Geometra Bruno Roversi...
di Valerio Bruner | Pubblicato in: Squarci | giovedì 31 maggio 2012 |
Geometra Bruno Roversi, Generale delle Armate Bretoniane

Era tutto pronto. Mise la sveglia alle 6.45 e si infilò sotto le coperte. Anna aveva messo a letto i bambini e dormiva già da un paio d’ore. Ripensò soddisfatto ai preparativi che aveva minuziosamente organizzato per tutto il pomeriggio. Domani sarebbe stato il grande giorno, la grande sfida, la battaglia della vita contro il suo acerrimo nemico e collega di lavoro Ragioniere Antonio Piscazzi. Era troppo eccitato per dormire. Si impose di rilassarsi ma non ci riuscì, doveva dare un ultimo sguardo al suo esercito prima di addormentarsi. Doveva parlare alle truppe, incoraggiare gli uomini la notte prima della battaglia, esaltare il coraggio dei suoi campioni.Allontanò delicatamente le coperte cercando di non svegliare Anna che di sicuro non avrebbe compreso il suo impeto militare. Calzò le ciabatte, si alzò e infilò la vestaglia da camera. Socchiuse piano la porta e si diresse fiero ed impettito verso la stanza in fondo al corridoio. Appoggiò l’orecchio alla porta, non sentì nessun rumore. “Bene” pensò “stanno già dormendo, prodi guerrieri. Sanno che il riposo è importante la notte prima della battaglia.” Orgoglioso del comportamento dei suoi uomini girò la maniglia ed entrò.L’aria era fredda, qualcuno aveva lasciato il balcone aperto. Rabbrividì maledicendo ad ogni passo quella stupida di sua moglie. Doveva essere stata lei. Quante volte le aveva detto di non entrare in quella stanza senza il suo permesso. Chiuse l’ampio finestrone e si ripromise di fargliela pagare. Diede un’occhiata in giro per vedere se tutto era ancora allo stesso posto. Da domani avrebbe girato con la chiave della porta appesa al collo, cosicché nessuno avrebbe potuto fare danni in sua assenza. Una rabbia primordiale si stava impossessando di lui, rischiando di annebbiargli la mente. Come si era azzardata quella donna ad entrare senza il suo permesso? Era una pazza incosciente. Non volle nemmeno lontanamente pensare ai danni che avrebbero potuto fare i bambini se fossero sgattaiolati nella stanza mentre Anna ficcava il naso nei suoi affari. Sentii un formicolio alle mani, avrebbe voluto serrarle intorno alla gola di sua moglie e stringere forte. Fece un lungo respiro e si calmò. Gli uomini non dovevano vedere il loro generale preda delle emozioni. Li avrebbe agitati inutilmente, avrebbero dubitato di lui.Si avvicinò al grande tavolo rettangolare al centro della stanza, vi appoggiò una mano sopra per tastare il campo di battaglia. Gli occhi gli si riempirono di gioia ad osservarli. In prima linea erano schierati cinquanta Armigeri armati di picca – costituivano la parte sacrificabile dell’esercito, quella da mandare al massacro perdistrarre il nemico. Guardò quegli uomini con la casacca a strisce blu e rosse, i colori della casa reale, pensando a quanti avrebbero perso la vita nello scontro di domani. Cercò di non pensarci troppo, d’altronde un generale doveva essere cinico e calcolatore se voleva vincere la guerra. Due manipoli da venti Cavalieri del Regno erano disposti ai lati dello schieramento nella tipica formazione a lancia, che gli avrebbe permesso di sfondare le linee nemiche al primo impatto caricandole sui fianchi. Intorno alla chiesa diroccata, che offriva un ottimo riparo dalle truppe nemiche, aveva suddiviso sessanta Arcieri in tre gruppi da venti. Aveva preferito disporli come Schermagliatori, un assetto che gli avrebbe garantito una certa sicurezza dalle catapulte e dalle baliste del Ragionier Piscazzi.A una ventina di centimetri dal grosso dell’esercito si trovavano le sue truppe scelte: trenta Cavalieri della Cerca armati di pesanti spadoni e cinquanta Cavalieri del Graal, la truppa di elite alla quale nessun avversario poteva resistere. Due grossi trabucchi e dieci Cavalieri in groppa a cavalli alati terminavano il suo prode ed imponente esercito di Bretonnia. Cercò con lo sguardo i suoi campioni, li individuò e li prese da parte – ciò che un generale diceva ai suoi secondi in campo non poteva essere ascoltato dai semplici soldati.“Miei prodi” esordì fieramente “domani saremo chiamati a respingere le orde del Caos, il male incarnato. Non mi aspetto da voi meno di quanto abbiate fatto nelle precedenti battaglie: coraggio, onore e disciplina. Cavalchiamo insieme verso la vittoria!” concluse con la voce rotta dall’emozione. Ora era davvero tutto pronto. Rimise i campioni tra i ranghi, chiuse a chiave la porta e andò a dormire sereno.Il suono della sveglia fu il rumore più dolce che avesse mai udito. Si sentiva forte e riposato. Svegliò Anna perché gli preparasse una colazione sostanziosa mentre lui andava a farsi una doccia e vestirsi prima dell’arrivo del generale nemico.“E mi raccomando” aggiunse mentre sua moglie si infilava la vestaglia da camera ancora assonnata “dato che è domenica e non c’è scuola non voglio nessuno tra i piedi, né te né i bambini mentre sono con il Ragioniere nello studio. Hai capito bene?”“Sì sì Bruno ho capito, ho capito” gli disse mentre scendeva le scale per andare in cucina.Si lavò e si preparò con calma, scese in cucina e consumò una colazione abbondante a base di uova strapazzate e pancetta croccante. Bevve una tazza di caffè e guardò l’orologio: le 8.00. Bene. Aveva ancora due ore per rivedere il piano di battaglia e riesaminare la strategia da usare prima che Piscazzi bussasse alla porta.Salì velocemente le scale, entrò nello studio e si richiuse la porta alle spalle. Con gesti meccanici, come faceva prima di ogni scontro, si avvicinò alla rastrelliera delle armi – aveva speso un patrimonio per collezionare le lame più pregiate – prese una lunga spada normanna e andò verso la poltrona accanto al manichino che indossava un’armatura medioevale. Se l’era fatta fare su misura da un famoso fabbro toscano. Appoggiò la spada lunga alla poltrona e prese il grande elmo a forma di testa di leone. Lo infilò e si sedette a pensare.Era talmente assorto che non si accorse dell’arrivo del Ragioniere. Fu Anna ad avvisarlo. La povera donna trasalì nel vedere il marito aprire la porta con indosso quell’enorme elmo dalla folta criniera rossa.“Che c’è? Che vuoi?” la voce metallica e attutita a causa dell’elmo.“C’è il Ragioner Piscazzi, Bruno.”“Bene, bene. Che aspetti fallo accomodare su!” le berciò come si fa ad una mucca per costringerla ad entrare nella stalla.“Vado, vado” rispose la donna avviandosi verso le scale. La guardò scendere: aveva anche le fattezze di una vacca, non potè fare a meno di pensare.Prese posto accanto al tavolo a aspettò il nemico.Il Ragioner Piscazzi, un uomo alto e dinoccolato con pochi capelli in testa e il naso adunco, sembrava un avvoltoio famelico. Entrò a passi spediti nello studio con in mano una valigetta nera contenente le sue truppe del Caos.“Buongiorno Geometra Roversi” Piscazzi lo salutò stringendogli la mano “o devo chiamarla Sir Bruno?” Il sorriso che gli rivolse era odioso quasi quanto la mano sudaticcia e la stretta molle. Quell’omuncolo non aveva nulla di un generale, pensò Bruno. Provò una piacevole sensazione immaginando di staccargli la testa con un fendente di spada.“Non faccia lo spiritoso Ragioniere! Oggi siamo nemici se lo ricordi. Forza disponga le sue truppe sul tavolo, si sbrighi!”L’uomo parve risentito dalla quella risposta, ma non disse nulla. Gli si poteva leggere una rabbia recondita sotto le sopracciglia cespugliose. “Bene” pensò Bruno “così combatterà impulsivamente e perderà.”Piscazzi sistemò ordinatamente le proprie truppe sul grande tavolo da gioco. Disponeva di un enorme armata di Guerrieri e Cavalieri del Caos armati di mazze espade gigantesche in groppa a bestie fameliche. Tirò fuori dalla valigetta le temute catapulte e baliste con le quali avrebbe decimato gli Arcieri Bretoniani prima che potessero scoccare. Seguirono i Barbari delle montagne su dei grossi carri da guerra e giganti campioni dalle armature lucide e nere. Per ultimi collocò sul tavolo dieci grossi demoni dall’aspetto antropomorfo. Quelli erano i più temibili, avrebbero potuto sbaragliare le sue truppe in un batter baleno. Doveva rimanere calmo. Si impose di rimanere calmo.“Diamo inizio allo scontro Geometra” disse Piscazzi con un ghigno malefico “oggi si decide il campione di Warhammer. A lei la prima mossa!”Fu uno scontro epico. Il Bene si scontrò con il Male, la Luce respinse le Tenebre. Le truppe avanzarono, i cavalieri alzarono alti gli stendardi e si lanciarono alla carica dei demoni, le frecce oscurarono il cielo, i carri mieterono i fanti come spighe di grano. Gli uomini combatterono e morirono al comando dei loro abili generali. Dopo tre ore ininterrotte di gioco i Bretoniani di Bruno stavano avendo la meglio. Nonostante avesse perso i trabucchi, tutti gli Arcieri e buona parte dei Cavalieri del Regno e degli Armigeri, il Geometra Roversi poteva ancora contare sulla fitta schiera di Cavalieri del Graal affiancati dai Cavalieri sui Pegasi. Il Ragionier Piscazzi invece era allo stremo delle forze e gli restavano solo due demoni e pochi manipoli di Guerrieri appiedati.“La vittoria è mia!” pensò Bruno lanciando i dadi per la carica decisiva. E in quel momento, proprio mentre mandava avanti la cavalleria per il colpo finale, i bambini entrarono correndo nella stanza inseguendosi l’un l’altro. Tommaso, il più piccolo, rovinò addosso al padre facendogli perdere l’equilibrio. Per non cadere l’uomo si appoggiò al tavolo da gioco facendolo ribaltare, scaraventando al suolo tutti i soldatini, vivi e non mentre il Ragionier Piscazzi cercava di salvare goffamente le sue preziose miniature di metallo.Si rimise in piedi in preda ad una furia cieca che si era impossessata di lui. Prese il bambino per il collo della camicia e gli assestò un paio di schiaffi. Il piccolo iniziò a piangere più per lo sguardo negli occhi del padre che per i ceffoni ricevuti.“Anna!!!! Vieni a prenderti questi due idioti! Guarda cosa hanno combinato!!!!! Annaaaaaaa!!!!” urlò così forte che per poco gli occhi non gli schizzarono fuori dalle orbite.“Si calmi Geometra si calmi” intervenne Piscazzi reggendo le miniature che era riuscito a salvare dal disastro “è solo una partita, la rifaremo la settimana prossima non si preoccupi.”Era come sordo alle parole del collega. Continuava a pensare che era tutta colpa sua perché si era dimenticato di chiudere la porta a chiave. Era stata quell’idiota di Anna a distrarlo e a farglielo dimenticare e ora era tutto perduto. Quella puttana e quei mocciosi avevano mandato in fumo il suo sogno di vittoria. E quel mentecatto del ragioniere voleva rimandare la partita perché sapeva che avrebbe perso. Doveva fare qualcosa, non poteva lasciare impunito un simile affronto, gli uomini non lo avrebbero più rispettato.Si alzò e corse senza pensarci verso la spada appoggiata alla poltrona. La prese e puntò Piscazzi, gli occhi iniettati di sangue.“Geometra ma cosa fa? E’ pazzo? Guardi che….”Gli staccò la testa con colpo preciso – come aveva sognato di fare tante volte – prima che quello potesse finire la frase. Il corpo privo di vita si accasciò al suolo in uno spruzzo di sangue che imbrattò il muro alle sue spalle. Una lunga scia rossa iniziò ad allargarsi sotto il cadavere. I bambini rimasero impietriti dalla scena, incapaci di realizzare cosa sarebbe successo. Morirono così, senza piangere o urlare. Scavalcò i corpi privi di vita dei suoi due figli e scese le scale, incrociando Anna sul suo cammino.“Bruno che hai fatto?” l’espressione incredula di lei si trasformò in terrore puro quando vide il marito sporco di sangue, la lama appiccicosa e imbrattata di cervello e capelli.“Ti avevo detto di tenerli lontani!!!” urlò con tutta la sua forza mentre le calava la spada sulla testa aprendola in due come un cocomero. Il corpo della donna rotolò giù per le scale con un tonfo, la spada ancora incastrata nella testa.Ritornò lentamente nello studio, cercando di non mettere i piedi nelle pozze di sangue che avevano reso il pavimento infido e scivoloso. Recuperò i suoi campioni, li ripulì del sangue che gli nascondeva le fattezze e i colori e li allineò sulla scrivania dove passava intere notti ad assemblare e dipingere le sue truppe. Si sedette e li osservò. Ripensò alla frase del finale de I Cavalieri che fecero l’impresa di Pupi Avati. Li accarezzò e disse orgogliosamente: “ Miei prodi abbiamo portato a casa la vittoria.”
Preghiera sostenibile
di Carlo Di Legge | Pubblicato in: Poesie | giovedì 31 maggio 2012 |
So che non ti conosco –
se esisti, è al di là di come s’immagina.
So che non mi conosci,
eppure all’infinito mi comprendi.

Preferisco dire che le giornate stanno diventando
calde e accoglienti, e in un altro tempo furono ostili,
o restano ostili, in qualche modo,
e questo non è banale come sembra.
Provo gratitudine per questo tempo
sentito amico, o sereno.
Ma non so cosa mi aspetta – grazie
per ciò che mi attende oltre, grazie per ogni oltre,
per ciò che vedo e non vedo,
che sembra, e forse non è.
Ogni giorno mi colma
e non mi abituo al nuovo giorno.
Grazie per questo splendore, per qualche miseria.

Quando è trascorso l’oggi,
e so che le persone amate riposano senza danno,
ringrazio.
Del male che conosco e non conosco,
ho dolore.
Per la conoscenza del dolore sono grato.
Per chi mi ha amato e ho deluso,
per coloro che ho amato e mi hanno deluso,
per amore e disamore,
illusione e delusione, per la poca fede e la grande speranza,
ringrazio.
Per mantenermi vivo finché ho vita,
per la curiosità che permane, per la stanchezza che dilegua
e ricompare.
Per il mistero che sono, per l’appartenenza al mistero.
Per la strada, che a ciascuno si apre,
e per l’ostacolo, ringrazio.
Per ogni vita, bene o male spesa.

D’essere all’altezza della mia morte,
almeno quanto chi mi lasciò,
e più,
quando mi aggiungerò all’incalcolabile folla,
spero.

Non ti conosco, né potrei.
Assenza di nome, dio impenetrabile,
che mi tenti ispirandomi la repulsione del male
come nel tramonto frastagliato,
non ti conosco e non so nulla. Eppure ti sento.
24.5.2012
Non desiderare la donna d'altri
di Vincenzo Cioffi | Pubblicato in: Squarci | giovedì 31 maggio 2012 |
Una rapida carrellata quasi cinematografica, al margine sinistro della mia visuale c'è Punta del Capo, una lingua di roccia lambita dal mare, su cui è arroccato il rudere dell'antica villa romana citata in opere di Stazio, Strabone, Plinio e Orazio.
Il margine destro è occupato da Punta Scutolo, un sperone roccioso che scivola dalla montagna incuneandosi nella baia di Meta Alimuri, simile ad un possente artiglio vecchio migliaia di anni.
Meno di otto chilometri a dorso d'uccello. Ora questa è casa mia. Sotto di me si snoda Sorrento, con la mappa quadrata tipica delle città di origine romana. Da quasi un anno sono stato trasferito alla parrocchia di San Biagio, nel rione Casarlano. Dal mio vecchio alloggio la mattina respiravo l'aria di città mentre le curve sinuose del colonnato di Bernini incorniciavano una piazza gremita di fedeli. Persone da tutto il mondo facevano la fila per essere confessati o prendere la Sacra Comunione dalle mie mani. Ora di domenica alla funzione ritrovo le solite sei bizzoche coi mariti incartapecoriti e semi-addormentati al seguito.
Certo nella sistemazione ci ho guadagnato, mi hanno assegnato il secondo piano di una casa colonica, che divido con la Signora Carmela e il Signor Gennaro: due pensionati che si occupano dei venti ettari di terra che circondano la chiesa. La mia stanza ha un accesso diretto all'ampio terrazzo che domina i tetti del circondario fino alla distesa blu del mare. Di fronte in linea d'aria non ho altro che il profilo montuoso di Ischia, che sembra quasi congiungersi al basso rilievo di Procida e all'imponenza del Vesuvio. Niente a che vedere con la cella quattro metri per cinque arredata con un armadio ad anta singola e un crocefisso.
Durante le celebrazioni a Roma avevo tre assistenti che traducevano in simultanea in inglese, francese e tedesco. Dopo la Messa potevo vagare per la Chiesa perdendomi tra opere d'arte di fama mondiale; c'erano giorni in cui restavo a fissare per ore l'espressione delicatamente triste della Pietà o il medaglione incastonato nella piazza che rappresenta un Eolo intento a soffiare. Potevo dedicarmi alla lettura nelle biblioteche fornitissime. Avevo a disposizione tomi che un uomo comune non avrebbe mai neppure sognato, pagine vergate con una sottile calligrafia corsiva su fogli di pelle d'agnello conciata, da leggere esclusivamente nelle camere stagne, protette da spesse lastre di vetro temprato necessarie per controllare umidità, temperatura ed esposizione alla luce.
Qui tra le colline che sovrastano Sorrento il mio unico svago sono le passeggiate nel verde. Posso spaziare nelle vaste proprietà parrocchiali, tra macchie di agrumi e appezzamenti concimati con sterco animale. Vecchi sentieri battuti da pecore e mucche si inerpicano lungo i costoni di tufo delle colline per perdersi nei pascoli d'altura, tra l'erba ancora bagnata di rugiada e le rocce appena scaldate dal primo tiepido sole. L'odore aspro dei limoni si mischia all'olezzo nauseante del letame seccato. Mi sembra che quell'aroma mi abbia completamente impregnato, non riesco a togliermelo di dosso in nessun modo. Non l'avrei mai immaginato, ma mi riscopro a sentire la mancanza dello smog della capitale.
La nostalgia sparisce la domenica a pranzo, quando verso l'una la signora Carmela mi chiama per mangiare. Niente a che vedere con il desco romano. Riesco ad indovinare cosa sta cucinando nel momento stesso in cui apro gli occhi: l'odore della cipolla soffritta e della carne che bolle lentamente nel sugo di pomodori fatto in casa può voler dire solo ragù. Mica quello schifo in barattolo, il basilico qui c'è davvero e il profumo mi inebria. Se invece la prima cosa che salta al naso è l'aroma secco della legna bruciata, so per certo che il pranzo sarà cotto nel forno e la lista si riempie di leccornie che mi fanno venire l'acquolina in bocca. Pasta al gratin, con la panna fatta a mano dal latte appena munto e il salame paesano tagliato a dadini. Carne alla genovese con le cipolle e le carote fatte marinare nel sugo formato dal grasso sciolto e il vino bianco. Se il signor Gennaro decide che il gallo o il coniglio sono della grandezza adatta, di primo mattino si avvia nell'aia con l'affilato coltello dal manico d'osso in pugno e ci puoi scommettere che a mezzogiorno si gusterà coniglio alla cacciatora, con dei peperoncini piccantissimi strappati dalla pianta appena fuori dall'uscio di casa; anche i fegatini di pollo soffritti in padella mi fanno perdere la testa. Il signor Gennaro ha il suo asso nella manica: nella cantina interrata c'è una collezione infinita di botticelle di ottimo vino, fatto dall'uva delle vigne circostanti e pestato alla maniera di una volta, solo piedi nudi di uomini o ragazze che ancora non abbiano avuto il primo ciclo.

Da qualche mese poi una nuova pecorella si è aggiunta al mio gregge: Marina. Una quindicenne sbarazzina con i capelli color rame e una spruzzata di lentiggini sotto gli occhi nocciola intenso. Ogni domenica si presenta in chiesa, piazzandosi tra le prime file, con le gambe tornite fasciate da gonne al ginocchio o jeans attillati e la pelle abbronzata del collo sempre scoperta fino al solco dei seni. È sfacciata nel suo essere innocente. Adorabile visino angelico che porta diritto alla tentazione della carne. Quando, durante la Sacra Comunione, tira fuori la lingua aspettando che ci posi sopra l'ostia un brivido mi cavalca la spina dorsale fino a farmi inturgidire. La sua pelle odora di erba tagliata e terra bagnata. Sono questi i momenti in cui rimpiango di aver preso i voti, vorrei averla incontrata in un'altra vita. Dal confessionale di rovere scuro il sabato, protetto dalla sottile rete intarsiata nel legno, vedo la piccola protuberanza al centro del suo labbro superiore che viene risucchiata tra gli incisivi mentre pensa a quali colpe vuole che io assolva.
Oggi è sabato e mi aspetto che lei sia lì per rendermi partecipe ancora una volta delle sue innocenti scappatelle dagli ordini materni. Mi siedo nello scomodo anfratto.
“Qual è il tuo nome figliola?”
“Marina”
“Dimmi, cosa ti porta qui oggi?”
“Parroco” succhia il labbro all'interno “ho mentito alla mamma e ho preso una fetta della torta che aveva preparato alla nonna senza chiederle il permesso”
Un altro risucchio.
“Poi ho lasciato....” abbassa il tono talmente tanto che non riesco a capire cosa dice.
“Come hai detto Marina?”
“Niente parroco, questi sono i miei peccati”
“Figliola sforzati di essere ubbidiente e non lasciarti trasportare dai peccati di gola. In nome del potere conferitomi dal Santo Padre e da Nostro Signore e Suo Figlio che è Dio io ti assolvo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.” mi fermo un attimo e guardo la chiesa vuota attraverso le tendine del confessionale.
“Dici dieci Ave Maria e sarai salva”
Si alza e va via. Non sono in controllo delle mie azioni quando inizio a seguirla. Lei attraversa lo stretto vicolo e si infila in un viottolo sterrato che porta ad una baracca alle spalle della stalla delle mucche. Qualcuno all'interno le parla.
“Dove sei stata?”
“A confessarmi.”
“Mi sei mancata.”
Il rumore del bacio si distingue chiaramente fin dall'esterno. Giro intorno al fabbricato fino a trovare una stretta intercapedine che mi permette una buona visuale dell'interno. Vedo Marina stretta in un abbraccio a Pietro, che le sta infilando la lingua in gola in un bacio umido e passionale. Lui è il figlio del proprietario di un maneggio, alto e asciutto. Passa tutti i giorni, da quando ha lasciato la scuola, a strigliare cavalli e allevare pony. Le braccia muscolose scivolano verso i glutei di lei stringendoli fino a far sbiancare le nocche.
“Ahi, mi fai male!”
La solleva come un fuscello per posarla sul tavolo che occupa il centro dell'ambiente, un pesante mobile in castagno dove venivano appoggiati i quarti di bue quando li macellavano. Marina cerca con la mano la patta dei pantaloni da lavoro aprendo cintura e cerniera senza mai staccarsi dalle sue labbra. La virilità dura e grossa scatta fuori dall'elastico degli slip mentre lui si abbassa i vestiti alle ginocchia. Marina si sfila le scarpe facendo leva con la punta di una sul tallone dell'altra e scivola fuori dalla tuta, allargando l'elastico con i pollici e muovendosi sinuosa sui fianchi.
La mia mano cerca il mio sesso sotto la tunica e lo stringe forte.
Pietro si appoggia all'apertura bagnata di lei fermandosi un attimo, poi spinge con tutta la forza delle sue anche contraendo i muscoli delle natiche sode. Lei spinge la testa all'indietro e quasi ruota gli occhi a mostrarne il bianco. Poi i loro respiri si armonizzano e il mio con loro. Poggio la mano libera sul freddo alluminio della lamiera. Un gemito, un grugnito, un urlo quasi soffocato. So che tutto è finito, sia per loro sia per me. Non riguardo dentro. Il fresco della sera mi ricorda cosa implica il mio voto. Mi allontano con passo amaro verso la mia stanza.
Fogli bianchi
di Vincenzo Cioffi | Pubblicato in: Squarci | giovedì 31 maggio 2012 |
Tra i banchi di scuola si imparano molte cose oltre alle lezioni diligentemente tenute dai professori ed altrettanto diligentemente ignorate, dimenticate o travisate dagli alunni.
Tra i banchi di scuola si impara l'amicizia, il tradimento, l'amore, il cameratismo, il rifiuto.
Lui era brutto, i compagni lo accettavano nel gruppo per una sorta di carisma innato, ma restava solo, chiuso nella sua bolla e restio ad uscirne.
Lei era una secchiona, seduta nel primo banco, graziosa a suo modo, con affianco quella che pensava fosse la sua migliore amica. Se solo avesse saputo quello che diceva in giro di lei di certo non le si sarebbe seduta vicino, tanto meno le avrebbe rivolto la parola. Le mancava la malizia per essere come le sue compagne, che indossavano soltanto quella maschera di innocenza che Lei invece possedeva davvero.
A Lui piaceva parlare con Lei, era una persona con cui poter spaziare su diversi argomenti, non le solite piatte discussioni monotematiche. Avevano molti interessi in comune e tutto sommato erano in sintonia, il tempo passato assieme scorreva piacevolmente. Quando la vide sola che si avviava verso casa, si offrì di accompagnarla. Chiacchierando spalla a spalla il tragitto sembrò più breve. Il giorno dopo rifecero la stessa strada, di nuovo assieme. La pratica divenne così un rituale che entrambi attendevano, senza accordi, come se fosse sempre una coincidenza.
Se Lui si trovava all'uscita prima di Lei, aspirava più lentamente la sigaretta aspettando di vederla scendere la scale, se era Lei ad essere in anticipo, fingeva di riporre qualcosa nello zaino o controllava varie volte il telefonino, finché non lo vedeva arrivare.
Con il passare dei giorni il tragitto iniziò a diventare troppo breve e le conversazioni continuavano a lungo mentre erano fermi sotto al portone, con gli occhi invisibili della famiglia che li sbirciavano da dietro i vetri. Salutarsi era sempre più difficile. Spesso Lui, di pomeriggio, passava in moto davanti casa sua sperando di coglierla lì e poter restare con Lei un po', spesso Lei era affacciata alla finestra sperando di poterlo vedere e restare con Lui per un po'.
Le vacanze di Natale erano prossime. Lui si trovava in libreria e colto dall'ispirazione prese una copia di “Tristano ed Isotta”. Pagando notò la commessa: era bellissima, con gli occhi verdi e i capelli rossi. Restò incantato a guardarla, poi scappò verso casa dove passò la notte a trovare le parole giuste da dire a Lei, ma nella sua testa la commessa e l'immagine della ragazza si sovrapponevano e pian piano la lettera prendeva forma.
Lei era in centro con le amiche quando, passando accanto ad una vetrina, vide una copia di “Romeo e Giulietta” ed ebbe un'idea. Si congedò dalle amiche e corse a comprarla, poi si fermò in una caffetteria e si mise a pensare alla parole da scrivergli. Mentre beveva il caffè posò lo sguardo sul cameriere alto e muscoloso con i ricci neri e gli occhi scuri. Gli lanciò diverse occhiate e pian piano la sua lettera prendeva forma.
Quando si scambiarono i pacchetti quasi non ci credevano: Lui fissava la busta rosa con appesa una coccarda dello stesso colore con aria incredula, Lei aveva gli occhi incollati alla busta bianca. Le lettere erano piene di sentimenti non detti.
Le vacanze li separavano e la lontananza sbiadiva i reciproci pensieri. Sempre più spesso Lui passava in libreria sperando di incrociare gli occhi della commessa, convincendosi che gli sorridesse per più di semplice cortesia. Sulla sua scrivania il foglio di risposta restava bianco. Lei divenne una cliente fissa della caffetteria e di volta in volta le attenzioni che il cameriere le rivolgeva sembravano andare oltre il semplice interesse professionale. Sulla sua scrivania il foglio di risposta restava bianco.
La scuola riprese ed un muro di imbarazzo si alzò tra loro. Finirono le passeggiate e le chiacchierate, ma restarono i sentimenti che provavano l'uno per l'altro.
E un foglio bianco su cui nessuno dei due aveva auto il coraggio di scrivere una scelta.
Faro
di Lucia Vitelli | Pubblicato in: Poesie | giovedì 31 maggio 2012 |
Nemmeno immagini
quale luogo apra il tuo silenzio.

È una solitudine lucente
che annuncia il nuovo tempo.

Non spegnere la luce
nella notte alta.
Dal mare
puoi ascoltare il suono dell’amore sognato
quello che – si dice – non accade mai,
ma si coglie
in piccoli momenti.

Sarà questo
un piacere concesso all’età ormai matura:
riconoscersi in fili sottili che, nel suono
del silenzio,
collegano il faro al mare.

Guarda
l’ombra sfuggente
o l’alba che ti vede sveglio.
Io sono silenzio nel tuo silenzio,
a raccogliere
l’ultimo tra gli inganni
della vita.
Petrolio e Lunapark
di Angelo Mascolo | Pubblicato in: Squarci | martedì 22 maggio 2012 |

I
Non ebbe il coraggio di aprire quella lettera. Conosceva già il contenuto. La lasciò cadere, con rassegnazione, sul tavolo. Evitò di piangere per non svegliare la bambina che ancora dormiva, al piano di sopra. La missiva, infatti, era giunta poco prima delle nove. Quel giorno non c’era scuola. La donna si sedette. Sorseggiò un nero caffè bollente. Il silenzio si appropriò dell’abitazione. Non riusciva a formulare nessun pensiero. Ricordava la promessa del marito di passare le vacanze estive ai laghi. Tutti insieme. Adagiò la tazza su un mobile della cucina. Si diresse in salotto. La tv stava diffondendo in quel momento la notizia. Tenne basso il volume al punto da percepire unicamente la sola sequenza di immagini. Sperava in una clamorosa smentita. In un ridimensionamento. In qualcosa che restituisse gli eventi alla loro esatta collocazione. Circa mezz’ ora dopo apparvero sullo schermo le foto dei due ufficiali, caduti nel vile attentato della notte precedente. Spense il televisore. Il pianto, questa volta, le si stringeva in gola come una ruvida corda. Sentiva la sua morsa stringente prenderle il collo e mettere a tacere ogni minimo respiro. Dopo un breve ma intenso smarrimento, cominciò di nuovo a legare tra loro i suoni, il silenzio, il ticchettare dell’ orologio, il frastuono della lavatrice e delle macchine che si perdevano lontano. Aveva sentito il marito due giorni prima. Ma le aveva tenuto nascosto la pericolosità della missione, riferendole che si trattava di una semplice ricognizione. La linea si era interrotta. L’ultima parola che dal marito aveva sentito fu questa: ricognizione. Una parola sconosciuta. Un termine tecnico. Questo era quanto il marito aveva condiviso con lei. Né un saluto per lei o la bambina; né un accenno al suo ritorno o alla promessa della vacanza ai laghi. Ricognizione. Ricognizione. Ricognizione. Le ronzava nella testa questa parola. La ripeteva con un filo di voce fino a che le labbra non si erano seccate. La debole pioggia si era attenuata. Un fascio di sole illuminava la cucina. La donna era ancora in pigiama e, seppur lentamente, iniziava ad avvertire il sovrapporsi disordinato di una molteplicità di voci. Erano quelle dei vicini. Chiedevano conferme dell’ accaduto. Bramavano di sapere. Solo in quel preciso momento, lei realizzò che anche del dolore bisognava dar conto. Per prima, a sua figlia e alla folla dei vicini che si accalcavano intorno alla casa, alla televisione, ai giornali, agli altri media che tra non molto sarebbero stati lì. Cosa avrebbe detto a tutta quella gente? Quali parole avrebbe usato? Il suo vocabolario era divenuto striminzito. Conteneva solo due parole: dolore e ricognizione. Pensò rapidamente di salire e svegliare la bambina. La piccola accolse la madre con un sorriso. Era ancora stordita dal sonno. Eseguì rapidamente le disposizioni della mamma: alzarsi, lavarsi, vestirsi e poi partire. Partire poteva essere l’ unica soluzione. Fuggire dalla dimensione pubblica che il suo dolore aveva assunto. Restituirlo al privato, a se stessa. La macchina era parcheggiata sul bordo opposto della strada. Per raggiungerla, bisognava attraversare il giardino, il che voleva dire imbattersi nella miriade di facce stranite e fintamente addolorate di uomini e donne accorsi sin lì. Intanto, si sentiva bussare. Era un giornalista. Scrutava, con l’ occhio vigile dell’ avvoltoio, l’interno della casa dalle mattonelle invetriate poste accanto alla porta. In cerca di un indizio. Un’indiscrezione. Dal vetro deformante, l’ uomo non riuscì a cogliere nulla. Buttò giù qualche appunto. Ma niente di importante. La donna si accorse che l’idea della fuga non era percorribile. Quel piano era crollato alla prima difficoltà. Si sentiva sotto assedio. Un assedio fatto di voci, rumori, squilli di telefono, messaggi che venivano infilati nello spiraglio della porta, nella cassetta della posta. All’esterno, troupe di giornalisti avevano creato dei capannelli, con aggiornamenti in tempo reale. Tra i messaggi ce ne era uno anche del Governo. Esprimeva il cordoglio delle Istituzioni e di tutta la Nazione per il barbaro attentato. Era firmato dal Presidente in persona. Quella donna non lesse nessuno di quei messaggi. Andò di sopra a vestirsi. La giornata trascorse tra le mansioni domestiche e il continuo rincorrersi di voci, notizie, scoop, interviste. L’arrivo della sera non scoraggiò quell’ affollamento, a cui contribuivano anche gruppi di manifestanti contro la guerra, contro i finanziamenti militari. A scopo precauzionale, agenti delle forze dell’ordine furono inviati per creare un presidio di sicurezza. Furono accesi fuochi per riscaldarsi. La serata si annunciava fredda e umida. C’era persino un chiosco ambulante che si offriva di ristorare con panini farciti e bibite, la numerosa moltitudine dei presenti. Verso le dieci, giunse una macchina. Sostò parallela allo steccato. Dall’ abitacolo scesero due uomini vestiti in modo elegante. Si fecero largo, con una certa veemenza, tra i manifestanti e la gente comune. Uno dei fotografi rimediò un livido sul collo mentre un suo collega il danneggiamento della macchina fotografica. Arrivarono alla porta. – Apra signora!– . Erano i Servizi Segreti. La donna non oppose resistenza alcuna.

II
La successione degli eventi fu rapida. Il suono del campanello, la sorpresa della donna, i preparativi disordinati, gli sguardi taglienti e sorpresi della folla, il ronzare del motore che si spegneva nel ventre oscuro della notte. Non fece domande. Dal finestrino scorrevano, tutte uguali, le case del quartiere. La monotonia di quelle costruzioni fu l’unica nota di rilievo in quella notte illogica, assente. Sentiva i brividi di paura della figlia ripercuotersi su tutta la sua persona e fermarsi sulla fronte sottoforma di un sudore freddo, raggelante. Le baciava le guance come era solita fare. Ma i suoi occhi erano vuoti. Spauriti. Tra le mani la piccola stringeva un peluche di tigrotto; l’ultimo regalo che il papà le aveva fatto. L’ultima volta che, insieme, erano stati al Lunapark. A metà percorso si addormentò. Il suo sonno era regolare e sereno. Dallo specchio retrovisore gli occhi del conducente incrociarono quelli della donna. Li abbassò repentinamente. Il suo collega, di fianco, passò tutto il tempo del viaggio incollato al telefono. Riceveva disposizioni che puntualmente annotava su un quaderno. La donna fu sorpresa dall’essenzialità del suo linguaggio, composto di soli monosillabi. “Sì, Signore. No, Signore”. Erano circa l’una. La macchina rallentò la propria andatura. Per poi fermarsi. L’ uomo dei monosillabi scese dalla vettura. Andò incontro a quello che sembrava un ufficiale. Il buio pesto e la luce soffusa non consentivano una vista migliore. Si intravedeva solo una sbarra a bande verticali bianche e rosse. L’ufficiale si avvicinò alla sportello della macchina. Fumava un sigaro e aveva l’alito cattivo. Ordinò alla bambina di scendere dall’auto. Da quel momento, il viaggio della donna sarebbe continuato senza di lei. Con un sussulto ferino, cercò di afferrare il vestitino della piccola. Il suo slancio fu, però, stroncato dalla reazione violenta dell’uomo che le procurò una lesione allo zigomo. Le scorreva anche del sangue dal naso. La macchina scura si perse nella notte. Madre e figlia non si sarebbero mai più incontrate. Gli appunti presi dall’ agente dei Servizi Segreti erano sul cruscotto. “ Prelevare donna con rispettiva figlia presso propria abitazione. Fatto. Allontanamento della figlia. Fatto. Trasporto della donna in destinazione ignota. In corso. Interrogatorio su contenuto della lettera da lei ricevuta. Seguiranno aggiornamenti”. La destinazione ignota, così come descritta negli appunti, si palesò alla donna verso le prime luci dell’ alba. Era una vecchia stazione di polizia dismessa, situata a circa una cinquantina di chilometri dalla frontiera. Era una regione brulla, fredda, con una lunga strada di asfalto. Qualcuno aveva tentato, in passato, di convertire la precedente stazione in una pompa di benzina. Del tentativo resta un solo distributore arrugginito, antistante l’ ingresso principale. La struttura era in legno. Un legno ormai fradicio. I vetri delle finestre inzuppati di polvere. Due sedie lacere affacciavano su una piccola veranda. La costante da queste parti, oltre che l’ assenza o quasi di vegetazione, è rappresentata dal vento gelido del nord. Quindi neve. Senza nemmeno accorgersene, la donna si trovò all’interno. C’era un tavolo. Una sedia. Un camino occluso. Inutilizzabile. Una foto con alcuni poliziotti. L’esistenza di un nucleo di polizia a ridosso della frontiera si era giustificato in funzione del controllo del flusso di minatori diretto verso i paesi vicini. C’era anche una ferrovia distante dalla stazione un paio di chilometri. Quando il numero dei minatori andò calando e gli interessi tra i paesi confinanti di quell’ area scemarono, il Governo ordinò la chiusura della frontiera e lo smantellamento della rete ferroviaria. Gli interessi di tutto il paese si erano spostati a Nord, verso gli snodi portuali che accoglievano le petroliere di mezzo mondo. Il petrolio. L’elemento che ha dettato la crescita vertiginosa della ricchezza. Il mostruoso catalizzatore sociale che ha plasmato la classe dirigente del Paese. La località monotona e isolata in cui la donna era stata condotta, prima una fertile campagna, fu abbandonata dai contadini con l’avvento dell’ industria petrolifera. E sempre il petrolio aveva orientato le scelte del Governo in politica estera. Forse il petrolio c’entra anche in questa storia. Ma è solo un’ipotesi. Una traccia. Nella mente stordita della donna, c’era solo posto per lo smarrimento. Che, in alcuni frangenti dell’ esistenza umana, appare essere una forma più raffinata di dolore. Guardava fissa il tavolo sul quale danzava uno scarafaggio. C’era un piccolo vaso con un fiore più che appassito. Fogli divorati dalle termiti. Uno dei due agenti era rimasto nella vettura. A controllare che nessuno li avesse seguiti. Guardava l’orologio con una cadenza fissa di ogni due minuti. Era previsto, infatti, l’arrivo dell’interlocutore. Di colui che per telefono aveva dettato al suo collega le disposizioni sopraelencate. Aveva lui stesso scelto quel luogo per l’ interrogatorio. La donna scoppiò in pianto. Piegò i gomiti sul tavolo. In attesa. Un rumore di auto in avvicinamento, distolse gli occhi dell’uomo dall’orologio. La persona che aspettavano era arrivata. L'auto si fermò a circa un paio di metri dalla vettura scura. Il vento secco alzava aliti di polvere che si depositavano sulle superfici impenetrabili dei vetri neri. Prima che si manifestasse ogni fisionomia riconoscibile, una nuvola disordinata di fumo si era insinuata negli spiragli sottili del finestrini. Con il viso segnato da glaciali scalfitture, l’uomo scese dalla macchina. Indossava un abito scuro. Sbarbato. Occhiali da sole nascondevano due occhi cerulei. La bocca era stretta; dal mento pronunciato sporgeva una piccola ma vistosa cicatrice. Non era solo. Nell’ auto rimase un altro individuo. Ma è bene che rimanga ancora protetto dalle tenebre di questo racconto. L’uomo spense la sigaretta. Nella stanza la donna era rimasta con la testa incastrata tra le braccia. I capelli erano madidi di sudore e pianto. Sullo zigomo fratturato era evidente un ematoma che si era esteso fino al labbro superiore. Fu scossa dall’urto di un pugno sul tavolo. Levò lo sguardo e riconobbe l’ uomo. Ne riconobbe il profilo bruno ed ermetico. Lo aveva visto per la prima volta nel corso di una cerimonia al comando ufficiali. Di quella sera ricordava il fumo, l’odore dell’alcool, l’ atmosfera pesante e tesa. Ricordava, inoltre, che alle donne fu chiesto di allontanarsi. Passò accanto ad una finestra. Vide quell’uomo mentre discuteva animatamente con gli altri ufficiali. Suo marito non le parlò mai di quella riunione. Due mesi dopo fu mandato in missione. Così le fu comunicato. L’uomo sedeva di fronte a lei. Badava a non appoggiarsi al tavolo impolverato. Accese un’altra sigaretta. E un’altra ancora. Non rivolse nessuna parola alla donna. Poi un sibilo spaventoso vibrò nell’aria stagnante. Un colpo di pistola alla nuca. La donna stramazzò al suolo. L’uomo seduto sul sedile posteriore della vettura sentì lo sparo perdersi in lontananza. Quando il ronzare convulso del proiettile si spense nel vuoto, capì che il prezzo pagato era stato altissimo. Tuttavia, rimase immobile. Nessuna reazione. Imperturbabile. Arido. Abbassò il finestrino. Intorno non c’erano che polvere e lingue di vento. Strani suoni riecheggiavano dalle lamiere retrostanti la stazione di polizia. Suoni metallici. Il vento cessò di colpo. Lo sportello della macchina si aprì. – Tutto compiuto – fu il commento laconico dell’uomo che aveva sostenuto l’ interrogatorio; accese una sigaretta insolitamente dolce e profumata. Il corpo della donna fu gettato sul retro della stazione e abbandonato. Tutto compiuto. Non restava da fare che un passo verso quel potere da sempre agognato: supervisionare la gestione del petrolio, i rifornimenti militari, le decisioni politiche. Un potere senza limiti. I pensieri di grandezza, di avidità sterminata stuzzicavano la fantasia di quell’uomo per il quale qualsiasi prezzo era lecito per il potere. Arrivò in città. L’auto parcheggiò in un garage poco lontano dal luogo in cui i due uomini stavano per dirigersi: la presidenza della multinazionale petrolifera al 14 ° piano. L’ascensore impiegò meno di cinque minuti per arrivare. L’ufficio del presidente. Uno spazioso vano a forma di rombo con piante e oggetti d’arte disseminati dappertutto. Attestati, titoli, licenze, riconoscimenti ricoprivano le pareti. Due poltrone imbottite color bordeaux facevano risaltare il piano scuro della scrivania. Accanto allo scrittoio, un portapenne dorato e una piccola trivella che faceva da souvenir. Il presidente accolse i due uomini seduto di spalle. Agitava con abilità il tagliacarte d’argento. Aveva circa sessant’anni. Obeso. Si voltò verso l’ uomo. Poi un ghigno. – Tutto è compiuto – . Gli uomini uscirono dall’ appartamento. Riattraversarono il lungo corridoio che li aveva condotti all’ufficio del Presidente. Nei punti più stretti del passaggio, l’uomo seguiva il Tenente alle spalle. L’ascensore era in fondo sulla sinistra. Poco prima di svoltare, accanto a una delle vetrate c’era un distributore. Bevettero un caffè amaro. Fu la frazione di un attimo. Il corpo del Tenente fracassò la vetrata precipitando dal 14° piano. Non lontano dal luogo in cui il Tenente si era sfracellato, la polizia, accorsa all’istante, rinvenne la foto di una donna e di una bambina sorridenti al lunapark.
Ossessioni
di Valerio Bruner | Pubblicato in: Squarci | martedì 22 maggio 2012 |
Ideolipsía
Non riuscivo a smettere di pensare a lei. Era un chiodo fisso che non mi concedeva un attimo di tregua. Di notte l’angoscia diventava insostenibile. Mi abbandonavo sul letto, sperando che nessun sogno fosse venuto a tormentarmi ma, come l’inconscio prendeva il sopravvento sui sensi, la vedevo abbandonarsi alle carezze di un uomo senza volto, mentre con le gambe gli cingeva la vita, gemendo di piacere. Ahimè, fosse stato solo un sogno, lo avrei sopportato, ma purtroppo i desideri della marchesa di Dubois erano più che reali. Durante il Carnevale in particolare, quando ogni porco di Venezia si sentiva in dovere di infilarle qualcosa sotto le sottane al grido di “SEMEL IN ANNO LICET INSANIRE” (una volta all'anno è lecito impazzire).
Non che la cosa mi disturbasse più di tanto s’intenda, d’altronde tutta la ridicola commedia umana ruota intorno a quell’effimero attimo che dura il tempo di un orgasmo. Dunque, se un povero diavolo voleva raggiungere quell’attimo servendosi della marchesa, lo appoggiavo pienamente. Ciò che realmente mi indisponeva era che mai, nemmeno una volta, quella donna mi avesse guardato con la stessa cupidigia che riservava al ragazzo delle cucine o che mi avesse fatto mostra della stessa lascivia con la quale si appoggiava allo stalliere, chiedendogli di aiutarla a “montare in sella”. Rivolgeva sguardi ammiccanti anche a quell’oligofrenico di Padre Ballarin, fingendosi contrita ogniqualvolta entrava in confessionale, sapendo che il pio curato non avrebbe dormito la notte all’udire i suoi peccati carnali. Persino quell’omuncolo di suo marito, l’ultimo nella lista dei suoi amanti, poteva avanzare il diritto di penetrarla, un diritto che doveva durare ben poco visto lo scarso desiderio che l’anziano marchese nutriva per tutto ciò al di fuori dei suoi preziosi legionari romani in lega di stagno e piombo. Guardando quegli uomini non vedevo altro che rozzi animali sempre pronti ad accoppiarsi. “Mentecatti” riflettevo “non potete nemmeno immaginare quanto profondo ed intenso possa essere il piacere di una donna paragonato al vostro”.
Cosa avevo io in meno a loro? Le mie forme avrebbero fatto arrossire Venere in persona e sapevo come usarle per dare piacere a una donna. Ah, come dimenticare Lucia, la puttana del bordello di Ponte delle Tette, la prima donna alla quale avevo concesso i miei baci segreti. Mi piaceva scopare con lei e lo trovavo di gran lunga più appagante che farlo con quelle bestie pelose e barbute. Mi ci ero affezionata e andavo a trovarla quasi tutte le settimane, fino a quando un marinaio ubriaco le aveva aperto la gola con un coltello dopo averla violentata.
Poi c’era stata Pia, quella mia grassa cugina con qualche rotella fuori posto. Trascorrevo le giornate di agosto nella tenuta della sua famiglia a Martellago. Un giorno rubai una bottiglia di pregiato Chianti delle colline senesi A.D.1724 – così diceva l’etichetta - dalla cantina di suo padre e la convinsi a uscire per una cavalcata. Cavalcammo a lungo e quando fummo stanche ci fermammo a riposare ingollando sorsate di Chianti per calmare la sete. Forse fu colpa del vino o forse no, fatto sta che mi avvicinai a Pia e la baciai. Quella stupida vacca non si tirò indietro, credo non capisse nemmeno quello che stava per accadere. Le infilai una mano sotto le sottane e iniziai ad accarezzarla in mezzo alle gambe. Ma, come le spinsi dentro un dito, quella sembrò realizzare cosa era successo e iniziò ad urlare come un maiale allo scanno, cercando di articolare qualche frase tra i singhiozzi. Poi si alzò e fuggì via. Con il culone di Pia che si allontanava al galoppo, terminarono anche le mie gite a Martellago. Non l’ho più rivista, ma ho sentito che l’hanno data in sposa ad un mercante di spezie. Mi domando come se la sbatta un mercante di spezie a una grassona come Pia. Credo ne trarrebbe più piacere infilzandola con lo spiedo e bacchettandola col ginepro.
E dopo venne lei: la marchesa di Dubois, la donna che aveva reso la mia vita un inferno. La immaginavo nuda, distesa su quelle lenzuola di seta che amava tanto, sulle quali soleva trarre il proprio piacere, da sola o in compagnia. Amava il sesso, lo sapevo, e con il passare degli anni i suoi appetiti erano diventati più spavaldi e insistenti. Si era fatta scopare da tutta Venezia, dal doge al ciabattino, stando a quanto si mormorava. Per quello che faceva la amavo e allo stesso tempo la odiavo profondamente. Non potevo sopportare l’idea che altri, all’infuori di me, potevano darle piacere. Dovevo conquistare ad ogni costo la sua attenzione.
* * *
Era l’ultimo giorno del Carnevale e tutta Venezia era satura di una nauseabonda atmosfera di felicità e benessere. Tutti urlavano festanti, ingozzandosi come porci e applaudendo ai guitti che si cimentavano nel Volo dell’Angelo. Scesi di buon’ora e mi immersi nella folla alla ricerca di un volto capace di farmi dimenticare per un attimo la mia carnefice, ma più le guardavo e più realizzavo che nessuna di quelle insulse baldracche agghindate a festa avrebbe potuto sostituirla. L’unico sollievo alla mia ossessione mi era dato dalle maschere: androgine Baùte, così affascinanti nella loro asetticità, giovanotti travestiti da Gnaga e poi meravigliose Morette in velluto nero, talmente abili nel non lasciarsi cadere il bottone di bocca. E fu in quel frangente che
un lampo di genio mi attraversò la mente. “Chiunque” pensai “grazie a un buon travestimento, può assumere un’altra identità.” Così dal mascarero di calle delle Mercerie comprai tutto il necessario: una larva di gesso bianca, un tricorno e uno spesso tabarro di panno nero. Tornai di corsa a casa, fremendo nell’indossare quegli abiti. “Meraviglioso!” esclamai rimirandomi allo specchio “così travestita potrò avvicinare la marchesa non destando alcun sospetto sulla mia identità!”
Consumai un pasto leggero e non toccai vino, dovevo essere lucida. Ordinai alla servitù di preparami un bagno caldo, con oli profumati al sandalo e cannella. Mi asciugai e indossai il travestimento. Ero pronta e al calar del sole uscii di casa. Più mi avvicinavo a piazza San Marco, più la folla si infittiva in un tripudio di maschere e di colori. I passanti berciavano di gioia, scambiandosi complimenti sui propri costumi e danzando sulle note di una musica gitana. Giocolieri e saltimbanchi si esibivano in complicati giochi pirotecnici. E lì, in mezzo quella confusione, la vidi. Il costume che indossava andava al di là di qualunque mia aspettativa: un lungo peplo porpora con bordi dorati le ricadeva dolcemente fino ai piedi, cinti in calzari di morbido cuoio, i capelli acconciati in una lunga treccia, le ricadevano sulla spalla scoperta. Al suo fianco c’erano due dame vestite allo stesso modo, una in verde e l’altra in bianco. Tutte e tre indossavano le maschere tipiche del teatro greco.
Mi avvicinai a loro e mi profusi in un pittoresco inchino. “Dove andate così meravigliosamente vestite, mie signore?” esordii. Le tre si scambiarono dei sorrisi maliziosi, guardando lo sconosciuto che le aveva approcciate. La donna in verde prese la parola.
“Buon cavaliere mascherato, eravamo qui, sole, sperando di incontrare un gentiluomo che potesse scortarci per queste strade. Sa, abbiamo timore che qualche sgherro ci possa aggredire, non che la cosa mi dispiaccia personalmente” ed esplose in una fragorosa risata che le fece tremolare la gorgiera che aveva al posto del mento.
“Perdonate la mia amica spudorata, mio buon signore” s’intromise la marchesa “stanotte ha bevuto troppo e il vino le ha fatto dimenticare le buone maniere. Lasciate che mi presenti: io sono Erato, colei che suscita desiderio, Musa della poesia amorosa. Le dame che mi accompagnano sono invece Tersicore, Musa della danza” disse indicando la donna grassa “e Talia la festiva, Musa della commedia”. I suoi occhi non smettevano di fissarmi. “Di grazia sareste così gentile da scortarci fino alla prossima locanda? Siamo assetate e gradiremmo rinfrescarci con del buon vino.”
Si avvicinò e mi sussurrò all’orecchio: “Se vi dimostrerete galante, vi ripagherei volentieri con egual moneta.” Il suo alito profumava del vino aromatizzato,
fruttato e speziato ai fiori di arancio. Avrei voluto baciarla lì, seduta stante, assaggiare quella lingua che prometteva essere più dolce dell’ambrosia stessa.
“Ma certo mie Muse” risposi “seguitemi pure. Conosco una locanda non troppo distante da qui, dove il vino è amabile e la musica inebria i sensi. Prego, vi faccio strada.”
Arrivammo alla Leon, le feci accomodare e ordinai una caraffa di vino rosso. Di certo non era amabile e la musica era inebriante quanto quella che può suonare un nano stando in piedi su un tavolaccio di legno. Ma le tre signore non si lamentarono né dell’una né dell’altra cosa.
“Propongo un brindisi, amiche mie!” gridò Talia la festiva “A Dioniso, padre dell’ebbrezza, e al nostro cavalier galante che gentilmente ci ha offerto il frutto di questa ottima vendemmia!”
“A Dioniso e al cavaliere mascherato!” risposero le due in coro.
Inutile dire che la caraffa di ambrosia, nella quale galleggiava un capello, durò poco meno di un’ora. Tersicore e Talia, già ubriache , si alzarono e iniziarono a danzare al ritmo del violino del deforme musicista. La Musa grassa era talmente su di giri che prese in braccio il nano affondandogli la faccia tra le sue enormi tette. L’altra era seduta in braccio a un gigante tozzo e tarchiato e beveva vino dalla coppa di un altro. Se solo avesse saputo, la povera sciocca, che tipo di avventori frequentavano quella locanda, sarebbe schizzata via urlando e implorando pietà. Ma era tardi e da quei due di pietà non ne avrebbe di certo ricevuta.
La marchesa invece era rimasta lì, si era sollevata la maschera e mi fissava. Seppure ubriaca, non lo diede a vedere, anzi aveva conservato tutto il suo contegno. Sorrise e mi si avvicinò: “Sembra, buon cavaliere, che le mie compagne mi abbiano lasciato sola. Non le biasimo, in fondo è l’ultimo giorno di Carnevale e da domani entrambe torneranno confinate nelle loro gabbie dorate, a servire uomini sordi ai loro desideri.”
Fece scivolare una mano sulla mia gamba. “Torniamo a noi piuttosto. Se la mente non mi inganna, ricordo di aver promesso un’adeguata ricompensa alla vostra galanteria. Certo avete barato, il vino non era ambrosia e la musica non era quella di una cetra, ma siete stato cortese e io, prima che il giorno nuovo segni la fine del Carnevale, voglio ripagare la vostra gentilezza. Vi mostrerò di quali atti peccaminosi sa macchiarsi la bella Erato, serva di Dioniso e Afrodite.” Mi prese una mano e se la
infilò tra le gambe. Un gesto che era preludio di quei segreti che troppo a lungo mi erano stati celati.
“Conosco questo posto” proseguì “concedetemi un lieve vantaggio, ordinate un’altra caraffa di vino e poi seguitemi su per le scale. L’ultima camera sulla destra sarà l’alcova dei nostri piaceri” disse alzandosi lentamente dal tavolo.
Feci come mi aveva ordinato e mi avviai su per le scale dopo aver gettato uno sguardo a Talia e Tersicore ormai prede dei satiri della locanda. Non so dire di preciso cosa provassi in quegli attimi, sentivo la testa pulsare e vorticare freneticamente e non per colpa del vino. Per un attimo le scale parvero tremare e le pareti scomparire, ma durò una frazione di secondo. Arrivai alla porta, girai la maniglia ed entrai.
E lì alla luce di una candela, unico baluardo a difesa dell’oscurità che incombeva, c’era lei. Era nuda, distesa sul letto. Le fiamme della candela vorticavano sul suo corpo. Si era sciolta la treccia e i lunghi capelli neri le ricadevano sulle spalle in morbidi riccioli, aveva seni grandi e sodi e i capezzoli scuri come l’ebano.
“Allora, avete intenzione di restare fermo lì a fissarmi, mio Dioniso?” mi sfidò con un sorriso.
“Mi concederò a voi mia Musa a patto che mi permettiate di non togliere la maschera. Almeno per ora” la provocai.
“Acconsento. Spogliatevi ora, sì che possa ammirarvi.” Mi tolsi gli abiti e sciolsi la crocchia che mi legava i capelli. Non dimenticherò mai la meraviglia che si dipinse sul volto della marchesa di Dubois quando realizzò che ero una donna.
“Siete stato malvagio, cavaliere, a nascondermi la vostra reale identità. Dovrei imporvi di andarvene per la vostra menzogna” disse fingendosi offesa “ma non posso lasciare che un corpo così giovane e bello vada via, senza che lo abbia prima assaggiato. Venite qua, bambina.”
La accarezzai piano, sentii i suoi capezzoli inturgidirsi fra le mie dita, il suo antro aprirsi ai miei baci. Quando raggiunse l’apice del suo piacere urlò talmente forte che per un attimo temetti che la stanza ci sarebbe crollata addosso. Mi distesi al suo fianco e le passai un braccio intorno al collo, mentre con l’altra mano impugnavo il coltello che avevo nascosto nel mantello.
“Ora mia dolce fanciulla, mostratemi il vostro volto, sì che vi ricordi per sempre.” mi disse ancora ansimando. Mi tolsi la maschera. Immediatamente quello
sguardo, prima così carico di desiderio, si tramutò in una smorfia di orrore mista a stupore. Cercò di dire qualcosa, ma il terrore le aveva attanagliato talmente il cuore che dalle sue labbra non uscì alcun suono. La pugnalai al ventre, una, due, tre volte. Sentivo il sangue colarmi lungo le braccia, una sensazione che mi eccitò a tal punto che seguitai a pugnalarla ancora, ancora e ancora.
Mi fermai ad osservarla. Il suo corpo giaceva in una posa innaturale, il sangue colava giù lungo il letto, formando una pozza scura sul pavimento di legno. La sua bocca era rimasta contratta negli spasmi della morte e i suoi occhi, ormai privi di vita, erano aperti e rivolti al soffitto. Ora non sarebbe stata più di nessun altro. Mi avvicinai e baciai un’ultima volta quelle labbra che tanto avevo desiderato. Erano ancora calde.
“Ti amo mamma.”
Mi rivestii senza fretta, recisi una ciocca dei suoi lunghi capelli neri e la nascosi nella tasca del mantello, insieme al pugnale con cui le avevo dato il bacio della morte. Nessuno mi prestò attenzione mentre lasciavo la lurida locanda.
L’alba stava spazzando via le passioni e le sfrenatezze della notte e le calli di Venezia andavano pian piano svuotandosi. Dismesse le maschere della dissolutezza, la gente faceva ritorno alle proprie case a passi cadenzati, scanditi da un dolce rimpianto per i desideri lasciati incompiuti. L’aria fredda del mattino annunciava l’arrivo della Quaresima.
Luporiccio
di Carlo Di Legge | Pubblicato in: Poesie | martedì 22 maggio 2012 |
Dopo il suo risveglio, quasi sùbito, abbiamo litigato.
L’ho offesa, s’è alzata,
se n’è andata.
Davanti al computer: ha ripreso la sua chat.
Dopo un po’, mi sono seduto a leggere vicino a lei.
Le ho messo davanti una storiella sufi –
ha letto, e ha risposto: – e allora?

Abbiamo visto insieme due film.
Ha spostato la sua poltrona a fianco della mia,
ha appoggiato la testa su di me.

Mi piacciono le sue dita.
Se le prendo la mano, non la ritira, e circola dolcezza.
Perché lei è difficile, d’accordo, proprio come un lupo.
Ma è anche tenera, un piccolo riccio, quando espone
il musetto
fuori dalle spine.

10.5.2012
Compleanno
di Lucia Vitelli | Pubblicato in: Poesie | martedì 15 maggio 2012 |
Nell’ arco delle ricordanze
l’aria rinfresca subito.
Ho pianto molto,
ma la vita può essere anche altro.

Basta sporgersi da un balcone
per vedere il possibile:
la fissità dei sassi
potrebbe sgretolarsi,
gli angoli del patire
chiudere le forbici.

Oggi mi sento sciocca,
se prima di ogni mestiere,
non ho imparato
quello di vivere il tempo
e poi lasciarlo andare …
senza pensieri.

Sul momento,
ho le chiavi di un mistero,
il giorno replica il tempo
ricco di anni, libero da essi,
e la lieve acqua di maggio
dà un senso di festa
all’anno che viene.
Poesia di maggio
di Carlo Di Legge | Pubblicato in: Poesie | martedì 15 maggio 2012 |
Ogni volta gradita come un nuovo giorno,
sei combattiva come un enigma.
Resti
evanescente come ombra di luna: ma reale
come sabbia di mare,
fertile terra, roccia bianca della cima.
Sei sottile come un fuscello
portato dal vento,
e insieme dura, eppure calda di sentimento –
levigata come un discorso,
incisiva e tagliente come una risposta.
Pietra preziosa e singolare: ti ritrovi
e perdi nei tuoi riflessi innumerevoli.

Sei quel sollievo che provo guardandoti,
o ascoltando,
quando senza motivo siamo insieme.
Oppure pesi – è come rispondere a se stessi.

Sei come una bambina.
Un sorriso, una mossa
d’innocenza maliziosa:
prima che me ne accorga, vinci,
ma la posta era niente.
O sei la guerra, per una sola parola.

Guardo: non ti presenti
sulla mia strada,
e non finisco di proportela;
eppure ci sei, sulla tua, come
se potessi seguirti –
perché è vero,
qui
lontano e vicino si confondono.

Monastero di passi discreti e penombre,
dove
esitando
si entra,
come uno scrigno di caldi silenzi.

Minuscola presenza. Smisurata parola
di maggio.

Maggio 2012
Fuori città
di Angelo Mascolo | Pubblicato in: Squarci | martedì 15 maggio 2012 |

Fuori città. Un cavalcavia di cemento armato. Spunzoni di ferro che fuoriescono come spighe arrugginite dal ventre improduttivo del cemento. Intorno, erbacce ingiallite, colate di cemento e rifiuti. Sullo sfondo un mucchio di cianfrusaglie: sportelli di auto, aste lunghe ed arcuate, cerchioni di auto grigie, gomme bucate e bruciacchiate. Accanto un cane si inerpica sui sentieri metallici dei rottami mentre le macchine corrono veloci ammirando dall’alto l’inferno grigio e inanimato. La strada che collega il sottopassaggio del cavalcavia (poco più di un dormitorio pubblico) all’ uscita autostradale è tappata da cumuli di materiali inutilizzati. Bande di polistirolo, lamiere di acciaio, prefabbricati di ogni genere. Ecco quel che resta del “progresso per una nuova comunità” così come lo aveva enfaticamente annunciato il sindaco, quattro anni addietro. I materiali imballati, infatti, rappresentano la testimonianza scheletrica di un lungo asse stradale che avrebbe dovuto collegare la città alla periferia fino all’ imbocco dell’autostrada. Nuove priorità, investimenti destinati a opere di sviluppo più importanti, permessi e licenze che mancano, gare d’ appalto, imprese fannullone e sub- affittuari di lavori pubblici, malavita. Insomma, la ricetta che fa trasformare cose solide e visibili come denaro, progetti, capitale umano in corpi fumanti e sfuggenti. L’unico momento di sollievo che si respira nell’ inferno anonimo della periferia è la venuta della pioggia. L’unico elemento in grado di restituire fascino e persino poesia a un luogo tempestato dalla degradante modernità. La pioggia cancella il graffio profondo lasciato dal progresso, restituendo a questi luoghi una verginità brutale. La pioggia aumenta l’intensità. Di colpo smette. Uno squarcio di sole. Poi lo stesso grigiore di sempre: quello dei cavalcavia, delle strade mai progettate, degli assessori, della gente comune. La gente che abita nei dintorni è diventata grigia lentamente. Si recava nelle fabbriche; ritornava la sera. I figli di quegli operai, oggi, sono avvocati, immobiliaristi e malviventi, politici naturalmente. Si prestano e scaricano favori a seconda delle circostanze. Quindi, molto di frequente capita che l’immobiliarista si rechi dall’avvocato affinché gli consigli un cliente ingenuo da spennare; a sua volta l’avvocato accoglie nel suo studio, interamente foderato con poltroncine e sofà, il malvivente per chiedere appoggio professionale a lui e ad altri come lui. Insomma un meccanismo ben congegnato, dove nulla è lasciato al caso. In città si decide il destino della periferia, delle sue famiglie, dei suoi ultimi spazi vivibili. Il tutto avviene tra strette di mano, firme, sorrisi ammiccanti e convenevoli di ogni tipo. L’altro giorno le ruspe dell’impresa Arletti hanno espropriato un terreno di fianco all’inferno del cavalcavia. Due abitazioni abbattute. Indennizzo appena bastevole a trovare un nuovo alloggio. Pubblica utilità. Questa la motivazione. In città è arrivato il nuovo commissario. Sembra in gamba. Una coppia di folti baffi, giacca trapuntata con rombi rossi e neri. Fuma sigari toscani. È del nord. Ha l’accento dei dintorni di Trieste. Malleabile. Così viene giudicato in periferia chi mostra un così vistoso attaccamento al dovere. Con molta probabilità avrà già ricevuto, sulla sua bella scrivania, il primo telegramma di auguri accompagnato da qualche invitante regalo: braccialetto, portasigarette, orologio. È nella natura dei rapporti umani di questo posto ammorbidire chi ti può dare noie, fastidi, problemi. È una specie di patto con il diavolo. Ci si allea con lo Stato (o almeno con un suo rappresentante) per ottenere qualche boccata di vita in più. E che vita! Terreni edificabili su cui erigere alberghi per turisti, costruire strade chilometriche e sfavillanti, godersi i soldi e i frutti vergini degli intrallazzi in mete esotiche e lontane. In sostanza, un diavolo dalle uova o , se si preferisce, dal fuoco tempestato d’ oro. In fondo, si “reca” un vantaggio alla comunità e all’economia locale. Tutto è lecito. Lo slargo che si apre al di sotto del cavalcavia è dominato da un altro particolare, opportunamente tralasciato: a cento metri dal monticciolo di rottami è in attesa una macchina: una Mercedes nera, dal parafanghi color acciaio. È targata RO AG55VV. Vetri scuri. Motore acceso. Un incontro lontano da occhi indiscreti. Di breve durata a giudicare da come l’ autista scalda il motore. Dal groviglio dei polistiroli si fa avanti un uomo. Alto. Giubbotto di pelle nera su una maglia bianca. Un paio di jeans rattoppati. Indossa un paio di occhiali scuri. La fronte marcata da rughe che si estendono sul volto sicuro e protetto da una discreta abbronzatura. Non è lui il protagonista dell’appuntamento. Un altro motore accende il caldo pomeriggio di ottobre. L’auto arriva perpendicolare alla Mercedes. Si ferma a due metri. Solleva un turbinio confuso di polvere. Lo sportello si apre dopo un breve segmento di attesa, in cui l’ aria trattiene il suo torbido respiro. L’uomo dagli occhiali scuri resta fermo sul fondo della scena. Dalla macchina, un’utilitaria rossa, scende un uomo di bassa statura. Capelli sfoltiti. Giacca a righini marroni con venature di beige. La camicia disegna la linea pingue del ventre. Il volto è un ovale biancastro punteggiato di macchie color vermiglio in prossimità delle guance e delle mandibole. Compie mezzo giro intorno allo sportello sinistro della vettura. L’uomo non è solo. Nella mano destra stringe una borsa di velluto nero. Un altro particolare: sotto la giacca l’uomo nasconde una pistola. Quindi ha calcolato che l’incontro potrebbe degenerare. Tenta di avvicinarsi. Ma l’ uomo dalle lenti scure lo ferma bloccandolo con un cenno. Il sole picchia con i suoi colpi oltre la coltre biancastra delle nubi. La Mercedes nera scivola lentamente sulla polvere infuocata mentre dall’auto una voce sussurra: - Assessore questo è per lei - . Dal giubbotto di pelle nera l’uomo estrae una pistola con silenziatore. L’assessore crolla spalle all’indietro sul cofano della sua auto.

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L’assessore ai lavori pubblici Cosimo Arletti fu trovato da un passante disteso sulla propria macchina con la bocca spalancata e due enormi chiazze di sangue: una al fegato e l’altra al cuore. La notizia si diffuse rapidamente in città. Naturalmente l’assassinio dell’ assessore non poté non far registrare un grave terremoto politico nella maggioranza. L’ assessore alle politiche del lavoro e quello dei beni ambientali si dimisero. Il sindaco tentò un rimpasto della giunta. L’opposizione colse la palla al balzo istigando la stampa con titoloni e processi sommari alla maggioranza, rea di aver contratto alleanze con la malavita locale nell’ambito della gestione degli appalti pubblici e dello sfruttamento della manodopera immigrata. Seguirono giorni di vera tempesta. Sui giornali fecero la loro apparizione interminabili elenchi di personaggi, ex detenuti ed esponenti politici. Tutti coinvolti in un sottile equilibrio di potere che la morte dell’assessore aveva inevitabilmente infranto. Sulla scena del delitto si presentò, verso le undici, il commissario. Accese uno dei suoi toscani. Rivolse qualche domanda agli agenti. Notò il particolare della pistola che a malapena fuoriusciva dalla fondina. Il giorno seguente furono preparate le esequie. Era presente tutta la città. Gente comune, giornalisti, telecamere e familiari affranti. Dietro il lutto del doppiopetto, sfilava il sindaco con la sua capigliatura ispida. La fascia tricolore era aderente ai fianchi asciutti. Lo seguiva l’assessore al turismo imprigionato in un vestito blu scuro. Gli altri esponenti della giunta presero posto sulla panca laterale a quella della vedova e dei figli.. La cattedrale di S. Giovanni brulicava di suoni indistinti che salivano in alto fino a fondersi con la cappa di aria umida e soffocante. La funzione ebbe inizio a mezzogiorno preciso. Era presente anche il commissario, che si teneva in disparte in un angolo buio della navata. Da quell’osservatorio privilegiato scrutava visi, il convulso movimento di mille labbra, lacrime finte o sentite che fossero, il parlottare di due anziane signore. Era proiettato di colpo nel microcosmo isolato di una città sprofondata nel vuoto più completo. Alle spalle della vedova, la signora Marianna Lo Monaco, sedeva il fratello dell’ assessore, il costruttore Vincenzo Arletti. La sua impresa di costruzione aveva cantieri aperti in tutta la regione. Aveva avuto noie con la giustizia soltanto una volta. Uno scandalo di mazzette. Un suo collaboratore fu sorpreso dalla polizia mentre rifilava una tangente a un assessore, per ammorbidire sue riserve in merito all’edificabilità di un terreno. Non se ne seppe più nulla. Il reato cadde in prescrizione; tant’è che ne uscirono puliti il collaboratore, l’assessore, l’Arletti e il terreno edificabile su cui fu costruito un quartiere residenziale. Ora eccolo lì, con il suo sguardo affaticato difeso a malapena da due folte sopracciglia nere aggrappate ad una fronte raggrinzita e spenta. Sembra partecipare commosso al dolore per la morte del fratello. Ripetutamente, estrae dal gilè un fazzoletto bianco; lo porta al collo, si deterge il sudore. Il profilo è dominato da un naso punteggiato da un bitorzolo con le guance che recano i segni di una mediocre rasatura. La cattedrale era gremita all’ inverosimile; coloro che erano rimasti in piedi affollavano ogni pertugio dell’ ingresso. Una selva di giacche, gomiti e polsini rendeva impenetrabile l’ accesso alla navata centrale. Davanti al portone d’ ingresso stazionavano una quindicina di uomini ben in salute dai colletti bianchi e senza cravatta. Un giovane dalla pelle olivastra tentava vanamente di dimenarsi tra quella folla immobile. Indossava una maglietta bianca aderente su un pantaloncino scuro a pescatore. Ai piedi un paio di scarpe marroni. Attirò su di sé lo sguardo infastidito dell’ultima fila di fedeli. Si diresse verso l’ Arletti. Gli bisbigliò qualcosa all’ orecchio. L’ uomo si alzò. Con stile abbottonò la giacca, fece il segno della croce. Ed uscì. Ricomparve due ore più tardi. Al cimitero. La folla si dissolse in breve tempo. Rimasero i parenti più stretti, tra cui l’Arletti che teneva sottobraccio la vedova. Capelli mossi dal vento e una ferita al collo coperta malamente dal bavero della giacca.
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La morte dell’ assessore tenne banco ancora per diversi giorni. Se ne discuteva nei circoli, nei bar, per le strade e, naturalmente, nella piazza principale antistante al commissariato. Di lato ad essa scorreva una piccola pista ciclabile in terra battuta. Ogni domenica mattina il commissario sfoderava la sua bicicletta e faceva lunghe passeggiate. Abitava in uno dei palazzi signorili della città. Al quarta piano. In via dei Mille. Un piccolo appartamento che affacciava sul lungomare. Da giorni, il suo lavoro aveva invaso anche quell’ abitazione con archivi, foto segnaletiche, bozze ed appunti, pile indescrivibili di giornali. Sul comodino un abat-jour pendente dal lato sinistro e pagine di un libro svolazzanti: Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust. Allo stesso piano del commissario abitavano il ragioniere Bellizzi e il colonnello Sciarrimanico, entrambi in pensione. Il mese di novembre non portò nessuna novità di rilievo. Se non per il tempo che cambiò radicalmente. Alle giornate afose ed anomale di fine ottobre, subentrarono venti moderatamente freddi, con banchi di nebbia al mattino e piogge battenti nel tardo pomeriggio. La lunga corsia ciclabile si svuotò presto di biciclette e passanti. Anche sulla piazza si vedevano meno persone rispetto a poco tempo prima. Due gruppi di anziani. Il barista che girava le sedie sui tavolini. L’ autobus con le sue fermate scontate. Una volante che usciva dal commissariato. Lo stridulo suono della sirena si perdeva lontano. Il commissario si era rinchiuso nel suo appartamento. Da due giorni non si recava in ufficio. Studiava per ore intere il materiale del caso Arletti, aggiornandosi di continuo. Dai tabulati telefonici risultava che la vittima mezz’ora prima dell’ omicidio aveva telefonato al sindaco. Lo avevamo lasciato, quest’ ultimo, al funerale dell’ assessore imbottito nel suo pesante doppiopetto da cerimonia. Come il commissario, il sindaco amava passeggiare per la città, scrutare le vetrine dei negozi; si intratteneva sovente nel circolo di partito; scambiava qualche chiacchiera con un amico, valutava l’attuale posizione politica del paese mentre gustava un gelato sul porticciolo. Poi si ritirava nella sua abitazione di Via dei Reduci, distante due isolati dal palazzo in cui viveva il commissario. Da vent’anni amministrava la città con giunte diverse. A colpi di rimpasti, scioglimenti, il sindaco aveva cambiato il volto della città. La periferia, ora, pullulava di palazzi, casamenti di cemento, strade, ferrovie. Facevano parte del paesaggio anche le miriadi inermi di cantieri, di operai dalle pelli abbronzate, di camion e gru che inscenavano una sorta di saga spaziale con i loro movimenti contorti e pesanti. L’ ufficio del sindaco si trovava al secondo piano di Palazzo Armosini, sede del podestà durante il regime fascista. Il commissario si recò in visita al sindaco alle dieci. Le notti insonni avevano fiaccato la sua salute. Soffriva di una fastidiosa gastroenterite dovuta, forse, al caldo anomalo dei giorni scorsi o a una scorretta alimentazione. Insomma, recava i segni di quel cedimento fisico in un volto smagrito e in una barba incolta e intirizzita. L’incontro non rivelò nulla di significativo. Il sindaco confermò la telefonata dell’assessore, dicendo che si trattava di un normale colloquio di lavoro. Quando il commissario fece notare al sindaco che mezz’ora dopo quella telefonata l’ assessore era stato assassinato, il sindaco rispose che di certo non avrebbe potuto prevederlo. Una stretta di mano cordiale. Il giorno seguente, alle tre del pomeriggio fu ascoltato in commissariato il fratello dell’assessore, Vincenzo Arletti. Indossava una camicia color ghiaccio su un paio di pantaloni neri rigati. Sul naso spuntavano gli stessi occhiali da sole del funerale. Intorno al colletto della camicia un foulard di seta. Al polso un rolex d’ oro. I capelli erano folti e striati da solchi bianchi. Ci risulta – esordì il commissario – che una delle sue imprese di costruzioni all’ estero, la Kaber Costruction s.p.a. con sede ad Amburgo, in Germania, e da lei rilevata nel marzo di quest’ anno ha vinto la gara d’ appalto per la costruzione dell’asse stradale all’ altezza del cavalcavia. Ci può dire a quanto ammonta l’ offerta fatta dalla sua società per aggiudicarsi la gara? Duecentocinquanta milioni – rispose – . Ha altri cantieri attivi nella regione , oltre a quelli della Kaber Costruction?. Sì. Quanti operai lavorano per le sue società? Circa trecento. Circa o trecento? – volle puntualizzare il commissario – Trecentodieci. Il commissario si schiarì la voce con un colpo di tosse: può dirci dove si trovava al momento dell’assassinio di suo fratello? Di colpo, un pugno partì sul tavolo facendo barcollare il piano della scrivania. Ma come si permette di levare simili insinuazioni! Mi dica dov’era.. – ribatté gelido il commissario - . Ero su uno dei cantieri della zona; lo potranno confermare i miei dipendenti. Nulla in contrario se effettuiamo qualche controllo – concluse secco il commissario. L’ interrogatorio di Vincenzo Arletti mise di buon umore il commissario. Si allentò il nodo della sua cravatta rossa. Tirò una boccata al sigaro. Sorseggiò del caffè tiepido. Diede un’ occhiata rapida alle deposizioni rilasciate dall’Arletti e si diresse verso la persiana che dava sulla piazza. Erano le quattro di un pomeriggio fuligginoso. I lavori ai cantieri dell’ Arletti erano stati sospesi per la pioggia. Il commissario ritornò alla scrivania. Restò in commissariato fino alle otto. Si fece accompagnare da una agente, pur abitando non molto distante da lì. Lo salutò e gli regalò un sigaro. – Non mi sento affatto bene, stasera – disse.
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Il rapporto sulla Kaber Costruction giaceva sulla scrivania del commissario da tre giorni. Per la sua compilazione erano stati sollecitati agenti della polizia tedesca, informatori, ex dipendenti, le sentenze del tribunale che aveva curato il fallimento della vecchia società. Un capitolo era dedicato ai nuovi acquirenti. In particolare, un prospetto dettagliato indicava con precisione che il 30,2% del pacchetto azionario apparteneva a un certo Hamed Khoulany, uno sceicco arabo con un giro imponente di affari in Europa. La parte restante del pacchetto era così distribuita: il 10, 5% a un industriale di Amburgo, l’ 8% a una società immobiliarista di Londra, il 15% a una multinazionale spagnola: la Iberican. Il 10,8% a un magnate del Volga Sergei Azunov, il 15,5% di proprietà di un imprenditore turistico svizzero. Infine, il 10% apparteneva all’imprenditore edile Vincenzo Arletti. Così strutturata, la Kaber Costruction si presentava come un imponente prefabbricato di affari, relazioni, interessi di portata continentale. A metà settimana la gastroenterite del commissario era migliorata. Ritornò al suo lavoro di sempre. Notò sulla scrivania il rapporto Kaber. Scambiò un sorriso con i suoi collaboratori. Impartì ordini precisi in merito alle indagini. E sprofondò nell’ abisso biancastro delle pagine del rapporto. Note, appunti, grafici, cifre, cartelle fiscali. Il commissario sfogliava quei documenti con una inspiegabile sufficienza. Un particolare. Una cifra mutò il suo atteggiamento indolente. Un versamento di quindici milioni di lire a favore della cassa comunale, datato al 15 marzo di quattro anni fa. Nello stesso periodo in cui venivano inaugurati i lavori per la costruzione del nuovo asse stradale sottostante il cavalcavia. Per l’intero pomeriggio il commissario non fece altro che associare nomi, date, versamenti tra loro sperando di cogliere un legame. Nella stanza calò lentamente la sera. La lampada della scrivania emetteva una luce blanda perforata da corpuscoli di polvere. Le associazioni pomeridiane indussero il commissario alla stanchezza. Decise di continuare a casa dopo essersi rinfrancato con un bagno rilassante. Preferì tornare a piedi con l’ involucro di carte sottobraccio. Snodò la sua andatura agile tra i lampioni luccicanti della piazza. Per il ritorno imboccò via degli Ulivi, la strada parallela a via dei Mille dove abitava. Scorse le vetrine dei negozi, dei bar, le bandiere del circolo dove si recava il sindaco; svoltò alla sua sinistra ed entrò in una farmacia. Comprò delle aspirine sperando che gli allentassero la forte emicrania che era sopraggiunta dopo tante ore di lavoro al chiuso. Faceva piuttosto freddo e per strada si distinguevano le ombre di pochi passanti che rincasavano. Il commissario rimpiangeva di essere solo in quella città. Le sue serate scorrevano monotone, senza nessuna forma di calore umano. Soltanto lavoro. Arrivò al suo palazzo. Salutò la portiera dal naso screpolato per un forte raffreddore. Si infilò nel suo appartamento. Accese il camino accanto alla finestra. Preparò il bagno. E pensava. Non faceva altro che pensare. Non si curava nemmeno di mangiare. Il suo cervello era intrappolato da pensieri che spaziavano dal lavoro, alla sua esistenza, alla felicità che non riusciva ad afferrare, al sogno di avere una persona accanto che lo capisse, lo amasse. Pensieri che regredivano, poi, in sogni lontani e proibiti. Era avvolto dal tepore fumante della vasca. Ascoltava un disco jazz, e fumava il solito sigaro. Sentì suonare alla porta. Frettolosamente si infilò l’ accappatoio colorato; intrufolò i piedi nelle ciabatte azzurre. Ed aprì. Sull’ uscio si trovava il giovane dalla pelle olivastra visto ai funerali dell’ assessore. Indossava una giacca di panno nero con grossi bottoni all’ altezza dell’ addome. Una coppola marrone e una sciarpa avvolta intorno al collo. Si intravedeva con difficoltà il viso tagliato simmetricamente dalla sciarpa in prossimità del labbro superiore. Il commissario lo invitò ad accomodarsi. Lui rifiutò. – il signor Arletti desidera incontrarvi domani, sul cantiere di Canasei. All’una. Buonanotte, signor commissario. La mattinata successiva trascorse in modo tranquillo. Le indagini proseguirono tenendo calde molte piste: omicidio politico, regolamento di conti, vendetta per qualche oscuro motivo. Il commissario fece una rapida comparsa al commissariato verso le dieci per ritirare dei documenti che aveva dimenticato la sera prima. Poi ritornò a casa dove attese l’ora dell’appuntamento: accanto alla finestra scrutando i passanti. Uno sguardo alle montagne circostanti che digradavano verso la costa, il porticciolo con le sue barche colorate, la pista ciclabile colma di foglie giallastre, la piazza con i suoi deboli giochi d’ acqua e i quartieri residenziali che si aprivano a ventaglio con i loro stucchi bianchi e gialli, le strade asfaltate a traffico limitato. Con un movimento furtivo delle dita della mano sinistra il commissario poggiò il sigaro sul davanzale. Sollevò la mano destra portando alla bocca un bicchiere di succo di frutta. Dedicò l’ultima porzione di tempo rimastagli alla lettura della posta. Tra il groviglio sconclusionato delle carte, notò una busta gialla. Lesse il nome del mittente. Laura Moretti. La busta conteneva le foto della donna scattate durante un soggiorno estivo. Alle foto era allegato un biglietto: ti aspetterò per sempre. Ripose le foto nella busta. Guardò l’orologio. Prese il cappotto appoggiato sul bracciolo della poltrona. Le chiavi della macchina erano sul tavolo dell’ ingresso. Si assicurò che tutto fosse al suo posto. Per recarsi all’ appuntamento, il commissario si servì della sua macchina; un’alfetta nera che si trovava nel garage vicino casa. Canasei era una frazione distante circa trenta chilometri dal centro. Il verde degli alberi era stato quasi tutto ingoiato dalle colate spietate di cemento. Le ultime case in muratura si difendevano con affanno dagli enormi piloni grigi che quotidianamente mettevano le loro radici in una delle colline circostanti. La strada provinciale per raggiungere Canasei era punteggiata di buche e costellata da enormi curve; priva di segnali stradali, anche quelli più elementari. L’ autoradio era sintonizzata su una frequenza jazz, il genere musicale preferito dal commissario. Una musica dolce e morbida che infondeva in lui una apparente tranquillità. Si fermò a un distributore per fare benzina. Mancava un quarto d’ora all’una. Il cantiere era abbarbicato a una delle tante colline che componevano il paesaggio di Canasei. Un interminabile cordone di linee ondulate che si spegnevano nell’ orizzonte fumoso di inizio novembre. Quella fisionomia ricordava al commissario lo stesso groviglio di pensieri che attanagliavano il suo cervello. Fili intrecciati al punto da stringersi in solidi nodi, inestricabili. Tutta l’impalcatura cerebrale era tenuta insieme da quella semplice frase che aveva letto sul biglietto, accanto alle foto: ti aspetterò per sempre. L’ idea di un’attesa eterna che sfidasse il tempo e le intemperie della vita urtava con il livello precario in cui versava l’esistenza del commissario. Giudicare gli errori altrui, ritenere un uomo responsabile o meno di un crimine, sospettare, indagare. Questo lo metteva a parte della fragilità e delle debolezze che articolavano la condizione umana. Con il passare del tempo, il commissario era diventato un uomo sospettoso e disincantato. Qualità professionali che si specchiavano, nel privato, in uomo fragile e apatico. L’alfetta del commissario sostò davanti al cantiere. Alla sorveglianza era addetto un manovale sardo, quarantenne e abbronzato. Faccia tonda e pizzetto scuro. Buongiorno, signor commissario. Ho appuntamento con il signor Arletti – rispose dalla macchina– . Il signore Arletti vi sta aspettando. Il cancello di legno si aprì lentamente. Mentre la sua vettura si inerpicava sulle dune di terra e cemento, dallo specchietto retrovisore vide il manovale sardo ripararsi all’ ombra, sdraiato sotto un tetto di lamiere grigie. Per difendersi dalla polvere che entrava dai finestrini, il commissario portò alla bocca un fazzoletto scuro con il quale, contemporaneamente, si detergeva il sudore. L’ ufficio dell’ Arletti era un pergolato di lamiere colorate collocato a ridosso dell’area in cui si effettuavano i lavori. Il commissario parcheggiò la macchina accanto a quella dell’Arletti, nell’area destinata al personale. – Si accomodi signor commissario. Il commissario esitò. Poi si risolse a sedersi. Su una sedia di acciaio dalle tese sicure, molto resistente.
- Le posso offrire qualcosa,? Non so. Una birra, un caffè, una bibita dissetante, faccia lei.
- Se non sbaglio, signor Arletti mi ha fatto chiamare. È evidente che lei ha qualcosa da dirmi. Quindi se potessimo arrivare subito al sodo, senza perderci in ulteriori convenevoli.. le sarei grato.
Le gote del costruttore si infiammarono d’un tratto. E lente gocce di sudore si intrufolarono tra le vene del collo rigido.
- Evidentemente, signor commissario siamo partiti con il passo sbagliato..
- Cioè..
- Veda, lasci che le spieghi.. da anni sono nel mondo degli affari, ho imparato a conoscere gli uomini e quello che ho capito è che essi sono privi di moralità, dinanzi al denaro sacrificano i loro ideali e quello in cui credono.. mi risulta – il tono della voce mutò all’istante – che lei e i suoi uomini stiate indagando sul conto delle mie società, in particolare sulla Kaber Costruction che io rappresento nel nostro paese. Le devo dire che la cosa mi ha molto rammaricato; spero vivamente che si tratti di un semplice equivoco dovuto alla vivacità e all’ inesperienza di qualche suo collaboratore, commissario.
- Mi sta chiedendo di archiviare il caso, signor Arletti?
- Di moderare lo spirito di iniziativa dei suoi uomini. Spero che lei non dimentichi le accuse rivolte nei miei riguardi subito dopo l’assassinio di mio fratello. Invece di concentrare l’ attenzione sui possibili colpevoli, riempite di calunnie me e la società che rappresento.
Il commissario sembrò accusare il colpo. L’Arletti gustava sulle labbra secche del commissario una vittoria di carattere e di piglio dialettico. Il commissario tamburellò le dita sul tavolo in modo da tentare una controffensiva. Gli venne in mente quel particolare. Quella cifra intravista tra le pagine del rapporto Kaber. Quei quindici milioni versati al comune dall’Arletti potevano dare, ora, una svolta decisiva alla conversazione.
- Signor Arletti, dalle nostre informazioni risulta un versamento datato al 15 marzo di quattro anni addietro a beneficio della cassa comunale. Le risulta?
- Sì.
- A cosa era destinata la somma?
- Alla realizzazione di opere di interesse pubblico.
- Che genere di opere?
- Su questo, commissario, non posso aiutarla. Il versamento della somma mi vide come un semplice intermediario tra la società Kaber Costruction s.p.a. e il comune.
- Cosa pensa del sindaco Bonanni?
- Una persona rispettabile.
- Ha avuto altri contatti con lui, oltre all’ intermediazione di cui ha parlato?
- Nessuno.
- Eppure suo fratello era assessore nella giunta Bonanni.. possibile che lei non avesse nessun contatto con il sindaco?
- Signor commissario, della politica cerco di occuparmi il meno possibile. Sono un lavoratore. La politica la lascio a chi di dovere. Commissario – riprese l’Arletti – ho l’ impressione che il mio invito si sia trasformato in un interrogatorio. Lasciamo da parte queste domande. Siamo tra uomini. E lei credo che lo sia. Ho chiesto di vederla anche per salvaguardare la sua posizione in città. Un commissario che accusa un uomo onesto, in mancanza di prove, rischia di veder compromessa la sua carriera.. non trova?
- Non si preoccupi della mia carriera, signor Arletti. Piuttosto si tenga a disposizione per le indagini.
Il commissario montò sulla sua vettura, lasciando dietro di sé un manto silenzioso di polvere. Scendendo dalla collina, non trovò nessuno di guardia al cancello. Il manovale sardo era andato via.
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Il corpo esanime del costruttore Vincenzo Arletti fu rinvenuto da un pescatore in una barca del porticciolo, impigliato in una rete da pesca. Le labbra erano tumide e viole, i capelli appiccati sulla fronte e le orecchie punteggiate da macchie scure. Il collo recava segni di strangolamento. Era seminudo. Senza camicia e i pantaloni laceri. Le edizioni serali del gazzettino locale e di alcuni quotidiani nazionali aprirono con la notizia della morte dell’Arletti. In poco tempo affluirono in città giornalisti, televisioni; un esercito mediatico che mise sottosopra la cittadinanza, ancora incredula per quanto era accaduto. La morte dell’ Arletti gettò nello scompiglio indagini, ipotesi, sospetti fino al dissolvimento di ogni certezza. Il teorema messo appunto dal commissario di una possibile relazione tra gli Arletti e il sindaco al fine di favorire gli interessi della Kaber Costruction crollò davanti al primo tentativo di applicazione. Era una teoria sostenuta da congetture, non certo da prove. La verità che si palesava agli occhi del commissario era che lui e i suoi uomini brancolavano nel buio. Della morte dei fratelli Arletti si continuava a non sapere nulla. Il problema – ammise candidamente ad un collaboratore – è nel metodo che abbiamo applicato: troppe accuse dirette; avremmo dovuto lavorare i fianchi dei possibili colpevoli. Ed ecco il risultato: due omicidi e nessuna traccia. L’amarezza del commissario celava anche un sottile velo di scoraggiamento. La sera prima del delitto fu fatto recapitare presso la sua abitazione un biglietto che diceva: le taglieremo le gambe. Soltanto adesso il commissario capiva il senso di quelle parole. Le gambe tagliate andavano intese nell’ottica delle indagini che venivano irrimediabilmente compromesse, stroncate all’ origine. Il commissario dovette ricominciare da zero. Gli elementi su cui poteva reimpostare le indagini erano pochi: un rapporto sulla Kaber Costruction s.p.a., il versamento di quindici milioni destinato alla cassa comunale, l’ultima conversazione con Vincenzo Arletti. Nel volgere di una settimana, il commissariato fu presidiato da un nutrito gruppo di giornalisti e cittadini che reclamavano una svolta nelle indagini. Per questo motivo, il commissario evitava di tornare a casa. Non gli andava di fornire spiegazioni in un momento in cui le ricerche erano ancora in alto mare. La sua compagnia più assidua era il distributore accanto alla scrivania che sfornava caffè a ripetizione. Le notti insonni si moltiplicarono e il nervosismo iniziava ad affiorare. Si era ormai a fine novembre e la vicenda drammatica di Cosimo e Vincenzo Arletti rimaneva avvolta nel mistero più fitto. Le ricerche congiunte di polizia e carabinieri portarono al ritrovamento dell’ arma che aveva freddato l’ assessore: una pistola a canna corta di produzione cecoslovacca. Il rapporto balistico confermò che i colpi erano stati sparati dalla stessa arma che aveva ucciso Cosimo Arletti. Il dottor Altobelli che aveva curato la stesura della relazione aggiunse che i proiettili erano stati accuratamente modificati secondo una tecnica diffusa nell’ Europa dell’ est. L’ appuntamento era per le nove. Il commissario fu avvisato da una telefonata anonima ricevuta nella sua abitazione in via dei Mille. La voce dall’ altro capo del telefono era rauca, con lunghe pause di silenzio nelle quali si udiva il lento fruscio della linea telefonica. Poche parole. Venga sabato alle nove commissario presso la cascina di Polecchio. Da solo. Ho importanti rivelazioni da farle. Il commissario riagganciò lentamente. Il 13 novembre era un sabato. In mattinata la pioggia aveva lasciato una sottile coltre di nebbia che si era adagiata per tutto il pomeriggio sulla città, alterando le linee sinuose dei suoi dintorni. La cascina di Polecchio si trovava al quarantesimo chilometro della strada provinciale. Allontanandosi per chilometri dalla città, il paesaggio divorato dai cantieri edili sfumava in una sottile barriera di fronde statuarie che costeggiavano la strada. La cascina occupava uno slargo rettangolare protetto da uno steccato diroccato. II commissario si diresse verso il casolare. Notò un bagliore di luce calda proveniente dal piano superiore. Entrò. Intorno, una coperta increspata di paglia dalla quale spuntava una scala. Il ripiano aveva due finestre dai vetri di carta e travi incrociate che reggevano il tetto. Imbracciò una lanterna che si trovava su una fila di sacchi di farina. La lanterna proiettò un fascio di luce in un angolo della soffitta. L’ uomo che attendeva il commissario penzolava da una corda stretta ad una delle travi. Il commissario accostò la luce della lanterna al volto dell’uomo. Aveva il naso appuntito e una fronte larga e stempiata. Capelli scuri tirati all’ indietro. Indossava una camicia chiara su un pantalone grigio. La giacca era impigliata tra gli attrezzi. Il commissario frugò nelle tasche dove rinvenne dei documenti, tra cui un tesserino del Kgb, sigla dei servizi segreti sovietici. L’uomo si chiamava Sergei Azunov, nato a Mosca il 12 aprile del 1926. Oltre al tesserino, l’ uomo aveva un biglietto di sola andata per il Sud America. La scientifica rimosse il corpo di Sergei Azunov dalla cascina, dopo aver compiuto i consueti rilievi. Nella colluttazione l’uomo aveva smarrito la tessera del partito e un bracciale con le proprie iniziali. L’identità dell’ uomo fu tenuta nascosta agli organi di informazione. Il motivo era molto semplice: l’uomo era morto per le informazioni che possedeva. E quell’uomo era Sergei Azunov, uno degli azionisti della Kaber Costruction s.p.a. Il riserbo sull’ identità serviva alle indagini; e serviva ancor di più per evitare infuocate e velleitarie ricostruzioni giornalistiche. La cascina fu tenuta sotto stretta osservazione per alcuni giorni dalla polizia. Gli sforzi per condurre in porto le indagini si erano fatti asfissianti. L’ idea sulla quale stava lavorando il commissario era quella di poter dimostrare l’ esistenza di un legame tra la vittima Sergei Azunov, l’arma che aveva ucciso l’ assessore Arletti e la Kaber Costruction s.p.a. Nel torbido mosaico che il commissario tentava di ricostruire, difettavano le tessere che riguardavano i fratelli Arletti. L’unico tra i due che avrebbe potuto avere (e certamente li aveva avuti) contatti con Sergei Azunov era Vincenzo Arletti che con la vittima faceva parte del gruppo degli azionisti della Kaber. Come si spiegava, però, che un agente segreto sovietico utilizzasse la stessa identità anche per i propri affari? Si trattava forse di una copertura? O di una pura (anche se inspiegabile) coincidenza unita a un’ eccessiva sicurezza? Alla prova dei fatti il castello di domande progettato dal commissario, crollò senza colpo ferire. Quel sabato il commissario ritornò a casa. Vi mancava da una settimana, da quando era scoppiata l’imponente attenzione mediatica verso il caso Vincenzo Arletti. Trovò l’ appartamento così come lo aveva lasciato, con il sigaro bruciacchiato sul davanzale e il bicchiere sporco di succo di frutta sul tavolo. Si gettò con tutti i vestiti sul letto, abbandonando le sue fibre molli alla stanchezza. Riassaporava dopo giorni, l’odore morbido del materasso, il candore piumato del cuscino e la luce soffusa dell’ abatjour che illuminava il comodino. Il commissario si alzò con una voglia incontrollabile di fare una passeggiata in bicicletta. Non gli importava che la pista ciclabile fosse invasa dalle foglie. Voleva uscire. Respirare l’odore del mare e dell’autunno. La domenica prometteva bene. I nuvoloni umidi era stati spazzati da un sole vigoroso che illuminava i profili delle case. Quella giornata doveva essere speciale. Un giorno nel quale lasciarsi alle spalle indagini, morti ammazzati, utopici scandali internazionali per assaporare una giornata libera da tarli e problemi. Riordinò la stanza. Si preparò per bene e sfoderò la bici riposta nel sottoscala del palazzo. La domenica trascorse velata da un sottile silenzio che avvolgeva i rami argentati della pineta, dove il commissario aveva deciso di fermarsi con la propria bicicletta. Mangiò un panino. Percorse un breve sentiero; si sdraiò contro la parete ruvida di una quercia e ammirò la composizione meravigliosa di luci e colori che quel boschetto esprimeva in tutta la sua intima e travolgente armonia. Raccolse dei funghi. Gli ricordavano un passato lontano, al quale non sentiva più di appartenere. Era un uomo diverso adesso: logico, riservato. Da giovane era stato un poeta dilettante; componeva versi ispirati al gorgoglio dell’ acqua, a una rosa appassita, al volto indolenzito di un vecchio passante. Leggeva romanzi, poesie, saggi. La creatività di pensatori e poeti lo introduceva in un mondo effimero ma tremendamente affascinante. La professione di commissario lo apriva, al contrario, a un mondo parallelo ma più vicino alla realtà: un mondo grigio, stanco, abitudinario, corrotto. Leggeva da anni solo rapporti, confessioni, giornali rimpinzati di casi di cronaca e morti di ogni genere. Si interessava vagamente di politica. Da giovane era stato un militante in uno dei circoli del partito di maggioranza. Poi, le solite divergenze tanto da decidere di abbandonare la vita politica. Non dimenticava, però, i suoi doveri di cittadino: seguiva i comizi di piazza, la tribuna politica e naturalmente esercitava il suo diritto al voto. Il commissario non era un conformista. Una banderuola da issare a favore del vento più propizio. Nonostante le debolezze dovute alla sua tempra, sapeva essere leale e coerente. Un crocchio di persone si trovava davanti al palazzo dove abitava il commissario. Parlottavano e a turni alterni si scambiavano delle pacche sulle spalle. Uno di loro, un giovane sulla trentina con dei baffi neri alla sudamericana ben tenuti, aveva l’ aria di essere un manovale; di quelli che si potevano vedere presso i cantieri degli Arletti. Con i suoi lineamenti abbronzati e i capelli corti e lanosi. Il commissario non badò al gruppo e piegò verso il portone del palazzo. Ripose la bicicletta. Ma non raggiunse subito l’ appartamento. Si sedette su un gradino della scalinata. I polsi tenuti incrociati tra le ginocchia. Accennò il motivo di una canzone americana, fischiettandolo. Con lo sguardo, intanto, perlustrava la guardiola incustodita del portiere presidiata da due barboncini scodinzolanti; le vetrate scolorite del palazzo deviavano i raggi del sole pomeridiano sulle facciate dell’ ascensore. Salendo le scale, il commissario incrociò il generale Sciarrimanico, vestito di un bel completo blu accompagnato dalla moglie, la signora Rosa, una donna sulla cinquantina, sopracciglia folte e rughe affioranti che non compromettevano un aspetto, nel suo complesso, ancora gradevole. Dall’abbaino antistante l’appartamento del commissario, si intravedeva uno spicchio della città brulicante di un silenzio surreale. Fu l’ ultima immagine che il commissario vide. La chiave scivolò ruvida nel pertugio arrugginito della serratura, producendo uno scatto repentino. Una voce gelò il commissario sulla soglia. In una breve frazione di tempo il commissario cadde trivellato di colpi.


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