1927 - Atlanta, Georgia
di Valerio Bruner | Pubblicato in: Squarci | domenica 29 aprile 2012 |

“Era ora che vi decideste a togliermi questo cappuccio, stavo soffocando. Scommetto che se avessi esalato l’ultimo respiro voi bastardi ne sareste stati oltremodo afflitti, vi avrei tolto il piacere dell’esecuzione. Fammi vedere un po’… E’ questo il ramo che avete scelto? Bene, sembra robusto per reggere un negro figlio di puttana come me. Dopo mi darete fuoco ne sono sicuro. E’ la regola, il vostro codice d’onore. Agli incappucciati piacciono le fiamme. Non ci vedo ancora tanto bene, ma alcuni volti mi sono familiari e non ne sono affatto sorpreso. Era solo una questione di tempo, di fortuna, mettiamola così. Dio mi ha voltato le spalle prima che raggiungessi pure voi. Beh, poco male. Vuol dire che gli serve un negro che suoni la tromba lassù.
Mi chiedo…Chissà chi mi metterà il cappio intorno al collo? Tu Ted Roberts? Hai mai impiccato un negro guardandolo negli occhi? Non credo. A te piace stuprare le donne con i tuoi amici che ti guardano le spalle, non reggeresti lo sguardo di un uomo e lo sai. Prima che i tuoi compagni ti salvassero il culo, te l’eri già fatta nei calzoni mentre stavo per affondarti il coltello in quella merda secca che ti ritrovi al posto del cuore. E tu che mi dici Neal? No, nemmeno tu hai le palle. Sei uguale al tuo fratellino Liam. Lo sai? E’ morto piangendo e implorando dopo che puzzava di merda più di un letamaio. Puah! Ecco quanto vale il coraggio dell’uomo bianco. Uno sputo! Sapete agire solo quando siete in branco, ma uno contro uno non ce la fate, vi manca il fegato.
Vi eccita andare nelle case dell’ uomo nero e violentargli la moglie mentre il marito é via. Godete nel farlo. Vi piace guardare un bambino di otto anni che piange chiamando il padre, mentre non capisce quello che state facendo a sua madre. E poi lo accoltellate. Non a morte però, non sia mai che il ragazzino crepi e non si porti addosso i segni dell’odio razziale per tutta la vita. Ma con me avete sbagliato. Avete rotto il cazzo al negro sbagliato! Lo hanno capito bene i vostri amici mentre gli tagliavo via le palle e gliele infilavo in bocca per soffocarli.
E tu metti via quella croce Alan Kinney! Credi che voglia dire le ultime preghiere prima di crepare? Che mi voglia raccomandare l’anima a Dio? Puah! E’ una perdita di tempo! Tanto Dio non li ascolta i negri, Lui se ne fotte se i bianchi gli stuprano la moglie e gli accoltellano il figlio. E poi perché mai dovrebbe fregargliene qualcosa? Dio è bianco e siede sul trono dei cieli mentre qualche schiavo come me gli porta da bere dicendo: “Si signore, subito signore. Io buono negro, io stare a posto mio. Io negro buono.” Dio ha voltato le spalle al mio popolo quando i primi schiavisti
ci presero e ci portarono in catene dall’altra parte del mondo. A lui piacciono quelli come voi, che gli riempiono il Paradiso di servi e leccaculo. Ne è pieno a strafottere lassù di negri morti nelle traversate, gettati a mare come zavorra, accoltellati alle spalle in qualche vicolo per aver guardato una donna bianca, impiccati per il solo fatto di esistere. Che cosa stai mugugnando Ralph May? Superbia dici? Blasfemia? E perché mai!? Sto dicendo la semplice verità. Non affannatevi a pregare per la mia anima, ci piscio sulle vostre preghiere. E ora impiccatemi figli di puttana, che sono stanco di parlare ai vostri culi bianchi. Un’ultima cosa però ve la devo dire: assicuratevi che il cappio sia bello stretto e che le fiamme delle fiaccole brucino per bene anche la mia anima, perché se mai tornassi dall’oltretomba nessuno di voi si salverebbe. Vi verrei a prendere per i capelli nei vostri bei letti dalle lenzuola pulite e profumate e vi trascinerei giù con me, dritto tra le fiamme dell’inferno. Tiratemi su ora. Questo negro non ha più nulla da dirvi.”
Compagni di classe
di Valerio Bruner | Pubblicato in: Squarci | domenica 29 aprile 2012 |

Aprì gli occhi. Una lampadina dondolava in modo ipnotico dal basso soffitto, illuminando a malapena uno scantinato umido e freddo.
Si sentiva debole, spossato, come se avesse dormito per un’eternità. Provò a muoversi, ma la corda che lo teneva legato alla sedia glielo impedì. Diede uno strattone, ma fu inutile.
Dove mi trovo?
“AIUTO!” urlò con quanto fiato aveva in gola.
Silenzio.
Avvertì la paura farsi strada tra le sue viscere, poi qualcosa lo punse dietro la nuca e sprofondò di nuovo nell’oscurità.
***
In lontananza una voce cantilenante lo stava chiamando per nome “Sveglia Marco, svegliati, da bravo.” Un pizzico alla guancia lo riportò alla realtà.
Si ritrovò disteso su una poltrona da dentista, un fascio di luce bianca puntato dritto in faccia. Con la coda dell’occhio intravide un uomo in piedi alla sua destra. Indossava un camice bianco e una di quelle mascherine che si usano per operare appesa al collo. Gli si avvicinò e gli sorrise: denti bianchi e perfetti.
“Bentornato.”
“Dove mi trovo? Chi sei?”
“Shhh… Non agitarti. Le domande dopo, ora apri la bocca coraggio.“
Anche se avesse voluto opporre resistenza, sarebbe stato tutto inutile. Il suo corpo non rispondeva ai comandi.
“Qui abbiamo una bella carie. Fa male?”
Il dolore fu indescrivibile, pari ad una scarica elettrica, che partì dal cervello e si diffuse rapida per tutto il corpo.
“Va bene, va bene. C’è bisogno di un’otturazione. A questo provvederemo dopo, ora le domande. Allora, vuoi sapere chi sono? Mi deludi, pensavo mi avessi riconosciuto.”
Si tolse i guanti e si sedette accanto a lui.
“Classe V B anno 1990/1991 ti dice niente? Ultimo banco a sinistra.”
“Come? Di cosa stai parlando?”
“Andiamo fai uno sforzo. Mi riconosci così?” disse inforcando un paio di occhiali con la montatura nera e spessa.
Socchiuse gli occhi per mettere a fuoco un viso che gli pareva familiare.
“Calligaris!? Giuseppe Calligaris!? Sei tu?”
“Bravo Marco, bravo! Mi hai sorpreso! Ti ricordavo più stupido, come quando stavi in piedi alla lavagna e non riuscivi a risolvere gli algoritmi. Eppure hai fatto strada. Sei diventato un affermato avvocato, non è vero?”
Come faceva a saperlo? Non vedeva Calligaris da decenni, se ne era dimenticato come avviene per quelle persone di cui non ci si ricorda mai il nome. Finito il liceo ognuno aveva intrapreso la propria strada, e di certo nessuno si era soffermato a pensare a cosa avrebbe fatto dopo la maturità quel ragazzo seduto all’ultimo banco.
“Da quanto tempo mi trovo qui?”
“E’ una settimana più o meno. Dovresti sentire i telegiornali, sono tutti in pensiero per te. Scomparso l’avvocato Marco Soleri. Toh, dai un’occhiata qua!”
Gli mise sotto gli occhi un quotidiano datato 8 aprile 2012, in prima pagina c’era una sua fotografia e sotto a caratteri cubitali la scritta SCOMPARSO. Un pensiero andò a Marta e alla piccola Francesca.
“Che cosa vuoi da me Calligaris? Lasciami andare!”
Cercò di non far trasparire la paura che provava in quell’istante, temendo che, se avesse mostrato la propria debolezza, il suo aguzzino si sarebbe accanito maggiormente contro di lui.
“No, non funziona così e non alzare la voce altrimenti mi vedrò costretto a strapparti la lingua.”
“Che cosa vuoi da me?”
“Permettimi di rispondere al tuo quesito con un’altra domanda: ti ricordi di Laura Graziano? Secondo banco sulla destra, capelli biondi.”
“Laura Graziano? Sì me la ricordo, ma cosa c’entra con me?”
“C’entra eccome! Me la portasti via tu!”
“Io cosa!?”
“Sì tu con quell’aria da belloccio pieno di sé. Ero innamorato di lei, ma quando glielo dissi lei mi scoppiò a ridere in faccia! Rispose che stava uscendo con te! Maledetto! Non hai mai avuto rispetto dei sentimenti altrui! Sempre lì, pronto a mostrare il pisello alla prima che ti facesse gli occhi dolci.”
Un tic improvviso gli fece sbattere nervosamente la palpebra sinistra.
“Che cosa vuoi da me Giuseppe?”
“Voglio giustizia.”
“Giustizia? E per cosa?”
“Per avermi rovinato la vita! Tu e tutti gli altri mi avete sempre considerato una presenza imbarazzante, un parassita indegno della vostra amicizia. E’ solo colpa tua, se ti ritrovi qua, mi ci hai costretto tu. Fra tutti i ragazzi della V B tu eri l’unico che ammiravo ed io lottavo ogni giorno per essere come te. Ma tu niente, mi hai sempre evitato come si fa con un appestato. Non te n’è mai fregato nulla di me! Vi chiudevate in cerchio e mi lasciavate fuori! Più io cercavo di assomigliarvi, più voi mi schernivate e quando mi portasti via Laura giurai che te l’avrei fatta pagare. Che ve l’avrei fatta pagare a tutti prima o poi. Così ho atteso, nascosto nel buio della mia invisibilità, ti ho visto fare carriera, farti una bella famiglia e una bella casa in centro prima di colpire. A proposito come sta tua figlia Francesca? Quanti anni ha adesso? Quattro, cinque? So più cose su di te di quante ne possa sapere tua madre, amico mio. Sei andato troppo avanti e non è giusto. Non si può sempre vincere, devi imparare a perdere, provare l’umiliazione della sconfitta, come ho fatto io per tanti anni.”
“Tu sei pazzo.”
“NO! NO! NO! Non sono pazzo, non fare lo stesso sciocco errore che hanno commesso gli altri.”
“Gli altri? A chi ti riferisci?”
“A loro” disse mostrandogli una vecchia fotografia sgualcita. Era uno di quegli scatti per il giornale scolastico, la didascalia nell’angolo in basso a destra diceva “CLASSE V B ANNO 1990/1991”. Sedici ragazzi, le donne avanti e gli uomini dietro. Sui volti di ognuno di loro era stata disegnata una X rossa.
“Che cosa gli hai fatto?”
“Lo stesso che farò a te.”
“Lasciami andare brutto bastardo!”
“Sei ancora troppo nervoso Marco e questo non va bene. Ti farò solo più male se ti agiti. Rilassati adesso.”
Sentì il medicinale scorrere deciso nelle vene. Le forze lo abbandonarono velocemente, le palpebre si fecero sempre più pesanti. L’ultima immagine che vide, prima di perdere i sensi, fu quella di un volto pallido ed emaciato in mezzo a tutti quei ragazzi sorridenti. Era l’unico a non sorridere.
Dalle tenebre vide emergere una vecchia zoppicante con una gobba spaventosa. Era ricoperta di stracci e danzava lascivamente mentre si strappava delle aspidi dai capelli e glieli gettava in faccia. Aveva un trapano in mano ed il rumore era assordante.
La Ballata del Drago e del Leone
di Valerio Bruner | Pubblicato in: Squarci | domenica 22 aprile 2012 |
La città era deserta. Nessuno si arrischiava a camminare per Inverness in quei giorni dopo quanto era successo a Culloden. I superstiti erano stati fatti prigionieri e mandati a morire nelle carceri buie di Londra e York, mentre quelli sfuggiti alle razzie e agli stupri, si erano diretti a nord verso le fredde catene montuose. Pochi erano rimasti – donne, vecchi e bambini principalmente – e ne avevano pagato il prezzo. I loro corpi lividi e gonfi giacevano ora per le strade in balìa delle intemperie e preda dei cani randagi. Il fiume Ness scorreva silenzioso. Piccole onde metalliche si infrangevano sulla riva erbosa. Il vento ululava gelido tra le fronde degli alberi. Inverness era diventata un luogo tetro sul quale incombeva l’ombra della morte. L’unica traccia di vita proveniva dal The Clansman, una piccola locanda a lato della cattedrale di St Andrew, dalla quale si sentiva un trambusto indefinito di voci umane, canti e boccali che cozzavano tra di loro. L’insegna, raffigurante un guerriero scozzese in abiti tradizionali, era stata divelta e gettata al suolo. Giaceva là impallinata e intrisa di piscio. Il corpo nudo di un ragazzo, le fattezze del volto alterate dagli spasmi della morte, penzolava dal ramo di un albero poco più avanti. Gli erano state mozzate mani e piedi.
Varcando la soglia della locanda si era investiti dalla puzza acre della birra mista a quella ancor più disgustosa del vomito. Qui una ventina di soldati del IV Reggimento di Fanteria di linea di Sua Altezza Reale il Duca di Cumberland si era riunita ancora una volta per celebrare la vittoria dell’esercito inglese sugli uomini dei clan. Nei giorni successivi alla battaglia avevano messo a ferro e fuoco la città, stuprando le donne e uccidendo quelli che opponevano resistenza. E ora cantavano ubriachi mentre il vecchio locandiere si affannava a riempire boccali di birra scura, senza mai distogliere lo sguardo dalle sue due figlie che servivano i soldati. Aveva cercato di mandarle via ma Richard il Toro glielo aveva impedito e ora l’uomo era costretto a sopportare in silenzio i commenti e le molestie che la truppa riservava alle ragazze. Erano trascorsi già tre giorni dal combattimento ma stavano ancora festeggiando come se tutto fosse accaduto quella mattina stessa. Era stato uno scontro memorabile, così aveva detto il Tenente Colonnello Rich guardando gli scozzesi superstiti fuggire a gambe levate prima che venissero raggiunti e falciati dai Dragoni di Lord Mark Kerr. La verità però era un’altra, Dick lo sapeva ma allo stesso tempo si guardava bene dal parlarne con i suoi compagni d’arme.
Era seduto su una panca insieme a George e William, quest’ultimo talmente ubriaco che non riusciva a finire una frase senza vomitarsi addosso. Lo guardava e
non poteva fare a meno di sorridere. Dopotutto se non fosse stato per lui a quest’ora il suo amico sarebbe morto, il petto squarciato dallo spadone di uno di quei montanari. Ricordava bene la scena, impressa vivida nella sua memoria. William che perdeva il fucile di mano, il bestione barbuto che lo sovrastava sollevando una lama gigantesca. Tutto era durato il tempo di un respiro. Aveva intercettato il colpo di spada che calava sul suo compagno colpendo poi lo scozzese in faccia con il calcio del fucile. L’avversario era caduto in ginocchio frastornato dal colpo mentre William si rialzava, i calzoni fradici di piscio. Non avrebbe mai più dimenticato lo sguardo di terrore che aveva letto negli occhi dell’uomo mentre gli affondava la baionetta nella gola. La lama aveva attraversato muscoli e carne squarciando la giugulare. Il guerriero scozzese, un attimo prima così spavaldo e imponente, si era accasciato al suolo portandosi le mani alla gola quasi a voler fermare l’emorragia, gli occhi sbarrati nella lenta agonia che precede la morte. Poi una seconda salva di moschetti e il suo corpo era scomparso in una nube di zolfo. Fu riportato alla realtà da William che gli stava urlando nelle orecchie, tirandolo per la manica della giubba.
“Amico mio” disse sollevando il boccale “ brindo alla tua salute! A Dick che mi ha salvato dalla mannaia di un chiavapecore!”
“A Dick e alla nostra vittoria!” gli fece eco George.
Bevve anche lui. La birra era densa, forte e aveva un sapore orribile. Iniziava a girargli la testa. Si voltò ad osservare i suoi compagni d’arme, i soldati del IV, l’unico Reggimento ad aver incrociato le armi con i temibili Highlanders. La maggior parte di loro era alla prima battaglia, molti non avevano mai imbracciato un fucile prima di allora eppure avevano vinto. Ma non per merito loro. Vide Robert il Toro, un gigante dai capelli corvini e la mascella squadrata, intento a fare a pugni con Jonathan, soprannominato lo Sterminatore di scozzesi per quanti ne aveva uccisi quel giorno. Il ragazzo aveva abbattuto il capo del clan MacGillyvrays e ora se ne andava in giro ostentando una Claymore alta quanto lui. Dick si chiedeva se il confronto avesse avuto il medesimo esito se Jonathan non avesse avuto il moschetto dalla sua. Non riusciva a partecipare di quell’euforia, forse perché sapeva che i veri coraggiosi erano loro - gli Highlanders - i cui corpi giacevano ora ammassati in qualche fossa comune.
Ricordava il loro urlo di battaglia mentre si lanciavano alla carica armati di spada e scudo, i loro volti, gli sguardi così pieni di odio. Non si erano fermati nemmeno dopo che la prima salva ne aveva uccisi la metà, avevano continuato ad avanzare. Se lo scontro si fosse svolto all’arma bianca li avrebbero massacrati, Dick ne era certo. Avevano vinto solo grazie all’artiglieria che aveva decimato gli scozzesi
ancora in piedi. Improvvisamente gli venne in mente Robin, un ragazzo con cui aveva stretto amicizia durante la marcia verso Nairn. Aveva quattordici, forse sedici anni e per tutto il tragitto non aveva fatto altro che parlargli della sua casa a Brighton e dei gabbiani che al mattino sorvolavano l’oceano alla ricerca di cibo. Robin era morto piangendo, dopo che uno scozzese giovane quanto lui gli aveva squarciato il ventre con un’ascia. Il ragazzo era crollato al suolo cercando di contenere le viscere che gli fuoriuscivano dalla ferita. Poi qualcuno gli aveva sfondato il cranio con una mazza ferrata e le grida di dolore erano terminate. Di notte poteva sentire ancora l’eco delle urla di quel ragazzo che desiderava solo ritornare alla sua casa in riva all’oceano.
Alzò il boccale e silenziosamente brindò a Robin e a quelli come lui caduti sul campo di battaglia di Culloden. Stava per ordinare dell’altra birra quando notò tre uomini fermi sulla soglia della locanda. Indossavano mantelli lunghi e logori, i volti nascosti dai cappucci per ripararsi dalla pioggia martellante. Uno portava una cetra a tracolla mentre gli altri due reggevano dei grossi tamburi. “Devono essere dei cantastorie alla ricerca di qualche moneta per pagarsi da bere” pensò Dick “e con il trambusto che viene dalla locanda hanno pensato bene di racimolare qualcosa”. Li vide scambiare due parole con il locandiere che gli indicò una panca accanto al focolare. In un’altra vita avrebbe imparato a suonare la cetra. Era meglio essere un cantastorie che un soldato. Mentre ci rifletteva su, il più alto dei tre balzò in piedi su un tavolo scaraventando a terra intere caraffe di birra che andarono a frantumarsi al suolo. Sotto gli sguardi perplessi dei presenti si schiarì la voce ed esordì:
“Prodi guerrieri qui riuniti, grandi storie si cantano su di voi per la Scozia tutta! Da Edimburgo a Inverness non c’è uomo che non tremi all’udire delle gesta del IV Reggimento di Fanteria e del suo comandante, il prode Sir Robert Rich! Brindo a voi dunque eroi di Culloden!”
La sue parole avevano attirato l’attenzione di tutti soldati – almeno di quelli che ancora non si erano addormentati con la faccia nel vomito – che si girarono a guardare l’uomo misterioso che le aveva pronunciate.
“Chi diavolo sei?” lo apostrofò Stephen il Guercio asciugandosi la bocca con la manica della giubba “Sei per caso uno di quegli straccioni in gonnellino che ha voglia di crepare?” e gli scaraventò contro il boccale mancando di gran lunga il bersaglio. In compenso centrò alla testa una delle figlie del locandiere facendola cadere insieme al vassoio che stava portando. La scena fu salutata da una risata generale, che divenne ancora più forte quando il padre, per soccorrere la figlia, scivolò sul pavimento inzuppato di birra e vomito.
“No coraggioso Stephen Terrore di donne e bambini” proseguì l’incappucciato come se nulla fosse successo “sono solo un umile cantastorie che ha composto una ballata in onore della vostra vittoria.”
Da sotto il cappuccio Dick intravide un sorriso beffardo. “Vi chiedo solo che prestiate attenzione e che se il canto sarà di vostro gradimento ci farete dono di una moneta. In caso contrario incatenateci pure e gettateci in una segreta!” E prese la cetra che giaceva accanto al focolare.
“Se non la smetti di berciare cantastorie ti strappo via le palle e te le faccio ingoiare” irruppe Paul, un uomo basso e tarchiato dal labbro leporino e il mento sfuggente “canta ora!”
“Ai vostri ordini messere” disse di rimando il misterioso menestrello divertito dalla reazione del soldato. Quindi pizzicò le corde dello strumento e iniziò a cantare, accompagnato dal suono dei grossi tamburi.
La Ballata del Drago e del Leone
Se mai un giorno per questi verdi campi ti ritroverai,
all’ombra di quella fronda siediti ad ascoltare.
Voci da lungo tempo sopite per te torneranno a cantare.
Un canto antico di anime prodi che per amor di libertà
da questa vita anzitempo si dipartirono.
Ti canteranno di un addio alla rocciosa dimora
dove una donna attende e nell’attesa non è sola.
Ti canteranno di occhi innocenti che a caro prezzo
impararono come il coraggio l’animo possa abbandonare.
Ti canteranno della fiamma che l’acciaio non può soffocare
perché quando dei padri il sangue verranno a macchiare
altro sangue sarai chiamato a versare.
Improvvisamente i tamburi presero a suonare ad un ritmo sempre più cadenzato e profondo, che ricordava la marcia militare scozzese. Dick vide il cantore poggiare la cetra sul tavolo. Qualcosa non tornava, un dubbio che però i suoi compagni non sembravano condividere dal momento che si limitarono a ridere sguaiatamente, scambiandosi sguardi divertiti. Nessuno accennò a reagire e il cantastorie proseguì assumendo un tono solenne.
Udite il canto dell’eroe tradito
che dal solitario ponte mille e più ne respinse.
Udite il ruggito del leone
che ben più fiero del drago è da domare.
Ascoltate il lamento della pietra che paziente attende
di tornare i re ad incoronare.
E imparate al fine che di libertà il canto
non si può dimenticare
finché i suoi eroi lo seguiranno a cantare.
Finché il sole splenderà su questi verdi campi
e qualcuno di nuovo si siederà ad ascoltare,
nemmeno la Morte le gesta umane potrà cancellare.
I tamburi tacquero.
Ciò che accadde in seguito gli apparve sfocato e distorto, come se stesse osservando la scena in lontananza attraverso una finestra. Dick vide l’anziano oste andare verso la porta della locanda e chiuderla a chiave. Fu solo allora che capì. Il primo a cadere fu Stephen il Guercio, la testa spaccata in due da un’ascia lanciata dall’uomo che suonava il tamburo. Questi corse poi verso Jonathan impugnando una daga e urlando qualcosa come Alba gu Brath (espressione in gaelico che significa Scozia per sempre) . Lo Sterminatore di scozzesi era troppo ubriaco e malfermo sulle
gambe per reagire e morì soffocando nel suo stesso sangue. Paul che gli sedeva accanto impugnò la terzetta puntandola verso l’assalitore, ma il cantastorie - un uomo gigantesco armato di un enorme spadone a due mani – gli staccò la testa prima che potesse premere il grilletto. George nel frattempo aveva cercato di raggiungere la porta, ma era stato abbattuto da un colpo di mazzafrusto al cranio sferratogli dal terzo Highlander. Uno ad uno tutti i soldati del IV Reggimento di Fanteria di linea caddero sotto i colpi mortali dei guerrieri scozzesi, troppo ubriachi e arroganti per cogliere le velate minacce di un semplice cantastorie. La sorte peggiore era toccata a Robert il Toro, trafitto alle spalle da una delle figlie dell’oste che impugnava un grosso spiedo da cucina. Dick rimase immobile, la paura gli aveva attanagliato il cuore mentre i suoi compagni venivano massacrati sotto i suoi occhi. Il pavimento della locanda era rosso di sangue.
I cadaveri vennero privati dei genitali che furono raccolti e sistemati in delle ceste di vimini. I loro corpi straziati e mutilati furono poi ammassati nella locanda che venne data alle fiamme. A Dick gli scozzesi non riservarono lo stesso trattamento. Gli risparmiarono la vita perché potesse tornare in Inghilterra con le ceste contenenti le virilità dei suoi compagni da mostrare come monito a sua maestà Giorgio II d’Inghilterra affinché sapesse che in Scozia il canto di libertà non era stato ancora dimenticato. Di lui non si seppe più niente.
Ma cari lettori, non affannatevi a cercare documenti che narrino di questo episodio. La versione ufficiale è che dopo la battaglia di Culloden fu proibito in Scozia l’uso del gaelico, così come del kilt e della cornamusa. Gli storiografi si limitano a riportare gli atti di cruenta repressione perpetrati dal Duca di Cumberland, che fu così spietato verso il popolo scozzese da guadagnarsi l’appellativo di Billy il Macellaio. Ma nessun documento ufficiale o libro di storia menzionerà mai che la reazione inglese fu la risposta a quello che accadde la notte del 19 aprile 1746, nella piccola locanda sulla sponda occidentale del fiume Ness, dove tre poeti guerrieri sterminarono i prodi soldati del IV Reggimento di Fanteria inglese.
Un incontro inaspettato
di Valerio Bruner | Pubblicato in: Squarci | domenica 22 aprile 2012 |
Ho sempre pensato che i pub siano un ritrovo per falliti. Sapete quel genere di posti frequentati da quelle persone che non fanno un cazzo nella vita perché non se le fila nessuno. Sono sempre loro infatti a dire: “Vado a farmi una birra al pub.”
Mio padre era uno di loro, mio nonno si è salvato solo perché la nonna lo inseguiva fin dentro l’Oxford Arms e ce lo faceva uscire a calci in culo. Mia madre purtroppo non aveva lo stesso spirito energico. Ed io Ralph Kenningan sono il degno figlio di mio padre. Sono anni che vengo sempre qui all’Oxford a farmi una pinta di London Pride, la birra nazionale più schifosa che si possa immaginare. Ma è anche la più economica e per uno come me, che ancora cerca lavoro negli Stables, è una manna dal cielo.
Dicevo comunque che il pub è un posto da sfigati. Me lo dice anche Ron il barista ogni volta che ne deve cacciare fuori uno che si è fatto una birra di troppo e che gli ha vomitato sul bancone. “Li vedi questi stronzi Ralph?” mi dice asciugandosi le mani sul grembiule “sono dei bambini! Non hanno ancora i peli intorno al cazzo e vogliono bere la birra. Dico io, andate a ubriacarvi allo Zoo Bar con i pivelli come voi invece che venire a rompere il cazzo a me. Banda di sfigati! Che ti servo?”
“Un’altra Pride Ronnie. Alla tua amico!”
Ok sono quasi ubriaco. Un’altra pinta e poi a nanna se non voglio passare la notte a vomitare nel cesso di qualche Mc Donald’s. Mi ero portato il taccuino appresso sperando di buttare giù due versi, ma l’unica cosa che sono riuscito a scrivere dopo cinque pinte è: “Ardo per i tuoi baci mia Ninfa, concedimi le tue grazie o mia bella, ché il tempo ci sfugge.” Puah, che cazzata! Scommetto che se andassi vicino a una donna e le leggessi questi versi, prima mi riderebbe in faccia poi mi darebbe un penny per pagarmici da bere. Maledetto il giorno che ho abbandonato il posto al British – in realtà mi hanno mandato via - per scrivere poesie e girare il mondo. Alla fine ho girato solo fra Scozia e Irlanda. Ah, vaffanculo! Mi ci vuole un’altra birra ancora, meglio vomitare che pensare al passato.
Mi avvicino barcollando leggermente al bancone e vedo le gambe più lunghe e più belle che abbia mai visto nei miei pellegrinaggi in lungo e in largo per la Gran Bretagna. Alzo lo sguardo e, cazzo, rimango folgorato da un paio di tette grosse quanto meloni! Qui ci vuole il porto d’armi per un calibro del genere. Ah sì, poi ha due occhi verdi, una cascata di capelli rossi e una spruzzata di lentiggini sulle guance.
“Questa si che è una sventola” penso mentre cerco di ricacciare indietro un rigurgito. Ho perso da un paio d’ore la dignità tanto che le declamo ad alta voce: “Ardo per le tue gambe Ninfa, concedimi le tue poppe. Amen.” Mentre pronuncio l’ultimo verso mi chiedo se parta prima una sberla o un calcio.
“Come te la passi Kenningan? Hai un pessimo aspetto ma sembri ancora vivo! Ti ricordi di me? Sono Jenna, Jenna Galloway. Ci siamo laureati lo stesso anno alla UCL!” mi dice con un sorriso meravigliosamente dolce.
“Jenna Galloway? Cazzo ma avevi i brufoli l’ultima volta che ti ho visto! Burp…scusa sono un po’ ubriaco…Beh ciao come va? Cristo sei bellissima! Che ci fai qua?” Non riesco più nemmeno a spiaccicare una parola senza che mi si attacchi la lingua al palato.
“Grazie Ralphie! Anche tu stai….bene, mettiamola così. Che mi racconti allora? Di che ti occupi? Hai moglie, figli, cosa? Scusa tutte queste domande ma non avrei mai pensato di rincontrarti.”
A dire il vero non lo avrei pensato nemmeno io, di rivederla. Erano passati secoli dall’ultima volta che l’avevo vista. Era stato un paio di giorni dopo la cerimonia di laurea, quando l’avevo mollata in mezzo al Quad. Jenna era pazzamente innamorata di me ai tempi dell’università, non era cattiva ma aveva i brufoli, una cosa che ha sempre cozzato con il mio modello di donna ideale. In compenso era una infoiata assurda! Infatti ci avevo fatto coppia un paio di settimane solo per farmelo menare nei bagni dell’università e per scoparmela quando i suoi erano via. Con la scusa di studiare insieme mi ero fatto le migliori cavalcate della mia vita. Nonostante i brufoli – mi bastava non guardarla in faccia e moscio non mi veniva – Jenna ci sapeva fare eccome. E poi ingoiava e questa era la ciliegina sulla torta. Ancora mi ci faccio le seghe pensando a quei giorni. Però di starci tutta la vita non ne avevo la minima intenzione e gliel’avevo detto chiaro e tondo. Era scappata via in lacrime ma questi cazzi e amen. Ma ora a guardarla è tutta un’altra storia: Jenna Galloway è semplicemente bellissima. Sento di avere un’erezione.
“Ehm…no ma quale moglie e figli! Sono ancora su piazza. Niente, adesso sono momentaneamente disoccupato…ma aspetto una telefonata per una proposta di lavoro da un giorno all’altro.” Si come no. L’unica telefonata che davvero aspetto è quella dell’agenzia a Camden che mi tartassa perché non ho ancora pagato il fitto. “Ho lasciato la sezione restauri del British perché volevo girare il mondo e scrivere poesie.”
Diciamo che è una mezza verità: al British c’ho lavorato certo, ma mi hanno cacciato dopo che ho ridotto in frantumi una punta di freccia risalente al Neolitico o che altro. E quelli che avevano fatto? Mi avevano dato un calcio in culo e tanti saluti! Ne avevano venti di quelle punte di merda e per una sola mi avevano mandato sul lastrico. Beh quello che ho fatto dopo lo potete facilmente immaginare. E no, non avevo trovato un altro lavoro.
“Ma piuttosto TU che mi dici Jenna? Che fai qua a Londra?” Sono ansioso di saperlo visto che non ha l’aria da fallita che mi porto io appresso. Sembra una appena uscita da una riunione di lavoro, di quelle importanti.
“Beh Ralph faccio la puttana. Ho appena finito con un cliente. S’intenda non sono una di quelle zoccole che per dieci pounds ti succhia l’uccello dietro la stazione di King’s Cross. Sono una di classe: mille sterline per una notte con me caro mio.” Lo dice come se niente fosse, nemmeno mi avesse detto che lavora per Amnesty International.
“Wow che storia! Beh allora scommetto che sai scopare da favola! Cazzo scusa Jenna sono un po’ ubriaco.” Ma che ho in mente? Una sventola come Jenna sta parlando con me e io le urlo in faccia se sa ancora fare un pompino. Devo essere davvero andato.
“Beh caro, l’esperienza frutta in questo mestiere. Poi tu dovresti saperlo come scopo, no? Credo che era per questo che facesti coppia con me, anche se solo per un paio di settimane.” Ora non sta più sorridendo.
“Si hai ragione, sono stato uno stronzo a mollarti così quel giorno. Per quello che vale mi dispiace Jenna. Posso offrirti un drink?” le chiedo per fare ammenda.
“Un Rhum andrà bene Ralph. Offro io, lascia stare. Sir! Un Rhum per me e un…che bevi?”
“Un’altra Pride Ron!”
“Aye.” Ron non ci può credere che quella stangona in cappotto di pelliccia e scarpe di Jimmy Choo sta parlando con me che ho una giacca di pelle di tre taglie più grande e le scarpe scalcagnate.
“Beh agli incontri inaspettati allora!” le propongo di brindare.
“E a alle sorprese che si nascondono dietro!” aggiunge lei con un sorriso che mi fa venire il cazzo più duro di quello che è.
Non starò qui a raccontarvi per filo e per segno di cosa abbiamo parlato quel paio d’ore nel pub di Ron e credo che nemmeno vogliate saperlo. Voi volete solo sapere se me la sono portata a letto. Già vi vedo a ridere pensando “Se questo fallito si scopa una come lei, c’è speranza per tutti.” E infatti di speranza ne avete eccome. Salito sul 29 che mi riporta a casa – casa poi: un buco di stanza giù a Rowstock Gardens che divido con due svedesi e un portoricano – mi siedo e infilo una mano nella tasca della giacca alla ricerca di sigarette immaginarie. E invece ci trovo un sottobicchiere: c’è il suo numero di cellulare con sotto scritto “gratis per un vecchio amico”. Woo! Se questa non è una benedizione allora io sono ricco e vivo su a Kensington. Che io sia dannato! Mi sa che non ha mai dimenticato le scopate che ci siamo fatti a casa sua. 37 Fairmead Road: la casa dei piaceri! Ma che divago a fare? Qua mi devo dare una sistemata se voglio fare una bella figura. Solo che ora sono le due del mattino e ho un fottuto bisogno di pisciare e stendermi sul letto. Speriamo che quell’idiota di Svenn, Svennson o come cazzo si chiama lui, non stia dando una festa con quei quattro accattoni amici suoi.
“Ehi Ralph! Unisciti a noi dai! Abbiamo ancora qualche lattina!” mi biascica in faccia quel cazzone allampanato. Ecco come non detto.
“No grazie ragazzi, passo. Vado a dormire.”
Mi faccio una pisciata mentre uno stronzo mi guarda dal fondo del cesso nuotando in tondo. Maledetti accattoni! Cristo tiratelo lo sciaquone almeno. Salgo in stanza e mi metto a letto cercando di non fare caso al rumore dei bus che fermano proprio sotto casa. Tra una fermata e l’altra riesco comunque a prendere sonno.
Mi sveglio di soprassalto. Che ore sono? Merda ho la testa vuota e lo stomaco a pezzi. Le 10.00 del mattino…beh magari mangio qualcosa e poi torno a letto. No! Che cazzo dico?! Devo chiamare Jenna assolutamente che me la devo scopare. Quanto mi rimane nel portafoglio? Vediamo….cinque schifosissimi pounds con la faccia di quella vecchia battona su sfondo verde acqua. Beh andranno bene. Magari ci compro una bottiglia da Sainsbury’s per 2 pounds e 10 cents e con il resto prendo le sigarette. Scendo a fare colazione ora prima che sbatta a terra.
“Hola Rafie! Buenos dias! Que tal? Has encontrado trabajo?” mi fa Santiago il portoricano quando mi vede.
“Santiago lo sai che non parlo spagnolo. Che cazzo hai detto? Vabbè lascia perdere” gli dico mentre apro la dispensa alla ricerca di qualcosa da mettere in pancia. Niente. Non ho fatto la spesa ieri. Poco male, appena lo stronzo sale di là lo
alleggerisco di qualche galletta. Porco bastardo, crede che non lo sappia che mi ha rubato due lattine di birra la settimana scorsa.
Mi ci vuole una doccia calda e poi la chiamo.
“Si chi è?”
“Ehi Jen sono io Ralph. Senti senza giri di parole: dove e quando ci vediamo?” Sono troppo arrapato per tutte quelle stronzate sul come stai e che cosa stai facendo. Poi fa la puttana mica la crocerossina.
“Wow se sei diretto! Non sei cambiato affatto a quanto vedo…Senti vediamoci all’angolo di Hyde Park verso le 5. C’è un hotel a pochi minuti dalla fermata del bus. Ci vediamo là davanti. A dopo Ralphie.”
“A dopo Jen.” Cazzo non ci posso credere. Oggi è una bellissima giornata – la pioggia viene giù dritta o leggermente inclinata – esco per una passeggiata giù a Camden. Passo davanti l’Oxford….beh magari una pinta sola…me la faccio segnare da Ron. No, assolutamente no. Devo comprare una bottiglia di vino. Non posso presentarmi a mani vuote. Sarebbe da scostumati: una topa megagalattica da mille sterline a botta mi propone di scopare gratis e io non le porto nulla. Niente da fare Ralph Kenningan è un uomo rispettabile. Compro il vino e le sigarette, faccio un giretto per gli Stables e torno a casa.
Alle 4.30 sono già fuori all’Hotel. Non sto più nella pelle. Mi sono dovuto fare un paio di seghe prima di scendere per calmarmi un po’ e non presentarmi carico all’appuntamento. Sono passati otto anni dall’ultima volta e non voglio rovinarle il ricordo. Cazzo eccola che arriva. Dio che bomba!
“Già qui Ralphie?”
“Eh sì, sai mi trovavo in giro e mi sono anticipato di un pò.” Mezz’ora di anticipo, manco fossi lo sposo all’altare. “Ti ho portato una bottiglia di vino Jen.” Gliela porgo.
“Ah sei gentile. Grazie. Appena su ce la beviamo. Seguimi.” Non le ha dato nemmeno un’occhiata. Questi cazzi.
Saliamo su al quinto piano, dove Jen ha una stanza che usa per gli appuntamenti quando si trova a Londra. La camera è piccola ma ben arredata, roba da ottanta sterline a notte come minimo. Pareti bianche, poltroncina di pelle, scrivania di legno, minibar nell’angolo e….letto con lenzuola di seta nere. Questa sì che è classe porco mondo. Mi tolgo la giacca e mi accomodo sulla poltroncina.
“Allora Ralph vatti a fare una doccia mentre io mi preparo per te. Che dici zucchero?”
“Dico che va benissimo piccola.” Cazzo già ce l’ho duro.
Faccio come mi ha detto. Mi faccio la doccia in quella vasca che vale quanto l’intero bagno di casa mia, metto l’accappatoio e ritorno in stanza. E lei sta là: biancheria nera di pizzo, calze nere e scarpa tacco 12. E pensare che quasi mi faceva schifo quando me la sbattevo tanti anni fa.
“Coraggio Ralph, non essere timido. Togliti l’accappatoio e vieni qua.” Mi dice sfilandosi la mutandina e gettandomela in faccia.
“Ehi pupa solo una cosa. Non ho i preservativi – non mi era rimasto un centesimo – non ho avuto il tempo di comprarli.”
“Non ti preoccupare. Prendo la pillola ché sono allergica al lattice. Dai coraggio prima che mi raffreddo.”
Tranquilli ragazzi, stavolta vi racconterò tutto quanto per filo e per segno. Se io ho avuto la benedizione di farmela, a voi spetta come minimo un accurato resoconto dell’evento. Allora mi avvicino a lei e glielo schiaffo in bocca senza tanti complimenti. Porca puttana come me lo lavora bene. Poi se lo mette tra le tette e si fa scopare così per un pò. Mi monta sopra e si fa una cavalcata di quelle che nemmeno la regina delle amazzoni. “Cazzo” penso guardandola mentre le tette le vanno su e giù “questa è più infoiata che mai. Non posso mica venire ora. Quando mi ricapita un’occasione del genere.” Ora è il turno mio: la prendo e me la chiavo da dietro aggrappandomi ai quei lunghi capelli rossi. E come cazzo urla Jenna. Quasi me ne vengo. No, ci vuole un’altra spinta. Quando non ce la faccio più a trattenermi, la rigiro davanti e le vengo dentro guardandola negli occhi. Che sguardo ragazzi! E che scopata! Era anche meglio di quanto mi ricordavo.
Apro la bottiglia di vino e tra un bicchiere e l’altro il cazzo torna di nuovo sull’attenti.
“Pupa” le faccio “me lo concedi un extra? Qua ne ho ancora per un altro giro.”
“Sempre lo stesso eh? Dai vieni qua e vediamo che posso fare” mi dice posando il bicchiere vuoto sul comodino.
Stavolta mi faccio fare un pompino giusto per vedere una cosa. Sì, ingoia ancora.
Mi accascio letteralmente sulla poltroncina e la guardo rivestirsi. Che bella che è. Se lo avessi saputo che diventava così le avrei chiesto di sposarmi tanti anni fa e forse le cose non sarebbero andate uno schifo come adesso.
“Ora devo andare cucciolo. Ho un appuntamento con uno di Chelsea. Mi viene a prendere tra cinque minuti e mi porta fuori a cena. Più sono vecchi e più diventano romantici.” Si avvicina e mi bacia sulla guancia. “Tu prenditela comoda, finisciti il vino e fatti un’altra doccia se vuoi. Quando vai via ricordati di lasciare le chiavi ad Alfred. Ciao zucchero.”
La guardo allontanarsi e mentre sta per uscire le dico: “Morirei per te piccola.”
Lei mi guarda sorridente e fa: “Lo hai appena fatto. Ho l’AIDS.” e si richiude la porta alle spalle.
Qualcuno ha tirato la catena del cesso e io sto colando a picco. Mi chiedo che mi farò scrivere sulla lapide. Qualcosa tipo “Qui giace Raphael Kenningan, poeta e grande coglione”. Prendo la bottiglia e mi faccio una lunga sorsata.
Mah! Di una maniera si deve pur morire, non trovate?
Napoli come non l'avete mai letta...
di Redazione Orientexpress | Pubblicato in: News | domenica 22 aprile 2012 |
"Domenica 22 aprile 10.30"

Da Castel dell’Ovo a Castel Nuovo una visita guidata storico – artistico – letteraria, accompagnata dalla lettura di brani tratti da opere di autori che nel tempo hanno avuto un legame con la città.

Il percorso comincerà alle 10.30, avrà la durata di circa due ore e un costo di partecipazione di 8 euro (bambini fino a 10 anni: gratuito). Il punto di incontro è all'ingresso di Castel dell'Ovo alle ore 10.15.

PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA ai numeri: 3356795493 / 3398934826.

L’evento è patrocinato dall’Assessorato alla Scuola e Istruzione del Comune di Napoli.
A cura dell’Associazione culturale/Casa editrice Orientexpress
Guida turistica autorizzata della Regione Campania: Alessia Zorzenon.
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Fieramente
di Carlo Di Legge | Pubblicato in: Poesie | venerdì 6 aprile 2012 |
Forse di te
ho visto meravigliosi dettagli,
un passo di danza o un sorriso
o guizzo di benefica passione
inatteso come un raggio di sole
su strade d’inverno.
Con te, sconosciuta, ho visitato
da solo
le città dove non sono stato,
Le discussioni con la tua mente
mi cambiano la vita.
Anche non essendoci, sei sempre stata,
calda come un colore d’autunno,
viva e potente come una primavera.

A me, innamorato,
come nessuno
sei fiorita.
Ti ho scritto inarrivabili poesie
senza scriverle.
E come te,
fieramente,
me ne vado al niente.

Nocera Inferiore, 30.3.2012
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