima Inquisizione. “Eppure” non poté fare a meno di pensare “quanto vale una confessione estorta con le tenaglie arroventate che ti strappano la carne e firmata con gli aghi infilati nelle dita delle mani?” Chiunque avrebbe ceduto alle accuse più infamanti alla vista della Garrota o della Vergine di Ferro, persino il guerriero più coraggioso avrebbe confessato di aver giaciuto finanche con la Vergine Maria, purché il dolore avesse termine. Galeno lo sapeva, erano anni ormai che estirpava confessioni torturando allo stremo presunti eretici e streghe, impalando uomini e donne il cui peggior reato era stato non essersi recati a messa la domenica. Eppure, in quei giorni oscuri, questo era un peccato più che sufficiente per essere tacciati di eresia. Ogni volta che incrociava quegli occhi spalancati che lo supplicavano di smettere, gli tremavano le mani e nel profondo della notte piangeva, mordendosi le dita fino a farle sanguinare.
“Non c’è peccato in te figliolo, non hai alcuna colpa tu. Sono anime del demonio condannate al fuoco della purificazione a causa delle loro eresie. Sono cani ribelli che hanno morso la mano del padrone e come tali devono essere puniti. Questi tuoi dubbi, mio caro Galeno, sono opera del maligno che si fa strada nella tua mente, facendoti dubitare della stessa volontà di Dio. Non permetterglielo! Non lasciargli sporcare l’alto compito al quale sei stato chiamato dalla Santa Madre Chiesa. Mortifica la carne quando la tua anima è attanagliata da queste sciocche paure e vedrai che il demonio andrà via, insieme al sangue infetto che ti annebbia la mente.”
Fu in una di quelle conversazioni che aveva capito quanto fosse imprudente rivelare i suoi timori a padre Juan, il cappellano del villaggio. Allora, da vigliacco qual era, aveva tenuto le sue angosce per sé ed era andato avanti come uno stupido asino che, nonostante i calci e le bastonate, obbedisce tuttavia agli ordini del padrone mentre sogna di mangiare pasta di zucchero e mele candite. E come un vecchio e macilento asino, Galeno Pereira aveva sulla sua schiena più cicatrici di quante ne avesse Cristo il giorno in cui venne crocifisso, per le frustate con cui ogni notte sperava di far tacere la sua coscienza. Le macchie del suo sangue si erano impregnate per sempre sul pavimento della sua stanza, eppure i dubbi che gli mordevano l’anima erano rimasti al suo fianco giorno e notte.
Il rombo di un tuono, forte come le trombe del Giorno del Giudizio, lo destò bruscamente dai suoi pensieri. La ragazza era stata condotta sul patibolo, incatenata e sorretta a braccetto da due nani che le punzecchiavano le natiche con un pungolo di legno. Colpì uno di quelli col pomo della spada e allontanò l’altro con un calcio. “Che pensino pure quello che vogliono” si disse “non darò a questi guitti il piacere di umiliarla.” Poggiò le mani sulle spalle della fanciulla, talmente fragile ed esile che un alito di vento l’avrebbe spazzata via come una foglia, e delicatamente la fece inginocchiare davanti a sé.
“Sta’ ferma” le sussurrò all’orecchio mentre le spostava i capelli da un lato “non sentirai nulla, bambina.” Lei si voltò a guardarlo, i suoi occhi verdi e rassegnati gli lessero nel profondo dell’anima e per un attimo Galeno provò l’impulso irrefrenabile di liberarla e portarla in salvo chissà dove a rischio della sua stessa vita. Ma era soltanto un vecchio malandato, che sarebbe stato sopraffatto immediatamente da poche guardie armate.
Appoggiò la lunga lama sul collo della ragazza, affilata e opaca come la linea che separa i peccatori dalle anime pie. Alzò gli occhi al cielo, il sole non avrebbe più fatto ritorno da quel giorno in avanti. Menò un unico fendente deciso. Il corpo si accasciò a terra mentre la testa rotolò ai piedi di uno dei due nani, che la raccolse esultante e fece il giro del patibolo danzando trionfalmente.
“Fiat voluntas Dei!” dichiarò solenne un giovane prelato. Dalla folla si levò un urlo di giubilo, l’urlo di quelle madri e di quei padri i cui figli avrebbero guardato ancora la luce del giorno. Ripulì sul mantello la lama dal sangue e dai capelli, la ripose nel fodero e si trascinò giù per le scale cigolanti del patibolo .
“Boia!” lo fermò il capitano delle guardie porgendogli un sacchetto di cuoio “Questo è il tuo compenso.”
Quanto vale una vita umana? Quel giorno valeva trenta monete ammaccate ed arrugginite. Il temporale non accennava a smettere, Galeno Pereira si tirò su il cappuccio del mantello e si avviò a passi lenti verso casa.
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1051
<![CDATA[Un atteso ritorno]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1050 lieto amico da troppo tempo atteso.
Ricchi doni porta con sé
e ti sussurra piano:
“Svegliati Amore,
sono tornato!”
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1050
<![CDATA[Cosa sarei io senza di te]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1049 Inutile scintilla che, privata del vento,
dispera diventar fuoco.
Dove andrei io senza te?
Errante marinaio che la Stella Polare,
nascondendogli il suo bagliore,
fa vagare senza rotta.
Che farei io senza te?
Vagabondo andrei
parlando di quella luce
che mi illuminava la via,
più chiara del sole del mattino.
Vedi, tu sei per me
vento, stella e sole.
Per me che senza te
non saprei cosa è Amore.
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1049
<![CDATA[Il diavolo e l'acqua santa]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1048 Non sapevo dove dormire, la stazione era lontana e di parchi in quella zona nemmeno a pagarli. Mi infilai in un vicolo cercando un posto riparato dal vento dove poter stendere il giubbotto, sperando di non risvegliarmi assiderato tra le grazie del signore.
Il vicolo era una specie di galleria del vento dell'architettura spicciola. Ogni millimetro quadrato di quel budello infernale era spazzato da un gelido vento invernale. Forse la buona sorte mi avrebbe aiutato a trovare un portone aperto, un buco per un ratto come me. Maledetta epoca della paura, non un'anta accostata o un portoncino aperto.
“Questa è la sera che muoio. Chiudo gli occhi e addio Vinnie, almeno non soffro.”
La strada sembrava allargarsi in uno spiazzo. La piccola piazza era il cortile esterno di una chiesetta. Arroccata tra i palazzi adiacenti, ne seguiva lo stile sporco e decadente. Per un attimo strizzai gli occhi per accertami che non fosse una visione, poi misi a fuoco e sì, il portone era spalancato. Senza nemmeno pensarci su un solo secondo mi fiondai dentro.
“Dio mi ha salvato? In effetti tra tutti i suoi figli io sono il migliore. Peccato per quella storia dei comandamenti, ma proprio non riesco a vivere un giorno senza infrangerne un paio.”
La singola navata era spoglia, un piccolo altare la sovrastava, l'unica decorazione era un grosso crocifisso in legno senza nemmeno la statua del cristo sopra. L'acquasantiera era vuota, in compenso un cestino con la scritta “offerta per i poveri” aveva al suo interno qualche banconota. Le afferrai e le infilai in fondo alla tasca.
“Più povero di me stasera non entrerà nessuno.”
Nell'angolo dell'altare sedeva un prete, raccolto in se stesso, come se pregasse. Era giovane, i capelli biondo paglierino erano leggermente spettinati. Un velo di barba copriva il viso piacente, gli occhi chiari fissavano un punto imprecisato davanti a lui.
“Buonasera.”
Per un attimo il blu dei suoi occhi mi pesò addosso come un macigno. Abbassò il capo in un cenno di saluto.
“Le dispiace se mi metto qui a pregare?”
Non rispose e tornò a contemplare il vuoto. Mi gettai a peso morto su una panca.
Da bambino con la nonna andavo in chiesa tutte le settimane e recitavo la solita nenia. Madonna, madonnina, non mi lasciare mai solo, angelo custode difendi e proteggi la mia strada.
Dal portone un'ombra si stagliò sulla navata centrale, mi voltai per guardarlo, era un ragazzo sulla trentina. Camminava con passo lento verso l'altare, con gli occhi fissi al crocifisso. La sua voce era profonda, sembrava venisse da molto lontano.
“Sei qui, quindi?” disse al prete.
“Ti aspettavo”
“Allora è vero che vuoi farla finita?”
“Ed è quasi ora non pensi?”
“Perché adesso? Cosa è cambiato di così sostanziale da farti prendere una tale decisione?”
“Sono arrivato al punto in cui non riesco a tollerare altro.”
“Tu sei il solito bastardo, ti piace giocare con il potere che hai vero? Questo non è il tuo esperimento malato hai capito? Questa volta ti sei spinto troppo oltre e te lo dissi all'epoca.”
“Ti ho sempre amato più di ogni altro e lo sai, ma non hai mai capito il mio progetto, hai tentato di sabotarmi fin dal principio. Dicevi di odiare la mia creazione, ma hai comunque deciso di vivere tra loro, ti sei sempre considerato meglio di me, ma ti sfugge un passaggio. Io sono perfetto e tutto quello che faccio fa parte di un piano, che tu essendo parte della mia creazione non puoi capire. Per quanto illuminato, sarai sempre un gradino più in basso.”
“Tu non ti rendi conto, razza di pazzo visionario! Loro sono cresciuti, io ho dato loro la conoscenza che tu gli avevi proibito, speravi in un'adorazione cieca? Speravi che fossero i tuoi servi fedeli? Non ti bastavamo noi? Io ho intrecciato i colori del creato per crearti l'arcobaleno, ma tu avevi occhi solo per loro.” disse l'ultimo arrivato indicandomi, poi continuò:
“Avevi bisogno di altre voci che tessessero le tue lodi. Tu solo il santo, tu solo il signore, tu solo l'altissimo. Altre vite che strisciassero ai tuoi piedi, esseri su cui sentirti superiore. Sei un bambino viziato che gioca con una lente sul formicaio.”
“Attento a come parli figlio mio, è vero che la mia bontà non ha limiti, ma bada bene, tu resti e sarai sempre frutto di una mia scelta e in quanto tale succube della mia volontà. Sei stato il primo, il più bello, ma sempre e comunque una creazione, una parte di me e per questo inferiore, modera quindi il tuo linguaggio.”
Il prete si alzò, in piedi arrivava al metro e ottanta e guardava dall'alto in basso l'uomo bruno che gli stava di fronte. Lo superava di qualche centimetro. Il suo viso era palesemente alterato dall'ira.
“Ma sentiti vecchio, ti ricordi mica quei sette peccati che tanto condanni? Non ti sembra che tu stesso sei l'incarnazione di uno di quelli? Superbo e arrogante al punto di arrivare a cacciarmi dalla mia casa per aver detto la verità, per averti detto una cosa giusta che tu stesso sapevi. Mi hai tarpato le ali perché il peso della giustizia e il senso di colpa erano un fardello troppo grande per te.”
“Taci maledetto, taci immondo”
Avevo smesso di capire cosa stava succedendo, ero certo di essere nel posto sbagliato nel momento sbagliatissimo. Volevo alzarmi e fuggire. Una strana forza mi teneva inchiodato alla panca e per quanto mi sforzassi non un singolo muscolo rispondeva ai miei comandi.
“Dillo il mio nome padre o non ne hai il coraggio? Hai paura di nominare colui che ha portato la luce anche nelle tue cieche convinzioni?” l'uomo aveva un'espressione di assoluto disgusto stampato sul viso. Fissava con aria di sfida il prete, prese fiato e riprese il discorso.
“Io ho trovato rifugio in mezzo agli esseri che odiavo, ho imparato a godere dei loro trionfi a gioire della loro libertà. Guarda lui.” disse puntandomi un dito.
“Ha rubato, ha desiderato la roba d'altri e la loro donna, ti ha nominato e maledetto invano, ha ucciso eppure è sicuro della sua purezza ed anche io lo sono. Lui è andato oltre, ha aperto gli occhi. Non ti riempe di lodi, non ti stima, sa quello che sei e non ti teme.”
“Ora basta verme schifoso! Lucifero, hai il coraggio di offendermi qui in casa mia?! Tu sei sempre stato un traditore, con i tuoi falsi consigli hai ucciso tuo fratello, mio figlio Gesù, per colpa tua Azasel è imprigionato nelle profondità della terra. Michele deve allenare orde e schiere per contrastarti, ma ora basta! Tu hai sfidato la perfezione! Io sono superiore a tutte le cose, a tutti gli esseri di questo universo, io sono Dio e la mia parola è legge!”
schioccò le dita e in lampo l'uomo sparì. Un vento fortissimo entrò dalla porta d'ingresso. Mi voltai per vedere cosa stesse accadendo. All'esterno il cielo era nero, senza sole ne stelle. La terra emanava una luce rossastra come se bruciasse. Sentiva urla provenire da ogni dove. Sentii una presenza accanto. Il prete era affianco a me e mi fissava.
“Questa è la fine del mondo figliolo, diciamo che siete stata una prova, non posso dire che abbia fallito poiché tutto ciò che faccio è perfetto, ma c'erano delle cose da mettere a punto, diciamo.”

Una luce calda mi circondò e mi ritrovai in un palazzo bellissimo di un candore celestiale. Un angelo dai capelli rossi mi strinse in un caloroso abbraccio.
“Ti sei salvato fratello, benvenuto nella gloria di nostro Signore, ecco per te il paradiso. Io sono Gabriele vieni e ti mostrerò la strada.” Guardai le sue ali fiammeggianti.
“Dove è un bar, devo bere un goccio.” dissi sorridendo. Ero salvo e qualcuno aveva riconosciuto i suoi errori.
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1048