Il rendez-vous dell’impiccato
di Angelo Mascolo | Pubblicato in: Squarci | venerdì 17 maggio 2013 |
maggio 1860
Era da poco passata la mezzanotte, quando una carrozza si fermò davanti al palazzo del principe. La pioggia dei giorni precedenti aveva punteggiato l’irregolare fondo stradale di buche melmose. Il cocchiere, sfilando nella sua livrea scarlatta, aprì lo sportello della vettura. Infilandosi velocemente i guanti, srotolò lo scaletto. All’interno c’era un uomo sui trent’anni: allampanato, altezza media, basette lunghe fino alla mandibola. Esitò a scendere. Dal finestrino gettò uno sguardo all’esterno, sincerandosi che non ci fossero occhi indiscreti in giro. Librando poi i mocassini lucidi sul fango appiccicoso, si portò a passo felpato nei pressi del portone. Diede due tocchi leggeri alla porta. Ma nessuno aprì. L’uomo, spazientito, bussò con maggiore energia. Non ottenendo nulla, provò a sbirciare tra le finestre del piano terra. Ma le imposte erano chiuse. Arretrò di qualche passo, levando gli occhi agli appartamenti. Un muro piatto di oscurità. Nemmeno una lampada accesa a segnalare la presenza di qualcuno. Eppure, notava l’uomo, i fiori freschi pendenti dai balconi, il lungo drappo bianco e giallo, avvolto intorno allo stemma araldico, stavano lì a ricordare una festa passata da poche ore. Un rendez-vous galante? Un ricevimento importante? Il passaggio di una processione? Ammesso anche che gli ospiti fossero andati via, la servitù non doveva essere ancora sveglia per pulire e mettere ordine? L’uomo aveva un appuntamento con il principe. Un incontro che avrebbe dovuto svolgersi in tutta discrezione. La stanza del principe, tuttavia, era al buio come le altre. Forse aveva cambiato idea all’ultimo, senza avvertirlo, temendo che qualche ospite, restando nei paraggi, potesse comprometterlo. In ogni caso, era una bella seccatura, borbottava l’uomo, visto che per trovarsi puntuale al palazzo aveva affrontato un viaggio di quattro ore, che gli aveva lasciato la schiena indolenzita. Intanto, il cocchiere, per proteggersi dalla frescura tardo primaverile, tirò fuori dalla fodera interna della sua livrea una fiaschetta di liquore. Anche i cavalli cominciavano a sbraitare, per l’aria frizzante e per i loro stomaci che reclamavano una giusta razione di biada. L’orologio della piazza batteva l’una. Per non destare sospetti, l’uomo decise di ritornarsene a casa. Rifece il breve tratto di strada per montare sulla carrozza. Il cigolio della porta lo bloccò. Si girò prima che una voce lo chiamasse: - Marchese, venga! –
Il marchese riattraversò la strada. Salutò svogliatamente l’uomo, entrando nel cortile. Lo accolse una fortissima fragranza di gerani. Interrogò il tale che gli aveva aperto: Il Principe dov’è? - con fare stizzito - In cantina. La sta aspettando insieme agli altri - rispose umile il servitore. La cantina si trovava oltre il cortile, collegata al portico da una rampa di scale. Di soppiatto, il marchese scese i gradini. In fondo ad un largo corridoio, fiancheggiato da enormi botti di vino, si trovava una parete di mattoni. Il marchese la percosse: una volta, due volte, una volta. Gli aprì il principe in persona. Rispetto all’ultima volta in cui si erano incontrati, circa sei mesi addietro, il marchese trovò il principe molto invecchiato. La barba incolta, le palpebre ingrossate e un abbigliamento disadorno. Si abbracciarono. Il principe lo precedette nella stanza. C’era una densa nuvola di fumo, dalla quale fuoriuscivano a stento tre uomini e un tavolo di legno scheggiato. Sul tavolo delle carte e una brocca di vino. Il marchese scorse subito, sulla propria destra, un uomo in divisa. La cosa lo preoccupò. Stette fermo sulla soglia, in attesa che il principe lo presentasse agli altri. – “Signori, il Marchese Della Rocca, contributo valente alla nostra causa!” Smorzando il sigaro, il principe indicò al marchese l’uomo in divisa, il capitano Salemi, il barone Molteni, dalla capigliatura ondulata e il poeta Ferruccio, giunto dalla Romagna. Il marchese, come un gatto pigro, si portò alle spalle di Ferruccio, sbirciando i dettagli della carta. Il principe richiamò l’attenzione di tutti, schiarendosi la voce. - La stazione dei gendarmi borbonici si trova tra il ponte e l’ingresso della conca. Il carico con le armi proveniente da M. e destinato alla sommossa, dovrà passare i controlli. Il capitano Salemi con altri soldati congiurati, assicurerà il passaggio mentre il barone e Ferruccio penseranno a nascondere le armi. Il marchese si occuperà dell’acquisto di altre armi. - Il principe stava per chiudere il suo ragionamento, quando il marchese lo interruppe. - In città i controlli si sono fatti più serrati, dopo lo sbarco delle camicie rosse di Garibaldi, e i carri non passano più agevolmente come nei mesi scorsi. Mi spiace - portandosi un fazzoletto alla bocca - ma sta diventando tutto troppo pericoloso. Ferruccio ebbe una reazione spropositata, scaraventando una sedia contro il muro. - Come sarebbe che non arrivano più armi? Con che cosa intendiamo fare la guerra? Con i cento fucili arrivati in tre mesi? - Il principe riportò faticosamente la calma. Provò a spiegare al marchese che alcuni corrieri e briganti erano dalla loro parte. Il trasporto sarebbe potuto avvenire per le vie di campagna meno battute dalle sentinelle borboniche. La dose di rischio c’era. Ma ora nessuno poteva tirarsi indietro. Tutti erano stretti da un patto. Ferruccio approfittò del silenzio per comunicare a tutti l’arrivo di due patrioti dal nord. Il principe reagì, battendo il pugno sul tavolo. - Maledizione Ferruccio! Ti avevo detto che non era il momento! Lo capisci che ci muoviamo su un terreno infestato di guardie? È difficile il passaggio di armi, figuriamoci di due uomini! Ferruccio, senza battere ciglio, disse che tra tre giorni quei due sarebbero sbarcati. Bisognava trovare un modo per non farli scoprire. La soluzione si presentò da sola.
Il principe cercò il marchese, accovacciato su una sedia. Alcuni membri della sua famiglia sono del nord, se non sbaglio? - Parenti di mia madre - rispose il marchese. Allora lei, signor marchese, - mentre il principe disegnava i tasselli del suo piano - si recherà al porto il giorno dello sbarco: l’arrivo di alcuni parenti dal nord può essere un valido pretesto per non dare nell’occhio. Il marchese provò a rifiutarsi, ma alla fine fu costretto ad accettare. Nei tre giorni successivi, il piano per il passaggio delle armi passò in secondo piano. Si moltiplicarono le sedute. Il capitano Salemi, nel suo forte accento napoletano, fece notare che qualcuno in caserma cominciava a sospettare per le sue numerose uscite. Andava definito al più presto il tragitto che la vettura del marchese avrebbe percorso allo scopo di evitare perquisizioni o rallentamenti. Il comando generale borbonico, infatti, aveva pianificato dei controlli a tappeto in tutta la regione, specialmente per la settimana seguente. La notte prima dello sbarco dei patrioti fu quella decisiva. Dopo una serie di incontri privati, gli uomini si ritrovarono nuovamente nella cantina del principe. Sulla carta, il capitano Salemi, vestito rigorosamente in borghese, tracciò il percorso. Illustrò a voce molto bassa il suo piano: - Prelevati i patrioti, la carrozza per circa quaranta chilometri attraverserà tre paesini. Da lì si congiungerà alla valle, aggirando la caserma borbonica presso la conca. A dieci chilometri, troverete un’osteria. In genere frequentata dai soli mezzadri della zona. L’oste vi darà cavalli freschi per arrivare qui. Se tutto procederà senza intoppi, signor marchese, alle cinque di domani pomeriggio sarete di ritorno. Questi sigillati sono i salvacondotti da esibire nel caso in cui vi imbattiate in qualche pattuglia.
La carrozza del marchese partì all’alba. Quella giornata di fine maggio si annunciava rovente. Dalle campagne si levava forte l’odore di erba secca. Sulle strade polverose le schiene sconfitte dei contadini si avviavano, tristi, ad una nuova giornata di lavoro. Il crinale torrido delle colline era avvolto da una foschia umida. Il marchese, con la mano appoggiata al pomello del suo bastone, scorreva con lo sguardo quel paesaggio monotono. L’interno della cabina, intanto, si era surriscaldato. Il sudore gelava i pensieri del marchese. Aprì il finestrino respirando affannosamente l’aria tumefatta. La carrozza procedeva con una buona velocità. Tuttavia, le buche, i ciottoli, le strettoie non consentivano un’andatura più sostenuta. Il marchese cedette di colpo al sonno. Non sognò nulla, tanta era la stanchezza. La carrozza si fermò. L’unico suono distinguibile era il cinguettio degli uccelli. Sportosi verso il finestrino, il marchese vide il cocchiere stretto tra due soldati. Dal lato opposto della carrozza lo sportello fu spalancato con energia, facendo entrare polvere e calore. Il marchese, scaraventato fuori, venne perquisito. Nella tasca sinistra della sua giacca, le guardie trovarono i salvacondotti. Oltre la cortina di sole abbagliante, il marchese intravide un uomo di spalle mentre leggeva il contenuto di quei documenti. Si avvicinò al marchese con il tono viscido del carnefice: “Sapevo che i patrioti erano temerari, ma non fino a questo punto!” I salvacondotti contenevano, nel dettaglio, le fasi di tutto il piano per scortare i patrioti dal porto al palazzo del principe, le riunioni segrete, il transito di armi, i legami con i patrioti del nord. Il marchese fu impiccato a un albero mentre i corvi gracchiavano.
Giorno di maggio
di Lucia Vitelli | Pubblicato in: Poesie | venerdì 17 maggio 2013 |
Il fiore reclinato nell’animo,
malinconia dei vivi,
dietro la siepe di rose,
spia indisturbato il sole
appoggiato
sulla collina di Napoli.

La mia preghiera non fa rumore,
si accoda a pellegrini in fila da anni,
scava alle mie spalle
la mitezza
del dissepolto respiro
di mio padre e di mia madre.

Sbriciola il buio,
cade come neve di pioppi.
Giorno di maggio,
a tua insaputa,
ti ho amato profondamente.
Attimi
di Silvia Scognamiglio | Pubblicato in: Squarci | lunedì 13 maggio 2013 |
È una mattina di primavera, una delle prime della stagione. Il sole è caldo e splende sulla città che comincia a uscir fuori dal grigiore invernale per splendere nella luce calda che avvicina all’estate.
Una nuvola passeggera getta ombra su una piazza.
È affollata. Ragazzi divertiti prendono il sole seduti sui gradini di una cattedrale avvolta dalle impalcature; delle chiassose e colorate scolaresche ammirano i monumenti e le bancarelle del centro storico; giovani mamme portano in giro bambini ancora incerti nel camminare, che con i loro movimenti impacciati e nei loro giubbini gialli e azzurri cercano di correre per raggiungere i piccioni che popolano il centro dello spiazzale; anziani signori in vestiti ancora invernali parlano tra loro sulle panchine vicino all’edicola in fondo alla piazza, osservando la città e aspettando il tempo che passa per rientrare a casa.
È una piazza affollata, ma non per tutti.
Seduti sui gradini, un po’ impacciati, un ragazzo con un berretto blu porge un mazzo di fiori dai colori sgargianti ad una ragazza dagli occhi dolci e i capelli scuri. Indossa un giubbino rosso e cerca di coprire con degli occhiali scuri i suoi occhi chiari, che la ragazza prontamente gli sfila via con un sorriso.
In quel gesto, le mani si sfiorano. Le guance si infiammano. Gli occhi rispondono a domande non fatte.
Un abbraccio, di quelli desiderati da tempo.
E ridono con tenerezza osservando quei bambini che nella loro rincorsa ai piccioni si sono fermati proprio davanti ai loro gradini. Le mani sono intrecciate e i visi felici, in quell’abbraccio che ancora non si scioglie.
Le ore passano, e sempre più frequentemente si controllano le lancette dell’orologio che corrono, rubando il tempo che diventa troppo breve in quel chiasso silenzioso che li circonda. Tutte le parole dette su quei gradini non bastano più, vorrebbero un seguito che desse loro un senso.
Un telefono squilla. Lei si alza per rispondere, allontanandosi di qualche passo. Lui anche. Prende la sua bicicletta nera e, accennando verso di lei un saluto con la mano, si incammina via, per quella piazza assolata, verso una casa dove rimpiangerà quello che non è stato, e nello stesso tempo sarà felice per quel paio d’ore rubate alla normalità della vita, per quell’incontro controcorrente nel flusso regolare delle loro parallele esistenze.
Ancora con il telefono stretto in una mano, lei, che non ha smesso un attimo di seguirlo con lo sguardo, lo rincorre, chiamandolo a bassa voce per nome, come se il suo volto fosse ancora a cinque centimetri dal suo, stretto in quell’abbraccio. Lo raggiunge e, stringendo ancora i suoi fiori rosa, lo guarda negli occhi. Un altro attimo rubato, un’occasione da prendere al volo. La bacia. E tutto il resto, da silenzioso qual’era, si ferma. Un attimo immobile, che da modo soltanto a loro due di sentirsi davvero.





Il manicomio comunale
di Angelo Mascolo | Pubblicato in: Squarci | domenica 5 maggio 2013 |
Quando fu internato al manicomio comunale, in un torrido pomeriggio d’estate dell’anno 1974, Alfredo Ceccarelli sembrava non recare alcun segno di squilibrio. Al contrario, il mento volitivo, gli occhi magnetici, le mani composte e curate, gli conferivano l'aspetto di un distinto signore di mezz'età. A quell’ora, i pazienti della struttura vagavano per il giardino incolto, guardati a vista dagli infermieri. Precedeva il giardino un viale sterrato, difeso dall’ombra inviolabile dei ciliegi. Il vento d’estate, a tratti lieve, a tratti fragoroso, denudava quegli alberi dei loro fiori bianchi, spargendo ovunque un soffice velo come di neve. In attesa che qualcuno aprisse il cancello, la donna che accompagnava Alfredo ebbe premura di scaricare dall’auto le due valigie. Si era dimenticata di inserire correttamente il freno a mano. Per questo motivo la macchina oscillava indietro e in avanti, come uno stomaco colto da un improvviso mal di mare. La fronte della donna era corrugata, piatta e priva di ogni traccia di sudore, nonostante il caldo e l’immane sforzo per scaricare i bagagli e trascinarli all’ingresso. Alfredo, non curandosi minimamente di lei, faceva scorrere le morbide scarpe di tela su e giù per il marciapiede selciato, fischiettando vecchie canzoni della sua epoca. Alzava poi lo sguardo verso gli alberi e mettendo in tensione la pelle grinzosa, imitava il verso degli uccelli.
Lo scatto della serratura aprì il cancello. Apparve, nel cerchio di sole scaturito da alcune fronde fragili, un uomo con addosso un camice stropicciato. Fu assai gentile con Alfredo. Lo prese sottobraccio, lo guidò per il viale indicandogli la finestra della sua stanza, ripetutamente gli chiese se fosse stanco, se avesse mal di testa, i piedi gonfi, le gambe indolenzite. Insistette, con modi sempre garbati, affinché Alfredo sedesse sulla panchina di marmo ai lati delle scale. Gli rivolse altre domande, questa volta più generali. Parlarono anche del caldo, della siccità delle campagne, della stagione balneare alle porte. Alfredo si limitava ad annuire. Seguiva i ragionamenti del suo interlocutore, sottolineandoli con un sorriso o un colpo di tosse. Ma non parlava. Per scelta, per reticenza, perché non aveva nulla da dire oppure perché, da qualche minuto, si guardava costantemente in giro, osservando i fiori, la quiete pesante, il vociare frenetico dalle cucine, i commenti degli infermieri sul suo conto. Notò che l’uomo seduto accanto a lui aveva smesso di parlare. Sfogliò una cartella, aggiungendo delle cose a penna. Si sfilò le lenti, sfregò la cavità interna degli occhi con le dita e continuò a girare i fogli.
Assorto nella lettura dei dati clinici del suo paziente taciturno, il dottore non si avvide che Ranuccio aveva tentato di nuovo la fuga. Come un ossesso, scivolava sui manici delle scalinate, saltava tra le siepi, per di più si era fatto il giro del palazzo tre volte; tutte quelle prodezze atletiche erano accompagnate da sberleffi e improperi indirizzati agli infermieri inoperosi, che quasi subito desistettero da ogni tentativo di inseguimento. Nel frattempo, Ranuccio si era rifugiato su uno dei ciliegi, i cui rami si prolungavano verso le stanze. Levatosi in piedi in equilibrio precario, gridava a squarciagola che l’esercito dell’Unione era ormai alle porte. Avvertiva nell’aria l’incedere dei soldati in avvicinamento, lo sfregare metallico dei fucili, i tamburi battere senza sosta. Lincoln avrebbe sfondato i cancelli e, lucente sul suo destriero, messo fine alla tirannia dei medici, ai soprusi degli infermieri, alla qualità scadente del vitto, al puzzo dei rifiuti, all’abbandono di quel mondo che considerava tutti loro semplicemente come degli stupidi mentecatti. Il discorso di Ranuccio attirò sotto il ciliegio una piccola folla composta da pazienti, infermieri, suore; persino Alfredo, in disparte fino a quel momento, si avvicinò per ascoltare le sue parole. Tirò sulla fronte il panama bianco che aveva con sé e a braccia conserte ondeggiò tra i pochi spazi lasciati liberi da quegli improvvisati spettatori.
Dal lato sinistro del gruppo si levò una voce. Vigorosa. Malinconica. Era quella di Gino, il tenore cieco, entrato nel manicomio l’inverno precedente. Intonò l’aria del Nabucco e i suoi occhi mandorlati brillavano per la nostalgia, ricordando le sue tournée per i paesini della provincia durante la guerra, in compagnia di un organetto e di un cappello per le offerte. Quel poco gli bastava per vivere, al resto pensava la musica, diceva. Il canto accorato di Gino fu bloccato dall’intervento del dottore. Temendo che il gesto di Ranuccio accendesse troppo gli animi dei pazienti, lo pregò gentilmente di scendere. Sulle prime Ranuccio rifiutò, continuando ad inneggiare al Presidente Lincoln e cospargendo di sputi il capo semicalvo del dottore. Dopo lunghi tentativi, riuscì a convincerlo attirandolo con una proposta allettante: addestrare un manipolo di uomini scelti, da aggregare all’esercito nordista. Il dottore lo informò, inoltre, che il Presidente contava molto su di lui per mettere in ginocchio le forze confederate. Investito di un così alto incarico dal suo comandante, Ranuccio si decise a scendere dal ciliegio. Venne salutato da un timido applauso. Gli infermieri, inchiodandogli i polsi alla barella, lo portarono via. Ranuccio non reagì. La forza con la quale arringò gli altri ammalati, aveva esaurito la sua fragile fibra. Piombò in un sonno profondo, scosso di tanto in tanto da qualche scatto convulso. Al suo risveglio, l’inquietante lampadario di platino disegnava ombre nervose sul pavimento torbido. La stanza appariva spezzata in due angoli di luce annerita.
Sul davanzale, nel frattempo, Alfredo conobbe per la prima volta il cielo. Non riusciva a capire. Gli sembrava strano come, da sano, non gli fosse mai importato nulla delle nuvole, della pioggia, del sole, del vento. Erano serviti tanti anni, la reclusione nel manicomio, la mutata condizione di insano di mente, per accorgersi di quel tramonto. Un semplice disco d’arancio all’imbrunire. Questa cosa lo sconvolse al punto che tutti i pomeriggi alle sette prendeva posto su quel davanzale, in attesa del prodigio meraviglioso. Al centro della stanza, c’era un tavolo bianco. Gino era chino su alcuni fogli, ripassando la parte di compare Turiddu per la messa in scena della Cavalleria rusticana. Battendo fragorosamente i pugni sulle gambe, si lamentava dei costumi di scena che non arrivavano, malediceva i truccatori e i parrucchieri per la loro indolenza. Lo spettacolo avrebbe avuto inizio tra un’ora e niente era ancora pronto. Si discostò dal copione, rizzò la schiena come un giunco e prendendo un bel respiro, si esibì in altalenanti vocalizzi. Schiaritasi la voce, mosse a piccoli passi verso la finestra dove si trovava Alfredo. Timidamente gli fece notare la sua presenza. Alfredo, abbandonando il collo sulla spalla, lo fissava. Smontò dal davanzale, sfilando il copione dalle mani sudate di Gino. Per un’ora intera provarono l’ingresso in scena di Turiddu, mentre Ranuccio proiettava sul muro gli spettri delle sue dita affusolate, simulando una L.
Intorno alle nove, arrivò la cena. Alfredo rifiutò di mangiare. Se ne ritornò sul davanzale, anche se non c’era più alcun tramonto da ammirare. Nella stanza calò improvviso un silenzio gelido, interrotto solo dagli urti delle posate. Si levò poi un rumore indistinto, come di colpi su una superficie di acciaio. Due infermieri presero con forza Alfredo, trascinandolo lungo tutto il pavimento. Si dimenava rabbiosamente. Con un calcio colpì allo stinco l’infermiere di sinistra, al quale il dolore accecò la ragione. Piombò su Alfredo, prendendolo a pugni sul volto. Alfredo rimase a terra, immobile. Ranuccio cominciò a urlare, percuotendo i piatti contro l’inferriata del letto. Lo stesso fece Gino. Ma a quell’ora nessuno poteva sentirli. I pazienti delle altre stanze dormivano, imbottiti di sonnifero e il dottore era andato a casa. In poco meno di mezz’ora, tutto tornò alla calma. A Gino e Ranuccio fu somministrata una dose massiccia di sedativi. Alfredo fu legato al suo lettino. All’alba, gli stessi infermieri della sera precedente lo svegliarono bruscamente. Tappandogli la bocca, scesero di soppiatto in infermeria. Gli ripulirono il sangue secco dalla faccia, disinfettarono le ferite, coprirono i lividi con della garza. A dodici ore di distanza, Alfredo non portava addosso nessun segno delle violenze subite. Ranuccio e Gino lo videro ritornare nella stanza con le proprie gambe. Si appoggiò allo stipite della porta. Il primo a venirgli incontro fu Gino. Lo strinse in un abbraccio nervoso, piangendo insieme a lui. Gli fece dono del suo foulard, avvolgendoglielo intorno al collo per coprire i grumi violacei. Ranuccio, trascurando per un attimo i suoi soldatini, lo prese per mano. Stettero insieme fino alle due del pomeriggio. Alle tre, spuntarono sulla soglia quattro infermieri. Erano lì per Ranuccio. Cercò di raggiungere la finestra, saltando da un letto all’altro. La sua corsa si interruppe come quella di un cervo braccato. Le urla di Ranuccio si spensero, smarrendosi per i corridoi. L’ultimo suono che si udì fu quello della sirena dell’ambulanza sibilare sull’asfalto grigio.
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