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di Roberto Caterina | Pubblicato in: Poesie | mercoledì 27 giugno 2012 |
Non ti accetto
In effetti
ti trovo spregevole
come me..
Hai la strana leggerezza
di una danza
fatta al rombo
di una moto
una crudeltà da assaporare
insieme
in uno stesso sguardo intenso e
verde..
Sei povera
potresti essere bella
ma non lo sei
Per questo ti amo
e tu non ami me.
Il resto è un cappello di velluto
ben saldo sulla testa
in riva ad una scogliera.
I fischi del vento
danno rabbia
alla nostra melanconia..
C’è chi si annoia
Noi no..
di Valerio Bruner | Pubblicato in: Squarci | mercoledì 27 giugno 2012 |
In salute e in malattia, finché morte non vi separi
“Ho appena ritirato le analisi Fred. Non vanno per niente bene.”
Non aveva nemmeno varcato la soglia di casa e già rompeva le palle. Si tolse il cappotto da trecento bigliettoni che le avevo regalato per Natale – l’unica volta dopo tanti anni in cui si era limitata a sorridere e tenere la bocca chiusa – lo ripose delicatamente sulla poltrona e venne a sedersi accanto a me con i risultati delle analisi in mano.
“Cos’è che non va stavolta?” le chiesi con il tono di chi conosceva già la risposta. Erano anni ormai che mettevamo in scena quella commedia.
“Come cosa non va? Tutto non va! Hai i trigliceridi e il colesterolo alle stelle! Ha detto il Dottor Burns che se non la smetti di ingozzarti come un maiale non vivrai ancora per molto!” mi urlò in faccia Rosie, la mia dolce mogliettina, con quella voce che mi dava gli incubi da un po’ di tempo a quella parte.
“Dai tesoro lo sai che i dottori esagerano sempre. Secondo il Dottor Burns sarei già dovuto essere morto da un pezzo e invece sono ancora qua vivo e vegeto” le dissi con il sorriso più falso che si potesse mostrare alla propria metà. Non la sopportavo più, la sua sola presenza mi metteva angoscia.
“Sì certo come no. E sì tanto lo sappiamo che sei un dottore! E io che mi preoccupo anche per te! Ma sì, mangia, ingozzati fino a scoppiare brutto porco egoista che non sei altro! E quando scoppierai a me chi ci pensa?” e scoppiò in lacrime coprendosi la faccia con le mani. Lo sapevo benissimo perché piangeva e non era mica per la mia salute. Si stava di sicuro chiedendo come avrebbe fatto a rinnovare il suo guardaroba una volta che il vecchio Fred Bauer avesse tirato le cuoia.
“Sai che ti dico Fred? Stasera non ho voglia di cucinare per te. Arrangiati da solo, io me ne vado da Morag a dormire!” sbraitò mentre riprendeva il giaccone e sbatteva la porta di casa uscendo.
Ah pace finalmente, serenità! Spensi la televisione - tanto grazie a Rosie e alle sue lamentele il film era bello che finito - mi alzai dal divano e andai a vedere cosa ci fosse in cucina da poter mettere sotto i denti. Cucinare per me, puah! Il frigorifero di casa mia era il regno del cibo “apri e mangia” che mia moglie, la grande cuoca, comprava ogni settimana al discount. Era passata una vita dall’ultima volta che avevo mangiato una vera bistecca. A stento ne ricordavo il sapore. Rosie e le sue fissazioni sul mangiar sano e poco. La odiavo.
Ma non era sempre stato così, una volta posso azzardarmi a dire che l’amavo… beh magari non proprio, ma di certo le volevo bene. Ci eravamo sposati nel 1962 dopo ben dieci anni di fidanzamento – la sua era una famiglia all’antica che credeva nelle leggi del matrimonio. Per fortuna i suoi genitori avevano avuto il buon senso di crepare poco dopo che io e la loro amata Rosalie eravamo convolati a nozze. In principio era stato tutto perfetto: avevamo scelto casa insieme a pochi minuti da Manhattan, andavamo a fare la spesa tutti i sabato mattina e la domenica organizzavamo i barbecue ai quali partecipava tutto il vicinato. E che pranzi che mettevamo su! Io ero l’addetto alla brace mentre lei si occupava del resto. “Siamo la classica coppia felice americana” pensavo mentre bevevo una Bud ghiacciata e rigiravo quelle succulente costolette di maiale. Tutto andava a gonfie vele, anche la nostra vita sessuale, sebbene non potessimo avere figli. Forse era stato allora che qualcosa era cambiato in Rosie, trasformandola nella vecchia strega che era diventata.
Ricordo che era rientrata a casa dirompendo in un pianto isterico perché il Dottor Patterson le aveva detto che era sterile, dopo l’ennesima volta che avevamo provato ad avere un bambino. “Non preoccuparti, amore” le avevo detto abbracciandola forte “andrà tutto bene. Vivremo felici io e te. Tu avrai me e io te per sempre.” Maledetto il giorno in cui glielo dissi. Avrei dovuto scappare a gambe levate giù verso la California. Niente andò bene e sprofondammo nel baratro dove ci trovavamo adesso. Per cominciare mi aveva proibito di fumare – dapprima solo in casa, poi in qualunque luogo del creato e se mi trovava con una sigaretta in bocca volavano piatti e bicchieri – poi aveva smesso di cucinare trasformando casa nostra nel veliero di “Billy Bud – Il Pirata del Surgelato”, erano finite le nostre uscite in giro per Manhattan e cosa peggiore aveva troncato di netto la nostra vita sessuale.
“Dal momento che non possiamo avere figli è inutile provarci” aveva sentenziato una mattina mentre facevamo colazione “e poi il sesso è fatto solo per procreare, altrimenti è fornicazione.” E tanti saluti alle scopate sul divano di casa mentre Bob Dylan cantava alla radio. Quello era stato il colpo più duro.
E così avevo iniziato a mangiare, ad ingozzarmi sempre di più fino a quando non ero diventato un maiale obeso che non riusciva neanche più a fare le scale senza che gli venisse l’affanno. Ma in fondo era l’unico piacere di cui Rosie non mi aveva ancora privato e avevo intenzione di sfruttarlo il più a lungo possibile. Adoravo tutte quelle barrette al cioccolato fondente e caramello, i tortini al latte ricoperti di glassa alla fragola, le ciambelle ripiene di crema grosse quanto la testa di un uomo. E poi gli snack: patatine, pop-corn al burro, nachos e doritos piccanti accompagnati da salse e salsine varie, il tutto innaffiato da litri di Budweiser e Coca-Cola. Era un piacere quando tornavo a casa dalla banca e mi stravaccavo sul divano sorseggiando una bibita ghiacciata e mangiando cremini al pistacchio – i miei preferiti – guardando il telegiornale in attesa che Rosie tornasse da casa di Morag e mettesse qualcosa nel microonde. E ovviamente anche la cena, dal momento che la mia dolce consorte aveva appeso le pentole al chiodo, era un trionfo di cibi ipercalorici già pronti, che avevano sì il doppio delle calorie, ma erano dannatamente buoni. Ero persino diventato il migliore amico del cassiere del KFC a due isolati da casa mia. Quando mi vedeva arrivare già sapeva quello che gradivo: menu da otto pezzi di pollo con fagioli alla messicana e corn on-the-cob come contorno.
Purtroppo alla vecchia arpia non era sfuggito nulla delle mie abitudini alimentari. Mi aveva lasciato fare per un po’ a crogiolarmi tra bibite gasate e frittura, poi un bel giorno mi ero trovato il Dottor Burns che bussava alla mia porta. Con gli occhialini tondi che gli scivolavano sul naso e l’espressione di un tronfio pater familias, mi aveva obbligato a farmi le analisi del sangue per sincerarsi della mia salute. Ovviamente i valori erano emersi completamente sballati e il maledetto dottore del Bellevue Medical Center, con il sostegno incondizionato di mia moglie, aveva sentenziato che dovevo assolutamente mettermi a dieta. Dal momento che di smettere di mangiare non avevo la benché minima voglia, ci pensava Rosie a ricordarmi quanto grave fosse la mia situazione.
“Hai sentito cosa ha detto, no? Devi smetterla di rimpinzarti o morirai!” mi ripeteva ogni maledetto giorno quando mi vedeva aprire il frigo o la dispensa con la coda dell’occhio.
“E stai leggendo per la miseria! Continua a farlo e smettila di monitorare tutto quello che faccio. La vita è mia e non mi toglierai anche questo, ficcatelo bene in testa!” le urlavo mentre scartavo un croccantino al miele e cannella. Ma poi lei iniziava a piangere e a disperarsi, dicendo che mi amava e non voleva perdermi, che non ce la avrebbe fatta senza di me e così via. Allora cercavo di calmarla dimostrandomi affettuoso e comprensivo, ma solo per evitare che ricominciasse tutto daccapo. Quel teatrino era andato avanti per un anno ma lei ancora non si era rassegnata.
“Non c’è rimasto quasi niente qui dentro per la puttana!” imprecai mentre sbattevo la porta del frigo e spalancavo quella della dispensa “Nemmeno un fottuto cremino, una barretta dolce, niente!” Era chiaro che aveva deciso di farmi morire di fame. Disperato mi guardai intorno alla ricerca di qualcosa di commestibile che non fossero quelle schifose verdure che mia moglie ogni sera cuoceva a vapore. Lei e tutte quelle dannate idiozie sul cibo dietetico e salutare. Puah! Che avrei dato per una succulenta bistecca alla brace, il sugo caldo che mi sarebbe colato dalle labbra mentre ne addentavo un pezzo…..
Era passata più di un’ora da quando se ne era andata sbattendo la porta, ma ero più che certo che stesse per rincasare. Sperai almeno che mi avesse lasciato in pace perché ero nervoso come una bestia affamata e non ero in vena di prediche, tantomeno le sue. Tornai sconfortato nel salotto e mi stesi sul divano cercando di non ascoltare lo stomaco che brontolava per i crampi della fame. “Eccola che torna” sentii i passi che scricchiolavano sulla veranda e la chiave che girava nella serratura. La strega di Salem era tornata.
“Ho parlato con Morag e anche lei è d’accordo con me. Ha detto che se non la smetti di mangiare a sbafo, tra un po’ non potrai più nemmeno alzarti per andare al bagno! Sai che spettacolo penoso saresti con un catetere appeso all’uccello per non farti bagnare le brache! E sai che puzza! Basta domani chiamerò di nuovo il Dottor Burns e lui ti obbligherà a metterti a dieta!” Cristo non aveva nemmeno messo piede in casa.
“Ormai sono stanca Fred, non ce la faccio più a ripetermi” disse mentre andava in cucina “ma il Signore ha detto di essere altruisti e pensare al prossimo. Lì sull’altare giurai di prendermi cura di te in salute e in malattia e io…..ma che cosa stai facendo Fred?! A-a-a-Aiuto!”
Fu una sensazione talmente liberatoria serrarle le mani attorno a quel collo esile e rinsecchito e stringere, stringere sempre di più fino a quando gli occhi le schizzarono fuori dalle orbite e smise di dimenarsi.
Dopo tanti anni quella sera assaporai di nuovo il dolce sapore della carne, fresca e succosa, anche se un po’ dura da masticare. “Ti amo mia dolce Rosie” dissi osservando una costoletta e portandomela alla bocca. Che sapore delicato aveva.
di Vincenzo Cioffi | Pubblicato in: Squarci | mercoledì 27 giugno 2012 |
Ieri sera c’è stato l'addio al celibato di Giovanni, e Vincenzo si era occupato di tutto. L'intera festa era avvolta nel mistero. Ci eravamo dati appuntamento nella piazza di una paese vicino, poi un'auto ci aveva scortato fino ai cancelli di una grande villa arroccata sulla scogliera.
Il salone barocco era ornato con drappi rossi e divani in stile ottocentesco con legno laccato nero e grandi cuscini di damasco. Su tutte le pareti erano appesi degli specchi, tranne su quella di fronte alla porta d'ingresso: lì una grandissima vetrata offriva la visuale del mare sottostante che, con onde fragorose, si schiantava sugli scogli sollevando grandi spruzzi di schiuma. Davanti ai finestroni una tavola era stata imbandita con ogni ben di dio: ceste con frutta esotica, vassoi di carne, pesce e altro che a stento si riconosceva come cibo. Ai lati del tavolo, inclinate verso il centro della sala, c'erano due altalene. Le catene adornate con nastri rossi pendevano da grandi passanti nel soffitto e, a una quarantina di centimetri dal legno, la catena si divideva e formava un triangolo con la base orizzontale. Negli angoli adiacenti all'ingresso principale c'erano due grandi gabbie, cupe. Sparsi nella stanza vari forzieri di legno massello fungevano da tavolini. Un'atmosfera da altri tempi. Tutti ci eravamo aspettati un pub, qualche spogliarellista e un sacco di drink, ma questo sfiorava il surreale, sembrava quasi inquietante.
Quando l'ultimo di noi fu entrato tutte le luci si spensero e la stanza restò illuminata solamente dalle candele sui vecchi candelabri sparsi per la sala. Vincenzo dava le spalle all'ingresso, guardava le acque e l'orizzonte. Batté le mani e d’ improvviso una porta laterale si spalancò lasciando entrare un imponente trono portato a spalla da quattro donne completamente nude e incatenate per il collo alla pesante sedia, con le caviglie ammanettate. Queste si posizionarono davanti all'organizzatore, nascondendolo con lo schienale e una volta deposto il loro carico, si accucciarono a terra carponi, come cani.
“Prego Gianni. Questo è il tuo posto.” Disse il padrone di casa avvicinandosi al festeggiato. Le sue mani batterono di nuovo e i forzieri si aprirono. Donne sinuose come cobra uscirono ondeggiando da quelle bare per vivi. Incantevoli fanciulle arabe, dalla carnagione olivastra e i capelli ramati, strisciavano sul pavimento come rettili, sfiorandoci le scarpe e slegandone i lacci. Ci lasciarono scalzi e, tenendoci per mano, ci portarono su divani e sedie. Per ognuno di noi c’erano una o due donne che accarezzavano languidamente i nostri corpi. La mia era vestita con un una gonna di chiffon ocra e aveva il seno nudo. Mi spinse su di una poltroncina e si sedette a cavalcioni sulle mie gambe premendomi il petto nudo sul viso. Inarcando piano la schiena si lasciò cadere a terra usando le mie gambe come scivolo e con i piedi nudi iniziò a massaggiarmi le gambe strofinando con la pianta sul pantalone, fino a sfiorare l'inguine con la punta delle dita. Poi si ritrasse cominciando daccapo il suo corteggiamento. Abbandonato con la testa sullo schienale guardai la sorte toccata agli altri invitati: quelli vicino a me avevano due ragazze addosso le quali avevano aperto le gambe in faccia e contemporaneamente, con la schiena inarcata poggiavano la testa fra le gambe dei due, coi i capelli che vi si strofinavano sopra. Le contorsioniste dilettavano così ogni presente, in modi diversi e fantasiosi. Giovanni era avvolto da almeno tre donne e in più le mani delle sue portantine sembravano allungarsi verso di lui, il suo posto era un groviglio di carni sensuali e suadenti. Poi si udì distintamente il possente battere di mani. Obbedienti al comando del loro signore, le donne ruppero le loro esotiche esibizioni e lente strisciarono di nuovo nei bauli dai quali erano uscite.
“Si apra il buffet.” Tuonò il vocione di Vincenzo da qualche punto della sala. Immediato il rumore delle porte che si aprirono al seguito di quelle parole. Una ventina di donne asiatiche in abiti tradizionali entrarono nella stanza. Si portarono verso il tavolo, dopodiché raccolsero il cibo in piccoli contenitori e si avvicinarono a coppie verso di noi. Appena raggiunsero gli ospiti una delle due, sciogliendo con esperienza il nodo della cintura, si denudò e si distese sulle gambe dell'uomo a lei destinato, mentre l'altra, afferrando il cibo con le bacchette, lo disponeva con raffinata maestria sul corpo della compagna. Un vasto repertorio di salse riempiva gli incavi di quei piatti viventi. La donne che avevano disposto le pietanze si lasciavano ora scivolare i variopinti kimono sulle spalle, mostrando così collo, spalle e seno. Con tono suadente e in un perfetto accento ci chiesero se gradivamo da bere. Se la risposta era affermativa, lasciavano scorrere da piccole ampolle un forte liquore di riso lungo la propria pelle, tirando poi a sé la testa del convitato per fargli suggere il dolce nettare dai loro capezzoli turgidi o lasciandolo scorrere nelle bocche attraverso le dita affusolate. Il cibo intriso di umori inebrianti e annaffiato con la forte bevanda, riempiva lo stomaco e ci svuotava la teste, già tiravamo ad indovinare quale sarebbe stato il passatempo successivo. Il pasto si era protratto in tal modo per diverso tempo quando un altro battito di mani ne segnalò la fine.
“Dopo questo lauto pasto vorrei allietare i miei ospiti con uno spettacolo.” La voce del nostro istrione in quel girone di lussuria ci giunse da qualche punto nel buio. Dalle porte si intravidero le figure di quattro uomini muscolosi. Reggevano diversi guinzagli a cui erano legate altre donne, stavolta vestite solo di guanti e stivali in pelle lucida, che procedevano a carponi sul pavimento. Ogni uomo presente in sala ricevette il suo cucciolo. Le grosse gabbie ai lati della porta d’ingresso furono aperte ed al loro interno, legate a grosse sbarre, furono imprigionate due donne di colore, pelle color dell'ebano e selvaggi capelli dai lunghi riccioli stretti. I loro corpi tonici e nudi si aggrovigliavano allo scheletro delle prigioni, mostrando seni enormi e sessi pelosi. Uno dei domatori rimase al centro della sala ed estrasse una grossa pergamena dalla giacca di un bianco immacolato. Ad alta voce lesse:
“Pantera e grifone!”
Subitanee due donne tesarono il proprio collare tendendosi verso il domatore. I padroni, intuendo il gioco, lasciarono il guinzaglio cosicché la lotta ebbe inizio. La pelle delle due contendenti si arrossò dopo morsi e finte artigliate, gli schiaffi producevano un rumore così sensuale ed eccitante, almeno quanto il tremolio delle carni di quei glutei sodi e di quelle gambe tornite. Nell'arena improvvisata si susseguirono diverse donne-bestie e ad ogni scontro noi astanti eravamo sempre più rapiti dalla bestialità felina delle loro forme.
“Le amazzoni!” A quelle parole due uomini rientrarono nella sala e prelevarono con dei grossi lacci le pantere africane dalle gabbie in cui erano rinchiuse. Portate al centro le furono dati dei grandi bastoni e quelle diedero inizio alla loro danza-lotta, le cui stoccate facevano trattenere il fiato e gli affondi sbalordivano per la loro rapidità. Il solito battito di mani pose fine allo spettacolo. Bestie e domatori si avviarono verso le uscite, mentre i nostri occhi li seguivano incantati.
“Dopo lo spettacolo arriva l'ora dei giochi.” La voce era quasi incorporea, come se fosse staccata dal mondo. Questa volta a riversarsi nella stanza furono ragazze vestite da scolarette: minigonne a sbalzo con motivi scozzesi e camicette di seta lasciate volutamente aperte sulle scollature prominenti. Si gettarono su di noi come piccole furie. Sedendosi sulle nostre ginocchia come innocenti bambine, si lasciavano cadere a peso morto su divani e poltrone, senza badare ad accavallare le gambe o a nascondere l'intimo puerile che nascondeva le loro forme mature. Alcune scartavano lecca-lecca, altre abbracciavano bambole di pezza. Sedute vicino a noi guidavano le nostre mani sulle loro cosce fino a farsi sfiorare i sessi profumati, per poi allontanarle con espressioni esageratamente stupite. Sulle altalene si erano posizionate due ragazze che, passando i piedi nei triangoli formati dalle catene, mostravano l'inguine rosa perfettamente depilato, mentre si spingevano avanti e indietro con sensuali colpi di bacino.
In una folata di vento tutte le candele si spensero. Per un frangente il silenzio fu totale, interrotto solo dal risciacquare delle onde che proseguiva ritmico. La luce del faro illuminò per un attimo la sala, il flash istantaneo fu come il quadro di un antico baccanale dove il dio presiedeva alle orge, e fu in quell'istante che ci accorgemmo che nessuna delle donne era più nella stanza con noi. Quando la luce elettrica fu riaccesa, Vincenzo era di nuovo in piedi a fissare il mare.
“Spero che la festa sia stata di vostro gradimento. Ora il tempo è giunto per tornare alle nostre case e per dare il tempo a Giovanni di pentirsi di quello che sta per fare.” E scoppiò in una fragorosa risata. Riluttanti riprendemmo le vie di casa. L'organizzatore ci attendeva davanti alla porta principale e salutava con calore ogni ospite che usciva, accogliendo con un sorriso forzato gli innumerevoli complimenti sulla riuscita della serata. Al mio turno non fui da meno nel rendergli grazie.
In fondo, grazie a quello splendido show, mi aveva fatto dimenticare che il mio amante domani si sarebbe sposato.
di Vincenzo Cioffi | Pubblicato in: Squarci | domenica 24 giugno 2012 |
Aaron sedeva su uno scomodo sgabello da bar. Davanti a lui, sul legno macchiato da liquore e vomito, un bicchiere old time pieno di bourbon. Nel liquido marroncino l'ultimo cubetto di ghiaccio andava lentamente a fondo, come la sua vita; ma con meno danni. Indossava i suoi classici jeans stinti e una camicia a grossi quadri, bianchi e verdi, leggermente sgualcita, infilata nei pantaloni tenuti fermi da una cintura di pelle nera con un fibbia argentata rettangolare, decorata con incisioni in rilievo di uno scorpione e una bottiglia di tequila.
La barista gli rivolse uno sguardo ammiccante, in un'altra vita avrebbe impiegato non più di dieci minuti per convincerla a farsi una sveltina nel vicolo dietro al bar. Ma non quella sera. Se si guardava alle spalle non vedeva altro che stronzate del genere, fatte in posti simili e con compagnie diverse. Sempre i peggiori degli ambienti in cui si trovava: per natura non riusciva a stringere rapporti con persone che non avessero un passato burrascoso, una collezione di scheletri nell'armadio e un paio di squilibri mentali. Quella vita volgeva al termine, lenta e inesorabile.
Al bancone c'erano solo due astanti, lui escluso. Un energumeno, panciuto e nerboruto, con un vistoso tatuaggio sul bicipite: una pin-up seduta sopra un teschio; dall'altro lato, una ragazza riccia beveva una birra direttamente dalla bottiglia, lanciando di tanto in tanto occhiate annoiate all'orologio e alla porta. Aspettava qualcuno. Un altro sbandato che evidentemente aveva deciso di darle buca, e per lei sarebbe stato meglio così, dato il genere di persone che si incontra in bar come quello. Meglio perderli che trovarli, tipi così.
La barista lo fissò di nuovo, accennando un sorriso malizioso. Labbra coperte da un sostanzioso strato di rossetto troppo sgargiante, come quelle, spinsero Aaron ad abbassare di molto il tempo stimato per potarsela a letto.
«Ti posso aiutare in qualche modo, gioia?» gli disse, avvicinandosi.
Lui per tutta risposta si alzò e si diresse a passo lento verso la toilette. Non aveva bevuto abbastanza e sapeva che trovarsi faccia a faccia con uno specchio sarebbe stato un brutto momento di autocoscienza, ma poiché dover spiegare alla ragazza troppe cose su di lui sarebbe stato altrettanto difficoltoso e autobiografico decise di limitare al minimo i contatti umani Si fermò davanti allo specchio ed esaminò il riflesso: capelli corti, scompigliati e barba di un giorno gli davano un'aria da duro. Le occhiaie profonde, tipiche di chi ha bevuto troppo e dormito troppo poco, lo rendevano il cliente perfetto per quel tipo di bettola.
Si spruzzò dell'acqua in faccia e guardandosi ancora disse: “Sorridi, uomo finito, il peggio è la morte!”.
Tornò sui suoi passi, ma all'uscita dalla porta la situazione era cambiata: il grosso tizio si era avvicinato alla ragazza e le aveva cinto le spalle con il braccio tatuato. Le sue intenzioni erano chiare e lei non sembrava voler cedere alle sue avances. La mente di Aaron iniziò una veloce stima della situazione... Il tipo era almeno due volte più robusto nonché più alto di lui, e l'aria di chi è avvezzo alla rissa da bar: uno che non ti stupirebbe se tirasse fuori dai suoi pantalacci lerci un coltello a scatto o un butterfly, o peggio una pistola. Ma Aaron aveva tirato di boxe e anche con un certo successo; data la visibile ebbrezza del suo avversario, forse anche un po' grazie al bourbon che lui stesso aveva mandato giù, giudicò possibile una vittoria.
Nel momento in cui la mano del molestatore si posò sulla coscia della ragazza e ne iniziò la risalita, capì che il momento di agire. La sua reazione fu subitanea, tutto il suo corpo era proteso in avanti pronto a uno scatto che sarebbe culminato in un diretto al volto dell'uomo con tutta la forza e la spinta che poteva ottenere. Ma prima di lui agì la ragazza. Sfilandosi agilmente dalla presa alle spalle assestò un calcio piazzato dietro al ginocchio dell'assalitore. E quando questi fu genuflesso, tenendogli le mani dietro la testa, gli sferrò una ginocchiata in pieno volto, rompendogli il naso. L'uomo si alzò e barcollò verso l'uscita con la vista annebbiata dall'alcool e dal sangue, le mani a coppa sul volto e coperto di vergogna.
Aaron esclamò: «Grande il tuo karate!».
«È krav maga» gli sorrise la ragazza. Poi gli fece cenno di sedersi affianco. Lui accetto l'invito e chiese a gesti alla sbigottita barista un altro giro di drink.
Lou e Mary stavano assieme da un anno. Quella sera era la loro sera. Lou era venuto a prenderla con il suo furgone. Lei si stava ancora preparando, per farsi attendere e desiderare. Si era sistemata i capelli neri in due codini ai lati della testa, infilato una mini di jeans con l'orlo sfilacciato e una T-shirt con un motivo psichedelico. Una perfetta figlia dei fiori, proprio come piaceva a Lou, anche se lei si era stancata sia di quella vita da hippy sia di lui, più che mai intenzionata a lasciare entrambi (solo non vedeva il motivo di farlo subito, perdendosi la sorpresa che lui aveva detto di averle preparato).
Alla fine stabilì di esser pronta e uscì. Appena si fu seduta, lui mise in moto il Volkswagen e imboccò la strada per il parco. Giunti a destinazione, Lou parcheggiò sul promontorio che affacciava su tutta la città, ma ignorò il panorama davvero mozzafiato. Passarono sul retro del furgone. Lui prese da una ghiacciaia un pacco da sei birre, ne staccò prima una per lei, poi ne tenne una per sé. Rimise in fresco le altre. La guardò. Seduti così, a gambe incrociate, Mary iniziò a chiedersi per quale dannato motivo si fosse messa con quello lì. Non era certo bello, con i capelli lunghi da rasta e la faccia di eterno bambino. Un tipo, di sicuro, ma bello no.
Tutta quella menata della vita anni Settanta, poi, era davvero ridicola. Dietro la movimentazione e la guerra sociale c'era la carta di credito dei suoi: la madre primario di un clinica privata, il padre talentuoso avvocato difensore di criminali e taglia-gole. Sicuramente non il migliore esempio di proletariato. Tra gli altri difetti, Lou aveva pure un'ossessione morbosa per il sesso, la quale – fosse stata aiutata almeno da una dose di abilità – non sarebbe stata nemmeno tanto male; tuttavia a letto lui era una frana e, anche se dotato, era comunque un imbranato.
Un paio di volte, da quando stavano lì seduti, l'aveva visto fissarle gli slip. Intuiva che prima di consegnarle il suo regalo, qualunque cosa fosse, lei avrebbe dovuto accontentarlo. Decise di essere arrendevole. Non aspettò oltre e aprì le gambe di fronte a lui. Piantò i talloni a terra e flesse le ginocchia in modo da far prendere alle mutandine quella piega sexy che mostra lembi di pelle poco accessibili, di solito, alla vista. Lou armeggiò con la patta e appena fu libero dai vestiti si spinse su di lei. Scostandole appena i vestiti la penetrò spingendo con tutta la forza delle sue anche. A ogni assalto il respiro di lui diventava più forte; lei decise di estraniarsi concentrandosi solo sui brividi di piacere che le arrivavano alla mente, finché non fu annebbiata dall'estasi.
Margaret sedeva su di uno scomodo sgabello da bar. Davanti a lei, sul legno macchiato da liquore e vomito, una bottiglia di birra. Da quando la barista l'aveva stappata non aveva bevuto nemmeno un sorso, ma solo finto di farlo. Da quando era entrata in polizia aveva imparato diverse cose.
Regola numero uno: stare in un bar senza bere o con un bel bicchiere d'acqua davanti era come entrare a sirene accese e pistola spianata. Quindi fingere era molto più appropriato, dietro una bottiglia scura in modo che nessuno potesse accorgersi del trucco. Lasciava che il liquido bagnasse le labbra, poi posava la bottiglia e deglutiva. Semplice, efficace e anonimo, esattamente ciò che le serviva. Regola numero due: il tuo abbigliamento dice chi sei. Comodo jeans nero, top abbinato, giacca di pelle abbottonata all'ultima asola in modo da nascondere la fondina laterale con la pistola. Vestiti adatti per una ragazza che ha accalappiato un uomo che frequenta quei bar. \\\\\\\\\\\\\\\
Al bancone con lei altre due persone. Le analizzò per vedere se costituivano una minaccia, un impiccio o si trattava di semplici clienti. Nel posto più lontano da lei sedeva uno, al novanta per cento camionista o biker. L'uomo sfoggiava un vistoso tatuaggio sul braccio, un donna seduta sul teschio, un ottimo disegno fatto di sicuro da un professionista e un altro più piccolo e quasi sbiadito dietro l'orecchio: un asso di picche... di certo un tatuaggio da carcere, a significare che al gabbio si era fatto riconoscere come uno forte, da portargli rispetto. Il tizio poteva costituire una minaccia, ma era al quinto o sesto bicchiere e non avrebbe avuto comunque la lucidità e la destrezza di sopraffarla.
Nel posto più vicino a lei c'era invece un ragazzo, aria da duro, abiti casual ma di buona marca. Di solito ceffi così che frequentavano quei bar erano di due tipi: uomini legati in qualche modo al crimine, magari agenti esterni o consulenti, oppure falliti cronici. C'era anche la possibilità che fosse un collega, venuto con la stessa sua idea. Decise di tenere d'occhio il tipo e cercare di inquadrarne meglio la posizione.
Ripassò a mente il fascicolo dell'uomo che aspettava: Ramon Suarez, origine sudamericana, incriminato per spaccio internazionale di droga, omicidio premeditato, concorso in attività terroristiche, traffico internazionale di armi, uomo dei cartelli colombiani con contatti con la famiglia Reinosa. Quella sera Margaret era là per sperare di incontrarlo, quel bar era di proprietà di Suarez e ovviamente rappresentava una facciata per affari molto più loschi. Una soffiata del loro uomo all'interno gli aveva rivelato che era in arrivo un grosso carico di armi ed esplosivi: il suo obbiettivo, ora, era adescare Ramon e una volta riuscita a entrare nelle sue stanze avrebbe cercato qualche informazione sul luogo e sull'orario della consegna.
A servire dietro al bancone c'era una dai capelli biondi tinti e il trucco pesante, palesemente attratta dal ragazzo seduto a poca distanza da lei. Aveva tutta l'aria di una ragazza sprovveduta, illusa dalla vita e finita a servire in quel posto per poter tirare avanti. Continuava a mangiarsi con gli occhi il nuovo arrivato. Margaret era sicura che se lui l'avesse chiesto, quella si sarebbe lasciata prendere sul bancone davanti a loro. Gli disse qualcosa, ma lui si alzò e si diresse a passi lenti verso il bagno.
Le mensole su cui erano poggiate le bottiglie erano fissate a uno specchio che in questo momento rimandava la sua immagine. Si guardò, aveva i capelli rossi mossi pettinati con la fila nel mezzo, gli occhi verdi evidenziati da un sottile strato di trucco, non sembrava affatto una piedipiatti. Ai lobi portava orecchini a filo di argento lavorato, al collo un piccolo ciondolo con uno zircone. Il suo aspetto le aveva creato dei problemi durante il primo periodo in polizia, i colleghi tendevano a non prenderla sul serio e a cercare di scoparsela. Aveva dovuto raggiungere un numero record di arresti e rompere la mascella a uno stronzo di collega che pensava di poterle toccare il seno e andarsene impunito.
Il camionista si alzò dal suo posto e iniziò a caracollare verso di lei, lo sguardo arrogante. A ogni passo sentiva più forte l'odore dei guai che si confondeva con l'afrore di lui, un misto di gin e sigari. Arrivò a cingerle le spalle e con la voce cavernosa e impastata dall'alcool le sussurrò all'orecchio: «Ti va di divertirti, piccola?».
Fece un lunga pausa per inspirare una boccata dal suo sigaro, poi riprese: «Ho una stanza nel motel qui affianco, sali che ti regalo la notte della tua vita, bambina».
Margaret non era per nulla preoccupata da quel tipo. Fin da bambina, il padre, colonnello dell'esercito, le aveva fatto prendere lezioni di krav maga, lo stile di lotta da strada a cui sono addestrati i corpi speciali dell'esercito israeliano.
«L'uomo che ti fa aspettare non ti merita, tesoro» continuò l'omone poggiandole una mano sulla coscia, per poi farla risalire lentamente. Lei partì d'istinto: si sfilò dalla presa alle spalle e assestò un calcio piazzato dietro la coscia, diretto sul nervo ischiatico, con la precisa intenzione di farlo inginocchiare. La cosa le riuscì con facilità. Poi, tenendogli ferma la testa, sferrò una violenta ginocchiata alla spina nasale fratturandogli l'osso frontale. L'uomo si alzò barcollando e si diresse verso l'ingresso, dolorante e stravolto.
«Grande il tuo karate!» le disse, guardandola con rispetto, il ragazzo di ritorno dal bagno.
La ragazza sorridendo gli rispose: «È krav maga». Poi lo invitò a sedersi, grata di poter parlare con qualcuno per ingannare l'attesa. Tuttavia si vide costretta a rifiutare l'offerta di un altro drink...
Mary e Lou erano seduti sui sedili anteriori. Lui le aveva chiesto un pompino proprio lì davanti perché, stando alle sue parole, voleva godere di lei e del panorama assieme.
Mary odiava far sesso orale con lui, che aveva la stramaledetta abitudine di tenerle una mano dietro la testa e spingerlo fino in fondo, fin quasi a soffocarla. Ma quella era la loro sera e lei voleva il suo dannato regalo.
Lou guardava le luci della città davanti a lui attraverso le palpebre semichiuse, mentre brividi di piacere gli percorrevano il ventre piatto e la spina dorsale. Adorava quando lei lo faceva e non riusciva a capire perché facesse sempre tante storie. Ma quella sera voleva il pacchetto completo e non avrebbe accettato un “no” come risposta. E poi le aveva preparato una sorpresa che l'avrebbe sballata di sicuro, quindi la sua richiesta era più che giustificata.
Mary gli sentì dire: «La tua sorpresa è laggiù amore mio» un attimo prima che il caldo fiotto amaro le arrivasse in gola costringendola a mandar giù quella roba disgustosa.
Elise era in piedi dietro al bancone del bar. Davanti a lei sul legno, macchiato di liquore e vomito, i drink di tre clienti. Lei non doveva essere al lavoro, grugnì. Quella avrebbe dovuto essere la sua serata speciale con Frank... Che cosa era accaduto?, si chiese, lottando con ricordi ostili e sanguinanti.
Tornò indietro di qualche ora e si rivide... Aveva già preparato tutto, sarebbe andata a casa sua presto, prima che lui smontasse dal cantiere, e gli avrebbe preparato il suo piatto preferito: maccheroni al formaggio cotti al forno. Poi si sarebbero stesi sul letto e dopo qualche coccola, lei avrebbe sfoggiato il suo nuovissimo babydoll. E chissà che non fosse quella l'occasione per sentirsi finalmente chiedere in moglie...
Alle undici di quella mattina aveva comprato tutto l'occorrente, presa la metro per raggiungere il suo appartamento, bussato alla signora Teresa, l'inquilina del piano di sotto che teneva le chiavi di riserva. La vecchia con il suo bel sorriso le aveva dato la chiave, poi le aveva offerto un the perdendosi nel raccontare un po' di storie dei suoi tempi.
Quando la memoria fece una pausa, riuscì a liberarsi e salì al piano di sopra. Girò la chiave nella toppa, richiuse con cura, ma sentì un rumore provenire dal salotto. L'appartamento era al buio, perché tutte le imposte erano state calate. Un altro rumore. Ebbe paura, si fece forza. Si avviò cauta verso il salotto, aprì la porta sperando non cigolasse e... si trovò di fronte la faccia di Frank con gli occhi socchiusi e grondante sudore. Stava in piedi, affannato, dietro quella troia della figlia della signora Teresa, sbattendosela di gusto.
Trattenne a stento un conato di vomito, poi il tempo parve collassare, rallentando innaturalmente. Lui la mise a fuoco e, quasi saltando, si scostò da lei, balbettando. Lei alzò la testa gridando, lui la fissò ansimando ancora. Lui tentò di avvicinarsi con l'erezione ancora evidente; lei, ruotando il busto, scagliò la busta della spesa contro la sua faccia...
Lui urlò qualcosa, lei urlò qualcos'altro. Poi andò via di corsa sbattendo la porta e scagliando a terra tutto quello che trovava sotto mano. Non voleva rivederlo mai più, quindi aveva chiesto a Susy di cambiare turno e poter lavorare quella sera. Preoccupata dalla sua voce concitata, la sua amica aveva accettato senza chiedere spiegazioni.
Elise passò per casa prendendo la strada vicino al fiume. Ferma lungo l'argine si slacciò la collanina con il pendente a forma di cuore, l'arrotolò attorno al cellulare e scagliò tutto nell'acqua. Una volta a casa, divelse letteralmente il telefono dal muro e chiuse fuori il mondo. Poi indossò la sua divisa di lavoro e raggiunse il bar con discreto anticipo e un intento: tradire quel bastardo di Frank col primo uomo passabile che fosse entrato nel locale.
Ahimè, la serata non si preannunciava però delle migliori. Il primo cliente a entrare fu un tipo grosso, probabilmente un camionista. Aveva una T-shirt nera sbiadita coperta da un gilet di jeans e un pantalaccio pieno di tasche e tasconi. Era brutto e sembrava un poco di buono, ma si sedette al bancone e ordinò una tequila. La tracannò d'un fiato, ne chiese subito un'altra. Elise era un po' spaventata da quell'uomo e non vedeva l'ora che entrasse qualcun altro lì dentro. Dopo qualche minuto la porta si aprì di nuovo e arrivò un ragazzo, massimo trentacinque anni. Bello.
Lei ammise che avrebbe volentieri portato a termine con lui la serata. Gli sorrise e prese il suo ordine. La terza cliente fu una donna molto attraente. Elise quasi immediatamente la odiò: rappresentava una minaccia ai suoi intenti e non voleva che l'unico maschio decente fosse attratto da lei. Quella però ordinò una birra e rimase sulle sue.
La barista guardava il ragazzo, concentrato sul suo bicchiere quasi come se dentro ci potesse trovare le risposte alla vita. Alla fine decise di farsi avanti. Si avvicinò a lui con il suo sorriso migliore e sporgendosi sul bancone, in modo da mostrare la sua generosa scollatura, chiese: «Ti posso aiutare in qualche modo, gioia?».
Per tutta risposta quello si alzò e con passi lenti si diresse verso il cesso, lasciandola basita. Non l'aveva degnata nemmeno di una risposta, andando via senza dir niente. Senza manco guardarla. Furibonda, pensava a un modo per fargliela pagare, quando la sua attenzione fu catturata dall'energumeno che, bofonchiando qualcosa, si era alzato dal suo posto puntando la ragazza. Elise intuiva quando una cosa stava per finire male e quella situazione ci stava andando vicino. Ramon le aveva insegnato come risolvere queste cose. Nel vano sotto la cassa sonnecchiava un revolver di grosso calibro. Al primo accenno di rissa non doveva far altro che prenderlo e puntarlo contro il pericolo, facendo scappare via tutti, ma senza fare del male a nessuno. Cercò di avvicinarsi alla pistola, ma prima che potesse prenderla vide la ragazza riuscire a stendere il tipo, volteggiando per aria con strane mosse.
Fu allora che il bel ragazzo uscì dal bagno esclamando: «Grande il karate!» o qualcosa del genere.
E fu subito dopo che la ragazza bella sorridendo gli rispose: «È krav maga» o qualcosa di simile.
Poi lo sconosciuto le fece segno di portare un altro giro di drink, ma la tipa tosta rifiutò scuotendo il capo. In quell'esatto momento Elise capì di aver perso la sua conquista.
Lou mise l'erba nel grinder a forma di palla otto nera, e iniziò lentamente a girare. Stacco un pezzo di cartone dal pacchetto di sigarette e lo arrotolò a cilindro. Prese una sigaretta e leccò lungo la striscia di chiusura. Strappò la carta e si mise il tabacco in una mano, mentre con l'altra riapriva il grinder. Fece cadere l'erba insieme al tabacco, mischiando al meglio con le dita. Estratta una cartina, sistemò il miscuglio e poi, con estrema praticità, iniziò a rullare. Quando accese lo spinello, il primo tiro gli inondò la bocca del sapore dolciastro e il fumo inondò l'abitacolo del furgone. Infilò la canna tra anulare e mignolo, chiuse la mano a pugno e poggiò l'altra intorno in modo da creare una chiusura ermetica. Accostò la bocca all'apertura formata da indice e pollice e aspirò forte: il fumo confluì nei suoi polmoni troppo velocemente e fu scosso da un colpo di tosse. Poi girò la pipa improvvisata verso Mary, che a sua volta fece un lungo tiro. Per lei quella serata stava andando troppo per le lunghe, e ora stava cercando le parole adatte per dirgli che tra loro era tutto finito. Stava quasi per mettere in mezzo il discorso quando Lou, aspirata un'ultima boccata, disse: «È ora di andare, prendiamo il tuo regalo».
Girò le chiavi, mise in moto il furgone e si diresse verso la città, che lentamente scivolava verso il sonno.
Bruce sedeva sopra uno scomodo sgabello da bar. Davanti a lui, sul legno macchiato da liquore e vomito, la bottiglia di tequila. La barista l'aveva lasciata piena, ma oramai ne rimaneva poco più di un bicchierino. Dalla notte precedente tutto nella sua vita sembrava andare a puttane. Stava sull'interstatale con l'autocisterna, grazie al nuovo lavoro del cazzo che danno agli ex galeotti, per reintegrarli nella società. Stronzate. Guidava tranquillo pensando ai fatti suoi, convinto di riuscire a ricontattare al più presto gli amici del vecchio giro per rimettersi in affari, per ritornare ad essere Spades il duro e non più Bruce il camionista. Quando abbassò lo sguardo sul quadro vide la spia del check accesa, danni a quella carriola. Sperava di non doversi fermare per quell'imprevisto e premendo l'acceleratore a tavoletta continuò per la sua strada. Poi il dannatissimo telefonino aziendale iniziò a squillare, con quell'irritante motivetto della compagnia telefonica; lasciò che andasse avanti per un po', e quando finalmente rispose dall'altro capo della linea si sentì la voce metallica di Jasmine: «Il computer di bordo ha inviato la segnalazione di guasto. Controlli il quadro e mi dica se la spia arancio con la chiave inglese è accesa».
Il sì fu laconico.
«Bene, cioè no. Le sto inviando sul navigatore l'indirizzo di un motel sovvenzionato dove potrà posteggiare la vettura e attendere domattina l'arrivo del servizio tecnico.»
Sai che palle pensò, una nottata in una stanza di merda, dodici ore di ritardo e chissà quale altra rottura di coglioni. Seguì le indicazioni fino al motel, stranamente il posto non era sull'autostrada, ma in centro città. Non sembrava affatto adeguata a poter ospitare "la sua vettura", dato che si trattava di una autocisterna di duemila litri piena di gas metano. Era ancora a cinquecento metri dall'albergo quando vide un uomo che, sbracciandosi, faceva segno di seguirlo. Inforcò la strada che gli indicava e poi il viale privato; e scoprì che alle spalle della strada c'era un larghissimo spazio tra un bar e il motel adibito a parcheggio. Guardandosi intorno non vide altre macchine. Posteggiò nei paraggi del bar, scese a sistemare le formalità con il ragazzo che gli aveva indicato la strada, che era anche il portiere. Chiese la sveglia per il mattino seguente, salì a vedere la stanza, quindi decise che un drink lo avrebbe rilassato, e si avviò al bar.
A quel bancone c'erano altri due clienti, barista a parte. Aveva voglia di scopare e la tipa in jeans non sembrava affatto male. Anche la barista aveva qualche numero, ma gli ricordava quella troia di Amber e non voleva finire di nuovo dentro per una donna. L'altro tipo era uno stronzetto di città, uno di quei cazzoni che pensano di essere cazzuti perché sanno dare qualche pugno o si sono sballati uno o due volte. Voleva vedere se si tirava la tipa su in camera, una donna del genere per stare in un posto come quello o era una facile o una mignotta. In ogni caso non doveva essere difficile. Si versò l'ultimo goccio di tequila e accese il sigaro, guardò di nuovo la sua preda, si preparò ad andare dalla ragazza. Proprio in quel momento anche il ragazzo si alzò per andare al cesso.
Bruce le cinse le spalle e le sussurrò all'orecchio: «Ti va di divertirti, piccola?».
Attese che lei gli rispondesse o che almeno di voltasse a guardalo, ma sembrava che facesse la preziosa. Tirò una boccata dal sigaro e aggiunse: «Ho una stanza nel motel qui affianco, sali che ti regalo la notte della tua vita, bambina».
La tipa sembrava persa nei suoi ragionamenti o forse si trattava di un silenzio-assenso. In ogni caso decise che era meglio svegliarla a modo suo.
«L'uomo che ti fa aspettare non ti merita, tesoro...» disse poggiandole la mano sulla coscia e iniziando pian piano a farla risalire. Questo avrebbe di certo svegliata la principessa sul pisello.
La reazione fu immediata. Sentì un forte impatto contro la sua coscia che lo spinse in ginocchio, poi vide l'ombra che si abbatteva sulla sua faccia. Il sapore del sangue caldo in gola lo soffocava, lo vide scivolargli dal labbro e cadere a goccioloni sul pavimento. Con la mano si coprì istintivamente il naso. Sapeva quando considerarsi sconfitto e quella era di sicuro una sconfitta. Si avviò barcollando verso l'uscita con la vista appannata dal trauma. Non si voltò indietro e con la mano sulla maniglia fece per uscire.
Lou guidava verso la periferia della città, conosceva le strade a menadito e la sua guida era piuttosto spericolata. Si avviavano verso un luogo poco frequentato della città, quasi all'imbocco dell'autostrada, dove non c'era nulla a parte qualche bettola e uno squallido motel. Il panorama all'esterno dell'abitacolo mutava lentamente: gli alberi e il verde accanto al parco avevano ceduto il posto alle vetrine dei negozi e alle insegne luminose del bar, con il popolo della notte impegnato nella sua movida, poi a cancelli di fabbriche e magazzini, qualche barbone che dormiva agli angoli, l'illuminazione che si faceva più rada.
Mary si chiedeva cosa diamine potesse mai esserci per lei in quel sobborgo che assomigliava sempre più a una discarica a cielo aperto. Non poteva scegliersi un ragazzo normale? Uno che le comprasse un braccialetto o una collana, magari un anello..., perfino una cena romantica al ristorante sembrava meglio che sesso, birra e canne dentro un furgone, con la promessa di un regalo che proprio non immaginava.
All'incrocio, il mezzo prese una strada che costeggiava un motel e si infilò in un parcheggio ricavato nello spazio posteriore tra un bar e l'albergo affianco. Il posto era deserto a parte una grossa autocisterna. Lou parcheggiò lontano dal bar.
«Aspettami qui, io vado dietro a preparare un po' di cose» disse a Mary con fare misterioso.
Si infilò nel retro del furgone e iniziò ad armeggiare con qualcosa. Dal rumore che faceva, sembrava vetro; poi si sentirono degli strappi, come di stoffa, e un puzzo oleoso di benzina. Mary non prestava molta attenzione, concentrata sulle parole da dirgli per scaricarlo del tutto; Lou, dal canto suo, era troppo preso ed eccitato. Aveva cercato per mesi il luogo e l'orario adatto.
Ora era tutto pronto.
Dall'autoradio uscivano a volume altissimo le note di Samba pa ti. Con il braccio poggiato al finestrino, la sigaretta in bocca, Ramon pensava a come concludere in fretta quell'affare. Carlos gli aveva consegnato il miglior lanciarazzi in commercio: un RPG con tanto di munizioni, che faceva gola dai Narcos alla Mala, per non parlar dei Talebani. E ora stava lì, nel bagagliaio del suo grosso SUV nero, aspettando che un negro del cazzo venisse a comprarlo per fare strage di una banda rivale.
Lui non aveva sensi di colpa. Per lui la vita umana aveva sempre un prezzo: quella sera era centomila in contanti. Avrebbe fatto lo scambio nel parcheggio del motel, ecco il motivo per cui aveva comprato il bar lì vicino, un parcheggio incassato tra i palazzi, senza telecamere e poco trafficato. Ci si vedeva di rado qualche autocarro, qualche vettura degli sfortunati clienti dell'albergo, o il furgone di ragazzi eccitati che scopavano ubriachi, fumati o impasticcati. L'acquirente si chiamava Lawrence, un tipo tosto che era stato dentro già due o tre volte: omicidio... lesioni... pare che una volta avesse mozzato la testa del capo della banda rivale e l'avesse esposta nel parco giochi dove giocavano i figli del tipo. Esattamente non il tipo di uomo che vorresti far aspettare o incazzare.
Spinse sull'acceleratore. Mancavano pochi chilometri al posto dello scambio e, prima di trovarsi davanti a un grosso negro assassino figlio di puttana, voleva farsi almeno un drink o due. Svoltò la macchina all'incrocio, imboccò il viale del parcheggio. Quella sera, notò, una grossa autocisterna sostava accanto al retro del bar e un furgone era parcheggiato dall'altro lato. Posteggiò tra i due veicoli a ragionevole distanza da entrambi: la cisterna copriva la visuale dalla strada e questo giocava a suo favore; per l'altra macchina non si preoccupava, se avessero deciso di mettere fuori la testa al momento sbagliato, avrebbe pregato il cliente di occuparsene e tutto sarebbe andato per il meglio.
Sentì voci provenire dal bar. In più la coppia parcheggiata lì avanti stava di certo litigando. E non c'era molto tempo... Doveva risolvere tutto e consumare entro dieci minuti al massimo. E questo, di per sé, bastava a farlo incazzare come un bue castrato...
Mary era saltata nel retro del furgone. Lou aveva tre bottiglie piene ai suoi piedi, colme di benzina e tappate con un pezzo di straccio imbevuto.
«Cazzo fai, Lou?» gli ringhiò contro.
«È il tuo regalo, amore. Stasera puniremo uno di questi cani capitalisti che inquinano con i loro sporchi SUV l'aria che respiriamo tutti!»
«Ah tu sei pazzo, uomo! Vorresti far saltare una cazzo di macchina? Per farmi un regalo?!»
«Sicuro, baby. Sarà il nostro battesimo del fuoco!»
«Fanculo Lou, tu e le tue idee del cazzo!»
«Mary...»
«Io ti lascio, figlio di puttana! E pensare che ti ho preso quel coso in bocca sperando in chissà quale regalo. Stronzo!»
«Amore, aspetta. Ascoltami.»
Uno stridor di gomme annunciava l'arrivo d'un'auto a velocità sostenuta.
«Dammi solo una possibilità, ti scongiuro. Assisti allo spettacolo e se dopo vorrai lasciarmi, e andare per la tua strada, non sarò io a fermarti. Per favore, Mary.»
Lei ci pensò su. Fosse andata via adesso, avrebbe dovuto attraversare a piedi tutta la città a notte tarda e da sola. E la curiosità di vedere cosa cazzo avrebbe combinato stava prendendo il sopravvento...
«D'accordo, fa' la tua cazzata. Ma poi riportami a casa e non farti mai più vedere né sentire. E giusto per la cronaca, quello che stai per fare è per te, non per me, bastardo egoista.»
Lui annuì. Poi infilò il passamontagna e prese una delle bottiglie incendiarie. Uscì dal furgone, s'acquattò nell'ombra, raggiunse l'auto. Attese.
Quando il guidatore scese dall'abitacolo, dirigendosi verso il bar, tese i muscoli e si tenne pronto.
Ramon era a meno di due metri dall'auto quando con la coda dell'occhio intravide una scintilla. Si girò di scatto, estraendo la pistola dal retro dei pantaloni. Quando vide uno col viso coperto che aveva in mano una specie di molotov, e puntava la sua macchina, senza pensare prese la mira e fece fuoco.
Lou era prontissimo. Tirò fuori la zippo e accese la miccia. Lanciò la bomba, ma in quell'istante sentì due tuoni violenti provenire dalla notte vicina a lui. Una sensazione di vuoto lo colpì allo stomaco e sentì il petto andargli a fuoco. Il grido Viva la revolucion! gli morì in gola. Poi ci fu un fragorosissimo bianco.
Margaret scattò non appena sentì gli spari. Sfoderò la pistola e intimò agli altri di mettersi al riparo. Corse verso l'uscita posteriore, mentre la porta si spalancava sotto la spinta di Ramon che correva paonazzo con la pistola in pugno, bestemmiando qualcosa tra i denti. La donna sparò un colpo netto che prese lo spacciatore in mezzo agli occhi e lo spedì schiena all'aria, quindi prese la via della porta da dove veniva la luce rossastra di qualcosa che bruciava. Nel parcheggio vide il SUV nero in fiamme e lì accanto un ragazzo steso in una pozza di sangue. Il suo cervello lavorava in fretta per ricostruire l'accaduto. Prese il cellulare per chiamare squadra medica e pompieri. Compose il numero d'emergenza e alla voce della centralinista diede il suo grado e matricola. Il tono della sua voce bastava a tradire l'urgenza della chiamata. Quando sentì la prima esplosione capì che l'auto non avrebbe retto a lungo. Stava all'altezza dell'autocisterna, quando scorse la cosa luminosa che viaggiava a velocità folle verso di lei. L'esperienza fu veloce a farle riconoscere di cosa si trattava e l'istinto le suggerì che ormai era spacciata. Una lacrima le scese sul viso mentre pensava: «Testata HEAT standard: il materiale esplosivo concentra la sua forza esplosiva su di un rivestimento interno generalmente di rame che durante l'esplosione si frammenta, fonde e genera un getto sottilissimo e incandescente con lo scopo di sfondare la corazza...».
O meglio, questo sarebbe stato il pensiero completo, se avesse avuto il tempo di pensarlo. Perché se le testate montate sui vecchi sistemi RPG sono troppo piccole per danneggiare i mezzi corazzata, sono abbastanza forti per sfondare la cisterna piena di gas a pochi passi da lei.
Non ci fu rumore, non sentì l'esplosione. Fu come se mani invisibili le strappassero ogni filamento di carne pezzetto dopo pezzetto, faceva male, ma non poteva urlare. Tutto fu rosso e scomparve.
Mary non voleva nemmeno guardarla quella scena. Giocava con il suo cellulare. Sentì due forti boati e vide la luce prodotta dal fuoco. È tutto finito, pensò, mentre si girava a guardare l'auto. Non scorse Lou, ma in compenso vide partire qualcosa dal bagagliaio del SUV. Era veloce e infuocato e non le piaceva per niente, poiché sembrava venire verso di lei. Una stella cadente rasoterra.
Aprì la portiera e si gettò fuori dal furgone. Sentì un forte odore di carne bruciata e un senso di freddo per tutto il corpo, poi si impose di spingere le sue gambe al limite, ma non sembravano voler rispondere. Colse la vampata di fuoco che le si avviluppava intorno come le spire di un serpente. Il suo corpo si consumò piano nell'abbraccio di quelle fiamme.
I tre rimasti nel bar non capirono molto di quanto stava accadendo intorno a loro. Elise gridò e si accasciò sul bancone quando la tipa sparò al suo datore di lavoro. Aaron cercò di aiutarla saltando dietro al bancone per sostenerla, mentre il grosso energumeno dalla porta faceva retro-front per capire cosa stava succedendo. La prima esplosione fu piccola e pensarono fosse un altro colpo di pistola. Aaron affidò la barista al camionista e si diresse verso la porta da dove era scomparsa Margaret. La seconda esplosione fu più forte, e per un istante i tre si guardarono negli occhi. Bruce, come se si risvegliasse da un lungo sonno urlo con quanto fiato aveva in corpo: «Cisterna, Gas!».
Ma era tardi. Il missile aveva già centrato il bersaglio, facendo esplodere ogni cosa.
Nessuno di loro sentì le sirene dei soccorsi e dei vigili del fuoco.
di Vincenzo Cioffi | Pubblicato in: Squarci | giovedì 21 giugno 2012 |
Camminava svelta, una passo dietro l'altro, veloci e precisi. Seguiva la strada che a sua volta costeggiava l'andare del fiume. Il vento sferzava la sua faccia, le attaccava i capelli alla guance arrossate dal freddo, li attaccava alle labbra. Camminava piegata, con una mano a mantenere l'orlo della gonna che le si appiccicava alle gambe e l'altra a tenersi la sciarpa, con le punte sospese dietro di lei che frustavano l'aria. Il vento sollevava una miriade di foglie morte dell'autunno passato che si mescolavano alla rena della riva. Dai turbini di vento si staccavano ramoscelli che di tanto in tanto la colpivano, sembravano bastonate sulla sua pelle candida e delicata, la tempesta era implacabile. Il fiume gorgogliava promesse di onde ben più grandi degli argini che lo contenevano. Aumentò il passo, la stazione non era poi così lontana; le raffiche rallentavano il suo incedere, ma quasi a sfidarne la potenza i suoi passi si sveltivano. Vide formarsi veri e propri tornado in miniatura che inglobavano foglie e sabbia portandoli verso il cielo.
Guidava bene, la macchina filava veloce e la levetta del contagiri non scendeva mai al di sotto dei 120. La serata lo aveva messo di buon umore, l'alcool nella sua testa lo faceva sentire immortale. L'aerodinamicità dell'auto fendeva la resistenza del vento, come un coltello che affonda in un panetto di burro caldo. Il fiume rifletteva i suoi fanali in mille guizzi. Non c'era una anima su quella strada la sera. Il suo piede premette l'acceleratore e la macchina rispose balzando in avanti, filava nella notte e il rombo era disperso nel boato del vento. Si frugò le tasche con la mano, trovò le sigarette, ne pinzò una ben stretta con le labbra; gettò il pacchetto sul sediolino; tastò il cruscotto per cercare l'accendisigari e lo premette con una forza esagerata.
L'uomo sulla sua sedia aspettava, guardava il vento scuotere gli alberi spogli, ascoltava il fiume gemere sotto la spinta delle raffiche e aspettava. Il fumo del suo sigaro saliva in volute grigio dense e avvolgeva nelle sue spire il lampadario. Lasciò cadere la cenere sul pavimento, contrasse la mascella e aspirò un'altra grande boccata, di nuovo lo soffiò fuori e un nuovo serpente si avvolse verso il soffitto di quella casa.
Affrontò la curva con la tecnica di un pilota, diede un leggero colpo col freno prima e poi tirò il motore a filo di gas mentre curvava lo sterzo. Il rettilineo si aprì ai suoi occhi lungo e buio. Pigiò deciso sul pedale e vide, di risposta, il contagiri salire: 130,140.
Le sembrava che quella strada non finisse mai. Le facevano male i polpacci e iniziava ad accusare una certa stanchezza. I tacchi le impedivano di andare più veloce. Alzò rapida una gamba e sfilò una scarpa. Poggiò il piede nudo sulla strada ed un brivido di freddo le risalì lungo la schiena.
Alzò l'altra gamba, in quel momento una sferzata di vento la sbilanciò, fece tre saltelli su un piede e riuscì a togliersi la scarpa. Una seconda sferzata le gettò una manciata di sabbia negli occhi, barcollò all'indietro, il suo piede trovò la fine del marciapiede e in attimo fu stesa sull'asfalto a fissare le stelle.
Il contagiri segnava 160, il fascio di luce dei suoi fari fu interrotto da qualcosa steso sulla strada. Inchiodò. Il fischio dei freni tagliò l'aria come un ruggito. La frustata lo proiettò verso lo sterzo e di ritorno lo impattò sul poggiatesta.
Sentì un fischio nella notte e vide la sagoma di qualcosa che si stagliava in una luce elettrica puntata nei suoi occhi. La macchina la evitò scartando a destra all'ultimo istante. Sparì nell'oscurità con l'odore di copertone bruciato. Si rialzò visibilmente scossa, la caviglia e la schiena le dolevano oltre ogni modo. Montò sul marciapiede e riprese la strada con passo incerto. Davanti a lei c'era un bivio, cercò di mettere a fuoco i cartelli. Quello in salita diceva “Heaven Drive”, mentre sulla discesa c'era “Hell Avenue”. Scelse la prima. Risalendo un po' la strada una casetta le si parò davanti, aveva una finestra illuminata da una luce candida, quasi ipnotizzata andò verso la porta. Prima di potersene rendere conto aveva dato due tocchi veloci al battente. Una voce quasi familiare disse:
“Avanti.”
Lei esitò. Poi di nuovo:
“Entri!”
La luce calda la avvolse, di fronte a lei una figura maschile era seduta ad un vecchio tavolo. Le era familiare, come un vecchio zio che si rincontra dopo tanto tempo.
“Siediti!”
Fu quasi un ordine. Si lasciò cadere stremata su una sedia. L'uomo estrasse con calma un portasigari d'argento e ne estrasse uno e con una specie di ghigliottina in miniatura lo spuntò. Il moncone cadde sul tavolo e rotolò sul pavimento.
“Ho avuto un incidente...”
Silenzio di lui.
“Sono caduta da un marciapiede e una macchina mi ha quasi travolta.”
Niente.
“Camminavo lungo il fiume e i tacchi mi davano fastidio, mi sono piegata a togliere le scarpe e una raffica di vento mi ha sbilanciato.”
L'uomo espirò una voluta di fumo denso. La casa odorava di caffè tostato e tabacco.
“Sono stremata, posso, per cortesia, riposare un po'?”
L'uomo tirò una boccata e si voltò verso una porta alle sue spalle.
“Pietro! Pietro!”
La voce uscì dalla sua bocca insieme al fumo. La porta si spalancò e una luce candida la investì. Si sentì in pace con se stessa. Piano si sollevò dalla sedia e si diresse verso la porta illuminata, accompagnata da un segno di assenso dell'uomo. L'ultima cosa che vide fu il suo corpo steso sull'asfalto in una posa innaturale, una grossa macchina grigia ferma accanto a lei e un giovane con le lacrime agli occhi, in lontananza i lampeggianti di un'autoambulanza che si avvicinava. A momenti scoppiava a ridere davanti a quella scena. Poi San Pietro spalancò il cancello e lei, sorridendo, entrò.
di Carlo Di Legge | Pubblicato in: Poesie | giovedì 21 giugno 2012 |
La notte impallidisce, il giorno svela cose.
Poi sarà la sua volta,
e cederà alla notte.
Dove sono le esperienze della notte, dove i vissuti giorni?
Dici: sono stati, com’è vero che sei qui:
lasciano tracce –
ma quasi stenti a crederci – sfumano,
come distanza che cresca – e dove sono, adesso?
Si presentano, nel luogo, i volti diversi,
profilati dal chiaro dell’alba
sopra i nascondigli della notte.
Escono i ricordi a mormorare: qui c’incontrammo,
qui parlammo, fummo insieme. Laggiù; o lontano,
dove sai tu;
poi dileguano con il loro mistero,
non più grande dell’essere qui.
Talora sembra ritornino,
se a volte percorri quei luoghi e s’affacciano volti perduti;
le tue mappe sono calde di luoghi disuguali.
O del presente
vai spiando, nell’attimo,
l’andare,
o il venire.
È il caso di questa solenne cerimonia d’imbrunire –
scendendo il fresco
la bellezza sfuma nell’azzurro
avvolgendosi in sciarpe di nebbia
colorate di tramonto.
Qui ti rigeneri, nell’ora della sera,
nella calma così alta e pura –
stesse montagne, stessi boschi, e non gli stessi –
gli stessi luoghi, e altri,
boschi di foglie secche, boschi di turgidi profumi,
s’intrecciano a stagioni le stagioni
nella selva inestricabile del tempo.
Ciò ch’è stato una volta,
ciò che adesso non c’è.
Nostalgico ripensi: eppure senti che t’approssimi a dolcezze
che porta il silenzioso mare che t’avvolge,
sorgente d’esperienza e d’esistenza.
L’apparire è domanda evidente:
non hai risposta, viandante –
solo un tratto per volta a te si mostra.
Più che mai questa è l’ora.
Carica d’ogni cosa e misura d’ogni niente,
come una maestà serena e placata,
impalpabile roccia impenetrabile,
e silenzi.
.
20.6.2012
di Valerio Bruner | Pubblicato in: Squarci | giovedì 21 giugno 2012 |
Il mantello nel quale si era avvolto per ripararsi dal gelo della notte era diventato rigido e pesante come una cotta di maglia. La rada peluria che gli ricopriva le guance screpolate era incrostata di ghiaccio e i guanti foderati di pelliccia non avevano impedito alle dita delle mani di intorpidirsi e arrossarsi. Si chiese se avesse sentito dolore qualora le avrebbe tagliate via.
“Maledetto inverno e dannata terra.” Odiava l’Italia, un luogo tetro ed inospitale, governato da duchi e baroni sempre pronti a farsi guerra l’un l’altro pur di accaparrarsi qualche appezzamento di terra in più. Grassi maiali seduti intorno ad una tavola imbandita, intenti ad ingozzarsi il più possibile mentre gli uomini morivano sui campi di battaglia per i loro capricci. Ma Heinfried si guardava bene dal manifestare questi pensieri a voce alta, se non voleva ritrovarsi con un cappio intorno al collo e i corvi che si contendevano i suoi occhi. Era questa la punizione a cui andavano incontro i disertori della Compagnia della Colomba di Orlando di Luchom, il condottiero mercenario con il più singolare senso dell’onore che Heinfried avesse mai visto. Per quell’uomo il tradimento e la diserzione erano i reati peggiori di cui un soldato si potesse macchiare, eppure lo aveva visto vendersi a Perugia per un misero titolo nobiliare e con la stessa facilità passare al soldo di Arezzo, allorché le sorti della battaglia si erano capovolte. Era il 1335 se non ricordava male, il fumo divampava dai villaggi messi a ferro e fuoco e le grida dei moribondi si levavano alte, invocando un Dio che quel giorno era rimasto a guardare assiso sul suo trono celeste.
“Bottino di guerra”: così si diceva in italiano per indicare i tesori e le donne che venivano conquistati sul campo di battaglia. Non partecipava mai agli stupri, la sola idea di prendere una donna contro la sua volontà gli procurava un senso di disagio, di impotenza. Una cosa che non sembrava affliggere i suoi compagni d’arme, soprattutto Karl, che aveva infilati nella barba tanti anelli quante le donne che aveva violentato. Il suo arrivo era preannunciato da un tintinnio assordante quanto le trombe dell’ Apocalisse.
L’odore inconfondibile della birra lo distolse dalle sue riflessioni. Prese il boccale che Joseph gli porgeva e mandò giù una lunga sorsata. La birra era calda e annacquata, ma era meglio dell’ acqua putrida e stagnante che beveva durante le marce estenuanti per raggiungere Arezzo. Si guardò intorno, anche Joseph, come gli altri, teneva lo sguardo basso e non proferiva parola. Lo sconforto vagava per l’accampamento come una fantasma senza pace. Erano rimasti meno di cinquecento e le truppe nemiche superavano l’esercito fiorentino di tre a uno. Il solo pensiero di vincere quella guerra era una follia.
«Toh, prendi!» gli disse un ragazzino tutto lentiggini che portava le ciotole di zuppa tre alla volta. Lo stufato era una brodaglia scura nella quale galleggiavano indistintamente pezzi di carote, rape e pezzetti di carne di provenienza incerta. Tirò fuori dalla bisaccia una pagnotta, era talmente dura che avrebbe potuto sfondare il cranio di un uomo. La sbriciolò alla meglio e la gettò nello stufato per ammorbidirla. La prima cucchiaiata che ingoiò fu sul punto di farlo vomitare, ma dopo un po’ fu grato del calore che la zuppa dava alle sue membra intirizzite dal freddo. Si strinse nel mantello e si fece più vicino al focolare.
«Quanti uomini abbiamo perso oggi?» chiese un individuo basso e tarchiato sfigurato da una orrenda cicatrice, la quale gli attraversava il volto in diagonale, ricordo della battaglia di due anni fa.
«Cento… settanta armigeri e trenta cavalieri» rispose Thomas, uno dei pochi della Compagnia che sapesse fare di calcolo «abbiamo recuperato le armi che abbiamo potuto e macellato i cavalli.»
Ecco spiegata la carne nello stufato. Mandò giù un’altra sorsata di birra per evitare che il pane raffermo gli si fermasse in gola e finisse per soffocarlo. Avevano subito una dura sconfitta quel giorno, le truppe aretine e i loro alleati li avevano colti di sorpresa. La Compagnia della Rosa e le Aquile Nere avevano disertato subito dopo l’imboscata, passando al servizio del nemico. Solo un miracolo li avrebbe salvati domattina. Si ritrovò a pensare alla sua vecchia casa, un piccolo villaggio immerso nel profondo della Foresta Nera, che aveva lasciato qualche anno fa per cercare fortuna come soldato di ventura. Il ricordo del profumo del pane che suo padre cuoceva nel forno era dolce come miele sulle labbra di una vergine.
«Io ho chiuso» disse in un sussurro Joseph. La sua affermazione aleggiò per un momento in mezzo agli uomini raccolti intorno al fuoco, nera come un corvo che sorvola il campo di battaglia. Il suo amico era un guerriero forte e valoroso, segnato da mille battaglie e con più buonsenso di tutta la Compagnia della Colomba messa assieme.
«Sì, me ne vado anche io» gli fece eco Gottfried, un ragazzo dall’aria famelica al quale mancava buona parte dell’orecchio destro.
«Siete due codardi, una vacca gravida ha più coraggio di voi due messi insieme» li apostrofò Karl, appoggiato alla lunga Zweihänder conficcata nel terreno ai suoi piedi. Era una lama imponente che gli italiani chiamavano spadone a due mani. In più di un’occasione Heinfried aveva visto Karl spaccare un uomo a metà con quell’arma. Era un guerriero formidabile, il primo a gettarsi nella mischia e l’ultimo a ritirarsi, ma la sua sete di sangue lo rendeva un individuo crudele e spietato. «Se fossi in voi inizierei a correre da adesso, prima che vi stacchi la testa e mi fotta i vostri cadaveri ancora caldi.»
«Tieni a freno la lingua, bestione.» La voce di Lars era ferma e tranquilla. Era un giovane di bassa statura, sul quale nessuno avrebbe mai scommesso che sarebbe sopravvissuto al primo scontro, eppure Lars era freddo e veloce, un binomio che lo rendeva letale. Era un virtuoso del combattimento con la spada e l’ascia corta. «Vi capisco amici, comprendo il vostro sconforto, ma vi dico che questi timori vi passeranno appena metterete il vostro uccello nella fica di una bella aretina. Non temete, la fortuna combatte al nostro fianco.»
La sfacciataggine di quell’uomo suscitava in Heinfried un misto di rabbia e di ammirazione. Lars era un guerriero temibile, i suoi occhi erano grigi come il cielo prima della tempesta. Si era unito alla Compagnia la scorsa estate: un ragazzo la cui vita era avvolta nel mistero dal momento che non aveva mai parlato del suo passato con nessuno dei suoi compagni d’arme. Nonostante la sua giovane età, trasmetteva una sicurezza e una calma che facevano di lui il guerriero perfetto, quello che avresti voluto avere al tuo fianco prima di gettarti nella mischia.
«E tu Heinfried? Che cosa pensi?» gli chiese Joseph.
Stava per aprire bocca e dire cosa ne pensasse di quella guerra che aveva logorato i loro corpi e dannato le loro anime per sempre, urlare la sua furia contro quei ricchi signori per i quali i soldati di ventura non erano altro che pedine nel grande gioco del potere, quando un movimento improvviso alla sua sinistra gli frenò la lingua.
«Il primo di voi che fa una mossa lo mando a lucidare le corna del demonio. Voi due» disse un incappucciato indicando Joseph e Gottfried «siete in arresto per sedizione. Prendeteli!» Obbedendo agli ordini dell’uomo, alcuni soldati li legarono con le mani dietro la schiena e li condussero in catene verso la tenda del comandante. Lo sguardo triste di Joseph fu l’ultima cosa che Heinfried vide prima che quei soldati portassero via il suo amico. L’uomo misterioso era un aiutante di campo del comandante (si venne a sapere), che si aggirava camuffato ogni notte per l’accampamento per ascoltare e stroncare sul nascere qualsiasi tentativo di sedizione. Nessuno aggiunse più una parola e ognuno si avvolse nella propria coperta come se non fosse accaduto nulla.
Il mattino seguente i cadaveri di Joseph e Gottfried penzolavano da un olmo gigantesco con in petto inchiodato un pezzo di legno con la scritta Verräter, traditori. Il corno risuonò possente per tutto l’accampamento ad avvertire i soldati che era tempo di alzarsi e disporsi per la battaglia.
Nell’anno del Signore 1337 la Compagnia della Colomba, che contava poco più di 350 uomini tra le sue fila, si schierò a fianco di Firenze contro gli eserciti congiunti di Pier Saccone Tarlati, condottiero di Arezzo, e di Mastino della Scala, signore di Verona. Seppure affamati e soverchiati di numero, l’esercito fiorentino ebbe la meglio quel giorno nella sanguinosa battaglia campale che ebbe luogo nei pressi della città di Lucca. Pochi giorni dopo la Compagnia della Colomba fu sciolta ed ogni suo soldato poté fare ritorno alla propria casa.
Ma a Heinfried, sconosciuto soldato di ventura, toccò una sorte diversa. Morì quel giorno, trafitto alla schiena da una picca, mentre il sole brillava alto sul piccolo villaggio immerso nella Foresta Nera e il pane appena sfornato riempiva l’aria di un aroma dolce e delicato.
di Valerio Bruner | Pubblicato in: Poesie | sabato 16 giugno 2012 |
"Viaggi notturni"
Strade buie.
Nessuna luce fuorché quella di due
fari che scrutano l'oscurità.
Non hai nulla con te se non
il fuoco che ti scalda l'anima.
E tu vai, ché la strada
saprà dove portarti.
"Mattino d’estate"
Mattino d'estate a Londra.
La pelle baciata dal sole
torna a farmi scorrere il sangue nelle vene.
Vivo.
"Inutile speranza"
Attese che si protraggono,
maree che si susseguono.
Nuove espressioni,
solite emozioni.
Che porterà la nuova onda?
Nulla.
E torna a infrangersi.
"La giostra della vita"
Ti fermi a pensare che il mondo
per te troppo in fretta giri.
Sali, non tardare.
Una nuova corsa sta per cominciare.
di Valerio Bruner | Pubblicato in: Squarci | sabato 16 giugno 2012 |
La lancetta del serbatoio era a terra, con la coda dell’occhio vide il cartello che preannunciava una stazione di rifornimento a 100 metri di distanza. Mise la freccia ed entrò in una valle solitaria che qualcuno aveva avuto il coraggio di chiamare Happy Folks Resort. Le luci al neon dell’autogrill donavano una certa aria poetica a quella pompa di benzina persa nel mezzo del nulla, a metà tra il sogno e la realtà. Non c’era nessuno in giro, eccezion fatta per qualche anima vagabonda che infestava la valle, alla ricerca di una ragione per continuare a credere che un giorno la pioggia avrebbe lavato via i suoi peccati. Volti anonimi, vecchi fantasmi che vagavano nella notte prima di scomparire alle prime luci dell’alba. Il tanfo di birra calda e di fiori calpestati aleggiava inconfondibile in quella notte d’estate. Il cuore dell’America giaceva a brandelli nel cappello di un vecchio cieco che chiedeva l’elemosina all’entrata dell’autogrill.
Gli anni ’70 avrebbero rivoluzionato tutto, sarebbe stato l’inizio di una nuova era, così si diceva in giro. Le donne si slacciavano i grembiuli, indossavano le minigonne e scendevano in strada gridando al vento la propria rivalsa su una società in cui l’unico visto di entrata era un bel cazzo sull’attenti; i gay non si nascondevano più, al contrario si baciavano in pubblico, sbeffeggiando la sorte toccata a Sodoma e Gomorra nella Genesi dell’oppressione e della dittatura celeste, i neri marciavano al ritmo di Nero è Bello!, nonostante la bellezza non avesse impedito a Malcolm X di entrare con tutti e due i piedi nella fossa. Tutto stava cambiando, eppure tutto sarebbe rimasto così com’era. Sarebbe stata l’ennesima macchia sull’asfalto che la pioggia estiva avrebbe lavato via, come aveva fatto tanti anni addietro con la vita di quel ragazzo di provincia, che non aveva ancora capito che una volta finito lo spettacolo, si esce di scena dalla porta di servizio e senza applausi.
Eppure tutti continuavano a sorridere alla televisione; ma i colletti inamidati e le gambe lunghe non erano la vita, quella tanto amara quanto vera che si poteva sfiorare in quella vecchia pompa di benzina sperduta nel nulla, dove si susseguivano e si intrecciavano le storie di donne e di uomini di cui nessuno si sarebbe mai ricordato tra una decina d’anni. Erano loro i veri protagonisti del sogno americano e allo stesso tempo gli esclusi, pallidi individui che continuavano ad aggrapparsi disperatamente a qualche miraggio che non li facesse andare alla deriva come naufraghi nell’immenso oceano delle promesse non mantenute.
Mise un dollaro nel cappello del cieco ed entrò per comprare qualcosa da mettere sotto i denti. Diede un’occhiata distratta alle riviste, quando la sua attenzione fu richiamata da un giornale, la cui prima pagina immortalava Joe Frazier, il nuovo campione dei pesi massimi che aveva buttato giù Jimmy Ellis alla quinta ripresa. E pensare che al suo posto avrebbe potuto esserci lui, se solo…. “Se solo cosa vecchio rottame? Se solo la vita non si fosse accanita così tanto contro di te, se solo avessi tenuto la guardia alta, se solo….. se solo fossi stata una persona diversa? È tardi ora povero illuso, il tuo turno è saltato ormai.”
«Sono 3 dollari e 13 centesimi signore.»
“Le ricordi le luci del Garden? Erano più accecanti della luce divina quando salivi sul ring, non sentivi nulla all’infuori dei battiti accelerati del tuo cuore mentre ripassavi tutti i jab, i diretti, le schivate, cercando di prevedere le mosse del tuo avversario per anticiparle e mandarlo knockout prima che la tua riserva di ossigeno si esaurisse. Il sapore del sangue, quello non si dimentica tanto facilmente vero? Si mischia a quello dell’adrenalina che ti investe il cervello e alla paura che ti fa rimanere vigile. E poi il boato della folla quando il tuo avversario cade al tappeto. Il momento in cui mostra il suo punto debole e tu lo colpisci veloce e preciso dove fa più male. Queste sono le uniche cose che non dimenticherai mai campione.”
Poi però più in alto si sale e più dolorosa è la caduta. Nessun applauso, nessun tappeto rosso ad indicargli l’uscita, nessuna corona di alloro. Per un pugile suonato come lui il sipario era calato a nascondere quel colpo vibrato sotto la cintola senza nessun preavviso. “Ha ricevuto troppi colpi alla testa Mr. Lento, il prossimo potrebbe esserle fatale, deve smettere di boxare, glielo dico come un amico” ecco come l’aveva liquidato il dottore. All’inizio se ne era fregato, poi quando aveva iniziato ad avvertire quelle fitte e quei capogiri violenti ed improvvisi aveva iniziato ad aver paura. Si svegliava di notte urlando, strappandosi via tubi immaginari che lo imprigionavano nei suoi incubi.
“Non ci sarà un altro round per te vecchio mio, K.O. tecnico, la senti la campana? È finita.” Ma i giorni di gloria, quelli non li avrebbe mai dimenticati, non sarebbe stato così facile consegnarli al vento e vederli scomparire nella polvere. Quei giorni di gloria sarebbero rimasti per sempre impressi su quel trafiletto di giornale ripiegato in un vecchio portafoglio di cuoio, con una foto di un giovane dall’aria imbronciata con la guardia alta e la scritta a caratteri cubitali “SOUTHBOUND JOE VINCE ANCORA”.
E così prima che l’alba del nuovo giorno spazzasse via le illusioni della notte, Southbound Joe rimontò in macchina, sintonizzò la radio su Jimi Hendrix che urlava: “There must be some kind of way out of here” e partì. Forse una via di fuga c’era davvero, un posto caldo dove scrollarsi di dosso tutto il gelo che gli attanagliava il cuore. Può darsi… solo che lui non aveva la mappa con sé e continuò a girare senza meta al confine tra l’inferno e la terra promessa come tante altre anime ingannate, mentre la luna si stagliava immobile come un faro che illumina la rotta dei marinai persi nel grande mare dei sogni infranti.
di Vincenzo Cioffi | Pubblicato in: Squarci | sabato 16 giugno 2012 |
“Palla...”
Il super santos rosso rotola ai piedi di una ragazzina. La guardo per un lunghissimo minuto. I capelli rossi sono raccolti in due trecce, che ricadono soffici sulle clavicole. Il viso allungato, spruzzato di lentiggini, è rivolto verso di me ed i suoi occhi verdi mi fissano.
“Ciao Chiara” le dico sorridendo.
“Ciao Marco” la voce, cristallina e allegra, copre tutti i suoni che mi circondano.
Cosa devo dirle? Vorrei parlare, ma ho la gola secca, mi sento la lingua pesante, se provo ad articolare una parola l'aria mi si smorza nei polmoni,
“Mi ridaresti la palla?” farfuglio in modo quasi incomprensibile.
Allunga il pallone, stringendolo tra le mani, verso di me. Lo prendo con molta calma, lasciando scorrere le dite sulla plastica ruvida, sugli sbalzi delle scanalature, fino alle sue mani. La pelle liscia.
Mi giro di scatto verso il campo e lancio la palla al portiere. Guardo di nuovo Chiara, ha le mani lungo i fianchi, con i palmi appoggiati al raso della gonna nera.
“Cosa fai?” Le chiedo prendendo sicurezza.
“Torno a casa”
“Ti va se ti accompagno?”
Alza le spalle, la blusa bianca fa contrasto con la gonna. Le prendo una mano e la tengo nella mia. Il cuore quasi mi scoppia. Le dita si intrecciano, mentre ci avviamo verso la villetta in fondo alla strada. Guardo diritto avanti a me, fissando un albero o un cancello. Ho paura che sia solo un sogno, che se osassi guardarla lei sparirebbe ed io mi risveglierei stringendo il cuscino.
Ci troviamo davanti al suo cancello. Troppo in fretta, troppo silenziosi. Mi guarda ora, diritto negli occhi. Scatta in avanti e, veloce come un battito di ciglia, mi bacia. Sento il sapore del Labello. Ogni singola increspatura delle sue labbra si imprime su di me. Si volta verso il cancello e scappa verso casa, senza mai girarsi indietro.
Chiudo gli occhi, strizzando le palpebre fino a vedere centinaia di pallini colorati che danzano nel buio.
Il sole mi acceca quando li riapro. L'odore salmastro dell'acqua marina mi riempie le narici.
Chiara è nell'acqua, il costume due pezzi blu mette in risalto la pelle ambrata dal sole. Una goccia le scende sensuale dai capelli bagnati, lungo il collo sottile, fino ai seni abbondanti.
Prima di rendermene conto sto correndo verso il mare. Il freddo mi percorre come una scossa, mentre in corsa mi immergo fino alla vita. Tutto si spegne nella quiete dell'azzurro sottomarino, solo per colpirmi di nuovo quando riemergo accanto a lei. Le rubo un bacio, assaporando il salato della sua lingua, mentre le stringo i fianchi snelli, tenendola stretta contro di me. Sorride. Gli occhi sono velati dall'oro del sole e mandano bagliori di onde marine. Le passo una mano sotto le ginocchia e la tengo in grembo, come una bambina. Chiara poggia la testa sul mio petto e una cascata di capelli fulvi le ricopre il viso.
“Ti amo” mi dice.
Fisso l'orizzonte dove un gabbiano si tuffa verso la superficie increspata emettendo il suo grido raschiante.
“Anche io, bambina” le rispondo.
Giro la faccia verso il sole e chiudo gli occhi per godermi il calore e la brezza.
“Marco...”
“Marco...”
La voce viene dalle mie spalle. Riapro gli occhi e chiudo l'album di foto. Sull'uscio c'è Marta, mia figlia. Una volta da piccola mi disse: “se ti chiamo papà, tu sarai sempre e solo il mio papà, ma se ti chiamo Marco potrai essere il mio Papà, il mio amico e la mia guida.” La sua voce cristallina era identica a quella di Chiara alla sua età. Da quel giorno mi ha sempre chiamato per nome.
Le scosto una ciocca di capelli dall'orecchio, asciugandole una lacrima con il pollice.
“Andiamo?” Le chiedo.
È identica a sua madre, occhi verdi e lentiggini. Mi prende per mano e assieme andiamo a salutare Chiara, prima che i chiodi sigillino per sempre la sua bara.
di Vincenzo Cioffi | Pubblicato in: Squarci | giovedì 14 giugno 2012 |
“Maledetti Giudei!”
Non trovo pace, ogni giorno c'è un nuovo problema. Mi mancano i paesaggi della mia terra. La lontana Sannia, i monti boscosi, la frescura delle ore pomeridiane passate nelle macchie di arbusti dove il vento soffiava l'aria salmastra marina. Agrippina, bella e fuggevole, i nostri giochi tra l'erba ancora bagnata di rugiada, fresca sulla pelle nuda dei calzari. Prenderla contro un albero, in piedi fissandola negli occhi. La villa di mio padre, l'Atrium pieno di clienti che aspettavano che lui scendesse per la colazione e rendergli omaggio. Livio, il mio valletto, fedele compagno di molte folli imprese ai danni delle vicine. Come satiri inseguivamo le fanciulle che si bagnavano nel lago, e se proprio la caccia andava male, mi consolavo con lui, la sua carne giovane, i muscoli guizzanti e la pelle arrossata dal sole. Le gite a Roma. La frenesia della città, con la rabbia degli spettacoli al Colosseo e l'opulenza dei banchetti e la lussuria proibita dei baccanali. Forse tutto questo mi aveva spinto a scegliere di intraprendere il cursus honorum equestre. Forse Curzio, quando mi raccontava le storie dell'esercito, dopo che mi aveva preso come solo un legionario in astinenza può fare. Appena ebbi l'età mi fu dato il comando di un reparto di fanteria, ed iniziò tutto.
“Maledetti Samaritani!”
Ora stavo qua in questo posto orribile, con la calura e gli insetti a farmi da compagnia. Questi barbari color dell'orzo mi stavano facendo perdere la testa. Le loro scempiaggini sull'unico Dio, su di un condottiero invincibile che manderà e altre scempiaggini simili. Barbari senza midollo. Le avevo provate tutte con loro, avevo tollerato quel culto ridicolo a patto che rendessero omaggio anche all’Imperatore, ma niente. Uno stuolo di saggi dalle lunghe barbe aveva iniziato a protestare. Ero passato, allora, alle maniere forti sequestrando i loro beni per finanziare le opere pubbliche, ma mi era stato rimproverato di essere troppo severo, che la terra in cui stavo era un calderone bollente e quindi dovevo tenere buoni i selvaggi del posto. Ora ogni giorno si presentavano qui con le loro toghe lerce ad avanzare proposte e proteste. Avevo smesso di ascoltarli. Ogni volta che attaccavano con quella loro lingua che sembrava essere una enorme sequenza di scatarri, io partivo con la mente e tornavo alle mie terre. La mia strategia era semplice. Fingevo di assecondarli e gli davo ragione, poi quando mi sollecitavano fingevo un qualche impedimento burocratico dalla capitale. A Roma, invece, avanzavo le loro richieste esagerandone ogni punto in modo che il Senato non accettasse e iniziasse a provare sempre più odio nel confronti di quei dannati. Passavo i giorni nei miei alloggi aspettando che qualcosa accadesse e ogni volta che accadeva qualcosa cercavo di evitare che mi creasse eccessivi problemi.
“Prefetto, abbiamo una richiesta da parte dei saggi!”, la voce di Massimo mi giunge dalla sala principale. Mi alzo lentamente e mi trascino fino alla sala contigua, dove esercitavo le mie mansioni. Quale potrebbe essere questa volta la richiesta? Non me ne importa minimamente e tanto meno ho intenzione di applicarmi a risolvere qualche altra scaramuccia idiota.
“Cosa abbiamo oggi, Massimo, qualche altro problema al tempio forse?”
“No prefetto, hanno bisogno di una sentenza, vogliono che tu giudichi uno di loro, dicono che ha peccato contro la loro fede.”
“Cosa importa a noi della loro fede? Non è affar mio se la sbrighino da soli!”
“Dicono che è una minaccia per l'Impero.”
“Un giudeo che minaccia Roma, chi è costui? Forse un nuovo Ercole?”
“Così dicono i saggi, a me sembra innocuo.”
“Vediamo, fate entrare i saggi.”
Eccoli che incominciano a borbottare, hanno un connaturato tono di voce che si presta alla lamentela. Costui ha rotto l'equilibrio del tempio...bla...bla...bla. Costui ha detto di essere figlio di Dio...bla...bla...bla. Costui si proclama il re dei re bla...bla...bla. Basta adesso è davvero troppo.
“Quale pena volete per lui quindi?”
“La crocifissione, come nemico di Roma.”
“Fate quello che desiderate di questo Gesù il nazareno. Io me ne lavo le mani!”
di Vincenzo Cioffi | Pubblicato in: Squarci | giovedì 7 giugno 2012 |
La mia prigione non ha mura. Vedo il cielo, azzurro, lontano, impassibile. L'ombra dei castagni mi ripara, ma non posso muovermi.
Ad un battito d'ali da me c'è una piccola radura, l'erba smeraldo oscilla ad ogni alito di vento. Le campanelle danno uno spruzzo d'oro; il giallo si mescola al viola dei ciclamini selvatici.
Mi sembra di essere bloccato da un'eternità, in realtà il sole non ha finito nemmeno mezzo del suo ciclo.
Stamattina sono uscito pieno di speranza. Volevo fare un robusto pasto e poi girovagare. Passare dall'ombra dei boschi ai campi baciati dal sole. Magari cercare una compagna con cui dividere il cibo, trovato tra le radici sporgenti dei vecchi alberi e tra i cespugli irti di rovi.
Il nemico è all'erta sempre, è la prima cosa che ci insegnano. È un avversario infido, si nasconde nell'ombra per ordire la trama invisibile della sua trappola.
L'odore mi coglie all'improvviso, viene dal prato sulla scia di una brezza di vento. Il lezzo della putrefazione è inconfondibile, acre e pungente.
Presto l'effluvio sarebbe arrivato ai miei compagni, ai miei fratelli, spingendoli tutti verso quel campo. Il nemico di certo lo avrebbe intuito e di conseguenza tutta la boscaglia circostante sarebbe stata tappezzata di trappole.
Io sono inerme, non posso fare altre che aspettare il mio boia, devo restare immobile, ogni più piccola vibrazione non farebbe altro che accelerare la mia fine.
Sento qualcuno dei miei arrivare, si tiene basso, forse spera di evitare la maggior parte dei pericoli che nasconde il sottobosco. Ne sento altri che lo seguono. È questo è il mio destino? Il mio compito non è altro che avvisarli? salvarne il più possibile?
Mi agito con tutte le forze che ho in corpo, cercando di far più rumore possibile in modo che chiunque avesse girato nella mia direzione avrebbe immediatamente capito a cosa andava in contro.
Il movimento attira il nemico su di me, resto a fissare inerme le sue otto enormi zampe pelose che avanzano leggiadre sulla ragnatela, sembra quasi che volteggi nel vuoto. È tanto agile quanto letale.
Oramai è la fine, ma non smetto nemmeno per un istante di emettere il mio ronzio di avvertimento.
di Valerio Bruner | Pubblicato in: Squarci | giovedì 7 giugno 2012 |
L’inverno non sarebbe stato clemente quell’anno. Se lo sentiva nelle vecchie ossa che scricchiolavano in maniera inquietante ad ogni passo che faceva. Gli era stato consigliato di restare a letto, sotto le calde pellicce che l’avrebbero difeso dal freddo pungente, ma non voleva. Nessuno avrebbe mai potuto capire che solamente in quella stanza all’ultimo piano della torre avrebbe trovato la cura ai suoi malanni.
Ormai trascorreva più tempo là che non nelle altre sessantadue che costituivano la sua residenza. Era una stanza non troppo grande, le cui fredde pareti di pietra a stento erano riscaldate dai ceri infilati nei pesanti candelabri in ferro battuto posti agli angoli della sala. Non poteva rischiare di accendere un focolare lì dentro, sarebbe stato troppo avventato. Era meglio indossare un pesante mantello foderato di pelliccia che mettere a repentaglio il contenuto di quella stanza nella torre occidentale.
Come faceva tutte le mattine si era alzato di buon’ora, aveva desinato rapidamente e si era avviato ansimante verso quegli stretti scalini in pietra malamente illuminati. Gli avrebbe fatto comodo avere un braccio amico al quale appoggiarsi – gli anni cominciavano a farsi sentire – ma non avrebbe permesso a nessuno di varcare quella soglia, mai. Arrivato in cima, infilò la chiave nella serratura e aprì la porta in legno rinforzato che lo separava dalla sua unica fonte di felicità. Tutto era ancora al suo posto. Accese le candele, sbarrò la porta e si sedette soddisfatto ad ammirare i suoi tesori.
Forzieri ricolmi di monete d’oro e argento erano ordinatamente disposti lungo la parete alla sua sinistra, un dono del capitano Ramón - comandante della Grazia Divina - che li avevi sottratti ad un veliero pirata abbordato al largo delle coste del Regno di Cipro. Sul lato opposto erano accatastate una decina di botti in legno di rovere che contenevano il succo delle pregiate vendemmie che ogni anno gli venivano inviate dalla Provenza. Costituivano la sua riserva personale e nessuno, tranne lui, poteva assaggiare quel delizioso nettare dal colore scuro e dal sapore corposo. Sul pavimento aveva elegantemente disposto preziosi tappeti in lana e seta provenienti direttamente da Gerusalemme. Appese alla parete c’erano le spade più preziose e raffinate che i fabbri del Regno di Castiglia potessero forgiare: topazi e pietre preziose incastonati sul pomo, impugnature in cuoio trattato e lame affilate sulle quali erano stati incisi complessi motivi a spirale. E poi splendidi arazzi raffiguranti scene di caccia, croci in oro massiccio incastonate di smeraldi – dono di Olaf III di Danimarca, quadri riccamente incorniciati che ritraevano episodi dalla
Bibbia e dai Vangeli - opera dei migliori pittori italiani - tessuti dal lontano Impero dei Tartari, arpe finemente lavorate in oro bianco e argento dall’Irlanda, corone e diademi dall’Inghilterra, distillati di malto dalla lontana Scozia e ancora anfore, sculture, pellami, tinture e volumi elegantemente rilegati.
Nonostante vivesse nel lusso e possedesse terre e ricchezze incommensurabili, nulla valeva quanto i tesori presenti in quella stanza. Erano la sua gioia più grande: esemplari rari o addirittura unici, donatigli dai suoi più fedeli seguaci e a volte rubati per lui da chissà quali luoghi remoti, macchiati del sangue di chissà quali principi o nobili. Non se ne sarebbe privato per niente al mondo.
Li ammirò estasiato per l’ennesima volta, traendo piacere dai giochi di colore che la luce delle candele creava sull’argento, sull’oro, sui rubini, sui topazi, sugli smeraldi. Un tripudio di colori vorticanti che rendevano quelle fredde mura un luogo caldo e accogliente. Lì, almeno per un paio d’ore, dimenticava gli affanni dell’età e delle responsabilità che gli gravavano sulle spalle. Odiava leggere le lettere e i messaggi che gli arrivavano ogni giorno riguardo le condizioni di fame e di miseria nelle quali vessava il popolino e detestava ancora di più allontanarsi dalla sua residenza per fare visita ai vari re, conti e vassalli che lo pregavano di onorare il loro desco con la sua presenza. Tutte quelle portate che gli servivano, le parti migliori della cacciagione, il frutto più maturo del raccolto, il dolce più delicato delle cucine, tutto questo non aveva per lui alcun significato: ciò che non si poteva stringere tra le mani non aveva nessun valore.
Qualcuno bussò alla porta distogliendolo bruscamente dalla sua contemplazione estatica. “E’ quasi ora Vostra Grazia” disse una voce in tono stridulo. Sentì i passi allontanarsi e solo allora si alzò riluttante dalla sua poltrona in morbido cuoio rosso dai bordi finemente istoriati in oro e argento. Si avviò verso la porta, ma prima diede un’ultima occhiata ai suoi tesori. “A più tardi miei diletti. Mi mancherete” disse mentre infilava e girava la pesante chiave di metallo nella serratura. Aprì la porta e discese a fatica i ripidi gradini che conducevano alla sala principale dove lo attendevano quattro ragazzini in tonaca bianca che lo avrebbero aiutato nella vestizione.
“Quale passo devo leggere oggi?” chiese a Monsignor Della Corte, un grasso prelato dall’espressione porcina.
“La parabola sull’avarizia e il ricco stolto, se vi compiace” disse quello porgendogli un vecchio volume divorato dalle tarme “è periodo di Natale e i fedeli devono essere istruiti alla carità e all’altruismo verso i poveri e gli ammalati.”
Odiava sopra ogni cosa quella domenica del mese quando la Basilica apriva le porte alla plebe sporca e ignorante che acclamava a gran voce il suo nome invocando su di sé la sua benedizione. “Dammi qua. Finiamo al più presto questa farsa” disse quasi strappando di mano il Vangelo dalle mani di Della Corte.
E così, nell’anno del Signore 1251, Innocenzo IV – centottantesimo discendente di Simone detto Pietro e rappresentante di Dio in terra– si avviò a passi lenti e biascicati verso la porta che conduceva all’altare maggiore della Basilica di San Pietro.
di Angelo Mascolo | Pubblicato in: Squarci | martedì 5 giugno 2012 |
Stanotte il cielo è scuro. La pioggia si avvicina spinta da nuvole grigie. Mi sono appena svegliato con il profumo del sale tra le labbra e i capelli. Si sente solo l’infrangersi delle onde lungo la chiglia del nostro peschereccio. In lontananza, versi stridenti di uccelli marini. Sopra la mia testa, qualche stella soffocata dalle prime gocce di una pioggia amara. Questa notte. Da qualche ora la linea di costa del mio paese viene lentamente inghiottita dalla foschia schiumosa. Sono accovacciato sotto la prua. A malapena scorgo il profilo tetro del mare. Ho in tasca pochi soldi, un passaporto falso e un piccolo Corano. Ma mi è impossibile leggerlo. Soffro il mal di mare. E i conati di vomito estirpano dalle mie viscere anche l’anima. Non mangio da due giorni. Ma la fame non è un problema. Piuttosto lo è il fetore, la sporcizia, il sangue di ferite infette riverso sul ponte dell’imbarcazione. Cerco di sottrarmi all’odore acre del sudore marcio portandomi alla bocca una bandana. Poco prima dell’alba il nostro viaggio sarà finito. Ma non so quanti tra noi vedranno la luce della nuova terra. Di quelli che mi sono seduti di fianco molti sono contadini che non hanno mai visto il mare. E più di me soffrono la nausea e il vomito. Le onde inzuppano i nostri vestiti, allontanando per un po’ gli odori nauseabondi. Una volta avevo un lavoro: commerciavo datteri per i villaggi vicini al mio paese. Mi dava da vivere. Intrufolo la mano nella mia giacca sdrucita. Sfioro il contorno ruvido di un dattero rinsecchito. In quel momento, ho capito che non sarei più ritornato al mio passato, alla mia vita. L’alba arriva quasi come una ferita inferta nel cuore della nuova terra. Una motovedetta ci prende in consegna, scortandoci in prossimità del porto. Si preannuncia una timida giornata di sole, con un grecale che fa di noi tanti fuscelli spazzati via dall’aria gelida, tremolanti. Un ufficiale dal molo detta astruse disposizioni nella sua lingua; noi non capiamo. Perché prima dei suoni alle nostre orecchie giunge quello della paura, della diffidenza, della stanchezza. L’ attracco ci schiude i volti formali di guardie, medici e infermieri. Indossano tutti una mascherina bianca. Per proteggersi dalle nostre malattie infettive. Sulla nostra pelle rechiamo le cicatrici della miseria, della denutrizione e del fisico cagionevole. Le autorità preposte ci dividono in gruppi di quattro. Ci chiedono documenti. Ma non ne abbiamo. Molti sono falsi. Altri ci sono stati rubati alla partenza. Non esistiamo per questa gente. Siamo corpi estranei che a malapena si muovono e assumono una parvenza reale. Al nostro pietoso sbarco prendono parte un centinaio di persone del posto. Nei loro occhi leggo il senso di fastidio misto ad imbarazzo. Noto subito, mentre pigio con forza i residui del mio dattero, che questa gente è vestita bene, quasi elegante. Indossano occhiali da sole, orecchini, belle maglie colorate. Cosa abbiamo in comune con loro? È la domanda che mi assilla non appena incrocio i loro sguardi. Faccio a me stesso questa domanda con insistenza. Non mi accorgo che, intanto, la lunga fila presso lo stand di medici e sanitari si sta smaltendo e tra poco sarà il mio turno. Dietro il banco siede un uomo sulla quarantina, barba curata e capello folto. Con un pennarello segna sul mio braccio una crocetta nera. Infila al mio polso un bracciale fosforescente e avanti il prossimo. Quel marchio distintivo era per i soggetti ammalati di tifo e scabbia.
Dei primi giorni in questa terra remota, ricordo i vomiti continui e l’endemico stato febbricitante. Del luogo dove siamo sbarcati, ho fatto in tempo a vedere il molo e poche case, poiché da tre giorni sono inchiodato al letto all’interno di una grossa tenda militare. I giorni scorrono monotoni. I medici si prendono cura di me, avvicendandosi al mio lettino. Sento per i corridoi voci frenetiche che si rincorrono. Sono ancora a letto con la febbre che mi fa delirare. Percepisco suoni ovattati. Il sudore solca la mia fronte. Ieri notte, nei pochi momenti in cui la febbre mi ha dato una tregua, molti hanno abbandonato questo posto. Non li ho più rivisti. Con loro ho condiviso le attese del viaggio, le violenze dei predoni. Ora sono solo ombre nella mia esistenza. Fuori è primavera. Oggi è una bella giornata di sole. Le onde vigorose del mare sono il mio unico contatto con la vita. Tento di aggrapparmi in ogni modo agli ultimi respiri. Labili confini che mi separano dalla morte. Molta della mia gente è qui in attesa. Chi non è a letto, perché risparmiato dalla febbre o dalle infezioni, è controllato a vista dalle forze dell’ordine. La nostra comunità è isolata dallo “spazio” normale degli “altri”. Nessuno di noi si è lavato. Poche sono le docce. E l’acqua calda subito si esaurisce prima che ognuno di noi possa fare le minime pratiche di igiene personale.
La notte fa freddo per il solito grecale tardo primaverile che spira su questa terra. Le caldaie sono quasi assenti. A volte con gli occhi gonfi di febbre mi chiedo se valeva davvero la pena di venire a morire in questa terra. E penso alla mia casa, alle mie due figlie, ai palmeti, al deserto. Rivedrò un giorno tutto questo? Piango la notte. I brividi di freddo mi attraversano il corpo come scosse elettriche. Dopo dieci giorni di febbre, ho abbandonato il campo che mi ospitava dal mio arrivo. Sono stato trasferito in un altro campo di accoglienza. Soliti medici, le solite cure, gli sguardi assenti, il tanfo di alcool e siringhe, la ressa dei malati che chiedono cure. Un mese dopo la permanenza nel nuovo campo, sono riuscito ad eludere la sorveglianza e a scappare. La febbre mi ha ridotto una larva. Vesto di stracci. Non so dove mi portano le mie forze. Prego Allah che mi assista. Quando cala la sera ho paura. Sono solo. In una terra straniera. Con le autorità che mi braccano. In più, credo di essermi allontanato molto dal mare, mio unico punto di riferimento. Stringo fra le mani una foto delle mie bambine e di mia moglie. Sorridono.
Il corpo di Aziz Souleymani, immigrato tunisino, è stato rinvenuto in un canale di un paesino del centro Italia. Morto di stenti. La polizia era sulle sue tracce. Stringeva tra le mani una foto logora. Nessun documento. Il corpo ha evidenziato tracce di febbre tifoidea. Nella tasca della giacca un dattero rinsecchito.
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