OXP - L'Infinibile http://www.orientexpress.na.it/infinibile/ Le poesie e i racconti di OXP Copyright 2010 orientexpress.na.it OXP Napoli IT-it redazioneoxp@gmail.com mavilio@gmail.com Sat, 18 Dec 2010 1:44:27 GMT http://blogs.law.harvard.edu/tech/rss MaviSys <![CDATA[Interstizio]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1005 avvelenati,
marzo resta ad aspettarti.

Non ho mai visto i tuoi occhi
ma so
che non possono invecchiare,
perché hanno qualcosa
del sole quando cade…
Luce serena.

Da te
apprendo il senso della notte
che si denuda di voci
e la saggezza
per compiere quieti voli
nell’aria tranquilla.

Mi dirai
che è sbagliato
chiudersi al riparo.
I viaggi consolano
le lacrime di sale.
Il silenzio
conosce altre forme.
tra le rughe della terra.
]]>
Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1005
<![CDATA[Poesie]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1004
Capelli neri, neri occhi.
La più bella notte d’estate,
mai vorrei che finisse,
mai vorrei andar via.
Mai trovato un corpo così perfetto,
mai una donna
tanto mi aveva reso vulnerabile.
Inferno e paradiso racchiudi:
tentatrici le tue labbra
soave il tuo viso.



2

Luci, ombre, dolci sapori.
Non so in che luogo
dove chi mi circonda mi solleva.
Il tuo corpo così armonioso
una dolce melodia,
dove ogni nota
sembra scriversi da sola.
Mi pare d’essere
nei luoghi magici
dei miei sogni.
Forse, però, sei tu che mi rapisci.



3

Milioni gli occhi
incontrati fin ora.
Due quelli in cui mi son perso:
i tuoi.


4

Negli occhi desiderio racchiudi
Nel corpo sensualità esprimi
Da sempre chiedi solo d’esser guardata
Da sempre tutt’altro ricevi.
Visitatori saltuari
che mai hanno riempito
il vuoto
dentro di te.
Stanca in volto.
Vogliosa nel cuore.
Amore.



5

Mai capirò le persone
tutte sempre di fretta,
tutte in ritardo,
Alla ricerca di un qualcosa
che possa renderle felici.

Dovrebbero soltanto
rallentare e guardare.



6

Ubriaco del tuo corpo
nei quieti abissi dei tuoi occhi
che ricordano la notte
mi perdo.
Quel nero così intenso,
che il solo fissarlo troppo a lungo
fa dimenticare
tutto ciò che mi circonda,
e che il più delle volte
terrorizza.


7

Viviamo nella finzione
Finzione di una vita
che si conclude nel peggior dei modi:
la morte.
Viviamo nella finzione
dei media e delle veline
Viviamo o fingiamo?



8

Strana la vita
Nasci, vivi, muori
Tre brevi parole.
Nasci e apri i tuoi occhi
su quel mondo che
quando vivi,
detesti.
Apri gli occhi
su quello stesso mondo che,
quando muori,
non vorresti mai lasciare.



9

Mi giro e mi rigiro


Mi giro e mi rigiro
in quel letto,
troppo grande per me
ora che il tuo calore
non lo riempie.
Un sorriso si apre sul mio volto,
il ricordo di quella notte
in cui due corpi
divennero uno.
Quella notte in cui la nostra unione
racchiudeva in sé
la perfezione di un mondo,
che ora che non ci sei
mi appare
privo di colori.
Quella notte,
mio dolce amore
Il più bel ricordo
che abbia della vita.
Quella notte,
in cui le nostre imperfezioni
un po’ casualmente scontratesi,
ci rendevano dannatamente perfetti.
Quella notte
in cui le nostre paure
sono diventate certezze,
quella notte che
ci ha consacrati l’uno all’altra.]]>
Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1004
<![CDATA[Dal profondo]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1001 trattengo la luce
di una lampada a un crocevia,
e salgo fino all’antica casa dirupata
nell’immenso sommerso da alberi.

Una spirale di scale,
e sono davanti alla tua stanza senza vetri,
la gabbia di memoria adagiata nel profondo.

Il mio senso d’impotenza,
intrappolato tra i ferri del balcone,
resta a guardarti andare via.

E così, madre,
o chi tu sia,
tra le labbra del giorno ritorni
a dissetarmi di celeste.
]]>
Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=1001
<![CDATA[Canto della volta invernale]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=999 sfolgoranti di luce tremula, a puntellare
la distante volta invernale.
Lo spazio appare come scura distesa,
innalzata sopra le poche foglie rimaste.

Un alito acuminato penetra appena sotto pelle,
ti porta memorie di montagne mai viste, spettri
di ghiaccio, e nei tuoi ricordi senti
uno spicchio d’anima che si accende
al tocco.

Un canto acuto e intangibile freme stanotte,
lo si può quasi raggiungere, lì, sulla soglia dello
spirito, e lasciare che l’animo si intoni con esso...

E ancora sono qui fermo a chiedermi
di me stesso,
sondando cautamente il mio cielo, come se lo spazio,
sopra, disponga e consigli un nuovo ordine, e aiuti a
ponderare i sentieri…

I pensieri possono forse risplendere di luce riflessa?]]>
Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=999
<![CDATA[A un amico ho chiesto...]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=998
La nota triste
perfeziona le parole e m’invita
a sentire il vento che gonfia: anarchia
di fogli scollati
di autunni e inverni
di visi e storie,
mentre i cacciatori in agguato
non smettono di uccidere prede.

Malinconico addio ai morti di novembre,
agli anni andati via
con i loro mantelli di pietre
dove avrei voluto addormentarmi.]]>
Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=998
<![CDATA[Monologo di un venditore di fondi greci]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=996 Venditore di fondi greci
oggi propongo

SOCRATE
investimento traquillo
sicuro
anche Esculapio venne rimborsato
per il suo gallo, non ci guadagnò molto
però..

ARISTOTILE
fondo bilanciato
sottilmente speculativo
più deduttivo che induttivo
robusto investimento nel lungo periodo

PLATONE
fondo aperto
a chi ama il rischio ragionato
a chi ama pensare che il mondo
potrebbe essere diverso da quello che è...
Indicato agli uomini fabbri
e ai poeti..

EURIPIDE
Fondo a rischio
per cogliere i cori
emergenti

Il resto è tragedia
greca]]>
Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=996
<![CDATA[Natale di domani]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=995 di tuffarmi
in un gomitolo
di strade
Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata…

Quante volte Luca aveva letto quella poesia di Ungaretti… quei versi accompagnavano i suoi pomeriggi di vigilia come un rituale svuotato della sua sacralità. Come quelle campane in un villaggio di contadini, che scandiscono inesorabilmente le ore di lavoro e gli attimi festivi, ma che hanno ormai un suono che si ascolta senza più sentirlo.

A questo pensava Luca, in quel pomeriggio del 24, nella sua stanza al terzo piano, richiudendo il suo libro di poesie. Anche quest’anno aveva rispettato quel rito; anche stavolta aveva attraversato, con cuore dolente e con sguardo disincantato, le immagini disegnate da Ungaretti per descrivere il suo Natale. Ancora una volta, le aveva compitate nella propria anima… la stanchezza e il dolore del poeta erano anche suoi, la malinconia aveva steso sul suo capo un manto di ombre, nero come solo il cielo sa esserlo, e solo, paradossalmente, nelle notti d’estate.

Si sente inquieto e insoddisfatto. È ancora davanti alla libreria dove ha riposto il suo compagno natalizio. Non riesce a muovere un passo. Le parole appena lette non gli sembrano quelle di sempre. Hanno il suono di una melodia lenta, e un ritmo monotono, come le cantilene che le mamme ripetono stancamente ai loro bambini per farli addormentare. Sempre le stesse, scandite quasi per abitudine, e senza ricordarne il significato.

Quella poesia, sempre bella, sempre struggente, sembra ora non bastargli più… Oggi la sua malinconia non ha voglia di rannicchiarsi accanto al focolare. Quel tepore renderebbe ancor più fredde le sue mani senza riscaldarle. La sua stanchezza è ancora troppo viva per assomigliare alla quiete inerte di uno dei suoi oggetti, abbandonati sui mobili della sua stanza. Perché il suo dolore, non ancora sciolto, non si è però ancora arreso.

Luca desidera tuffarsi in quel gomitolo di strade che finora sembravano soffocarlo… Vuole perdersi in quelle serpentine di cemento, passeggiare con la sua malinconia. Non sarà un modo per cancellarla, pensa, ma il mondo è sicuramente il luogo migliore in cui farla vivere. In quel momento, capisce che solo gli occhi freddi e scuri della malinconia possono restituirgli tutta la luminosa, calda e intensa bellezza dell’esistere.

Giù in strada allora! Con l’ansia di vita che può brillare così soltanto quando l’attesa è stata lunga, e quasi insperato il ritorno di un interesse vivo per ogni cosa. Respirando con intensità ogni effluvio che si spande tra la folla, che nel frattempo si è riversata fuori casa come un fiume impetuoso in cerca del suo mare. Quante luci, decorazioni, abeti vestiti a festa illuminano la piazza principale, e fanno la gioia di bambini che si scambiano doni, sognando che altri ne giungano da una slitta trainata da renne tintinnanti.

Canti natalizi che si susseguono ininterrottamente ritmano un tempo quasi sospeso. Agrifoglio, vischio e stelle di Natale ricoprono i davanzali delle finestre. Da ogni casa si spande un intenso profumo di dolci, mentre davanti alle chiese si preparano i ceppi per il fuoco che, crepitando, annuncerà i vespri che celebrano la venuta del Figlio di Dio.

Tutto sembra rinascere davanti ai suoi occhi, tutto rinasce dentro i suoi occhi. Uno sguardo in cui si intrecciano candore e consapevolezza, la quiete del sempre uguale e il brivido dell’ignoto, nostalgia del passato e fremito di futuro. Imparare ad essere al centro della vita, restando da essa distante di un passo: è il tema che scriveremo ogni giorno, ma che non finiremo mai.

Tra qualche ora sarà Natale… e Natale è, soprattutto, una nascita, un venire alla luce, un affacciarsi alla vita, respirare un’aria nuova. Non è mai troppo tardi per farlo. Anzi, è questo il rituale da ripetere ogni giorno, per acuire lo sguardo, accendere la curiosità, accrescere la meraviglia, e far battere il cuore più forte. Abbiamo un’anima fatta di luce, non dobbiamo mai eclissarla …

Sì, ogni giorno… a cominciare, magari, dal (mio) Natale di domani….]]>
Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=995
<![CDATA[Trenta novembre]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=993 evidente e nascosto, assente atteso.
Posso pensarti influente ma inoperoso.
Nome innominabile, cifra dell’indicibile.
Non materia, forse, ma anche ciò che chiamo materia,
perché vicino;
forse non spirito, ma, poiché lo spirito ti domanda,
sei nella domanda.
Non spirito senza materia,
non vento senza spazio,
ma non l’uno né l’altra.
Gran dio: sei nel microscopico vivente
che comporta la domanda,
negli immensi spazi vuoti e freddi,
nei plessi umidi e ribollenti, nell’inospite
e nell’ospite,
nel respiro espansivo dell’universo.
Devi essere certamente ovunque,
o posso pensare un luogo senza di te?
Nello spazio, ma senza direzioni,
e nelle direzioni senza spazio.

Come posso pensarti, posso sentirti.
Ti sento in emozione come ti avverto in pensiero,
ma non sei differenza,
e né emozione, né pensiero;
in tristezza e letizia ti sento, come in vita e morte,
e come dire che tu non sei bene né male,
eppure anche bene e male, insieme;
e bene e male sono nomi,
li diamo al mondo incessante e ambiguo.

Ma sei digrignare della belva che s’avventa,
e sei ferocia,
e sei soccombere della vittima inerme,
e sei terrore.
Sei nello scellerato,
e nell’azione che combatte
l’uguale con l’uguale, nel nome del giusto:
perché nel pieno dell’azione sei,
che scaccia l’ombra,
nella strage, nel fuoco che distrugge e purifica,
nelle grida contro i tuoi nomi,
eppure sei rifugio nella meditazione,
tregua che restituisce ombra alle cose,
azione e meditazione, insieme,
veloce cavalcatura e tenda,
e non l’una, né l’altra.
Sei l’onda che si solleva e si abbatte,
sei deserto che inaridisce,
sei veleno che s’infiltra e paralizza;
e sei rifugio certo al sollevarsi dell’onda,
o anche l’essere esposto,
o acqua che ristora, o non acqua,
ma la sete stessa, per eccellenza;
sei l’antidoto che salva, ma non veleno, né antidoto.
Dio paradosso, provvido e astratto,
non sempre ovunque né allo stesso modo,
eppure sempre identico,
poiché operante, intimi ad alcuni il fare,
poiché negligente e distratto, dici il non fare.
Calda prossimità, mi chiedi di amarti;
perché distanza, mi disponi al disamore.
Oppure, non amarti, né non amarti,
ma, a causa del non somigliarti, indichi
il dissomigliarti, l’ugual moneta.
Dio silenzioso e nascosto – niente ti si accosta,
eppure a te porta tutto ciò che lo spirito vede e ode.
Ti chiama nelle distanze,
dall’alba alla notte che precede l’alba,
e non può neanche cercarti.
Dio vicino e spesso dimenticato,
alla domanda risponde l’enigma,
ma il domandare insufficiente a rispondere
è tutto quel che ho;
sei qui, evidenza di povera gloria oscura,
ma così nascosto
che non posso neanche cercarti,
nonostante domandi di te.

Dio: non terra nella terra,
non aria dov’è l’aria, non forma dov’è forma,
ma forma dell’informe,
non scrittura dov’è scrittura, né linguaggio,
eppure segno,
non nome eppure nome di tutti i nomi.
Con fervore ti cerco,
e nella mia stessa febbre m’inganni: e mai ti colgo.


30.XI.2011
]]>
Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=993
<![CDATA[Iniziano ad accendersi…]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=982 ad addobbarsi le vetrine e i balconi
iniziano i buoni propositi che alla fine
nessuno mai riesce a rispettare.
Inizio ad avere l’ansia,
l’ansia che nulla dura…

Se tutto fosse così per sempre
forse non sarei in ansia.
Forse è un’infelicità che nasce
quando tutti sembrano felici,
forse la verità è
che si può essere in pace solo
quando arriva la fine.]]>
Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=982
<![CDATA[Vomero City]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=989
Pier Luigi ne è convinto. Non bisogna mai lasciare l’ufficio prima che sia passata almeno mezz’ora dall’orario di chiusura. Se si chiude prima l’ufficio o si lascia il lavoro in sospeso per qualche motivo possono verificarsi disgrazie inimmaginabili. Eh, lo sa bene lui, e come se lo sa! Fu proprio il primo giorno, in vita sua, che, a causa di un insistente mal di testa, si decise a lasciare il suo rinomato studio di commercialista mezz’ora prima del solito, non avendo nient’altro da fare per quel giorno, per giunta, fu proprio quel giorno, dicevo, che gli capitò di incontrare Linda. Dopo un anno e sei mesi da quel pomeriggio piovoso (e stregato!) di fine settembre, si sono sposati: un commercialista bergamasco e una professoressa di lettere antiche napoletana. E da, allora, la loro vita assieme si svolge all’insegna dello scontro di civiltà, quella del labor contro quella del logos. E in questo perenne scontro Pier Luigi soffre dal momento che, a suo dire: “ho paura di lei perché mi rende felice”.
- E mmò fammi guidare a me.

Mi disse la mia cicetta appena lasciata la tangenziale, all‟uscita Vomero, la prima volta che venimmo a Napoli, per giunta in auto. Io mi rifiutai, naturalmente. Il mio amato SUV nelle tue mani, tesoruccio? Fossi matto! Per la verità neanche lo sapevo ancora come guidasse ma, così, per principio. E poi cosa può saperne una professoressa di latino e greco di automobili? Mica c‟erano nell‟antichità!
- Fai guidare me, amore, che ti stresserai a guidare qui al Vomero…
- Stai tranquilla, Linda, cosa ci sarà mai di diverso a guidare tra il Vomero e qualunque altro posto?

Le ultime parole famose come nelle vignette della Settimana Enigmistica. Inenarrabile. Altro che stressato! Ne rimasi traumatizzato. Inenarrabile! Riesco solo a dire che mi ritrovai in un fiume di auto che procedevano senza criterio, per lo meno quello del codice automobilistico, e spuntavano inavvertitamente da ogni dove. Arrivammo a destinazione che ero sull‟orlo di una crisi di nervi e non era ancora finita. Il parcheggio. Non sapevo ancora cosa fosse l‟esperienza del parcheggio.
A via Eduardo Dalbono, come d‟altronde in tutto il resto del Vomero, il parcheggio è una specie di miraggio o, forse, un miracolo, ecco: se trovi posto per parcheggiare, sei stato miracolato! E, naturalmente, non esiste altro tipo di parcheggio se non quello lungo i marciapiedi, per cui le auto rimangono all‟addiaccio, nelle strade, prive di qualunque protezione: i garage sono rarissimi e costosissimi. E la Linda, prevedendo che mi avrebbe inquietato alquanto l‟idea di lasciare l‟auto in balia dell‟ignoto, aveva avvertito il suo papà cosicchè appena arrivati sotto casa, mio suocero mi fa:
- Non scendere neanche dalla macchina e seguimi, andiamo direttamente a posarla al garage.
Sono ancora tutto frastornato che la Linda interviene dicendo: “Vatti a riposare, ci penso io a portarla al garage”. “Ma mi hai preso per un bambino? Ci vuol ben altro per stancarmi, amore (Vigliacco!!!)” Ma che figura ci avrei fatto con mi suocero e, passi pure con mio suocero, ma con mia moglie! Nooooo! Dovevo assolutamente proseguire e, d‟altronde, dove poteva essere il garage?
Ai Camaldoli! Il garage era ai Camaldoli, a quasi dieci km di distanza da casa dei mie suoceri, dove avremmo soggiornato per una settimana! A quasi dieci km e a più di due ore di viaggio!!! Noooo! Voglio tornare a casa! Aveva ragione la mia mamma! Vedi Napoli e poi muori, si dice, e io quella sera mi sentii morire.
Così mi sono sempre figurato i posti in cui vengono portati gli ostaggi in mano ai sequestratori sardi: dopo il mare di traffico nella giungla d‟asfalto non mi sembrava possibile che ci trovassimo in aperta campagna, una specie di borgo rurale in cui ho visto anche delle oche razzolare per strada … o, forse, era un miraggio, una proiezione del mio desiderio di fuga da quella città tentacolare. Ci avevamo impiegato più di un‟ora ma il contachilometri ne segnava poco meno di dieci. Com‟era possibile?
- Accussì stai più tranquillo. Nu scipp‟tiell‟, Nu graff‟tiell‟, p‟ miezz‟ a via, so quasi assicurati. Accussì, invece, a machina sta riguardata, e voi usate questa qua. Che tanto io vado sempre a piedi.

Una mini rossa vecchio tipo, vecchissimo tipo, così piccola che mi sembrava di stare in una scatola di sardine.
- A vuò guidà tu? Vuoi familiarizzare?
- No, no, grazie, guidi pure lei.

Torno a casa cotto sfinito mentre Linda sembra rinata: tutta bella, vaporosa, allegra.
- Amore, vatti a fare una doccia, così ti rinfreschi e … tesoro, se ti va, ci andiamo a fare una pizza che ne ho una voglia …
- Ma certo, amore, una doccia e sono come nuovo (Ipocrita! Vigliacco e Ipocrita! Che ci voleva a dirle: “se ci tieni tanto vacci pure da sola, io vado a farmi una dormita” oppure, meglio ancora, “non se ne parla nemmeno, stasera si sta a casa e basta!” Sì, figurati! Dove lo trovo il coraggio per dirle una cosa del genere? E, poi, siamo appena
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arrivati nella sua Napoli, a dire “bella” non riesco, non sono abbastanza ipocrita!)

Quella lunga terribile giornata si concluse a mezzanotte passata dopo una serata in pizzeria con gli amici di mia moglie, reclutati seduta stante e che immediatamente accettarono l‟invito. E, finalmente, ce ne andammo a dormire.
Il mattino dopo però inaspettatamente mi svegliai presto. C‟era un bel sole che illuminava le fessure dell‟avvolgibile e così mi alzai mentre la Linda ancora dormiva. La casa era silenziosa, anche i miei suoceri dormivano. Me ne andai nel soggiorno da dove uscii sul balconcino e, meraviglia delle meraviglie, vidi un agrumeto circondato dai palazzi. Sì, il palazzo in cui mia moglie è cresciuta in via Dalbono contiene al suo interno un grande giardino con aranci, limoni e mandarini e che profumo di zagare! E pure aroma di caffè, veniva proprio da lì, dal giardino, dove un‟anziana signora prendeva il suo caffè conversando amabilmente con un enorme gatto persiano che, pochi secondi dopo, seppi rispondere al nome di Babbà, esattamente come la perla della pasticceria napoletana – “la migliore del mondo” secondo mia moglie. –
Mi venne subito voglia di uscire, quasi una smania, sì, non persi neanche tempo a farmi la doccia che mi infilai dei jeans e una polo a portata di mano e via, per strada. Che bell‟aria davvero! Fresca ma dolce e c‟era silenzio, ricordo che fu la prima cosa che notai. Silenzio, sì ma non del tutto, silenzio ma con voci umane, ancora rare a quell‟ora di mattina. Percorsi tutta via Dalbono fino allo spiazzo della funicolare di San Martino, all‟epoca però ancora non sapevo tutti questi nomi, e da lì mi diressi verso la scalinata che sta proprio di fronte. Che prospettiva! Si vedeva una lunga strada che separava in due la città, o quella parte che se ne vedeva da lì, al centro dopo i due tratti di scalinata una piazza con una palma – all‟epoca c‟era ancora la palma – e poi una sequenza di alberi sui due lati di una strada. Vista così, Napoli, sembrava una città normale, ben organizzata, lineare, moderna … ma dov‟erano il mare e il Vesuvio? Questo quartiere sembrava non avere il paesaggio ma essere fatto unicamente di palazzi, strade, alberi e persone. Persino le auto mi sembravano poche. Scendo le scale, attraverso la piazza con la palma al centro e dei bei palazzi bianchi tutt‟intorno, percorro tutta la via alberata e mi accorgo trattarsi di bei platani. Poi qualcosa mi dice di tornare indietro. Risalgo la strada dei platani e riattraverso la piazza, giunto quasi all‟altezza delle scale che mi avrebbero riportato a casa, dalla Linda, vengo rapito da un profumo di pane e brioche. Ne compro una grossa a forma di treccia con la granella di zucchero e continuo la mia esplorazione. Che posto strano, questo Vomero! Ci si sta bene eppure ancora non capivo perché … ed ero ossessionato dalla ricerca del mare e del Vesuvio. Ma
questo è un posto tutto costruito, una specie di paradiso per muratori, architetti e ingegneri: palazzi antichi e nuovi, belli, molto, una metropolitana, una funicolare, un‟altra funicolare dopo pochi passi. Un quartiere con la smania dei collegamenti. Prendo una stradina che si dipana in parte alla seconda funicolare. Palazzi e verde. Ma noto che è in pendenza. Dapprima è larga e luminosa poi diventa più stretta e ripida, costeggiata da proprietà private dai cui cancelli si nota una folta vegetazione, tutta in disordine, tanto per cambiare. E, intanto, la strada lascia il posto a una specie di scaletta, una specie di grossa scala a chiocciola in pietra nera. Continuo a scendere ma sono un po‟ inquieto: dove mi porta quella scala a chiocciola e di quanto mi sto allontanando da solo e senza il cellulare dalla mia Linda? E se mi perdo? Ma non posso farne a meno devo scendere e d‟un tratto la scala a chiocciola finisce e la strada diventa pianeggiante e luminosa: ma che luce, ragazzi!!! Giro la testa verso destra e finalmente: il mare! Il golfo, il Vesuvio, la penisola sorrentina, Carpi e Ischia!!!! Ma non è finita! E no! Prima di tutto questo, guardando in basso tutto un intrico di palazzi antichi, alcuni in ristrutturazione, aggrappati al fianco della collina e proiettati verso il mare, chissà che panorama da quel terrazzo laggiù?! E guardando verso l‟alto un‟altra sequenza di palazzi abbarbicati al fianco della collina che sale fino alla cima dove c‟è una specie di castello tutto bianco: che meraviglia! E che colori! Un palazzo in particolare ha la facciata in un punto speciale di indaco …
Allora capii che il Vomero è l‟esperienza della ricerca del paesaggio partenopeo, che non è una cartolina ma un viaggio. Davanti a quello spettacolo pensai che un posto così merita di più! Merita di essere conosciuto, valorizzato, ragazzi! Se non fosse stato per la Linda non avrei conosciuto questa meraviglia! Sì, no, eh, che nessuno ne parla: tutti a dire dei Quartieri Spagnoli, degli scippi, delle truffe e della spazzatura ma nessuno che ti dica dello spettacolo del Vomero! È tutta invidia!!! Ma cosa aspettano a fare la secessione! Vomeresi, guidiamo la secessione dal Centro-Nord! Rendiamoci autonomi da chi ci vuole male e ci fa fare pure una brutta figura! Cosa ci sta a fare Nebbialand con le prospettive vomeresi! Quasi, quasi torno su, approfitto che sono tutti a dormire e stilo il piano finanziario e strategico della secessione del Sud …
E, invece, sono rimasto a godermi il mare e lo spettacolo delle navi che lasciavano il porto.
Eh, il Vomero mi aveva tanto spaventato all‟arrivo e tanto innamorato la mattina dopo…
Anche stamattina mi sono svegliato presto, siamo arrivati giusto ieri, la Linda e io, e mentre lei e buona parte dei vomeresi sonnecchiano, sono uscito a fare una passeggiata. Ancora c‟è fresco e silenzio per le strade e in fondo a via Luca Giordano scendo le scale, attraverso la strada e mi prendo
una boccata di mare. Ah! Oramai conosco bene il quartiere, ne apprezzo tutto: suoni, negozi, profumi e sapori. Mentre guardo lo spettacolo azzurro incorniciato da due bei palazzi d‟epoca in punta alle scale di via Aniello Falcone, mi viene in mente il sapore del biscotto amarena … mmmh, buono, alla Linda piace un mondo. Raggiungo in fretta il fornaio di via Luca Giordano che li fa proprio a dovere e ne prendo un bel po‟. Torno a casa per preparare la colazione alla mia bella ma mi affaccio al balconcino della cucina e la signorina De Iudicibus sta parlando con Babbà mentre prende il caffè, che profumo il caffè della De Iudicibus! Babbà alza lo sguardo e mi miagola un buongiorno:
- Buon giorno, Pier Luigi, perchè non ti vieni a prendere il caffè da noi l‟ho appena fatto?
- Volentieri, scendo subito!

Non me lo faccio ripetere e porto con me un po‟ di biscotti amarena.
Mentre ci gustiamo caffè e biscottini, sento che le persiane della nostra camera si aprono e vedo la Linda che si stiracchia tutta, ancora in camicia, sul balconcino.
- Linda, buongiorno! – le dico dal giardino.
- Pier Luigi ma stai là? Buongiorno, Dolores!

Babbà le miagola di scendere anche lei.
- Linda, hai sentito a Babbà, che aspetti? Il caffè è ancora caldo e tuo marito ha portato i biscotti amarena …
- E, allora, scendo subito!

Con indosso una bella vestaglietta bianca la Linda ci raggiunge nell‟agrumeto vomerese.
Babbà le va incontro, Linda si china ad accarezzarlo e il gattone le salta in grembo, allora, ci raggiunge con quel nuvolone bianco in braccio.
- Guarda quanto è bello, amore! Ce lo prendiamo pure noi un gattino, eh, Pier Luì?
- (Ma Linda, perché non facciamo un bambino piuttosto?!) …. ]]>
Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=989
<![CDATA[Onda lunga]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=985 ferite e cicatrici,
quasi stanza di ricordi del passato,
conserva anche te,
le tue parole,
e le mie…

Tu che sei alla ricerca delle stelle,
scrivi di viaggi cosmici,
e cerchi la gloria.
Io vivo in un giardino segreto,
devota alle mie verità.

Eri vero, per me.
Ti amavo.
Avrei lasciato tutto
per ciò che significavi,
per il brivido che la tua presenza
mi suscitava,
per l’incontenibile emozione,
che si accompagnava a te,
al tuo viso,
ai tuoi sorrisi dolci
e malinconici.

Ora la mia parola è accartocciata.
Non so più dire l’amore,
né la sua fine.
Distruggo ricordi
immagini
ogni traccia.

Tu corri come le stagioni.
Sempre diverso
e sempre uguale.
Forse anche tu
prigioniero di qualcosa,
d’un sogno che non riesci
a far diventare realtà.

Tra le verdi foglie d’agosto
e le piogge che ora schiacciano un altro inverno
io, come un insetto, sto chiusa.
Mi proteggo.

Ma ricordo che sei
come un’onda lunga
che non porta a riva.]]>
Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=985
<![CDATA[Oriente]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=990 Dapprima presenze-lontananze sfuocate:
poi sembravano chiarirsi allo sguardo.

Ma una notte
ho rinunciato al grande viaggio.
Quella notte, m’hai lasciato in dono
un libro minuscolo.
Andando al lavoro, l’ho letto,
senza interrompere.
Era sul vivere e sul morire
a causa di quel che non accade,
né si dice, il senza-parola
che parla e decide oltre il silenzio.
Il libro mi portava l’Oriente:
il fascino, la difficoltà.
Leggendo, me ne sono ricordato –
l’avevo già letto,
solo che ora usciva dal nascosto,
con la tua dedica,
si veniva a comporre in evidenza
nella mia trama.

Quando sono arrivato alla fermata del bus,
dopo il treno,
una voce straniera mi ha domandato
l’orario di partenza.
Ho alzato gli occhi. Ho riconosciuto
la pelle scura
e le dita piene di anelli d’argento
di un ragazzo indiano.


Vallo della Lucania, 11. 11. 2011]]>
Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=990
<![CDATA[Dal buio alla luce]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=984 Ora luce, ora tu.
Tutto si apre, tutto si colora, tutto assume
le giuste posizioni.
Mi prendi la mano:
mi conduci!
Mi fai crescere, sempre con la mano nella mia.
Con lo sguardo nello sguardo
mi fai capire chi e dove sono.
Come un fiore ha bisogno di sole
per essere vivo,
io ho bisogno di te.]]>
Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=984
<![CDATA[A Marco]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=983
Ora le ore, i giorni, i mesi
tutto è cambiato
tutto ha un sapore:
quello del confronto.
Apparentemente diversi
essenzialmente simili,
forse è questo ciò che pensa la gente
quando dice amicizia.
Io, però, posso escludere il forse.]]>
Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=983
<![CDATA[L’inchiostro dello scrivere è la vita]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=970
Non si è più quel bambino che, guardando il suo riflesso, va a cercarsi dietro lo specchio; da quel momento si riconoscerà quello sguardo come il proprio sguardo, e una leggera inquietudine sarà il segno che una parte di sé non è in quella superficie riflettente. Le idee, i pensieri, le emozioni, i sentimenti sfuggono alla capacità mimetica dello specchio, sono quell’invisibile di noi che per tutta la vita cercheremo di decifrare.

I libri fanno da spartiacque. Nel succedersi sempre uguale dei nostri giorni separano un ‘prima’ e un ‘dopo’. Si procede, anche il tempo procede, ‘finché non si scorge dinanzi a noi una sottile linea d’ombra’: la prima pagina letta è già un passo oltre quel confine. E non importa se questo evento, spesso, è come un’irruzione; accade con la forza e l’impetuosità di un vento che sbatte le imposte e spalanca le finestre, portando disordine e confusione tra i nostri fogli immobili e silenziosi, addormentati sullo scrittoio.

Nella regione sconosciuta e labirintica in cui la lettura inevitabilmente conduce, ci sentiamo però come ‘a casa’. Perché ciò a cui si va incontro non è un disorientamento il cui rischio è la deriva, ma è la possibilità stessa di attraversare il labirinto della vita, di renderlo praticabile. E, soprattutto, è forse dai libri che si impara a percorrere, con intensità e passione, tutti i sentieri che riusciremo a disegnare. A camminare con passo leggero ma deciso, ad amare quelle vie, anche se dovremo abbandonarle, quando all’improvviso si giungerà in una strada senza uscita.

In quest’affascinante topografia dell’anima, i libri possono diventare luogo natio, e patria di ogni cammino. Un legame indissolubile e immediato unisce alla lettura, che diventa il sottofondo, ininterrotto e costante, delle nostre giornate. Nel libro si cercano risposte, ma con la speranza che esse si sovvertano presto in nuove domande. Il libro sa dar voce alla forza delle passioni, a ciò che per essenza è muto ma che ha bisogno di esser detto, raccontato, e condiviso. Il libro istruisce, insegna, guida, acuisce lo sguardo e, come un caleidoscopio, moltiplica le prospettive, perché la verità non è una sola, e non è mai la stessa.

E, non ultimo, ogni libro è sempre una lunga meditazione su se stessi, quando si impara a compitare nella propria interiorità le parole che hanno preso vita sulla carta. E, soprattutto, importante è leggere tra le righe, decifrare lo spazio bianco, le pause, il non detto, i silenzi della pagina. Per far questo, occorre un alfabeto interiore, che non si apprende, ma che affiora, emergendo come una terra sommersa, dal multiforme paesaggio del nostro io.


Non è lo stesso con lo scrivere. La scrittura non possiede l’immediatezza della lettura. Tra il foglio bianco e le parole, c’è la nostra persona, la nostra storia, il limite della nostra individualità. Spesso, troppo impegnata a vivere per poter raccontare, e raccontarsi. “Perché scrivere, allora? Che senso avrebbe?”, ci si chiede. Mentre si lascia cadere la penna, si spegne il cursore del mouse, per non correre il pericolo di essere troppo particolari, troppo legati a se stessi; perché l’autore non diventi, paradossalmente, un personaggio immaginario, che si inventa per raccontare le proprie finzioni.

Timori sbagliati, questi, obiezioni che non rispondono alla realtà delle cose. La forza della scrittura sta proprio nella ricchezza e nella fragilità della vita di chi racconta. Scrivere può anche rispondere al bisogno di rivelarsi, a volte tanto forte come quello di respirare; ma quando si traducono in parole pensieri ed emozioni, e si fa uscire dalla penombra ciò che si è sentito, prende avvio un percorso verso l’esterno di se stessi, si getta un ponte verso l’altro. Si apre uno spazio di condivisione.

Scrivere è una trasfigurazione di se stessi e del proprio vissuto, che chiama il lettore come testimone delle vicende raccontate e delle emozioni provate. Vicende ed emozioni che, seppur non ha vissuto in prima persona, di certo può riconoscere come proprie possibilità, che il passato ha già realizzato, o di cui il futuro potrebbe rivestirsi. L’inchiostro dello scrivere è la vita.

Lo ha spiegato molto bene Claudio Magris: «Scrivere è trascrivere. Anche quando inventa, uno scrittore trascrive storie e cose di cui la vita lo ha reso partecipe: senza certi volti, certi eventi grandi o minimi, certi personaggi, certe luci, certe ombre, certi paesaggi, certi momenti di felicità e disperazione, tante pagine non sarebbero nate» (dal discorso alla cerimonia di consegna del Premio Principe delle Asturie, 22 ottobre 2004; citato nel Corriere della sera, 23 ottobre 2004).

Qualche sera fa, ad un programma su Rai Tre (Chetempochefa, 29 ottobre), interviene Alessandro Baricco, con un meraviglioso monologo sul perché si scrive. A questa domanda risponde parafrasando un passo di Henri Focillon, che spiegava ai suoi contemporanei francesi come accostarsi alle stampe di Hokusai (1760-1849), pittore e incisore giapponese, che quindi apparteneva ad una cultura lontana da quella francese ottocentesca.

A chi avrebbe voluto trovare in quelle incisioni insegnamenti, un senso morale, o una qualsiasi forma di assoluto, Focillon precisava: «Quando un giapponese sfoglia una raccolta di stampe, quello che fa è guardare una scelta di quanto nell’universo c’è di più raro, e nell’uomo sensibile di più caro, forgiato in un materiale affascinante per l’unico scopo di testimoniare il genio umano e il gusto di un maestro». Come a dire: nelle stampe è in scena il miracolo dell’istante, del qui ed ora, vivificato dal gesto e dal cuore dell’artista.

Riprendendo Focillon, Baricco afferma: «Scriviamo libri, e quel che facciamo è scegliere tra quanto di più raro c’è nell’universo e di più caro c’è nel nostro animo. E lo lavoriamo con le mani in un materiale affascinante che è la lingua, le parole, il suono delle parole, il respiro della storia. E tutto questo solo perché vogliamo testimoniare ciò di cui è capace un certo genio umano, e per esprimere, in qualche modo, il gusto di un maestro che, in quel momento, siamo noi. Niente più di questo, ma niente, niente meno di questo».

Ma la scrittura non è solo questo. La pagina bianca può diventare lo spazio in cui ricostruire i segmenti della propria esistenza, e ricomporre frammenti del proprio tempo interiore. Scrivere è invitare al dialogo le regioni più remote dell’io, è porsi in ascolto di suoni e melodie che il frastuono del mondo mette a tacere. È annotare ogni movimento dell’anima, registrare la flânerie dei pensieri, tracciare i voli dell’immaginazione. Scrivere è conversare con se stessi; è un desiderio, forse un bisogno, ma è da questo colloquio intimo che nascono le pagine più belle. Quelle che colorano di vita vissuta ogni storia raccontata, e che danno intensità e spessore ai personaggi di cui si inventa la vita.

La scrittura è fatta di mille e più corsi d’acqua, ciascuno con una propria sorgente, ma tutti giungono al mare del racconto. Per alcuni autori, e Baricco ne è un esempio, la rarità e la bellezza della storia narrata sono espressione del genio umano. Chi invece scrive su carta molto più leggera, e con una penna meno importante, si sente più vicino all’imperatore Adriano, così come descritto dalla Yourcenar nella meditazione dedicata ai suoi ricordi, e da cui hanno preso le mosse queste riflessioni. La sua affermazione è di una bellezza senza pari: «La parola scritta m’ha insegnato ad ascoltare la voce umana, press’a poco come gli atteggiamenti maestosi e immoti delle statue m’hanno insegnato ad apprezzare i gesti degli uomini. Viceversa, con l’andar del tempo, la vita m’ha chiarito i libri».

Nelle pagine scritte, imparo ad ascoltare la mia voce, quella di chi mi sta accanto, forse anche quella di chi non c’è ancora. Forse, un giorno, anche a me la vita illuminerà i libri. ]]>
Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=970
<![CDATA[Ricordi ungheresi]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=966 Inizio parlando di un’idea, perché il viaggio questo è, una semplice idea, è l’idea che ci portiamo dentro, e che ci facciamo di un luogo ancor prima di averlo visto. L’insieme di notizie, di immagini, e di aspettative: questo è un viaggio prima ancora di diventare tale, è ciò che noi ci aspettiamo che sia, è una semplice idea.
Poi c’è l’idea che ci facciamo durante la visita: ciò che prima avevamo costruito nella nostra mente, viene adesso smontato e rimontato, con tutte le delusioni del caso. Ciò che adesso notiamo, una volta entrati nella realtà del viaggio, sono le distanze, il tessuto urbano, l’altezza dei palazzi, e la vita che scorre nella sua normalità, perché in fin dei conti, per quanto un luogo ci appaia fatato, una volta lì, non è né più e né meno dissimile da casa nostra.
Ma poi c’è una terza idea del viaggio, ovvero quanto ci rimane al nostro ritorno, quell’insieme di ricordi che lentamente prendono forma nella nostra mente. Lo sporco va via, e resta un luogo ideale, qualcosa di tanto irreale quanto l’idea che avevamo prima di partire; ma idealizzare un posto fa parte del gioco, serve a rendercelo unico, indimenticabile, perché adesso abbiamo dato il giusto valore alla nostra esperienza.

Ora, dovendo fare un quadro di ciò che per me è ed è stata Budapest, l’impresa in sé risulta ardua e forse vana. Il mio primo viaggio fu nell’estate del 2000, e da allora sono tornato nella capitale diverse volte, per periodi brevi e lunghi. Credo, in totale, di aver trascorso lì cinque anni della mia vita.
Quindi per me, l’Ungheria non è solo un posto di passaggio, ma un luogo dell’anima, la mia seconda casa, è quella Nazione dove sogno sempre di tornare a vivere, ed è il paese da cui fuggo, perché per me è perfetto, e quindi rischierei di trasformarlo nella mia casa, con tutti gli annessi e connessi.

I soggiorni lunghi sono stati in tutto cinque, e andavano dai quattro mesi ai tre anni. In ogni viaggio si è formata in me una Budapest diversa, perché diversa era la realtà in cui mi trovavo immerso, diversa la mia abitazione, diverso il mio ruolo e stato d’animo.
Forse la più bella è la Budapest del mio primo anno, il 2000. L’Unione Sovietica era già caduta da tempo, eppure restava molto di quel sistema durato per oltre quarant’anni, quel velo malinconico e triste fatto di vernice laccata nei corridoi dell’Università, di auto Trabant che ancora affollavano le strade, delle facciate dei palazzi ancora sporchi. Quando arrivai, ricordo che l’unico monumento che era stato restaurato era il Ponte delle Catene. Adesso invece il centro è stato ripulito, la città appare meravigliosa, ma forse priva di quel fascino decadente che la rendeva unica.

C’è poi la Budapest del 2003, già cambiata. Soprattutto notavo le auto nuove di zecca sfrecciare per le strade, non importa che la gente le avesse acquistate a rate. L’Occidente era arrivato e tutti ne volevano una fetta.
Io, come sempre, restavo ancorato ai miei palazzi del quartiere ebraico, la mia piccola isola nell’isola, quel quadrilatero abitato dagli Ebrei, gente splendida che mi avevano accolto nella loro comunità invitandomi a scoprire un pezzetto del loro mondo.

Dei miei soggiorni ricordo i mercati rionali, pieni di frutta triste, sciupata, di limoni quasi ammuffiti provenienti da chissà quali scarti dei mercati dell’Europa dell’Ovest, ricordo i cieli alti e tersi e il freddo entrarti nei polmoni, ricordo le infinite camminate su e giù per le colline di Buda, a godermi i colori dell’autunno, quei colori assenti in Sicilia perennemente baciata dagli alberi sempre verdi.
Ricordo le linee dei tram che dal centro giungevano in periferie anonime, invase dai palazzoni costruiti durante il socialismo, quei tram pieni di anziani, legati alle loro buste di plastica e ai loro ricordi.
Allora passavo le mie giornate al dipartimento di Mongolistica, a godermi la compagnia dei libri che assediavano la piccola biblioteca dove potevo finalmente trovare tutti i testi dedicati ai popoli nomadi e all’epopea di Gengis Khan. Studiavo il mongolo attraverso libri di grammatica scritti in tedesco, e vagavo da una biblioteca all’altra in cerca di testi da fotocopiare e conservare.
Sono stati anni di vero nomadismo urbano, mi trovato all’estero, a fare ricerca sui popoli nomadi, in una nazione fondata da nomadi! Non potevo chiedere di meglio! Ero esattamente dove volevo essere!
Frequentavo la biblioteca dell’Accademia delle scienze, quella del castello, della Central European University, la Szabo Ervin, e di altre Facoltà. Le giornate passavano in un intenso lavoro di ricerca e di attesa, di silenzi e passeggiate, di enormi solitudini e di viaggi su e giù per la città.
Forse il mio amore per Budapest deriva dal fatto che in quella solitudine in cui mi sono trovato a vivere, è stata la mia unica compagna. Vivevo parlando con la sua storia, i palazzi, i personaggi che avevano scritto le pagine di quella gloriosa nazione, conosco ogni vicolo di quella città, ogni pietra o linea dei bus, ero un passante muto che usciva la mattina di casa con l’unico impegno di dover camminare per far passare in fretta un’altra giornata vuota.

Ma Budapest non è stata solo la città della mia solitudine. C’è stata quella del 2006, della cattedra come professore di Storia e Cultura dei Popoli Nomadi all’Università Elte, era la Budapest del mio primo impiego in una multinazionale, lavoro che ho continuato a svolgere sino al 2009. Una nuova realtà, una città vissuta non da straniero, ma da membro attivo della comunità. Molti amici, colleghi, e tanti ricordi splendidi che davano un nuovo volto a quel centro che ha saputo cambiar identità mostrandosi sempre per quello che non era, ma che ogni volta si è lasciata amare come tenera amante.

Se guardo indietro, non riesco a fare una foto precisa di questa città. Davanti ai miei occhi scorrono i visi di tutte le persone conosciute durante i miei soggiorni, amici che ancora sono al mio fianco, e altri di cui non ricordo neanche più il nome, ma ognuno di loro è stato un tassello della mia vita, per un certo periodo ne ha fatto parte, e ha condiviso con me un pezzo di strada. Ora, non credo importi tanto che noi si sia ancora in contatto, credo che il vero tesoro risieda in ciò che ogni persona mi ha lasciato, nelle lunghe chiacchierate e nei momenti trascorsi insieme.

Adesso che sono in Sicilia, Budapest resta la città ideale, quella che ogni giorno smonto e rimonto nei miei pensieri, è la città dove sogno di tornare per poterla veder crescere; sì, perché come una figlia che non si vede per molti anni, assisto da lontano ai suoi mutamenti, e ogni volta che ci torno trovo una piazza cambiata, un monumento restaurato, e mi sento quasi in colpa per non esser stato lì, presente, durante un momento così importante per la mia città adottiva.

Ma forse tutta questa bellezza è solo una mia convinzione, un mio idealizzare un luogo esotico dove ho condiviso parte della mia vita. Forse Budapest è solo un’idea come un’altra, un’idea di un luogo che non c’è, eppure io ci sono stato, l’ho amata e ne sono rimasto rapito. Ho viaggiato al suo interno, sia nel tempo che nello spazio, ho assorbito la sua magia e l’ho eletta a dimora dello spirito. Del resto, ad amare un luogo non c’è nulla di male, e io ho scelto Budapest come patria adottiva e luogo in cui fuggire è sempre dolce.
]]>
Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=966
<![CDATA[Racconto di un mattino d'autunno]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=965
Il tempo invece si diverte a giocare con i pensieri. Lo sguardo è fisso sul caffè per cercare di fermare un movimento ininterrotto, continuo, a volte confuso, di immagini, parole, volti, gesti, occhi. E poi libri, luoghi, memorie di giornate semplici e intensamente vissute. Passato, presente e futuro tanto vicini da non poterli distinguere, l’uno a invadere l’altro, ciascuno a volersi contendere il primato della coscienza…

Tutto questo causa una lieve inquietudine, e una inaspettata e leggera malinconia. Si abbandona il tavolo della cucina, si posa delicatamente la tazzina nel lavello. L’occhio incontra, non certo casualmente, il calendario. Un sorriso inarca le labbra, “ebbene sì, compio gli anni oggi, ecco perché stamattina il caffè ha un sapore diverso, più deciso, e più dolce, insieme” ….

«È domenica, non c’è lavoro. Di uscire non è il caso, non mi va. Metti pure che nei giorni di festa il traffico della città è più infernale del solito…. Resto a casa, sì. Di sicuro sentirò, o vedrò, le persone più care, e i regali più belli giungeranno, non c’è bisogno che vada loro incontro.»

E va così infatti. La giornata trascorre tra ‘dentro’ e ‘fuori’, come su un’altalena dell’anima, tra pensieri più intimi e riposti, e parole condivise con le persone a cui si vuol bene. Il telefono squilla di continuo, il cellulare sembra proprio contento di suonare così spesso, quasi chiamando il nome del suo proprietario. Piovono regali, il postino consegnerà qualche lettera, ma si sa, è l’era di internet; ed è davvero piacevole leggere email che hanno tutto il calore romantico e puro di carta, pennino e calamaio.. «anzi, devo affrettarmi a leggere, tra un po’ la posta rischia di ‘scoppiare».

Il mondo fuori bussa alla porta dell’anima, mentre, nell’angolo più riposto dell’io, mente e cuore ricostruiscono un viaggio, e ne preparano un altro, nuovo, ancora più bello e appassionante. Il giorno del proprio compleanno è così: gli occhi dell’oggi rimettono insieme le tessere del passato, di un mosaico che è sempre uguale, eppure non è mai lo stesso. Ogni ricordo, ogni memoria assume un posto nuovo, un colore diverso, un valore e un’importanza che non possono essere quelli di prima.

Si pensa poi all’oggi, a ciò che si è, che si è diventati, a ciò che occupa il nostro vissuto, alla propria preziosa quotidianità, ai volti e ai passi di chi, insieme a noi, sta attraversando le strade della vita.

E si pensa a domani. Sì, domani sarà un nuovo mattino. Lo spazio uscirà dal suo immobile silenzio, che oggi fa da cornice a questi singolari percorsi dell’anima. Il tempo assumerà un ritmo meno affannoso, più sereno, e la sua intensità di sempre, che è inscritta solo nel cuore di chi sa sentirlo, compitarlo, conoscerne la preziosità. Ma ogni cosa sarà ancora illuminata, perché la luce, in fondo, non viene da fuori. Promana dagli occhi di chi guarda, dai suoi gesti, dal suo passo, dal suo pensare, dal suo modo di amare, di tutelare, di sorridere, di adirarsi, di soffrire, di vivere…
]]>
Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=965
<![CDATA[La notte prima]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=964 La notte prima
non riesco a dormire,
non so perché:
presentare un libro
è quasi un' abitudine.
Ma qualcosa scava e una strada si apre.

La foto di un principe di cinque anni,
in una recita di fine anno,
col viso spaventato
di fronte a tanta gente.

Così,
mi tuffo come posso nel passato,
e tra quella folla che non c’è più
ritrovo mia madre,
e mio padre, che arriva dal lavoro verso la fine,
ma in tempo per vedermi.
Li ritrovo, e ne sono lieto, con un po’ di nostalgia,
e quel senso del precario
che a volte mi accompagna.

Ogni immagine che si presenta
nei ritardi del sonno
è una domanda alla notte.
Ritrovo presenze smarrite nei corridoi
come dietro le quinte
d’un teatro che sfuma non so dove;
poi, con la luce, continuo a tornare
al gioco e al piacere di esprimere,
in ballo, in amicizia e scrittura.

La notte e il giorno
compongono un senso cruciale dell’essere esposto
e del mettere in scena, improvvisando.
Non vista,
s’è fatta una strada di senso vivente.

Nocera Inferiore, 23.10.2011]]>
Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=964
<![CDATA[Se in te s'accampa]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=961 e a colei che s’avvicina
appartengono i fertili campi del possibile.

Come sabbia, il tempo va:
nel mare di silenzio,
tra veleni, ti accoglie una tenda.

Sei prezioso a te stesso,
ma più preziosa è lei, l’ospite rara e vera,
se in te s’accampa:
si carica parte del tuo peso
senza che tu lo chieda.

La tua saggezza
non eguaglia il suo dono:
curala come e più d’ogni parola.
Donale sicurezza in cambio del suo fuoco.

Lasciale il cielo: lei ti darà una stella.

27.9.2011]]>
Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=961
<![CDATA[Saudade e Soviet in memoria di Germano Delfino]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=959 nei giorni del mare
sottacqua come il ricordo migliore
ci stringeremo in cerchio
pesci parlanti intorno al saggio delfino
e in un vortice ti racconteremo
tutto quello che non è successo mai
che la rivoluzione ha vinto
che il pranzo in fabbrica dura anche un’ora
che stiamo tutti bene
che a Mosca quell’inverno pioveva vodka e neve
che i treni portoghesi hanno smesso d’esser puntuali
che quel chiosco sul viale della Libertà l’hanno privatizzato
che nessuno di noi giocherà mai a golf
che a Napoli Maksim Gorki ti aspetta sui quartieri spagnoli
che l’Orientale era l’isola del tesoro
che a Gaza gli ulivi hanno sfondato il muro
che alla radio gli Everything But The Girl mandano una canzone tua
che c’è una fuga di neutrini sotto la galleria di Villammare
perché dei neutrini di sicuro avresti voluto parlare
che i bambini crescono sani
che quando eravamo piccoli noi l’escort era una macchina
che Emilio Fede l’hanno arrestato in diretta dal TG4
che gli ultimi 15 anni erano tutto un sogno, tutto inventato
tutto un complotto dei quadri sbagliati
e tu sei là, sulla panchina del turco
nella stazione di Portici
o a Praça da Alegria.]]>
Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=959
<![CDATA[Seoul mon amour]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=958 Seoul, città fondata agli inizi del periodo Choson in territorio ritenuto geomanticamente fortunato, è un luogo apparentemente banale, uguale a centinaia di altre città asiatiche. Metropolitane veloci e sicure, bettole in cui è possibile mangiare cibo asiatico a poche migliaia di won, luci colorate, tralicci cyberpunk e signori incravattati e ubriachi a qualunque ora del giorno e della notte. In questo scenario alienante ho girovagato in lungo e largo per ben 365 giorni della mia vita. Non conosco Seoul come le mie tasche, ma tra i grattacieli di Mapo-gu, il quartiere sopra il fiume Han dove vivevo, riuscirei sicuramente a ritrovare quel vicolo dove ho scoperto un ristorante di tagliolini nord coreani alle 14 di una domenica pomeriggio grigia e inutile.
Seoul, quando c’è il sole, cambia aspetto. Riesci a distinguere i colori, le forme, la gente sorride e nei coffee shop le coppiette fanno pace e si tengono la mano. Quando Seoul è grigia le ragazze mettono il muso, sanno quando è ora di smettere di fare le remissive e tirare fuori il loro bel caratterino che va oltre le cosce magre in bella mostra. Poi corrono, capelli neri e liscissimi, attraversano le strade di Seoul sotto la pioggia e la neve, l’I-pod che manda K-pop in continuazione, canticchiano e sono come tutte le ragazze del mondo, anche più belle.
“Io non ce la faccio più a vivere sotto un ombrello, il mio mondo finisce all’altezza dei miei occhi”. Ho pensato questa frase ogni mattina alle 7.30, ora coreana, quando mettevo le scarpe davanti la porta di casa e scappavo a scuola.
Il clima non aiuta certo Seoul ad essere meno nostalgica e pensierosa. Smetti di pensare solo quando parli coreano, sei troppo concentrato a non dimenticare il verbo giusto alla fine della frase. In quei momenti il cervello non considera più quanto ti manchino le polpette di melanzane di nonna Pina e un bacio vero di-chi-sai-tu: diventa pura macchina linguistica che deve provvedere a comunicare, a far arrivare un messaggio al destinatario. Non importa quanto tu sia stanca del riso, dei professori che parlano troppo veloce quando spiegano, del cielo nuvoloso e pesante come un blocco di cemento che ti sovrasta. Devi aprire bocca e parlare, fare in modo che quelle palline e quelle astine dell’hangul (l’alfabeto coreano, creato artificialmente dal grande re Sejong nel XV secolo) diventino suoni, dal significato corretto. Il cervello dopo qualche mese va in pappa. Ti ritrovi in silenzio per giorni, ad ascoltare musica a testa bassa dentro la puzza di aglio del percorso metro Daehung – Itaewon, dove cerchi di affogare tutta la tua frustrazione in ettolitri di soju, acquavite di riso venduta al conveniente store, 1300 won a bottiglia (meno di un euro e non aggiungo altro). Ma non funziona, tutto sembra storto, manca qualcosa.
Ho ucciso l’amore per Seoul ognuno di quei 365 giorni, per amore di una persona che ora non c’è più. Colpa della distanza, della Corea, di lui che non mi avrebbe mai seguito, viviamo in tempi in cui l’amore è virtuale, tiepido, e neanche il microonde Samsung può riscaldarlo. L’alienante Seoul mi ha resa ancora più affamata di emozioni e calore umano. Ora mi manca, come ti manca un figlio che non hai potuto crescere ma è carne della tua carne. Mi manca la zuppa di sesamo del ristorante vegetariano di Hoegi, mi mancano i fiori di ciliegio, mi mancano anche le nuvole di Seoul. A volte l’amore non è a prima vista, è quello che ottieni vivendo a stretto contatto con qualcuno, qualcosa, sono i ricordi che Seoul mi ha lasciato. È tutto quello che la quarta città più grande al mondo mi ha insegnato: oltre le nuvole c’è il sole e lo puoi vedere veramente solo se lo vuoi.
Mon amour Seoul, so che un giorno ci rincontreremo. ]]>
Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=958
<![CDATA[Confini]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=957 BH. In Brasile sta per Belo Horizonte, la capitale dello stato di Minas Gerais. Ci si arriva atterrando all’aeroporto di Confins, che sta per confini. Poi un autobus ti porta in centro e ti lascia in quella che il mio compagno di viaggio chiama Crackolandia. Il quartiere intorno alla stazione, un bazar di città sommate. Lungo l’arteria principale, ogni trasversale ha il nome di una capitale del Brasile, in ordine di successione geografica da sud verso nord. Se non conosci la geografia, sei fottuto. Il nostro hotel è a Rua de São Paulo, immediatamente dopo la Rio de Janeiro. Bahia è a nord o a sud? Ecco, controllare cartina di questo quasi-continente.
Il quotidiano di BH si chiama “Estado de Minas”. In prima pagina, campeggiano tappeti di senzatetto. È l’emergenza di oggi. Molti di questi uomini e donne sono scappati dalla loro vita per via dei debiti contratti per pagarsi il crack. Per non essere uccisi. Per non creare problemi alle famiglie. Altri erano venuti da tutto il paese per impiegarsi nei lavori di preparazione della coppa del mondo 2014, nell’edilizia, ma gli è andata male. Ora c’è un esercito di fantasmi che popola le strade di BH, giovani e vecchi grigi come l’asfalto, in movimenti lenti e minacciosi deambulano tra lampioni e marciapiedi, a volte seduti sulle soglie dei bar. Non ti chiedono soldi, aspettano soltanto che arrivi notte e gli hotel dei poveri vengano a distribuire riso e fagioli. La settimana scorsa qualcuno ha lasciato per strada, all’angolo del marciapiede più affollato, una bottiglia di cachaça mischiata a veleno per topi. Sapevano che i barboni, trovando la cachaça, l’avrebbero bevuta. Ne sono morti trenta, in una sola notte. Ora la polizia cerca i responsabili. “Gli irresponsabili” – mi corregge un abitante del posto. Confini. Tra l’atroce e il bestiale. Tra uomini e topi, ai margini di una metropoli sudamericana. Tra povertà e barbarie. Confini.
Provo a digerire la notizia su un autobus di linea, “ônibus”, che in due ore mi porta a Inhotim, il più grande museo all’aperto del mondo, il più bello del pianeta, secondo il New York Times. Ettari ed ettari di una foresta rigogliosissima dentro la quale sono sparse, o meglio posate, come crisalidi, opere d’arte contemporanea e gallerie interattive. In mezzo alla natura, per e grazie alla natura. Inhotim è il sogno di Bernardo Paz, un mineiro (così si chiama la gente di Minas) che dopo esser diventato miliardario grazie alla sua terra, ha deciso di restituire alla terra una parte di quella ricchezza. E ha costruito una galleria-mondo, una collezione in costante processo di aggiornamento, work in progress come le viscere del mondo sempre in fermento, arte pulsante e l’universo. Inhotim è un parco immenso, una giungla dolce, con sentieri mappati e punti di ristoro. Tra laghi, ruscelli, pontili in legno, si nascondono sculture indigene o installazioni di artisti globali. Ed è una parte dell’esposizione. L’altra parte sono i pappagalli verdi, le piante endemiche, gli alberi, il colore del cielo e delle acque. Bisognerebbe poter fotografare anche i profumi, mentre si esplora Inhotim.
In una delle gallerie c’è un buco scavato a 200 metri sotto terra, e tutto quello che c’è da percepire è un suono. Un semplice suono. Che arriva dritto, amplificato, dal fondo del pozzo. Inhotim è un viaggio dentro la madre-terra, nei suoi conflitti, nelle cicatrici. Una ruspa brutale aggancia un albero bianco fatto di funi che sono farfalle di plastica sciolte dal sole. È una delle installazioni, firmata da Matthew Barney (De lama lâmina, 2009).
In un lago artificiale ci sono centinaia di sfere metalliche firmate Yayoy Kusama. Dentro ogni sfera, moltiplicata all’infinito, la stessa immagine riflessa: il cielo, e la sagoma del visitatore. Natura come specchio, a volte deformante, del nostro contorno umano che la abita.
E poi l’acqua, presenza divina e salvifica, canale di accesso al mondo, esistenza fluida che accompagna ogni transito. In modo essenziale, o nella versione pop-rock della piscina psichedelica localizzata in una delle stanze di Cosmococa, la galleria firmata da Hélio Oiticica e Neville D’Almeida. In una delle sale, Jimi Hendrix alle pareti proiettato in loop fa da casa ad un villaggio di amache colorate destinate al riposo del visitatore. Inhotim è casa-percezione, aperta ai sensi, viaggio dentro i pori della pelle, la sorpresa, la meraviglia, l’incanto e il vortice. L’arte è questo: spezza i confini tra il dentro e il fuori, tra il tutto e la paura di perdersi. Ogni artista lo sa.
Ecco perché adesso me ne sto chiusa in una stanza d’albergo, nel cuore di Crackolandia, nel cuore il veleno per topi che stenta a cancellarsi dalle parole, il “Grande Sertão” aperto alla pagina 53, voglia di leggerlo tutto, di camminarlo, de-scrivere ogni traccia di terra, o studiare ognuno degli artisti esposti a Inhotim, e poi visitare il mercato centrale di BH, comprare un panama nella più antica cappelleria del centro, fare un salto tra le meraviglie della vicina Ouro Preto, mentre fuori dalla finestra altre finestre, il cielo che minaccia pioggia, e ogni scusa è buona per non dover di nuovo attraversare questo lungo corridoio, l’ascensore di mogano bucherellato, le porte scorrevoli dell’hotel Esplanada, confini, che mi separano dall’inferno della strada.
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=957
<![CDATA[Prima fioritura d’autunno]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=955 dissolversi in ricordi.
Una giornata di primo autunno,
al confine là dove si ritrae l’estate,
diventa stimolo
per una viva
nostalgia.
La mia vita
trascorsa all’università,
esplorata con animo terso.

Un solco tracciato
nel mio essere, genesi
di remote speranze,
di fugaci e mirabili
opportunità.

Da un autunno all’altro.

Un frammento vitale non ancora
diluito, una scheggia sanguinante
colori, nel mosaico dell’anima
Il racconto è occasione di rinascita.

Non ho voci o rimpianti,
da spendere sull’altare dei ricordi.
La bellezza di quel tempo leviga
ogni asprezza:
il cielo terso di una
giornata d’autunno.

L’eco della memoria
espande, contrae il mio cuore
oltre la semplice visione.
Le immagini estratte dal corpo
sono linfa per far crescere
il presente.

Disgregare la mia forma
per nutrire nuovi sentieri…

Il ricordo si fa filo sottile
per legare meglio il passato
al futuro che si dispiega.
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=955
<![CDATA[Dal manicomio]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=953 “Sente l'assenza di un corpo immaginato dal suo pensiero.”
Queste alcune delle ultime parole che sentii pronunciare dall'ennesimo medico pronto ad ascoltarmi, a cercare di capire i miei pensieri. Forse sono davvero malato pensai!
Chissà forse sono malato nell’anima, o forse no, è la mia memoria a esser malata, a esser tarlata!
Oh mio dolce amore anche stasera ti ricordo, ti faccio vagare nei miei pensieri come un fantasma senza forma e senza voce, come la scia di un profumo che tutto pervade e inebria.

Aprile 1976
Vennero a prendermi il giorno di primavera! Mia madre aveva gli occhi velati di un pianto profondo, inconsolabile. La casa sembrava vuota, sospesa.
Gli infermieri vennero a prendermi con la forza, provarono a imprigionare i miei spasmi, portandomi via e avvolgendomi in una camicia bianca. Linda!
Urla.
Pianto.
Il mio dolore iniziò poi a diluirsi, le mie urla iniziarono a placarsi e i miei sensi mi lasciarono sospeso. Chiusi gli occhi addormentandomi in un oblio forzato, indotto. Voltandomi per l’ultima volta verso casa le palpebre si chiusero e su di esse, come fosse un calco, restò l’immagine di Giada che stringeva forte mia madre.
Vuoto.

Maggio 1976
In questo silenzio sono alla ricerca dei tuoi occhi, sono alla ricerca disperata della tua voce... e tu? Tu invece ti nascondi fra queste pareti, fra queste tende. Mi chiudi gli occhi e serri le labbra. Inseguo il tuo respiro e tu giochi con i miei sensi. Ti vesti di bianco e ti lasci attraversare dalle mie mani.
In questa stanza quando credo di esser solo, quando spengono tutte le luci e il bianco non m’invade più con tutti i suoi colori io, io vedo fantasmi, io vedo cose e persone che so che non sono qui! Io, io sento voci e suoni che so che voi altri non riuscirete mai a sentire. Io lo so, io lo so che tutto ciò non è reale, so che tutto ciò non appartiene a questo mondo ma perché allora continua a sussistere in me, nel mio profondo?


Settembre 1976
Ciak ciak...era il suono che sussurravo quando un raggio di sole entrava nella mia stanza, disegnava una pozzanghera di luce sul pavimento e io battevo i piedi. Nessuno schizzo di luce, la luce non si increspava, restava lì senza cambiare forma. Poi veniva il buio e quella pozza di luce pian piano scompariva, si asciugava, evaporava.
In bilico o in equilibrio in questa pozzanghera di luce, danzo, danzo con te... danzo con te, fantasma dei miei pensieri, dolce amore della mia memoria, della mia follia! Invitami ancora fra le tue braccia, invitami ancora sulle tue labbra non andar via, non lasciarmi! Danza ancora con me, lasciami inebriare ancora del tuo profumo e del tuo sguardo. Danza, lascia che le tue mani squarcino questo spazio, fendano come la lama di una spada questo silenzio, lascia che entri luce in questa stanza buia.
Mio dolce amore, i nostri corpi non sono altro che proiezioni del nostro pensiero che in questo riflesso di luce danzano come non hanno mai fatto, come non hanno mai osato.
Quante cose domina l’assenza...

Dicembre 1976
Il primo giorno che mi portarono al padiglione 3 tremavo, ero ansioso come non lo ero mai stato. Mi svegliarono la mattina presto, mi presero di forza. Cercai invano di liberarmi!
Mi fecero sedere insieme agli altri malati. C'era anche un bambino seduto in disparte, in silenzio. Credo avesse ancora più paura di me. Gli altri sembravano invece assuefatti, abituati o rassegnati a quell’attesa. Aspettai qualche ora fino a quando tutte le sedie di fianco a me restarono vuote. Erano entrati tutti e non era uscito nessuno. Nessuno era uscito da quella stanza. Avevo paura!
Venne il mio turno, mi fecero sdraiare su un lettino, pensai stessero per legarmi, invece fui solo attorniato da alcuni infermieri. Un medico mi bagnò la fronte e posizionò alcune strane ventose, poi il vuoto. Non ricordai più nulla, sentii il mio corpo inarcarsi, tremare, sussultare. Non so quanto durò quel vuoto, forse minuti, forse secondi, mi svegliai stordito in uno stato comatoso. I miei arti erano o sembravano indolenziti come se il sangue si fosse per un attimo gelato.
Quel giorno hanno provato ad operarmi l'anima, hanno cercato di strapparla, rivoltarla, sventrarla, dissanguarla. È possibile estirpare l'anima, come fosse un dente malato? È possibile lasciar il corpo inerme senza mente, senza coscienza? Provano a distillare la mente attraverso quelle correnti, provano a distillarne il male così da farlo andar via.
Ci provano in tutti i modi! Accade spesso, anche quando è il giorno delle visite, il turno delle mie visite!
Un medico viene qui, attorniato dai suoi adorati discepoli, e inizia a pormi le solite domande. Chiede poi ai suoi assistenti impressioni e delucidazioni sui miei silenzi. A volte si ferma solo cinque minuti e poi va via, passa di stanza in stanza, di padiglione in padiglione, altre volte mi fa chiamare, così che sono io a presentarmi nel suo studio. Siedo e aspetto, aspetto le sue domande, aspetto finisca di prendere appunti prima di cominciare di nuovo a parlare.
Osservo. Distratto racconto qualcosa che ormai non sembra più appartenermi. Non è la verità a venir fuori, è solo pura menzogna, si chiama adattamento. Mi adatto alle sue domande e conservo quel po' d'anima che mi è rimasta perché mi aiuti a sognare di uscire. Loro pensano di potermi curare assuefacendomi, pensano che basti cancellare, distruggere pian piano il mio dolore bruciando parti sempre più profonde del mio cervello.
Sento odore di bruciato quando entro in quella stanza del padiglione 3.
Sarà suggestione.

Aprile 1977
A volte ma solo a volte, quando questi farmaci non riescono più a fare effetto e, quando perfino la mia follia ha vergogna a mostrarsi, allora la mia anima trova uno spiraglio e torna nel profondo della sua coscienza. È allora che ricordo l'ultimo sguardo di mia madre fisso nel vuoto silenzioso e profondo, doloroso quanto un parto e, nel baratro del suo silenzio, le mie parole si gelano, restano confinate sul palato come note strozzate. Quel giorno di primavera fui strappato dal suo ventre e mi allontanai silenzioso dai suoi occhi. Mi allontanai silenzioso anche da te, mio dolce amore, l'ultima volta. Mi allontanai imprimendo i tuoi colori nei miei occhi, i tuoi profumi nelle mie narici.

Maggio 1977
Sono tornato al padiglione 3!
Il mio corpo torna a dimenarsi. La corrente mi attraversa l'anima! La corrente mi raggela il pensiero, la realtà cristallizza all'infuori di me e la mia follia dimentica per qualche istante la sua origine. La follia è come anestetizzata! Chiudo gli occhi e dimentico di esser nato. Mi sveglio lontano dai medici che mi hanno violentato con le loro cure.
Le scariche elettriche si sono esaurite, non hanno lasciato scie nel mio corpo. Credo di aver perso alcune delle mie cellule e i pensieri in esse custoditi. Col tempo finirò per non aver pensieri, non aver ricordi e anche tu, mio dolce amore, morirai rapita da quelle scariche.
Hanno spento le luci. Le voci di dentro iniziano a parlarmi, sussurrano il tuo nome. Attorniato da queste strane voci provo uno strano senso di terrore, di angoscia! Il respiro si fa debole e volo sulle tue parole. Lascio gli occhi aperti e quel velo d'acqua che li bagna rende le immagini più vive. Vengo travolto da immagini che non appartengono a questo tempo, chissà forse sono del passato, forse sono allucinazioni, sarà colpa di queste scariche ma è come se tu fossi qui, qui accanto a me circondata dal tuo mondo e tutto ciò che gli appartiene ti ruotasse intorno.
I pensieri si aggrovigliano, le tue parole mi ronzano nella testa, si muovono confuse, danzano, gridano e, io vorrei ubriacarmi di te, di me, non aver respiro, non aver paura. Vorrei ubriacarmi di te, di me per non aver parole, pensieri, ricordi, sogni. Tutto affogherebbe in te, nella sottile linea che demarca il tempo e lo spazio dal vuoto e dall'assenza.

Dicembre 1977
Prima di addormentarmi fisso le pareti bianche di questa stanza, sfioro con le dita la superficie ruvida di queste mura, chiudo gli occhi e ripeto a voce bassa il tuo nome. Qui si fa presto a esser chiamati matti, qui si fa presto a morire di follia.
Intanto, il tempo ha reso il tuo ricordo un cancro che si dirama e si diffonde silenzioso fra i miei pensieri, per fortuna questi farmaci diluiscono il tempo, diluiscono le tue assenze, cancellano le tue fantasiose presenze! Questi farmaci diluiscono i miei pensieri e il mio esser al mondo! Qui la realtà ha perso le sue radici, qui il sogno ha dimenticato il suo potere.
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=953
<![CDATA[Haiku]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=952 le nostre biciclette.
- Vento d’estate


Frinire di cicale.
Fra i rami d’ulivo.
I nostri corpi.



Specchio di luna.
Il pozzo degli angeli.
Le nostre risa.

Una farfalla
sul bianco marmo.
Ề colore
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=952
<![CDATA[Cuba]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=951 Una volta preso un taxi ─ rigorosamente ufficiale ─ per arrivare all'Habana, la prima cosa che colpisce durante il tragitto, è la rigogliosa vegetazione che, benché non sia curata, ricorda subito che ci si trova ai Tropici.
Durante il percorso per giungere in città è probabile che sia il reguetón ─ una sorta di musica raggae popolare tra i giovani del latinoamerica ─ a fare da colonna sonora al viaggio in macchina e non la tanto attesa salsa cubana. Coloro che credono che a Cuba tutti vivano tra un passo di salsa e l'altro, resteranno sorpresi nello scoprire che la salsa è più un intrattenimento per turisti che la musica maggiormente ascoltata dai locali.
Il vero shock, comunque, lo si riceve quando si arriva nella capitale. L'Habana è una città sporca, povera, con i palazzi che si reggono miracolosamente in piedi e con le strade fangose e maleodoranti, eppure, malgrado ciò, bellissima. Una città incantevole, calda, sensuale, con un ché di animalesco.
La gente, lo si capisce da mille indizi, vive di poco ed è sempre quasi svestita a causa del caldo umido che soffoca. La conturbante vista di corpi forti, color miele di castagno, è quasi imbarazzante. ‎Camminando per le strade dell'Habana, se non fosse per un giusto senso di pudore e per il dovuto rispetto ai suoi abitanti, verrebbe voglia di fotografare in continuazione volti e luoghi che catturano letteralmente l'attenzione.
Chi sembra non provare il minimo imbarazzo per atteggiamenti più che audaci, sono proprio gli uomini del posto che, al passaggio di una qualsiasi ragazza straniera, non esitano a rivolgere sguardi insistenti e carichi di malizia, se non addirittura frasi e promesse di un improbabile amore...
Diffidare dei cubani, per quanto sia triste dirlo, è una regola alla quale nessuno dovrebbe sottrarsi. Ogni loro parola, ogni loro azione, è quasi sempre volta a ottenere qualcosa in cambio.
La più amara delusione per chi spera di conoscere a fondo i cubani ed entrare con loro in contatto, è proprio questo modo, quasi istintivo, di relazionarsi agli stranieri. Non più un modo per sopravvivere alla loro condizione di miseria, ma un atteggiamento così radicato da non potere farne a meno. Se l'eccezione alla regola esiste, sarebbe da ingenui pensare di essere stati proprio noi i fortunati ad aver incontrato un uomo o una donna disinteressati.
L'Habana vieja è sicuramente la parte della città meglio conservata. Sono molti i bar dove è possibile bere mojitos ─ cocktail preparati con menta, zucchero, lime, e rum (da non perdere la "bodeguita del medio" famosa per Hemingway) ─ tutti con il sottofondo di piccole orchestrine che si esibiscono in famosi brani di rumba e di salsa, nonché i mercatini per turisti dove si possono trovare prodotti di un artigianato locale, non troppo originale.
Il Vedado, invece, è il quartiere residenziale. Ci sono università e case più curate, ma l'atmosfera che si respira è di sicuro meno suggestiva.
La parte più autentica e caratteristica della capitale cubana è il centro Habana. La comprensibile diffidenza a camminare per le sue stradine, molto meno frequentate dai viaggiatori, può essere facilmente superata con la consapevolezza che sono poco probabili episodi di violenza e scippi ai danni dei turisti. Non solo Cuba è uno "stato di polizia", ma gli stranieri costituiscono la principale fonte di guadagno del Paese. Dunque non c'è nulla da temere, vi si può passeggiare senza pensieri.
Una volta vinta la ritrosia, si godrà di un impareggiabile spaccato della vita degli abitanti del luogo. Li si può vedere intenti a riparare una delle vecchie automobili americane anni '50 che ancora circolano numerose, oppure li si può incontrare riuniti in capannelli a bere rum a qualsiasi ora del giorno e della notte. Si possono vedere bambini che corrono scalzi rincorrendo magari qualche animale che circola liberamente per strada, oppure giovani uomini che tirano carretti col pane, o che trasportano ogni genere di cose su vecchie biciclette improvvisate.
Per mangiare, chi alloggia in una casa particular, può tranquillamente affidarsi a ciò che gli viene proposto. Sia la colazione che la cena, infatti, sono ricche e abbondantissime.
C'è sempre una gran varietà di frutta; e la cena, sia che si scelga il pesce che la carne, è sempre accompagnata da riso e fagiolini.
Per scegliere i ristoranti, invece, è senz'altro meglio affidarsi alle guide. All'Habana si può cenare nel palazzo dove Tomás Gutiérrez Alea e Juan Carlos Tabío girarono il pluripremiato film Fresa y chocolate. I prezzi sono di gran lunga più cari della media, ma il piacere di cenarvi è impareggiabile.
I più temerari, invece, hanno l'imbarazzo della scelta. Quasi ogni finestra e ogni portoncino sulla strada nascondono al loro interno tavole con su esposte specialità locali che vengono vendute ai passanti per pochi centesimi. In tal caso, è meglio non far caso all'igiene e chiudere entrambi gli occhi...
Poco lontano dall'Habana ci sono le spiagge "cittadine" (playa del este ─ spiaggia dell'est), piuttosto affollate e lontane dai paradisi caraibici costituiti dai numerosi isolotti (i famosi cayos), ma dove è comunque possibile rinfrescarsi in un mare pulito e facilmente raggiungibile. Qui è più probabile essere circondati da cubani in cerca di avventure non del tutto disinteressate.

Una volta visitata l'Habana, il viaggio può proseguire ad ovest, verso la regione Pinar Del Rio. A Viñales, in particolare, si può godere di una vasta gamma di esperienze. Il paesino è costituito da un paio di strade che si incrociano e dalla piazza resa suggestiva dall'antica e malridotta chiesa. Rispetto alla capitale colpiscono l'autenticità dello stile coloniale e la tranquillità del posto e dei suoi abitanti.
Imperdibile è la camminata a cavallo per i campi di tabacco. Chi ha il vantaggio di conoscere la lingua, potrà apprendere moltissimo... I campesinos, per esempio, devono dare al governo il 90% del loro raccolto, con il quale vengono prodotti i pregiati sigari cubani, e possono disporre liberamente soltanto del restante 10%. I più maliziosi potrebbero pensare che simile disposizione è facile da eludere, ma non è così. Gli asfissianti controlli non consentono furberie all'italiana.
Nei campi si può assistere alla preparazione di un sigaro puro, le cui foglie, dopo essere state arrotolate, verranno sigillate col miele, e si potrà fumare davanti a un secador (le capanne in cui vengono fatte seccare le foglie della pianta da tabacco) gustando direttamente da un cocco un ottimo aperitivo fatto con miele, rum e latte di cocco.
Lo spettacolo più sensazionale, anche in questo caso, lo offre la natura. Intere vallate verdi, palmeti e sconfinate piantagioni di tabacco lasciano senza fiato i privilegiati viaggiatori che sceglieranno queste mete indimenticabili.
Sempre da Viñales, si possono prendere pullman per trascorrere l'intera giornata a Cayo Levisa o a Cayo Jutias.
Spiaggie bianche, palme cariche di cocchi e mare cristallino senza eguali. Conchiglie dalle forme e grandezze più diverse e granchi che corrono tra la fitta vegetazione di mangrovie, alberi che affondano le proprie radici nell’acqua del mare.
Se non dovessero bastare queste attrattive, c'è sempre la possibilità di visitare la Cueva di San Tomàs, la seconda grotta più grande di tutto il Sud America.
Equipaggiati di un abbigliamento adeguato, di un pizzico di coraggio e accompagnati da una guida esperta, potrete addentrarvi in una fredda e buia roccia carsica che vi svelerà ancora una volta la grandezza della natura... L'acqua che penetra nella roccia viene asciugata dalle correnti di vento che penetrano tra le fessure e gli squarci naturali delle pareti della montagna. In questo modo il calcare che si deposita sull'estremità di multiformi coni allungati, strato su strato, dà vita a stalattiti e stalagmiti, simili alle guglie di Notre Dame.

Una volta esaurito il soggiorno a Viñales, ci si può dirigere verso Cienfuegos, capoluogo dell'omonima provincia e da molti considerata ─ in modo un po' azzardato ─ la Parigi di Cuba.
A bordo di uno dei pullman per turisti, durante il tragitto, avrete modo di godere della vista della fitta vegetazione tropicale che continuerà a lasciarvi senza fiato.
Bisogna precisare, però, che negli efficienti bus che vi condurranno da una località all'altra dell'isola, non sono ammessi cubani. Sebbene le cose stiano lentamente cambiando, sono ancora molte le restrizioni e i divieti che impediscono ai cubani di vivere liberamente. Anche lì dove non esiste un effettivo diniego, i prezzi per accedere ad alcuni servizi sono assolutamente proibitivi per le loro tasche.
Per questo motivo, molto spesso, durante gli spostamenti più lunghi si incrociano camion che trasportano una quantità inverosimile di passeggeri. I loro corpi prorompenti di vitalità ammassati e stretti l'uno contro l'altro, come deportati ai campi di concentramento. Solo i volti sorridenti, i colori vivaci dei loro vestiti e dei paesaggi tutto intorno, rendono più sopportabile la vista di questi carri.
Di fronte a tutto ciò è inevitabile provare una tristezza mista, però, all'imbarazzo per una misteriosa forza d’attrazione che cattura lo sguardo e imprime nella memoria quelle immagini terribili e seducenti nello stesso tempo.

Arrivati a Cienfuegos, si potranno subito apprezzare le case in puro stile coloniale del paseo del Prado. La città, sebbene non abbia neanche lontanamente le atmosfere che si respirano all'Habana, offre ai turisti la possibilità di trascorrere una piacevole giornata tra i monumenti del luogo.
Dall’Arco de Triunfo si arriva nel Parque José Martì dove si trovano tutti gli edifici e i monumenti da visitare: il Teatro Tomas Terry, inaugurato nel 1895 con una rappresentazione dell’Aida di Verdi, l’edificio neoclassico del Colegio de San Lorenzo, costruito per garantire l’istruzione ai bambini bisognosi della città, la Catedral de la Purisima Concepción con due torri e con vetrate raffiguranti gli apostoli.
Immancabile una lunga passeggiata lungo il Malecon, il lungomare che conduce a Punta Gorda, che pur senza avere le stesse caratteristiche intriganti del lungomare dell’Habana, offre pur sempre una gradevole vista della baia.
Al posto delle forti seduzioni della capitale, Cienfuegos è, piuttosto, avvolta in un dolce e contagioso languore.

Da Cienfuegos, dirigersi verso Trinidad, è quasi un obbligo.
Un importante avvertimento è quello di fare, il giorno stesso in cui si arriva nella destinazione prescelta, il biglietto per la prossima meta. Non sarebbe una cosa strana, infatti, se vi dicessero che non c'è più posto sul pullman che dovreste prendere, o che non c'è il personale per farvi il biglietto, senza che nessuno sappia dirvi il perché né quando tornerà tutto alla "normalità".
Il film di Juan Carlos Tabío lista de espera (lista d'attesa, dal racconto di Arturo Arango ), in cui i passeggeri, che sono sottoposti ad una interminabile attesa perchè gli autobus arrivano tutti pieni, devono aspettare che venga riparato il mezzo che a giorni alterni va ad est o ad ovest, non è fantasia.
Fatta questa dovuta precisazione, arriviamo a Trinidad nella provincia centrale di Sancti Spíritus.
Il centro storico non deluderà le aspettative di coloro che sono ancora in attesa di trovare il più caratteristico villaggio caraibico.
Le stradine colorate, la Plaza Mayor con la chiesa di San Francisco de Asis e le montagne verdi sullo sfondo, le balaustre di legno lungo i balconi delle antiche case coloniali, i caratteristici ristorantini, la scalinata dove ci si intrattiene sino a tarda notte sulle note della salsa cubana, rendono Trinidad una delle mete preferite dai turisti.
Condividendo un taxi con qualche altro turista, con pochi cuc si può raggiungere facilmente la playa d'Ancon. Niente di speciale, ma pur sempre un modo per trovare un po' di refrigerio nelle calde giornate cubane. Sicuramente più alletante una visita a cayo blanco (isolotto poco distante dalla spiaggia).
Da Trinidad è anche possibile raggiungere le cascate oppure la Valle di San Luis, vicina alla città, o la Valle de los Ingenios dove è rimasta traccia delle fabbriche di zucchero e dei barracones, gli edifici dove venivano ammucchiati i negri rapiti in Africa.
Nota stonata è la massiccia presenza di turisti che ha trasformato lo spirito della gente del luogo, che in ogni momento si avvicina chiedendo vestiti, monete o cercando di convincere i passanti a cenare nei diversi ristoranti per turisti.

Per ritornare all'Habana, avendo ancora qualche giorno a disposizione, si può fare un veloce salto a Santa Clara per vedere il Mausoleo del Che, e poi proseguire per Remedios, sulla costa Nord.
Il Mausoleo non è esattamente ciò che ci si attenderebbe. Andarci è più una forma di rispetto al mito del Comandante, che una cosa da non perdere. Oltre a qualche cartolina e qualche foto di Che Guevara, non si potrà trovare.

Arrivati a Remedios, si respirerà un poco l'aria che avevamo lasciato a Viñales. Sebbene sia ben più grande di Viñales, anche Remedios è un piccolo paese con poche strade disposte a scacchiera ed una piazza dove la sera si radunano i cittadini e i pochi turisti di passaggio.
Un po' come nella provincia italiana, infatti, anche lì dopo cena ci si riunisce tutti nella piazza del paese. I numerosi anziani si siedono sulle panchine ad osservare l'andirivieni dei passanti, gli uomini si riuniscono a bere e fumare, e le signore parlano tra di loro. Colpisce il fatto che tutti sfoggino le loro mise migliori. I ragazzini indossano magliette con scritte vistose e con sbrilluccichii di tutti i tipi per far colpo sulle coetanee che, dal canto loro, incuranti del calore, calzano alti stivaletti alla moda e pesanti collane dorate.
Dopo aver bevuto un mojito e aver fatto una passeggiata tra le due chiese che impreziosiscono la piazza, si può andare a letto senza lo scrupolo di perdersi qualcosa di speciale.
La vera ragione per fermarsi un paio di giorni a Remedios, sono i cayos che si raggiungono piuttosto agevolmente in auto.
Una importante osservazione merita il fatto per cui nella maggior parte dei cayos si può accedere soltanto previo il pagamento di una sorta di pedaggio ai diversi hotel costruiti proprio su queste bianche spiagge caraibiche. Il che si traduce in un divieto di fatto per i cubani di godere delle proprie isole.
Gli unici cayos ai quali si può arrivare leberamente, senza dover subire limitazioni in tal senso, sono circa tre (il più vicino è cayo las salinas e il più distante, ma anche il più bello, è cayo perla blanca).
Ora, se è difficile da concepire e da accettare l'idea che Cuba sia un'isola a misura di turista e non sia l'isola dei cubani, con un po' di amarezza bisogna anche ammettere, senza ipocrisia, che lì dove i locali possono andare senza problemi, la pulizia e l'ordine lasciano molto a desiderare e in molti casi la loro mentalità, per la quale uno straniero è solo fonte di possibile guadagno, li spinge a essere insistenti se non addirittura molesti.
Pertanto, dopo aver trovato ingiusta e assurda l'idea di una simile limitazione di libertà ─ effettivamente inaccettabile ─ si sentirà di nuovo il bisogno di trovare un po' di tranquillità nelle finte oasi di pace a misura di turista.

Concluso il nostro viaggio, mentre si torna all'Habana per prendere il volo che ci riporterà a casa, dalla poltroncina del nostro bus si potrà godere ancora per l'ultima volta del panorama che scorrerà veloce fuori dal nostro finestrino.

Alla fine, se la paura più grande prima di partire per Cuba era quella di essere colpito dalla povertà, mi rendo conto che la cosa che turba maggiormente è solo la mancanza di libertà di un popolo.
Nonostante l'indigenza, i cubani hanno comunque un sistema che garantisce loro il diritto alla salute e gli altri diritti più elementari, hanno una terra fertile e un clima che rende anche loro solari e vivi. Ciò che non può essere barattato con nessun tipo di altro bene, è la libertà di pensiero e di movimento, ed è questa barbarie che in alcuni momenti mi ha fatto sentire come in uno zoo, dove osservare curioso le malcapitate vittime di una dittatura.
Mentre guardo una donna che stende il bucato sui fili che vanno da un albero all'altro del giardino fuori della sua abitazione improvvisata, non posso evitare di chiedermi se la povertà cui è costretta la condanni a una vita triste e difficile, ma poi, penso che sia pure in contesti diversi, la nostra possibilità di vivere felici non è poi tanto diversa...]]>
Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=951
<![CDATA[Tautogramma in B]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=950 Belinda beve bottiglie birrose..
Bollendo, bramando bighe boriose
Bestemmia, buca batteri battenti

Basta Belinda bagnar bastimenti
Brulicando boline burrascose?
Basta bruciare bramosie boscose?
Bellezza batte brutti battimenti...

Ballando buoni balli bipolari
Belinda brama bischeri bestiali
Blocca burlando burberi bastoni

Brama beatissimi buoni bocconi
Butta, barando, bifolchi banali
Baciando, bacilli bicentenari..]]>
Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=950
<![CDATA[Chiamale, se vuoi, emozioni]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=949 Mi sono chiesta per quale motivo scrivere è l'unico mezzo per capire me stessa. Quando non riesco a trovare le parole da dire a qualcuno, quando non so come affrontare certe situazioni, quando non riesco a mettere in ordine i pensieri.
Eppure, quando scrivo, trovo le parole giuste, la soluzione al problema, metto in ordine i pensieri avversi. Io non so com'è che ho cominciato, so soltanto che la penna ha cominciato a scivolare su quel foglio, così per caso, senza neanche accorgermi del senso di quel gesto. È stato naturale, spontaneo, quasi ovvio. Per un attimo, ho realizzato che stavo iniziando a guardare oltre, che stavo per approdare su un'isola tanto sconosciuta quanto familiare. Arriva per tutti questo momento. Prima o poi, presto o tardi che sia. E si finisce per riconoscere questo richiamo che ci cattura gli occhi, ci sussurra all'orecchio.
Quel giorno restai seduta per ore a fissare una parete che aveva sopportato troppe parole inutili, troppe promesse mai mantenute, troppi silenzi mai ascoltati. E allora ho cominciato da quel nulla che era tutto quello che conoscevo e di cui non immaginavo sarei riuscita a fare a meno. Ho passato pennellate di vernice fresca su quella parete troppo piccola per contenere verità così grandi. Avvertivo che ciò in cui credevo erano le splendide illusioni di una ragazzina che conosceva ancora troppo poco per poter riconoscere il meglio.
Ho dovuto guardare nel vuoto per riuscire a trovare il tutto.
Ho dovuto farmi male, per sentire sulla mia pelle, dentro di me, la bellezza innocua e innocente del bene.
Ho dovuto illudere, per poter smettere di illudermi.
Avrei potuto fare molto di più, ma non l'ho fatto. O forse non c'era nient'altro da fare. A volte penso che la cosa più complicata non sia tanto l'agire, ma trovare il coraggio di farlo. È un po’ come lanciarsi giù da un paracadute: la paura è di cadere…
Tutto parte da qui, tutto nasce da un'idea ben precisa. Un'idea è capace di smuovere le montagne, di aprirti nuove strade, di prenderti un pezzo del tuo cuore e lanciarlo oltre qualunque limite immaginabile. Un'idea è capace di fermare il tempo a un singolo istante, di renderlo eterno per un attimo. È per una singola idea che è nata nella mia mente, che oggi sono qui a scrivere. Avrei potuto raccontare qualcosa della mia vita, ma so che a nessuno realmente importa, a meno che non sia qualcuno che ha riempito i miei giorni. Credo che in realtà non importa per quanto tempo una persona resta nella nostra vita. Si può trattare di un paio d'ore, di pochi giorni, di due o tre anni. Quello che conta è ciò che ci lascia, ciò che ci dà già il fatto che era lì per noi in quel momento.
Alcune persone non sai perché sono così presenti nella tua vita, sai solo che non riusciresti mai a farne a meno. E ti chiedi perché, e vorresti saperlo, ma non trovi una risposta. Certe persone ti emozionano fino a farti mancare il respiro, anche se a ciò non riesci a dare un senso. A volte certe cose non si possono spiegare. Le senti, le osservi, le avverti. Alcune emozioni non puoi nemmeno identificarle con chiarezza perché nel momento in cui arrivano, ti travolgono e ti appartengono. Diventano parte di te, e tu diventi parte di loro.
Tu chiamale, se vuoi, emozioni.



Sorridi, sempre…
I nemici odiano vederti sorridere, non riescono proprio ad accettarlo. Per questo sorridi sempre, falli arrabbiare. E solo così che si rendono conto di quanto tu sia migliore di loro. E alla fine, odieranno sé stessi, non più te.
Sorridere significa avere una marcia in più, significa guardare ciò che ti sta intorno in una prospettiva diversa, originale, straordinaria.
Essere straordinari significa smetterla di vedere le cose in modo banale e scontato; vuol dire avvertire che è speciale ogni attimo che attraversa la tua vita, e sentirlo tuo per sempre.
Vivi: il nemico non lo sopporta. Vivi in modo straordinario, non farlo solo perché qualcuno ti ha messo al mondo un giorno, per caso. Rendi unico ogni momento perché non tornerà più e, nella maggioranza dei casi, è difficile anche che passi una prima volta. Non allontanare nessuno dalla tua vita nemmeno se ti dimostra che riesce a fare a meno di te.
Aspetta che sia lui ad andarsene. Aspetta. Lascia a chi ti sta intorno la possibilità di poter scegliere, non decidere al suo posto. Togliere la libertà a qualcuno è l'errore più grande che tu possa commettere perché non saprai mai se quella scelta è stata voluta o se invece è stata forzata. Smettila di piangerti addosso, non serve. Non migliorerà le cose, anzi, le peggiorerà. Non esiste una vita più speciale della tua. Ogni vita lo è a suo modo. C'è però chi la apprezza di più e chi invece si lascia andare a se stesso. Tu, intanto che hai ancora la tua: vivila. E, se ti sta un po’ stretta, cambiala. Non è facile, ma nemmeno impossibile.
Ama, come vorresti che qualcuno facesse con te. Ama senza riserve, senza fare scommesse sul futuro, senza progettare o creare castelli di sabbia. Ama per quello che sei oggi, non per quello che sarai un giorno. Chi ti sta accanto sentirà che tu lo ami. E tu lasciagli la libertà di poter scegliere il meglio, non solo per sé, ma anche e soprattutto per te. Perché chi sceglie di amarti sarà il meglio per te. Ma tu non forzare le cose. Aspetta che l'amore dispieghi le sue ali fino ad arrivare all'altra metà della tua anima. Se è amore, quello vero, sentirete insieme che è così. E non servirà dirlo, non sarà nemmeno indispensabile che vi guardiate negli occhi.
L'amore non si pronuncia, non si osserva. L'amore si avverte, si percepisce. Anche dopo un'intera vita, anche se a dividervi sarà una distanza grande quanto il mondo, anche se i giorni saranno così tanti da sembrare secoli, anche se non incrocerai mai più i suoi occhi. L'amore non è ciò che ci si scambia ogni giorno, l'amore è ciò che ci arricchisce l'anima. E per farlo, basta una sola, unica, straordinaria volta. Nella maggior parte dei casi, è difficile che arrivi quella prima volta.
Ma non preoccuparti, prima o poi, sentirai che sarà così. E sorriderai. Ricorda: quando sorridi, il nemico ti teme.


Scorri su di me, ancora
Piove. Il rumore continuo, incessante della pioggia che batte sui tetti delle case è il preludio a uno spettacolo di colori, suoni, odori che solo un'atmosfera così può evocare. L'asfalto è diventato un miscuglio di acqua e cemento. Non si scorgono angoli asciutti, e nemmeno luoghi che non siano stati toccati da questa pioggia incessante.
L'aria è fredda. Da lontano vedo una panchina abbandonata, bagnata e corrosa dal tempo. Più in là, tra i lampioni sgangherati e malandati del viale, c'è un albero che tra pioggia, vento e luci artificiali cerca di raggiungere il suo cielo. Quel cielo grigio e minaccioso, buio e incerto.
La mia vita in alcuni momenti è esattamente così. Ho imparato ad aspettare la fine della pioggia. Ho imparato a camminare sotto la pioggia. Attraversandola, avvertendone il tocco sulla mia pelle, lasciandola assorbire lentamente su di me, ho imparato a non averne più paura. Ho deciso di osservarla mentre si scatena impetuosa su ogni cosa. La caduta è libera, l'impatto con il suolo è forte. Non è previsto nessun paracadute. Il risultato è un impasto di cielo e terra. E domani pioverà ancora, forse più di oggi, forse non smetterà più.
Ma io sarò lì, per sentirla scorrere su di me.
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=949
<![CDATA[Tu, nato esposto al mare]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=948 nati lungo la strada,
piegati dal vento di terra
in direzione del mare.
Solo alcuni eucalipti
dalla bianca corteccia
resistono dritti.
Certo, dalla parte del mare
il vento ha piegato gli arbusti,
li ha spogliati in figure essenziali
di vento di mare,
dirette a terra.
Alcuni, vicini al mare,
inclinano alla terra,
altri, nati da parte di terra,
tendono al mare:
dipende da dove si è nati,
dall’esposizione alle forze.
Per i più si presta la terra,
in questo riconosci una giustezza:
i più senza terra non avrebbero
respiro.
Adesso risolvi, per come ti parla,
l’enigma del mare e della terra.
A te ora piacciono gli alberi
dalla corteccia bianca:
né mare né terra ma stelle,
breve percorso d’albero.
Tu, nato esposto a mare,
in tramonti di giorni e di notti
sbianchi la corteccia,
desiderando le stelle,
e t’eserciti a stare diritto.
Forse così non è,
ma così, guardando gli alberi,
oggi ti piace pensare.

Litoranea, 29.7.2011

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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=948
<![CDATA[Dave e la mosca]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=947
La mosca, ronza.

Sono in alto, sul cornicione.
Che io sia dannato se non mi sento un coglione.
Fa molto caldo, ma non c’è sole.
Nuvole fuori. Nuvole dentro.
“Come sopra, così sotto”, Ermete aveva capito tutto.
Tutto di me.
Aggrappato a tiepida pietra, mi tengo stretto.
Guardo in basso e urlo più che posso.

Sul confine di questo infinito nulla,
Contemplo l’illogicità di un atto,
E l’ultimo sguardo dato al mio gatto.
Stupido gesto privo della più stupida logica.

Forse è un bene terminare qualcosa senza motivazione.
Forse è un bene. Ma in che senso? Nel senso che non è un bene portare a termine le cose? Nel senso che, non portando a termine qualcosa, è bene non avere motivazioni? O che forse bisogna terminare tutto ciò che non è motivato?

Disquisizione linguistica, Il problema.
È tutto così diverso da prima.
Quando prima?
Quand’ero bambino non ci andavo giù tanto pesante con la riflessione.
Quanta stupida merda, risolvibile con una semplice rimozione.
Bisognerebbe capirlo, il linguaggio non è che una funzione.

Dominati dallo strumento.
Lo strumento del gioco che pone le regole del gioco.
Interi complessi, meccanismi e idee intrappolati in vuoti contenitori. Parole.
Nessuno potrà mai salvarci da questo. Senza offesa Gautama.

Perché sono qui? Una domanda fondamentale e senza risposta.
Il problema dev’essere all’interno della parola “perché”, ma non ne sono sicuro.

Come quando sogno.
Credo di avere una spiegazione a questo e penso:
Al mio risveglio tutto ciò avrà senso?
Un “Sì” sembra il mio unico bisogno.

Purtroppo, la risposta a tutto è Forse.

“Tutto questo per un Forse?” Dice il Talmud.
Neanche in questo caso sento rispondermi Sì.
Ancora una volta la risposta è Forse.

E così via, in una reiterata sequenza circolare, la strofa di sopra all’infinito prosegue.
In qualche universo alternativo, dove un matto insiste con la domanda, e un Sì insegue.

Perché sono qui? Per uccidermi? Ma dov’è qui?
Un palazzo, un foglio, un codice binario, ma chi poi, chi?

Chi. È. Dove?

Elimino pronomi e aggettivi personali.

Finché c’è solitudine, non c’è certezza di esistenza.
C’è morte? No.
Non può mica esserci ciò che per definizione non è?
È il vuoto che spaventa? No. È il silenzio.
Silenzio che, su tutto, denota Assenza.
Assenza di chi? Lo stesso chi di cui sopra?

Forse.

Ritorno al palazzo. Un solo passo.
La fine sembra giunta. Che fine?

La perfetta integrazione dell’Entità-Niente che mi rappresenta con l’Entità-Tutto che mi circonda è la fine sostanziale che cerco. Chiamiamola morte naturale del corpo biologico. Faccio il mio dannato passo in avanti e pongo fine alla mia esistenza senza alcuna ragione valida eccetto il fatto che so di star facendo la cosa giusta. Mi rendo conto di aver ricominciato a usare pronomi personali. Qualcosa che distingue me stesso da ciò che non lo è. Perché?

Evidentemente non sei più solo.
Evidentemente è giunta la tua salvezza.
Evidentemente.

Altrettanto evidentemente, ti suggerisco di fermare il tuo ultimo passo.
Fai marcia indietro e parliamone, vuoi? Suicidarsi non è proprio il genere di cosa che farebbe contenta la tua mamma.

La voce? Chi sta parlando? Di chi è questa voce?

Fai un passo indietro. Uno soltanto.
Un passo indietro, per esprimerti il mio disappunto.
Un passo indietro, per rivivere, riscrivere, il mondo che vuoi lasciare.
Un passo indietro, per comprendere perché ti vuoi immolare.
Un passo indietro, per un ultimo sguardo.
Un passo indietro, per tagliare il traguardo.
Un passo, per vedere soluzioni differenti.
Perché io sono differente.

La mosca si posa sulla mia spalla come una vecchia amica.
È la mosca a parlare?

È la mosca a parlare.

Certo di essere impazzito, smetto di voltare le spalle al mondo che mi ha voltato le spalle.
Certo di essere impazzito, mi ritrovo ad apprezzare il mio ultimo fallimento. La mia mancata esecuzione.

Soddisfatto. La mia ricerca di morte si è rivelata una ricerca di follia.
Sposta l’obiettivo, relativizzalo, e vedrai com’è facile tagliare il traguardo.

Sì, cercavo la follia. Fin dal primo momento.
Ora ne sono addirittura certo.

A volte il tuo peggior fallimento riesce a essere la tua benedizione.


Parte 2: I sogni sbagliati (parallelismi non lineari)

Capita spesso di fare sogni sbagliati.
Inseguire desideri mai realizzati.
Concepire una realtà alternativa.
Credere in cose come l’affinità elettiva.
Credere di poter diventare qualcuno.

Chi non vorremmo mai essere: Qualcuno.
A volte speravo di essere Nessuno.
Nessuno mi ha sempre affascinato.

I sogni sbagliati sono terribili.
Ti sei mai svegliato una mattina, felice di essere stato in un posto, aver conosciuto una persona un po’ speciale, aver vissuto un’avventura incredibile in cui tu eri tutto ciò che non sei?

C’è stato un uomo che un giorno, guardandosi allo specchio, riconobbe un volto impaurito nel suo riflesso.

La cosa gli parve del tutto normale.

Ma aveva cominciato a domandarsi da quanto tempo quel volto aveva così paura.
Ci pensò giorno e notte. Ogni istante.

Ma fu prima o dopo che ebbe capito che la sua vita era una menzogna?
I meccanismi di causa e effetto non gli erano mai stati chiari.

Uccise la sua donna. Distrusse il suo regno, disonorò suo padre, e partì per un lungo viaggio.


Quei momenti sono unici; ho forse torto?
Ti svegli. E nulla è più al suo posto.
Provi a fermarti, a capire. Ma c’è solo lo sconforto.

Il tenue ricordo di un abbraccio.
Lo stupore, per l’irrealtà di quel bacio.

Era tutto così vero, e la sua presenza così forte.

E poi… Aspettare la notte.

Aspettare il buio e l’oblio nella speranza di vivere un’illusione.

Vivere sperando di riuscire a vivere una finzione.

Era convinto di aver ucciso un maiale travestito da sua moglie.
Era convinto di aver distrutto una stalla che aveva assunto l’aspetto del suo Regno.
Era convinto di aver disonorato Nessuno.
Era convinto di essere stato vittima di un maleficio.

Avrebbe trovato il Mostro che gli aveva fatto tutto ciò.
Lo avrebbe trovato e lo avrebbe distrutto.

Durante il suo viaggio rivolse la sua attenzione ai Demoni inesistenti.
Entità intrinsecamente connesse con la realtà.
Intelligenze disincarnate che svolgono la loro azione maligna da piani di esistenza impercettibili e non legati in alcun modo alla forma.

Inutile dire che i suoi studi ebbero un caro prezzo.

Non si gioca con Beelzebub senza rimanere corrotti dal suo ignobile potere.

Finisci per non pensare ad altro che a quel sogno.

Innamorarsi di un sogno è una forma di narcisismo assoluta,
Che dentro di noi, silenziosamente, si insinua.

Noi siamo i nostri sogni.

Fino a che non lo comprendiamo: continua. La nostra caduta.

Più o meno le due cose accadono contemporaneamente.
Scoprire l’esistenza del Demonio equivale a dannarsi.

He! La migliore arma del Diavolo è la pubblicità.

L’uomo divenne incurante della vita biologica che lo circondava.
Ogni cosa che toccava si trasformava immediatamente in un cumulo di scorie e sangue.

Era quella la vera natura del mondo? Scorie? Sangue? Allora perché prestargli attenzione?

Poi, ad un certo punto, smette.
Il sogno perde importanza.
Ritorni a alle tue cose
Fingendo che ciò che hai visto e sentito,
Non sia in realtà mai esistito.

Ma dentro di te sai che, prima o poi, la rincontrerai; sotto una forma diversa magari.

E allora sarai di nuovo pronto ad ammettere che Conscio e Inconscio sono due entità distinte e separate,
E che hai tutto il diritto di innamorarti di qualsiasi cosa non sia Te.
Ma l’Inconscio rimane comunque un parente scomodo, troppo stretto.
E consumare con lui sarebbe un incesto e un delitto.

Lo sai.
Preferisci seppellire questa consapevolezza in qualche strato profondo del tuo Io.
Ma lo Sai.

Tutto per innamorarsi ancora. È così squisitamente irragionevole. Innamorarsi…

Tutto per non Amare.

Vivere tra due finzioni, pur di non Amare.

E ancora, quel sogno, rimane un seme di (falsa?) speranza.

Quell’uomo strinse un patto con i Demoni:

Venne investito della carica di Sacerdote della Chiesa Oscura. Uno dei tanti.
Promise che avrebbe diffuso ed esteso la sfera d’influenza demoniaca nel mondo, a patto che egli potesse ritornare a vederlo come un tempo.
Non sopportava più la vista del sangue. Degli escrementi. Il puzzo di morte. Putrefazione.

Divenne così un Agente Inconsapevole.
Portatore di corruzione.
Servo dell’oscurità.

Il suo Regno tornò in piedi. Sua moglie rinacque e suo padre fu fiero di lui…

Sottile poi, quel confine tra Illusione e Speranza.

“I sogni sono le scorie del sonno.”
“Come i pensieri, che sono le scorie della mente.”


Parte 3: Arriva John.

Ricordo poco distintamente quando da uno divenni due.

Purtroppo il passo successivo sarà più semplice.
È sempre così.
Discendere la spirale è sempre più facile che risalirla.

Come è vissuto l’uomo del tuo racconto?
Ha continuato la sua discesa?

E tu? Continui ancora la tua? Giochi ancora con i fuochi fatui?

Forse.

Ti sei mai chiesto quante sono le facce del Demonio?
Mai provato a contarle?
Per quanto tu possa andare avanti nella tua ingenua progressione numerica, Lui riesce a trovare sempre un nuovo modo di apparire.

Lui ti tenta.

Io ribatto.

Esegui un colpo magistrale, te ne compiaci, ed ecco che Lui si è insinuato nel tuo compiacimento. Sei sempre dove ti vuole Lui.

Come sai tutte queste cose?

Chi non le conosce è già fatto Demone.
Hai mai sentito parlare degli Agenti Inconsapevoli?

Allora… Io…?

Forse.

Troppo spesso ti sembra di aver capito qualcosa di importante e il tuo processo logico viene interrotto da qualcos’altro. Una sveglia al mattino, una madre che ti chiama per il pranzo. La pubblicità durante un film, nel momento più bello. Una cambio di scena improvviso, sapientemente orchestrato da un abile regista, per aumentare la suspance di un racconto.
Eppure, senza simili interruzioni, forse non ricorderemmo mai così profondamente.

Stai attento. Non distrarti. Non distrarti.

Ma è già tardi. L’ho fatto.

Ho percepito l’attimo in cui il due è diventato tre.

Buonasera Dave. Il mio nome è John.
Vengo dalle Terre del Sogno.

Il vestito bianco. È tutto ciò che serve per descriverlo.

Così palesemente angelico. Talmente alto, splendente, distante, alieno.

Ho sempre temuto le mosche. Ma questo è diverso.
Non hai mai avuto l’opportunità di guardare qualcosa e di provare un sapore strano, come se fosse l’eco di un ricordo distante?

Il Rimbombo, feedback di una detonazione avviata in un luogo diverso, in un tempo diverso.

Un suono che, per quanto cupo, triste e misterioso, ricorda una sensazione di pace infinita.
Ma solo un ricordo.
Svanisce nel momento in cui cerco di farlo mio.

Quell’eco di sogni, visioni o rumori distanti si è incarnata.

Perché sei qui?

Una mosca. Alla fine, è dunque questa la forma che hai scelto.

Dave. Sto cercando la Donna Senza Nome.

Se un angelo ti dicesse che la donna che non hai potuto fare altro che sognare esiste davvero, e che lui è qui per cercarla, tu gli crederesti?
Se l’ambasciatore fosse fatto della stessa sostanza eterea dei sogni…
Riprova che forse, su un piano diverso…

“Noi siamo i nostri sogni”.
“Narcisismo”.
“Caduta”.
“Incesto”.

Ho il diritto. Ho il diritto!

Quando si parte?

Parte 4:

Non faccio in tempo a concludere, che la domanda si è trasformata in:
Quando siamo partiti?
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=947
<![CDATA[Poesie]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=946
In un vespro di primavera
l’acconciatura di
una donna
di spalle,
con i capelli castani tirati su,
vestita di un funereo bianco.
Accompagnata solo da un ronzio di api.

Le donne danno sempre tutto in anticipo
per una promessa fatta loro.
Riescono a crederci così tanto da
vivere la vita in funzione di essa.

L’orgoglio, la caparbietà, la reclusione
in una stanza,
che è un mondo privato,
dove ci si perde
se si riesce a pensarlo reale…

Qui, sgusciare nella stanza accanto
vuol dire morire.


2. Sull’orlo dei venti

Ho lasciato la mia vita lì a riposare
mentre la primavera mi spezza il cuore,
questa primavera che è lenta ad arrivare
E già bussa alla bocca dello stomaco
la consapevolezza
di dover crescere sul serio.
E c’è autunno nella primavera.


3. Giappone

Dell’Oriente estremo mi piace il silenzio,
e il suono penetrante, che rimane sul fondo,
del vento fra gli alberi e fra i fiori
e tra l’erba.
Le gocce che scandiscono il fluire del giorno.

Il profumo del colore bianco
di perle scheggiate nel mare
di lacrime disfatte su un pavimento blu.
Di gioia dolore passione rinuncia.

4. Pioggia

Le montagne si confondono col cielo.
Ne diventano una sfumatura.
Il cielo si rannuvola,
piove e io lo so
anche con porte e finestre chiuse.
La pioggia aumenta
poi finirà.
E per tutto il tempo
sarà stato solo l’odore dell’asfalto bagnato.


5. Età

Volevi darmi un’età:
ma le situazioni che mi sono capitate
erano diverse.
Non potevo, per un intero anno,
indossare sempre lo stesso numero.
Ecco perché ne ho cercate molte.


6. C’è vento e distesa

C’è vento e distesa.
Non muoverti:
è un altro tempo.

Il vento spazzola e profuma la mia pelle
Pettino i miei capelli spargendoli ovunque
come raggi di buio,
segni di perdita
vicino alla caviglia, al braccio
al viso.

È un altro tempo.
]]>
Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=946
<![CDATA[Al chiostro]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=945 vado assottigliando pensieri.
Ombra tra ali d’anime che si chiudono
in preghiera tutt’intorno.
Una conca d’occhi,
attesa di dimenticanza.
Alberi e uccelli in processioni vespertine.

Ho sorrisi per te
che mi hai donato nuvole alle vene.

Fino a valle, laggiù,
ti porto la mia musica,
che nemmeno senti
nelle ore vuote.
]]>
Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=945
<![CDATA[Non ho parole]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=944 conosco prospettive del tuo viso d’amore:
punte di leggiadria inquieta,
sfuggenti d’aria,
mutevoli colori
in spirali di acqua e di orizzonti.

Così ti vedo in questo tempo afoso
di stanchezza e di silenzio.

Mai impari a godere di ciò che hai
per vivere come non sai…
]]>
Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=944
<![CDATA[Che si dimentichi]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=943 questo desidero!
Ma non il dimenticare
che il perdono simula

Che si dimentichi:
che in me e in voi
non resti ricordo.
Che Mnemosine
non possa più incidere.
]]>
Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=943
<![CDATA[Resterò tra i pochi a ricordare]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=942 che cosa sia una stagione di mezzo,
quegli inizi di sera d’aprile
fatti di miele color lilla

Fiori che si aprono
e che non sanno di morte
ma di serena nostalgia…
È difficile capire
se siano glicini o fiori di mandarino…

Poi arriva il momento più caldo
di ambrato miele puro
in cui ti dico
“Guardami con quel raggio di sole negli occhi
Perdi ognuna delle tue parole
ma continua a guardarmi e sorridi”

E tu chiudi gli occhi sorridendo
e io non sono più materia,
ma pensiero riposto
nella tua immaginazione.
]]>
Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=942
<![CDATA[Non-scienza]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=941 essere ancora dette potremo
pensare che la poesia sia
inesprimibile o al più
suggerire intuizioni
ma nei versi
si esprime
quello
che
è
non
scienza
un attimo
dove tutto è
così chiaro da far
con calma riflettere
chi scrive che le parole
spesso appaiono sufficienti
mentre le non parole sono rare]]>
Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=941
<![CDATA[D'improvviso, il giorno dei negozi]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=940
Il giorno dei negozi, dopo l’accordo con i posteggiatori,
numi tutelari delle soste, comprammo camicie e vestiti.
Aerei affaticavano i cieli pulsanti.
Il caldo camminava sulle acque e sull’ingresso della città
immensa,
in prossimità dei docks, verso i cantieri del Mediterraneo.
Immobili gru e un alto scheletro d’acciaio circolare
sorvegliavano il viavai di merci,
e soprattutto, ovunque, passavano genti.
Al ritorno, decidemmo di pranzare.
Era una pizzeria,
tavolini per i viaggianti sulla strada, sotto gli ombrelloni.
Un giovane gentile, orientale o africano,
raccoglieva ordinazioni.

D’improvviso, senza motivo, lei recitò:
i messaggeri sono un esercito senza numero –
ma un motivo si presenta sempre,
e difatti le immagini furono immediate,
esercito senza materia ma evidente
nella terribile luce.

Tra porto e stazione ferroviaria –
un luogo d’esodo e d’immagini, sulla strada del mare,
può divenire via di deserto e di terra promessa,
e nascono e approdano da un’altra acqua
le cose che non vedi sùbito,
come cammelli, cavalli e marcia di generazioni:
la via fu una pista carovaniera,
e la strada dei palazzi del mare quasi scomparve,
cedendo ai pazienti animali a quattro zampe,
sul selciato sconnesso, dove barcollano e rovinano le auto,
senza sosta correndo,
e ti sei fermato per caso, ad ascoltare e a guardare.

Mentre parola e figura circolavano,
d’improvviso dai vuoti cieli fu mandata la brezza,
sollievo immenso al sudore dei viandanti.

Anche se non ci fossero terre promesse,
e la strada si riducesse alle pietre sporche e polverose,
in qualunque luogo, sai che le visioni sarebbero con te,
umbratile sostanza in forma di parola.
C’è un tempo per ogni cosa, sotto il cielo – così è scritto.
Ma un sogno può dare passaggi e direzioni,
e le veloci immagini possono sempre venire.

Napoli, 15.7.2011
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=940
<![CDATA[Una regione dell'emozione]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=939 Sei catturato negli sguardi,
sei preso nei progetti altrui:
ma tu non fare progetti sugli altri, neanche sui figli,
o, se vuoi, progetta te stesso.

Guardando gli uomini, conosci te stesso.
Li vedi: fanno e dicono cose terribili:
forse nessuna mai ti passò per la mente?
Li vedi: ti guardano. Dunque guàrdati, e vedi.
L’innocenza non è la tua virtù,
e, se lo fosse, le cose cambierebbero?
Forse non conosci qualcuno
dei loro sentimenti malati?
Guarda bene te stesso, allora, e vedrai,
non sei diverso: solo, nel caso migliore,
più attento. E allora continua, ed è tutto.

Sei fiducioso come un agnello mansueto?
Più li fai avvicinare a respirare la tua aria,
a bere la tua acqua, più ti esponi,
più gli dai il tuo spazio, più ti consegni,
e ti fai prendere,
più ti offri, più ti colpiscono.
Ognuno porta una sua intenzione sulle cose,
nessuno può essere uguale a un altro;
c’è chi impone al mondo le proprie differenze –
ma tu sei così forte?
Tra loro diranno ciò che vedono,
ma secondo un’intenzione:
vedranno quel che intendono,
non ciò che tu intendi.
Oppure vedranno bene ciò che intendi,
ma trovano sempre il singolare in te,
un motivo si trova sempre:
le tue differenze le ricercano,
senza guardare le proprie,
sono pronti a punirti e a fartela pagare.
I tuoi pensieri più nobili
saranno per gli altri i più sordidi,
perché gli altri sono l’inferno.
Non compiacerti di te stesso,
non potrete stare insieme
senza sporcarvi un po’ ogni giorno.
Non ti compiacere della compagnia,
se non devi.
E tu guarda te stesso e vedi te stesso:
se vuoi vivere come devi,
comunque convieni con gli altri.
Devi trovare un luogo comune e andarci,
per trovarli e farti trovare dove vogliono.

Non è tutto, ma questa parte pesa.
Non attenderti paradisi con gli altri
ma lavora, come se dovessero venire,
o, se riesci, trovali, o fatti trovare,
e spera il meglio.
Se il tempo ti dona paradisi,
sii pronto a perderli;
lavora per confermarli ma non per possederli,
e, se il tempo li conferma,
serba gratitudine alla vita.
Di quello non voglio parlare adesso,
ma piuttosto preparati al peggio,
all’aggressione violenta e a quella subdola.
Se sai parlare, fallo con accortezza;
per quanto non ci sia attenzione che basti –
perciò il silenzio è d’oro.
Di ciò che dici, ti potrai pentire:
ogni informazione data senza volere
la potranno usare contro di te.
Sappi parlare senza dire di te –
comunque, avrai detto troppo.
Per ogni disponibilità all’ascolto, potrai venir catturato;
sii disponibile ma forse non avrai moneta uguale.

Le storie di ospitalità al primo sguardo
sono eccezioni, non esempi da seguire sempre,
ma va coltivata con cura l’idea dell’occhio
che vede il pellegrino ospite al primo sguardo.
.
Ogni sorriso potrà venire abusato –
sorridi, senza attenderti sorrisi
che non nascondano predatori.
E tu, né tigre né faina,
diverso come ognuno è diverso,
se sai, coltiva in te le bestie necessarie,
per saperle convocare quando occorre.
Se hai qualcosa che agli altri piace,
cercheranno di prendertela, per averla,
o comunque di toglierla a te,
o di fare in modo che tu non l’abbia.
Tesseranno l’insidia senza fine.
Se ti sembra d’essere fortezza sicura,
troveranno varchi per insinuarsi,
vedranno punti deboli da colpire.
I tuoi più forti legami alla vita, gli affetti,
i sensibili genitori, o i bambini,
o la tua donna, o l’uomo,
li attaccheranno, per reciderli,
o, se non possono, per danneggiarli.
Attento alle differenze dagli altri,
attento alle singolarità,
il senso comune ti esamina per trovarle,
ne trova sempre ma non è per comprendere.

Attento ai tuoi averi, di qualunque natura.
Non desiderare quelli d’ altri,
piuttosto ammira, quando è il caso.
Arriveranno a te in ogni momento,
a turbare i pensieri e le azioni:
esercito di démoni dell’invidia e della gelosia,
legioni del risentimento e
della malevolenza,
da trovare e da curare in te stesso.
Accogli, solo se sei capace di espellere;
apri, solo se sai chiudere.
Oppure, difendi all’inizio, e abbraccia, se sei certo.
Ma, in genere, meglio che eviti
lo sconosciuto, come ho detto,
o accogli lo straniero, come nelle storie,
ma non abbassare la guardia.
Se curi lo sguardo, all’occhio esperto
le prime impressioni si rivelano giuste.
Sei vivente relazione,
le fortezze pure, le garanzie inespugnabili
in questo mare sono poche.

Conosci te stesso negli altri,
e gli altri, guardando te stesso;
sappi la somiglianza nella diversità
e il diverso nel simile.
Spera e lavora per il meglio,
sii pronto ad affrontare il peggio,
in questo momento forse lo preparano.
Questa è solo parte di verità?
del resto, adesso non è tempo di parlare,
è tempo di battaglia.


10.7.2011
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=939
<![CDATA[I no onomastici]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=938 così vicina e antica
suggerisce alle fate
di non scomparire
del tutto
ma di
fermarsi a sussurrare
i nomi dei poeti
dove l'acqua è meno profonda
e le parole
arrivano come
piccoli sbuffi di vapore...

Queste fate che aiutano
i poeti ad essere eleganti
sanno cercare ricordi
che non sono noiosi
bisogni di noi
ma dei no
nati no...
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=938
<![CDATA[Per dove]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=936 s’adunano stelle, un tempo nocchiere.

Madre mia
svegliami
dal sonno
del paese scosceso!

In questo luogo di ruggine
ho inferni da fermare dietro un albero
e il cuore
oltre il visibile
nel cerchio delle perfezioni
canta nella gola del gallo
dalle cime dei monti.

Dimmi madre
perché
il vento non leviga all’istante i luoghi perduti?

La luna stende il nulla su
pietre
e aspre mura,
e cicale
non smettono di frinire.
Dispendio di aure e di stelle
torna sulla nomade via delle croci.

Dimmi per dove?

Cadono cosmi e braccia d’amore
miriadi di punte cristalline
in un quadro di resa.

Io cado di tenaci ripetizioni. ]]>
Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=936
<![CDATA[Il corvo e la luna]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=935 L'aria era rada, immobile, il vento sembrava essersi dimenticato di se stesso.
Altri uccelli erano ancora vigili su numerosi alberi tutt'intorno ma non danzavano come il corvo, non suonavano allegre melodie come nei giorni caldi dell'amore.

Era un tempo lontano, tanto distante che solo gli alberi più duri e nodosi ne hanno un vago ricordo. Era un tempo in cui il corvo danzava sul faggio e cantava salmi d'amore... nonostante l'inverno.
Era un tempo in cui la luna era troppo vicina alla terra, tanto tonda e luminosa da far echeggiare il suo pallore in ogni dove: persino nel cuore di corvo.

Vibrava come diapason il solo essere lì presente, la luna, donando quella nota accordatrice di pentagrammi emozionali, donando quel La che dirigeva l'orchestra dei battiti di cuore del corvo.
Oh luna cantava egli con voce di flauto oh Luna, e null'altro gli riusciva di dire.

E la chiamò, la chiamò mille volte mille!

Venne dunque il momento in cui essa sparì al di là dei più alti monti.
Nei giorni a venire il corvo attendeva odiando il Sole: quella sola e unica nota di pallore che faceva vibrare il petto e le note più belle volavano al cielo.
Lentamente la luna prese a celare il volto mentre il corvo straziava sempre più la voce gentile.
Altre tante notti scivolarono grame: il corvo danzando e cantando la luna sparendo.
L'ennesima notte, come le sei ancora a venire, fecero del nero pennuto orfano dell’astro. Per quanto urlasse il suo nome Oh Luna, oh Luna! lei non comparve. Il corvo si lasciò andare alla morte, la riconobbe sua simile.

Quando la Luna riprese il vagare da osservatrice del mondo notò immediatamente l'assenza del corvo. Gettando un occhio ai rami di faggio vide le nere piume immobili e capì il dolore della perdita, pianse anch'ella il lutto del canto più vero, più soave che mai aveva ascoltato nel suo viaggiare.

In quel tempo tanto lontano anche la luna conobbe il dolore. Urlò, urlò tanto forte che il rivo s'ingrossò di colpo, il vento divenne tornado, gli uccelli tutti impazzirono, il faggio si spogliò di tutte le foglie celebrando nudo il lutto.
Resta con me gli disse la Luna non lasciarmi! implorò la Luna: Cosa sarà senza te la mia notte?!

E ancora una lacrima di cristallo cadde, l'ultima lacrima che l'astro aveva nelle sue invisibili pupille scivolò sul becco del corvo.


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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=935
<![CDATA[Figura della terra]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=934 in te l’occhio s’incanta,
sensuale terra esposta,
selvaggia all’estremo e curata al tempo stesso.

T’apri improvvisa nell’intrico d’alberi
e sterrate strade,
nel vento che s’impiglia tra i canneti,
non cercata forse, terra segnata
da un istante improvviso nel tempo,
nuda nella diffusa luce:
un’altra calda luce da te muove,
luce d’accoglienza.

Altri ti cura.
Alla luce del sole ti percorre,
raccoglie la tua forza
dal tuo ventre dove tutto è presente.

Terra generosa, specchio di costellazioni,
corpo sommerso da maree di stelle.

Anche il viandante ti frequenta con la luna.
Ti abbraccia nei sogni
che non ricorderà.

Giugno 2011
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=934
<![CDATA[Dal Corpo e dal Sogno...]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=931 Qualche volta il tempo si dirada.
Qualche volta torno a stringerti le mani,
a baciare le tue labbra.
Qualche volta il mio corpo torna a spogliarsi di ogni velo
e diviene una sol cosa con il tuo.
Qualche volta il mio respiro ingoia il tuo.
Qualche volta torni a sussurrare al mio orecchio
il tuo profondo amore.
Qualche volta.
Qualche volta, silenziosa, mi vieni in sogno…

Occhi

Neri come il caffè, neri come il colore del lutto.
Neri come un punto su un foglio bianco.
Neri come una notte senza stelle.
I tuoi occhi, incanto di un’estasi senza tempo,
oblio nascosto e velato da palpebre.
I tuoi occhi, gioia e addio
al tempo di un battito di ciglia

Surreale

Surreale viaggio.
Io dentro i tuoi occhi.
Io prigioniero delle tue palpebre.
Surreale osmosi.
Io ingoiato dal tuo respiro.
Diluito nella tua saliva.
Io, ombra nella pellicola di luce che cela il colore dei tuoi occhi.
Surreali intenzioni.
Io, feto nel grembo della tua memoria.
Sogno lontano fra i tuoi pensieri.

Labbra

Socchiuse. In attesa.
Labbra che elencano da lontano un bacio.
Labbra, linee sottili, morbide, succose.
Le tue, istanti di oblio nel silenzio rispettoso di un bacio.
Le tue, palcoscenico di parole orchestrate dalla tua voce.
Socchiuse. In attesa.
Labbra, ladre del mio respiro…
il tempo fugace di un bacio.

La lontananza

Sei lontana.
Sei lontana nel tempo, nello spazio.
Sei lontana dalle mie mani, dalle mie labbra.
La lontananza è un velo, nasconde, separa.
Io e Te siamo divisi da questo tempo lontano,
da questo spazio infinito.
La tua voce squarcia il lontano.
La tua voce dà colore.
La tua voce veste le immagini
e i pensieri che si affollano nella mia mente.
Ti vesti di suoni, di parole, di sospiri, di respiri, di sorrisi.
La lontananza è il silenzio che ora la tua voce ha ingoiato.
I miei occhi si bagnano di un sottile velo d'acqua salata
che diviene amara sulle labbra.
L'amaro della lontananza che è tornata a separarci.
La lontananza è uno specchio, riflette, deforma.
La lontananza è un'immagine,
un'immagine sfocata che grava qui sugli occhi
e rende il mio pensiero pesante, privo di colori.

Palpebre

Sipario dell'oblio.
Palpebre, custodi del mio buio e delle notti gravide di sogni lontani.
Palpebre, sudario di occhi stanchi, lucidi.
Palpebre, pudore del mio amore, velo d'innocenza.
Palpebre, sipario su cui resta impressa la tua immagine,
segreto di cui i miei occhi godono in silenzio
lontano dalla realtà.



Mani

Le mie mani danzano sospese a mezz'aria.
Le mie mani ti cercano.
Le mie mani scivolano piano, dolci sul tuo viso,
assorbono l’aria che ti avvolge come un velo.
Le mie mani scivolano piano al ritmo del tuo respiro
che, ora come un profumo, diffonde profondo fin su nel talamo
dove la coscienza è scienza.
Ascolta il mio respiro, ascolta la mia voce che ti chiama.
È come un’eco, come un sussurro,
come il lamento di una conchiglia
privata della sua lontana profonda culla.
Le mie mani continuano a cercarti,
ora nel sogno, ora nella memoria.
Le mie mani ti cercano ancora,
là dove l'aria ingoiando il tuo corpo
si fa densa il tempo fugace di un silenzioso ricordo.


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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=931
<![CDATA[La vecchia]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=932 "Era di marzo, la pioggia scendeva fitta e una leggera nebbia rendeva tutto più etereo e lontano."
La vecchia parlava sottovoce, aveva la testa bassa e le rughe, disegnate dal tempo, rendevano il suo viso un'immagine d'altri tempi. La bambina sedeva accovacciata sui gradini, aveva gli occhi neri, d'un nero profondo e lucido. Il mento liscio e tondo poggiava sulle sue piccole mani. Le labbra erano socchiuse, il respiro lento. Come sospesa ascoltava le parole della vecchia.
La vecchia continuò.
"Giulia guardava la città lontana e le mille luci che la nebbia rendeva soffuse, prive di alcun contorno. Sua madre intanto preparava la cena. Il profumo delle spezie diffondeva ovunque e saliva su per le narici a nutrire sogni lontani. Giulia d'un tratto chiuse gli occhi, ingoiò distratta la saliva e le sue dita carezzarono le labbra come a zittire la paura che divampa. Era di marzo, la nebbia rada e bianca lasciava intravedere un'ombra."
La vecchia, sentendo il cuore salirle in gola, si fermò. Sfiorò il viso della bambina e dopo aver ripreso fiato continuò.
"L'ombra si avvicinava, diveniva più piccola. Il buio ingoiava il nero che la vestiva. Si avvicinò alla finestra e scrisse su quella patina d'acqua sottile che il vetro tratteneva, le parole Ti amo.
Giulia intravide solo le dita che scivolavano sul vetro. Sua madre ruppe il silenzio che l'aveva allontanata dal tempo. La chiamò e il suo nome riecheggiò nella stanza, una e più volte ancora. Giulia si svegliò da quel sogno, carezzò le parole disegnate sul vetro e lasciò andar via l’ombra senza chiamarla, senza guardarla.
L'ombra si vestì di nuovo del nero della notte e avvolta dalla nebbia lasciò dietro di sé solo una lunga scia di pensieri."
Continua, ripeté la bambina. La vecchia si schiarì la voce e disse: ora sono stanca, torna domani, mi troverai qui, e finirò di raccontarti questa storia.
La bambina provò a insistere, si aggrappò alla gonna lunga della vecchia e con uno sguardo come ce ne sono pochi continuò a insistere senza pronunciar parola.
La vecchia chiuse gli occhi e ingoiò le sue ultime parole, i suoi ultimi ricordi. Tornò il silenzio.
Sono tornata, disse la bambina l’indomani, torna a raccontarmi la tua storia, raccontami di Giulia.
La vecchia aprì gli occhi e un azzurro terso le illuminò il viso.
"Giulia calcò più volte le linee lasciate dall'ombra. Lasciava le sue dita scorrere sul vetro e i suoi pensieri riempire gli spazi tra le parole Ti amo".
Era di maggio, la notte era una cupola sorretta da stelle. L'aria era ferma, faceva caldo. Giulia guardava le stelle. Giulia sognava le stelle.
I vetri erano di nuovo tele bianche. Le parole "Ti amo" erano andate via con la rugiada, era rimasto solo un leggero alone, come un'eco lontano, poi anche quello era andato via.
Era di maggio, la notte era silenziosa. L'ombra tornò. Si spogliò del nero che la disegnava e scrisse ancora sul vetro.
La vecchia esitò e la bambina gridò: "E poi? Cosa c'era scritto sul vetro?". La vecchia prese fiato e disse "Ancora ti amo.
L'uomo, illuminato dalla luce delle stelle, vide riflesse le sue labbra sul vetro. Era di fronte la sua Giulia, la guardò come aveva fatto nei suoi sogni, si vestì di nuovo del suo mantello d'ombre e si perse nella notte.
Giulia attese, attese uno sguardo in quella notte di stelle. Sognò quelle labbra, sognò un corpo che potesse appartenerle. L'indomani si svegliò presto, vide sorgere il sole all'orizzonte. Il sogno della notte le tornò in mente e l'immagine di Marco si fece nitida e densa di colori.
E l'infanzia divorò il tempo. Tornarono i giorni d'estate all'ombra di un ulivo a prendersi gioco della fantasia, tornarono le risa, le corse forsennate, tornarono le arrampicate sugli alberi e le lunghe chiacchierate sospesi a mezz'aria nascosti tra le foglie.
E l'infanzia divorò il tempo. Giulia riconobbe quelle labbra, un tempo appena pronunciate, piccole e rosse come ciliegie. Ebbe voglia di baciarle.
Giulia attese scendesse ancora la notte per incontrare quell'ombra che le ricordava l'infanzia.
Era di maggio, l'ombra tornò in una notte priva di stelle, in una notte silenziosa come poche, rischiarata solo da una luna rossa. Si avvicinò ancora alla vecchia finestra, soffiò sul vetro e disegnò le sue ultime parole sul respiro che il vetro trattenne, avido."
La bambina ascoltava con gli occhi spalancati, grandi e neri. La vecchia la guardò con nostalgia e restò per qualche attimo in silenzio. La bambina tirò ancora il vestito della vecchia, gli occhi chiedevano di svelare la fine di quella storia, le labbra socchiuse trattenevano il respiro.
La vecchia prese fiato e pronunciò sottovoce le parole che l'ombra aveva disegnato "Vuoi sposarmi?".
La bambina schiuse le labbra, sorrise, poi a voce bassa chiese…"e Giulia?"
La vecchia tacque, prese la mano della bambina, dischiuse con le dita ruvide e tremanti il palmo della sua mano e descrisse dapprima un serpente e poi…una piccola breve linea dritta. "Sì" era la risposta di Giulia…
La bambina sorrise ancora e poi sottovoce ripeté, raccontami una storia e la vecchia ricominciò.]]>
Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=932
<![CDATA[La vecchia]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=933 "Era di marzo, la pioggia scendeva fitta e una leggera nebbia rendeva tutto più etereo e lontano."
La vecchia parlava sottovoce, aveva la testa bassa e le rughe, disegnate dal tempo, rendevano il suo viso un'immagine d'altri tempi. La bambina sedeva accovacciata sui gradini, aveva gli occhi neri, d'un nero profondo e lucido. Il mento liscio e tondo poggiava sulle sue piccole mani. Le labbra erano socchiuse, il respiro lento. Come sospesa ascoltava le parole della vecchia.
La vecchia continuò.
"Giulia guardava la città lontana e le mille luci che la nebbia rendeva soffuse, prive di alcun contorno. Sua madre intanto preparava la cena. Il profumo delle spezie diffondeva ovunque e saliva su per le narici a nutrire sogni lontani. Giulia d'un tratto chiuse gli occhi, ingoiò distratta la saliva e le sue dita carezzarono le labbra come a zittire la paura che divampa. Era di marzo, la nebbia rada e bianca lasciava intravedere un'ombra."
La vecchia, sentendo il cuore salirle in gola, si fermò. Sfiorò il viso della bambina e dopo aver ripreso fiato continuò.
"L'ombra si avvicinava, diveniva più piccola. Il buio ingoiava il nero che la vestiva. Si avvicinò alla finestra e scrisse su quella patina d'acqua sottile che il vetro tratteneva, le parole Ti amo.
Giulia intravide solo le dita che scivolavano sul vetro. Sua madre ruppe il silenzio che l'aveva allontanata dal tempo. La chiamò e il suo nome riecheggiò nella stanza, una e più volte ancora. Giulia si svegliò da quel sogno, carezzò le parole disegnate sul vetro e lasciò andar via l’ombra senza chiamarla, senza guardarla.
L'ombra si vestì di nuovo del nero della notte e avvolta dalla nebbia lasciò dietro di sé solo una lunga scia di pensieri."
Continua, ripeté la bambina. La vecchia si schiarì la voce e disse: ora sono stanca, torna domani, mi troverai qui, e finirò di raccontarti questa storia.
La bambina provò a insistere, si aggrappò alla gonna lunga della vecchia e con uno sguardo come ce ne sono pochi continuò a insistere senza pronunciar parola.
La vecchia chiuse gli occhi e ingoiò le sue ultime parole, i suoi ultimi ricordi. Tornò il silenzio.
Sono tornata, disse la bambina l’indomani, torna a raccontarmi la tua storia, raccontami di Giulia.
La vecchia aprì gli occhi e un azzurro terso le illuminò il viso.
"Giulia calcò più volte le linee lasciate dall'ombra. Lasciava le sue dita scorrere sul vetro e i suoi pensieri riempire gli spazi tra le parole Ti amo".
Era di maggio, la notte era una cupola sorretta da stelle. L'aria era ferma, faceva caldo. Giulia guardava le stelle. Giulia sognava le stelle.
I vetri erano di nuovo tele bianche. Le parole "Ti amo" erano andate via con la rugiada, era rimasto solo un leggero alone, come un'eco lontano, poi anche quello era andato via.
Era di maggio, la notte era silenziosa. L'ombra tornò. Si spogliò del nero che la disegnava e scrisse ancora sul vetro.
La vecchia esitò e la bambina gridò: "E poi? Cosa c'era scritto sul vetro?". La vecchia prese fiato e disse "Ancora ti amo.
L'uomo, illuminato dalla luce delle stelle, vide riflesse le sue labbra sul vetro. Era di fronte la sua Giulia, la guardò come aveva fatto nei suoi sogni, si vestì di nuovo del suo mantello d'ombre e si perse nella notte.
Giulia attese, attese uno sguardo in quella notte di stelle. Sognò quelle labbra, sognò un corpo che potesse appartenerle. L'indomani si svegliò presto, vide sorgere il sole all'orizzonte. Il sogno della notte le tornò in mente e l'immagine di Marco si fece nitida e densa di colori.
E l'infanzia divorò il tempo. Tornarono i giorni d'estate all'ombra di un ulivo a prendersi gioco della fantasia, tornarono le risa, le corse forsennate, tornarono le arrampicate sugli alberi e le lunghe chiacchierate sospesi a mezz'aria nascosti tra le foglie.
E l'infanzia divorò il tempo. Giulia riconobbe quelle labbra, un tempo appena pronunciate, piccole e rosse come ciliegie. Ebbe voglia di baciarle.
Giulia attese scendesse ancora la notte per incontrare quell'ombra che le ricordava l'infanzia.
Era di maggio, l'ombra tornò in una notte priva di stelle, in una notte silenziosa come poche, rischiarata solo da una luna rossa. Si avvicinò ancora alla vecchia finestra, soffiò sul vetro e disegnò le sue ultime parole sul respiro che il vetro trattenne, avido."
La bambina ascoltava con gli occhi spalancati, grandi e neri. La vecchia la guardò con nostalgia e restò per qualche attimo in silenzio. La bambina tirò ancora il vestito della vecchia, gli occhi chiedevano di svelare la fine di quella storia, le labbra socchiuse trattenevano il respiro.
La vecchia prese fiato e pronunciò sottovoce le parole che l'ombra aveva disegnato "Vuoi sposarmi?".
La bambina schiuse le labbra, sorrise, poi a voce bassa chiese…"e Giulia?"
La vecchia tacque, prese la mano della bambina, dischiuse con le dita ruvide e tremanti il palmo della sua mano e descrisse dapprima un serpente e poi…una piccola breve linea dritta. "Sì" era la risposta di Giulia…
La bambina sorrise ancora e poi sottovoce ripeté, raccontami una storia e la vecchia ricominciò.]]>
Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=933
<![CDATA[Verso sentieri di marmo]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=930 Questi i sussurri che ho da fare, ascolta tutto, ascolta tutti.
In questo luogo poggiano il piede scalzo solo creature pure.
Nessun grano di polvere, nessun respiro sporco.
I tuoi abiti non hanno importanza alcuna, a nessun cuore con troppi battiti è permesso far eco tra queste mura.

Fregiato quel portone da foglie verdi – lo vedi? – nate da rami di faggio sui quali alcuna faggina diventa matura per poi ricadere. La sagoma del corvo tienila a mente, affinché il suo gracchiare sia per te musica.

Qui l'eterno è immutabile.
Il vento scorre col torrente in un circolo perfetto.

Non sporcare, non cantare, solo ai guardiani è permesso godere tra questi marmi.

Lasciando tutto uguale a se stesso, le tue cosce il tuo petto e le tue labbra non scalfiranno l'immobilità di questi luoghi.
Ma una rosa con un'unica spina: solo lei temono i guardiani, solo lei fa tremare la stanza dei marmi eterni.

Ed è così che appare ciò che vive all'esterno: un cuore trasformato, un muscolo meccanico di ingranaggi metallici di cui il clangore di ogni battito risuona come campane a morto, su di una città sovraffollata.
Non si sente il silenzio, non si ascolta il trambusto. Sgorga una soluzione salina, scorre nella gola arrugginendo ogni bullone, un ragno tesse tele di amianto: veleno e immobilità.

Come ci si arrivi quaggiù non lo si sa.
Nulla resta di ciò che era.

Alla deriva su di un tronco marcio soffocato da piume di gabbiano affamato, stormi di uccelli a banchettare su stormi di immondizia: anche i pettirossi hanno smesso di cantare bellezze antiche, dal loro petto sgorga costante un rivolo di speranza tinta di rosso là dove sangue sacro era zampillato in tempi lontani. Ammassati nella polvere, ricoperti da sacchi di iuta con un lume acceso c'è chi cerca riparo.
Ma anche lì vige la solitudine dell'uomo che troppo ha letto ma nulla ha capito.

Che cosa importa avanzare?

Mentre il padrone è lontano sopraffatto dalla sbornia, che importanza ha trovare la chiave? Pensando alla chiave ognuno conferma la propria prigione. L'immobilità è la prima culla con la sua nenia infinita, è il suo perpetuo dondolare il primo male, quello più intimo. Tutto è immobile e tutto è fisso in se stesso: non vale la pena cercare riparo dal sole alto e vestito da boia.
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=930
<![CDATA[Nota stonata]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=929 Non che mi importi più di tanto di armonizzarmi coi suoni esterni, non che desideri fondermi, omologarmi o scomparire.
Solo mi piacerebbe, una volta, emettere un suono dolce, vibrante, melodico, non questo agghiacciante stridìo di freni.

Il giardino è lussureggiante, pieno di rose multicolor di varie dimensioni. Al centro, un gazebo ricoperto di rampicanti.

Le famigliole chiocciano contente e i bambini scorrazzano senza controllo.
Il sole splende.
Solo io resto in disparte, nascosta dietro un libro, osservatrice esterna e testimone di tanta insana e fittizia soddisfazione.

Gli uomini, birra alla mano, si apprestano a organizzare l’accensione del barbecue, esattamente come nel week end di un provinciale statunitense, in un film per la tv.

Le donne prendono il sole, progettando gli armamentari da portare dietro in vacanza (Il Bimby?! Ma voi non eravate i camperisti selvaggi?), tutto per la sana cura e l’alimentazione dei bambini, privi di attenzione ma mai di legumi.
Perchéènecessarioassolutamentecheimparinosubitoadessereautonomi.

Sì, fondamentale per la materna tintarella.

Cazzo, sono come mia madre. Cazzo, cazzo, cazzo.
Presente e soffocante come lei.

Solo, non so imporre le gustose verdurine, e mi fa pena quella bimba under one abbandonata sul passeggino tutto il giorno, senza che nessuno le faccia un sorriso o si preoccupi di darle da bere.
Mio figlio a quell’età era un koala. Perché io, non sapendo imporre neanche il passeggino, lo portavo in giro alloggiato sul mio fianco sinistro.
Naturalmente questo mi ha attirato sguardi di disapprovazione feroci da queste sane e spartane educatrici, che lesinano contatti fisici e cibo spazzatura, ma non giocattoli e televisione. Chissà perché.

Meus Deus, quanto moralismo dietro quelle risatine.

E hai visto che Tizia si è rifatta le tette? Ma no che non se le è rifatte per il marito! C’avrà un interesse, qualcuno per le mani…

Io vorrei alzarmi in piedi dritta sul bel tavolo di marmo intarsiato e lanciare un lungo, disarmonico, stridente ululato.
Perché mi sento come Tizia, belli miei. Anche se ho le tette cadenti e la pancia tonda. E non ho mai avuto una colf né una tata, né nessuno che mi stirasse gli abiti. E non posseggo il Bimby, e se non ho voglia di cucinare compro i disgustosi quattrosaltinpadella.

Mio marito mi tradisce da anni, anni, anni con chiunque gli capiti a tiro e adesso moraleggia in mezzo a voi .

Niente lenticchie grazie, a me piace godere. Prenderò un bigné alla crema e ne darò uno anche a mio figlio.
Che impari sin da adesso che esiste, e va difeso strenuamente, un diritto alla felicità.

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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=929
<![CDATA[Da giorni in te cammina]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=927

Dormono i cieli, le vette e le voragini,
dormono le campagne e le città;
le inviolate stelle e l’abisso nel silenzio riposano.
Da giorni in te cammina il mortale,
nel senza strada.
Si consegna nelle tue mani impalpabili e insidiose
per potersi addormentare nei sonni senza sogni.

Silenzio: cammina i suoi giorni il mortale,
lascia che tu lo avvolga con oscure braccia,
desidera inoltrarsi nel senza-direzione
e ti chiama: mia solitudine.

Silenzio: non ho le tue chiavi,
non porto superbie di sapienza
ma solo nulla da dire –
parole della sabbia,
scorrere di grani di silenzio.

Mare privilegiato, maggiore d’ogni
mareggiante oceano,
cielo oltre il cielo, spazioso più dello spazio.
Non silenzio di alcuno, ma tu, il silenzio stesso,
non deserto d’alcuno, ma lo stesso deserto,
origine-madre,
fermento di voce e di parola.

Assenza pura, seme delle presenze.
Regione di niente, pietra e sterpi dello spirito,
addiaccio e fuoco d’accampamento.
Nelle tue mani dorme e veglia il mortale,
nel seno tuo si rifugia,
perché voce e parola possano sorgere,
e scrittura di silenzio,
e sapienza in assenza di sapienza.

Nel seno tuo fertile d’ogni opera,
labirinto di labirinti,
s’addormenta il mortale, per potersi risvegliare.
Solitudine ultima: ti guarda il mortale
come orizzonte.

Dormono i cieli e le viscere della terra.
I mari dormono.
Predatori e mansueti, perfetti e demoni.
Bambini e uccelli dormono.
Il fiume che serpeggia nella pianura.
La vicissitudine stessa dorme.
I cieli abbracciano mari e montagne,
e tutto è abisso.
Ma silenzio abbraccia abisso.

Giugno 2011
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=927
<![CDATA[Cosa cambia in due anni?]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=926 si mostra nell’altra metà del giorno
L’astro, in un sentiero blu notte,
raggiunge le montagne

Un altro anno sarà passato
dalla mia preghiera di smetterla
col gioco che fa piangere.

Non trovi che sia crudele che io non possa mettere neanche una parola remota
tra di noi?

La pioggia ci aveva rincorso in una stagione sbagliata
Com’erano le parole tra noi?
Chissà se per te erano dei boa
e se tu attendevi paziente il loro passaggio
per attraversare la strada.
Per me erano bolle di sapone:
tu ci soffiavi sopra e loro scorrevano via veloci.

Ora quelle bolle sono scoppiate tutte
e ciò che ne è fuoriuscito
è solo un fumo velenoso.

Chiedimi perdono per avermi costretta a guardare
quel po’ di passato insieme
con occhi di malizia

Perché è così:
tu persisti
e io non ho altra difesa
del guardarti col mento in alto
e gli occhi socchiusi.
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=926
<![CDATA[Freddo]]> http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=925 la sola
cosa
a cui
si aspira
è
l’immobilità
più assoluta.

La
dilatazione
della propria
gabbia toracica
diventa penosa,

e persino lasciare
gli occhi
socchiusi
diventa
un
tormento;

senza parlare
della violenza
e del dolore
che
si provoca
alla volontà
nel tenere
la penna in mano
e scrivere.

Mani gelate, piedi gelati, piccoli brividi alla schiena
e l’intollerabile luce del lampadario.
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Fri, 17 Dec 2010 22:20:00 GMT http://www.orientexpress.na.it/archivio/?c=925