giovedì 22 luglio 2010
Vitelli Lucia
Sono brezza o terra?
Non farò code per raggiungere il mare,
l’acqua è salita alla collina, alla mia immobilità,
ai tuoi piedi piantati nel mio grembo.
Sono brezza o terra?
Le mura del convento mi guardano
sbarrando gli occhi
da inferriate arrugginite.
Ogni giorno qualcosa muta
al mistico andirivieni delle monache
che scorrono dietro vetri colorati,
dal refettorio alla cappella.
Ombre compatte,
ora esili
in cicliche ore: mattutine, vespertine, notturne.
Sulla mia pelle
le piante odorose
il rigoglio della mentuccia del tuo balcone.
Al sole
su gotiche guglie di emozioni
non entrano ragioni
nel perimetro del mio terrazzino.
domenica 18 luglio 2010
Basso Anna Maria
Assenze
1. Primo amore
Era un bel giorno di primavera, nei miei ricordi, ed ero euforica per la libertà che mi sembrava di respirare al solo pensiero di rivederlo, dopo una così lunga attesa. Indossavo il vestito più bello e mi avvinghiavo all’idea del suo ritorno, cadenzato dal ritmo dei suoi passi trascinati, immaginando la sua strana figura delinearsi sul primo piano di un orizzonte nebbioso e rarefatto, senza contorni.
Non so come sia capitato di innamorarmi di lui, e del suo odore stagnante di palude, odore di morte.
La ribellione adolescente contro i moralismi di famiglia, l’attrazione verso i gorghi, una vertigine sull’orlo del buio, non so.
Però era affascinante nella sua aura di dissipazione decadente, ed io ero poco più di una bambina. Leggeva poesie profumate di hashish, e guardavo le sue mani tra i capelli, e sapevo sognare.
E lui era sempre altrove nei pensieri, correndo via sulla sua vecchia auto di un improbabile color del tramonto.
Io aspettavo, seduta tra i libri e il telefono, un suo cenno che talvolta tardava mesi, ma poi arrivava, mai puntuale, mai prevedibile.
Sì, ho smesso la pazienza con gli anni, e tante altre cose, ma allora il tempo sospeso lasciava spazio al sogno, all’edificazione di mondi paralleli in cui vivere vite fantastiche, come quelle sbirciate dai vetri della finestra, tra luci lontane di città impossibili, nelle mie ricostruzioni geografiche immaginarie.
Studiavo e scrivevo poesie sull’agenda, in segreto, tra le frasi melense ricopiate dall’antologia e gli aforismi stantii che lui usava ripetermi, come se concentrassero in poche parole tutta la saggezza dell’universo.
Quel giorno l’appuntamento era all’ingresso dell’ospedale, con l’impressione che ritrovarsi tra la folla dei visitatori impazienti fosse più facile che nelle nostre solitudini silenziose. L’ho scorto insolitamente sorridente nel parcheggio antistante e gli ho detto in un abbraccio parole taciute per mesi, ormai senza forma, come aria.
Non ha compreso, e mi ha fatto ripetere e ripetere ancora cos’era accaduto in quel tempo di distanza, e cos’era cambiato. Perché qualcosa era cambiato da prima, sfumature impercettibili a un primo sguardo, una luce di sfida che non avevo la consapevolezza di possedere.
Sarà stato, credo, l’incontro con Franz a interrompere per la durata di una sera il filo dell’attesa, a far baluginare esiti nuovi, nuovi orizzonti. Poi tutto è tornato come prima, forse.
L’ho creduto, finché ho letto nei suoi occhi un’incertezza cupa e rabbiosa, un cedimento.
A casa ha esplorato il mio mondo dentro la finestra, i libri, la scrivania, i poster, i dischi. Ha spiato tra i miei vestiti e tra le mie collane, ha letto le mie lettere d’amore. Poi abbiamo cenato, giocando alla coppia di vecchi coniugi, io affaccendata ai fornelli, lui gli occhi fissi sul piatto.
Dopo si è alzato e ha acceso una sigaretta e la tv, sbeffeggiando l’idiozia dei balletti del sabato sera.
Ha spento la luce e mi ha preso per mano, quasi con tenerezza.
Nel buio distinguevo dal rettangolo della finestra le luci della città che davano corpo alla sua ombra e al candore dei suoi denti. Alla sua voce sussurrata.
D’un tratto, ho percepito una rigidità nelle sue braccia e un silenzio sospeso, agghiacciante.
Le sue mani sono diventate aggressive e brutali di fronte ai miei tentativi di resistenza. Di quei momenti ho ricordi confusi, ma la sensazione paralizzante d’incredulità è limpida ancora oggi. Proprio questo gli ha dato un vantaggio: lo stupore assoluto di chi scopre di non avere capito niente. Poi è arrivata la rabbia, una rabbia immensa, a guidare una forza che non sapevo di avere.
Lui ha raccolto le sue cose e se n’è andato come se non fosse accaduto niente.
Io mi sono guardata allo specchio, a lungo, toccando le strisce viola che solcavano trasversalmente il collo, per radicare l’evento nella realtà.
I segni sul corpo sono spariti in pochi giorni, nascosti da maglioni e foulards.
Poi è scomparso il dolore.
2. Vento
Lui se ne va sbattendo la porta, lasciando indietro un’eco di tuono e di voci spezzate.
Lei si stringe le braccia intorno, a proteggersi dal dolore che l’assale. Il gesto cristallizza le lacrime all’istante, e nulla resta se non un frammento di rabbia conficcato in fondo alla gola.
La casa delle castagne ci vide arrivare di novembre, in un giorno fitto di pioggia e di nuvole basse. Era la mia infanzia che allargava le braccia tirando dentro anche te, non più estraneo a quel mondo di ombre fatate. Sapevi di erba bagnata e di legna mentre narravi di luoghi perduti nello spazio e nel tempo. Ti lasciavo ripetere all’infinito la litania dei ricordi, guardandoti esplorare le stanze affollate di assenze, e di pezzi rimasti lì, abbandonati.
Scende le scale di corsa, col solo pensiero della strada davanti. Il clic della chiave infilata nel cruscotto della moto, il casco, i guanti, la necessità di aumentare la distanza velocemente, verso qualunque altro luogo, qualunque luogo che non sia quello.
Lei respira contando i battiti del suo cuore. Il divano è una barca alla deriva.
Cucinavi per me, allora, e i nostri baci avevano il sapore del novello che bevevamo a sorsi lunghi davanti al fuoco del camino. A due passi il mare in tempesta, i cui echi arrivavano come una musica lontana. E le tue mani grandi e i miei sorrisi intrisi di vino. E la tovaglia a quadri grossi e la sedia su cui facevamo l’amore, e le ombre lunghe del pomeriggio distese tra le pagine del libro aperto sul tavolo.
Corre nel vento, la giacca rigonfia, il corpo allungato in avanti. Nessun pensiero, la strada di fronte e dietro il nulla a seguirlo. L’altrove unica meta del viaggio.
Gli occhi spalancati a fissare il soffitto, solo limite alle stelle, un braccio piegato sul seno, una mano abbandonata verso il pavimento. Le fughe sognate l’hanno sempre ricondotta al suo microcosmo dalle pareti rosso nostalgia e sa che non potrà lasciarle senza morire di rimpianto. Lui stavolta non tornerà a dipingerne le sbarre.
Uscivamo nel giardino delle rose appassite, incuranti della pioggia e del freddo. Accarezzavo le foglie del fico dal tronco ritorto. Ero felice. Portavamo grossi cesti per le pigne, e un telo per la spiaggia, come sperando in un miracolo di sole. Ed era bello cercare sassi dalle forme strane, e rami corrosi dalla salsedine.
Giorgio rallenta, tagliando le corsie in diagonale. Ha bisogno di camminare, di riflettere, di una sigaretta. Niente autogrill, decide. Esce dall’autostrada, attratto da un richiamo.
Le uniche suppellettili che mi appartenevano erano pietre e pezzi di legno, metafore di radici e di ancore dolorose. Tu eri d’aria e di vento. Amavi che ti rincorressi, ed io fingevo affanno per non ferirti i polsi in una morsa. Respiravo il tuo sogno di eterna libertà, sapendo di desiderare molto di meno. Mi sembrava bastassi tu.
La strada che conduce al cimitero è un viottolo di campagna tra pesanti cancelli di case coloniche. Parcheggia, e compra un mazzo di crisantemi gialli. La tomba del padre è in cima ad una ripida salita. La percorre lentamente, scorgendo ai lati le file di lapidi tutte uguali, coperte di fiori colorati.
Non so quando ho smesso di ascoltarti. D’improvviso non sei bastato più. Guardavo sul divano l’impronta che mi lasciavi per compagnia quando andavi chissà dove e la cancellavo passandoci una mano. È allora che sono iniziati i capogiri. Improvvisi. Devastanti. Restavo prostrata un tempo indefinibile, cercando appigli nel panorama noto della stanza. E tu non c’eri mai a raccogliermi.
Giorgio osserva la foto nella cornice ovale, il volto mite e ruvido. Rassegnato. Due date, ed al centro un deserto di fatica e di infelicità.
Quando Andrea è nato eri a Dubai. Hai ricevuto la notizia via mail da mia sorella perché non eri raggiungibile al telefono. Un fagotto scuro e arrabbiato che si calmava solo tra le mie braccia. Passavamo intere notti a parlare di te. Si dormiva di giorno, io seduta, lui con la testa abbandonata sul mio seno.
Miriam si siede, sistemando il cuscino accanto al bracciolo, un vertice puntato al pavimento, l’altro a indicare il triangolo di cielo nel vano della finestra. Il pensiero è un grumo pesante, da raccogliere nella cesta dei fallimenti poggiata sul tavolino nero al centro della stanza. Pulviscoli iridescenti roteano gioiosi nella luce, e lei ne segue la danza con lo sguardo.
La diagnosi ti ha raggiunto a Herat. Non sapevo come dirti che tu e il tuo bambino non vi sareste mai conosciuti. Volevano trattenerlo in ospedale, io l’ho portato a casa. Speravo potesse andarsene tenendo negli occhi me, e il suo piccolo mondo di fiabe incantate.
Giorgio accende la moto e parte. Guida piano, la fretta è svanita. C’è tempo davanti: la vita intera.
Miriam si affaccia alla finestra.
La strada è un oceano.
3. Tra parentesi
Ci si avvolgeva in spirali di parole
nella tristezza del vino e dell’assenza.
Nell’attesa lascio scorrere la sabbia tra le dita come in una clessidra, non a segnare il tempo, ma a ingannarlo nelle ruvide frizioni dei granelli sulla pelle, i palmi aperti in una preghiera.
Poi il mare smette di cantare.
Arrivi senza scarpe, sorridente. Mi sfiori la guancia con le dita e ti siedi misurando lo spazio della nostra distanza nello spessore della tua valigetta.
Continui il racconto come se non fosse trascorso un mese dall’ultima volta, come se questo tempo che ci dedichiamo non fosse una pausa sottratta alle scadenze della vita reale.
Leggi, ed io ti ascolto con assorta attenzione.
Lo fai con lentezza, isolando le parole in un recinto definito, invalicabile. È una storia che non narra di te – eppure tu ci sei, e ci sono anch’io, forse – e la bevo e la assorbo e la sento circolare nel sangue al ritmo delle pause della tua voce. E sottolineo, persino, immaginando la traccia delle matite rosso-blu che mi hai regalato avvolte in carta di giornale e che mai mi hai consentito di usare sulle tue pagine.
Cerco qualcosa di te, un’immagine, una sfumatura di sentimento, una freccia che arrivi a ferirmi, a scuotermi dal torpore che mi inchioda qui, adesso. Cerco anche di me, nei silenzi soprattutto, ma non mi trovo se non come specchio della tua vanità.
Un’onda lambisce l’orlo dei miei jeans e rido. Uno sguardo severo mi riporta alla tua scrittura spiraliforme, che scava, maciulla, disperde frammenti e frammenti senza ricomporre mai.
Ascolto, ascolto ad occhi chiusi – un tempo azzerato, sospeso fra le parole.
Non lasciarmi andare via, non lasciarmi andare via, non lasciarmi andare.
Ti ho guardato per la prima volta un pomeriggio d’inverno fuori dai corridoi del tribunale dove ci siamo incrociati un’infinità di volte tra una causa e l’altra.
Camminavi lento in un vicolo grigio traboccante di persone in fuga, chiuso nel tuo cappotto verde-oliva, curvo di tristezza, barricato in una teca di solitudine trasparente, smascherato dalla fierezza sicura ed arrogante, vagamente seduttiva, che indossi sul lavoro.
Ti ho salutato rallentando la mia corsa verso casa e tu hai risposto con una cortesia formale, raddrizzando impercettibilmente la curva della schiena.
Ho amato da subito la tua distanza triste, il tuo strano rapporto con lo spazio, compresso in perimetri di difesa dal contatto fra corpi, unità di separazione da un’impossibile intimità. Il tuo corpo da proteggere, la scrittura come schermo a celarne la fragilità: avrei intuito poi.
Il tempo di un caffè, di un paio di reincontri quasi casuali, e i meccanismi del gioco si sono definiti nella scoperta delle possibilità di esplorazione di un territorio lecito, quello della letteratura, da cui non mi hai mai reso attuabile alcuna occasione di sconfinamento
Una sola volta, forse, per un bicchiere di vino di troppo, ho azzardato un bacio, scivolando tra la tua chiusura e il tuo silenzio.
Però poi sei tornato a comprimermi tra gli impegni di lavoro, non sapendo rinunciare a questa clandestinità di letture e chiacchiere, paradigma di una sublimazione dolorosa.
Io ti amo con tranquillità, sapendo che questo nulla cambierà di ciò che mi circonda. Sei lo sfondo che mi sono scelta e tutto ciò che accade è permeato di te, che inconsapevolmente vivi un altro tipo di vita che non sa di superlavoro né di impegni familiari.
Sa di noi-fuori-dalla-realtà, dei tuoi libri, dei tuoi vecchi gatti e di caffè.
Una vita dove non arrivano sensi di colpa a tirare le maniche del buonsenso, dove è lecito dimenticare le bollette da pagare nei cassetti, dove si possono fare brindisi ai futuri possibili senza ammalarsi di nostalgia.
Oggi, l’incontro al mare è una trasgressione alle luci artificiali che deformano i nostri colori, quelli cupi dei tuoi abiti, quelli sgargianti dei miei. Alla luce del sole è permesso uscire dal labirinto della ritualità rassicurante. Ci si può guardare contando le rughe. Ci si può distrarre. Si può rischiare di essere visti insieme. Si possono persino cambiare le prospettive esistenziali.
La ventiquattrore la consegnerei volentieri all’acqua e poggerei la testa sulle tue ginocchia. Svestirei una volta per tutte i panni della signora ragionevole e composta, potrei ballare al suono delle onde, girare girare girare fino a non avere più coordinate, a non riconoscere più il cielo e la terra. La caduta sarebbe lieve di risate. Nessun dolore.
La tua voce mi arriva direttamente all’altezza del diaframma, seguendo un suo percorso alternativo. La storia che hai scritto è un po’ anche mia, e non lo è.
Ti interrompi in una lunga pausa, poi dici dei sensi di colpa verso tua moglie, che non comprenderebbe questa strana relazione tra noi, innocente – ai miei occhi – , se innocente può dirsi la cerebralità di un erotismo non consumato. Dici della necessità di allontanarsi, per non seminare dolore, perché il tuo cuore malato non debba subirne conseguenze. Io credo che il male sia solo mio, ma non lo dico, mi limito a guardarti - lo stupore mi curva le spalle.
Mi tolgo le scarpe bagnate, raccolgo la borsa, mi alzo con calma. Respiro.
Il mare riprende a cantare.
4. L’approdo
Si è allontanato di nuovo.
Silvia è compressa tra una miriade di corpi sulla metropolitana delle sette e trenta. Un leggero dolore sotto il seno le fa compagnia come un ricordo. Il male dell’assenza, un’ombra che segue i suoi passi da venticinque giorni e qualche ora.
Alla fermata, di corsa nel sottopassaggio, segue il fiume di gente diretta alla coincidenza per la stazione centrale, evitando il tapis roulant e la coda di impiegati dall’aria stanca. Devia verso il corridoio centrale, tra i due tappeti a percorsi inversi, e affretta il passo, controcorrente.
Tutto procede anche senza di lui, la sveglia all’alba, il tragitto casa - scuola, le lezioni, la vita. Ma il segno non si cancella, impronta di un dito su un vetro in controluce.
Vincenzo, 22 anni, stamani è in vena di sfide. Si agita freneticamente nel banco, si alza, la guarda, si risiede. Lei legge Baudelaire e lui si calma all’istante: le sue ali di albatro sono state spezzate da suo padre, dai suoi vicini, dal quartiere di periferia in cui vive, e lui ne nasconde il peso dietro ostinati sorrisi.
Siamo tutti albatri, professoré. Non tutti, Vincenzo, non tutti.
Alberto non lo è.
Le manca, e la traccia del vuoto è sabbia levigata dal mare tra impronte di passi, come una sospensione.
Lo immagina alla scrivania, curvo sui libri, oppure fasciato nel plaid sul divano davanti alla tv.
Avvolto già nella sua scia di assenza, intangibile come luce.
Vincenzo si dondola sulla sedia, resta in bilico con i piedi sospesi, le mani aggrappate ai lati del banco. La sfida con una tenerezza arruffata, lui che non ha parole sufficienti a tradurre il suo immenso bisogno d’amore. Le chiede libri che legge di nascosto. Vuole comprendere l’incomprensibile di una vita incastrata tra un padre pregiudicato e due fratelli minori da mantenere col suo lavoro di pizzaiolo.
Il silenzio è una successione di battiti che ritmano lo spazio vuoto che lui, Alberto, occupava dentro casa, a volte solo con la consistenza dello sguardo. Quel ritmo Silvia lo porta dentro, orologio della distanza, orologio dell’attesa.
I ragazzi ascoltano il racconto della vita maledetta del poeta, lo immaginano uno di loro. L’ennui è una cappa da alleggerire nei troppi cuba libre del sabato sera, nelle corse in moto a sfidare la sorte e la paura.
Vincenzo sa fiutare il dolore, sa accoglierlo, se ne fida. Sceglie Silvia e le regala la sua ora di studio quotidiana, sottraendola alla famiglia, al lavoro, al volontariato in chiesa che lo allontana dalla tentazione. Perché lui in galera c’è stato, e non vuole tornarci.
Silvia non sa perché Alberto la lascia sola. Il suo andare è una bolla d’aria in cui annaspare dicendosi liberi. Dalla libertà alla solitudine c’è un passo incerto, un inciampo, una manciata di terra tra i denti da ingoiare. E nessuna lacrima.
Vincè scrivi l’assegno.
Poi la pioggia, e la corsa sotto l’acqua fino alla pensilina del binario due. Il rientro in città è più lento, il semaforo all’ingresso della stazione segna rosso, il cielo è a macchie.
Silvia apre la porta e il ritmo del silenzio si spegne.
È lui. È tornato a casa.
giovedì 15 luglio 2010
Olimpico Ilaria
Kajal
Il kajal, trucco mediorientale a base di antimonio o malachite, suggerisce subito sguardi
femminili misteriosi e profondi, di donne tristi o seducenti, immensamente dolci o
fortemente caparbie.
Il kajal, secondo le leggende antiche, era cosparso sugli occhi dei bambini contro il
malocchio... così le storie di “KAJAL” sono cosparse sulle pagine, raccontando della
tristezza per liberarsene e della tenacia per impossessarsene.
Kajal è una raccolta di squarci di storie al femminile.
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lunedì 12 luglio 2010
Di Legge Carlo
Cilento
Passaggio: comunque vada, qualcosa sta per cambiare.
S’insedia l’afa.
Lascerò ancora questa terra.
Questi paesi vogliono vivere; anch’io vorrei poter
tornare
come quegli uomini sparsi ovunque che tornano sempre.
Tra le tante radici, eccone una nuova. Dove non sono nato
e non ho ricordi.
Una radice non è così.
Ha realtà perché la sento.
Di tutti gli amori perduti,
questo
ora mi parla con forza, non so perché.
Dispongo a fatica le carte
nel modo che sembra più ragionevole
e resto ad aspettare.
Ho in mente una linea che risplende tra mare e cielo,
in fondo a un uliveto.
Luglio 2010
martedì 6 luglio 2010
Mavilio Alessandro W.
Lettera a Pietro Taricone
Caro Pietro,
lasci questo nostro mondo con la stessa velocità con la quale in passato ti sei lasciato dietro altri mondi più piccoli. Ci lasci nel dolore e nell’incredulità ma questa tua morte, che noi sulla Terra velocemente definiamo prematura, è in realtà il tuo estremo tentativo di correre avanti, di lasciarti gli altri dietro.
Tu ora sai ciò che nessuno di noi sa.
Quante volte nei vuoti della televisione ci siamo chiesti che cosa stavi pensando, tramando, preparando… Non è la prima volta che lasci le persone nelle domande, nelle congetture…
Chi non ti ha conosciuto non può capire quella sensazione… come di trovarsi in una turbolenza di scia.
Non credo di poter dire che siamo stati amici. Nel dire “conoscenti” mi sembra però di tradire qualcosa… Volavi, orbitavi, già prima di salire su un aereo. I ricordi che ho di te sono di un ragazzo in perenne movimento. Non credo di averti mai visto fermo da qualche parte. Eri sempre di passaggio, i nostri discorsi di ragazzi sono sempre avvenuti in quegli attimi simili all’incontro di due treni. Il tuo simbolo fisico sarebbe stata una freccia.
Da uomo a uomo: non era possibile provare invidia per te, anche in quell’età in qui gli uomini prendono la forma e segnano il territorio, anche quando hai cominciato a gonfiarti da Willi Gym. E ancora non capisco perché ti chiamino “guerriero”. Non eri un combattente, non un soldato, tu avevi da sempre la stoffa del lavoratore, del politico, del politico ideale, quello che nessuna società ha avuto l’onore di trattenere a lungo. La tua politica era quella dell’assimilazione di persone e di àmbiti eterogenei, la politica del sorriso e della sincerità a ogni costo, del lavoro (e non della guerra) portato al massimo livello di perfezione.
Al solito, io tornavo e tu uscivi. Mi chiedesti conferma di che cosa significasse il tatuaggio che ti eri appena fatto fare. Io, il ‘giapponese’ (questa la lingua che avevo scelto di studiare), dissi a te, che saresti diventato – nell’immaginario collettivo – il ‘guerriero’: “fulmine, tuono!” E tu: “fulmine o tuono? Sono due cose diverse!”; e io: “tutti e due!”.
Poi mi chiedesti del mio tatuaggio. Io ti risposi: “nulla, niente, vuoto”.
Eri un astro già molto prima di partire per il Grande Fratello, avevi un’orbita tutta tua, difficile da calcolare ma certamente regolare. Ampia e tuttavia veloce.
Credo tu sia stato il primo giovane amministratore del nostro condominio, ineguagliato dai precedenti e dai successivi. Bello e improbabile come può esserlo quello di una fiction di Canale 5. Ma vero, reale, bravo, bravo e bravo. La gente deve sapere che oltre alla cura del tuo aspetto avevi una tendenza naturale al mantenimento e al miglioramento delle cose. Forse potenziavi i tuoi muscoli (e nulla si può dire a un ragazzo che curi il proprio corpo) ma allo stesso tempo ampliavi anche le tue conoscenze. Sono certo che l’esperienza di amministratore – con carte, timbri e millesimi – non sia stata casuale: anni dopo, hai dimostrato in televisione l’amore per il calcolo, la previsione, il controllo. Bravo.
Un pomeriggio tornavo a casa con mio padre e ti abbiamo trovato giù ai garage. Avevi sollevato da solo la lunga e pesante grata di una fognatura. Le maniche alzate e le braccia nella melma, per ripulire lo scarico. Ricordo che mio padre e io restammo ‘folgorati’ da te, da quel tuo lavoro necessario e improvvisato, stupiti dal fine controllo che avevi dello stabile. Eri responsabile, perché ti incaricavi anche di cose oltre le tue mansioni. Ne parlammo ancora nei giorni a venire.
Eri un corto circuito vivente: il sorriso malandrino e la voce compassionevole. Quando bussavi alla porta avresti potuto venderci un elefante rosa. E quando hai bussato per l’ultima volta, per congedarti dal tuo incarico, hai dimostrato concretamente come è fatto un italiano educato, come vive una persona che ha a cuore gli altri. Un altro avrebbe messo una fotocopia in ogni cassetta postale.
Poi un giorno dei miei venticinque anni io ho ricevuto la cartolina del servizio militare. E tu ne hai ricevuta un’altra. Mi hai chiesto chi fosse il mio dentista. Dovevi ‘urgentemente’ fare una pulizia dei denti. Io ti ho mandato dal buon Omero.
Il condominio è piccolo e tutti sapevamo dove stavi correndo.
Io ero stato spedito ad Avellino e tu a Cinecittà. Io in caserma e tu nella Casa. Ti guardavo la sera con tutti i commilitoni alla TV dello spaccio. Non ti riconoscevo: era lampante che tu stessi recitando una parte. Non ti avevo mai sentito parlare in quel dialetto strano e men che meno avere una logica di quel (basso) tipo. Ma si sa, la televisione impone pesanti semplificazioni, specie in un format nuovo dove è necessario distinguere bene i concorrenti in gioco.
Notavo che non facevi presa sugli strati bassi della ciurma. C’era tifo per te ed eccitazione per la nuova trasmissione, ma non eri diventato l’idolo di quella meridionalità falsa che rappresentavi. È stata la tua miglior mossa: la caricatura spinta del meridionale arretrato e senza cervello ti ha protetto dai meridionali arretrati e senza cervello. Ma con quel ruolo hai divelto le porte della televisione nazionale. Ecco il calcolo: rinunciare al facile per ottenere il difficile, al poco per il molto. Se non lo hai fatto coscientemente, allora presumo che tu abbia avuto nel sangue il risultato più che il calcolo: una visione avanzata delle cose.
Lo spettacolo stava diventando il tuo lavoro quotidiano. Era ovvio che avessi scelto una tale strada ben prima di entrare nella casa. Sono sicuro di poter dire che il Grande Fratello è stata un’occasione facile e giunta al momento opportuno (aspettavano solo te!), ma ti avremmo avuto ugualmente sugli schermi, proprio come attore, in un modo o nell’altro.
Molti artisti vivono lo spettacolo come uno sciopero, parlano e sentenziano come sindacalisti. Tu eri un nuovo modello di “lavoratore dello spettacolo”. Avevi deciso di essere un professionista completo e dimostravi a tutti – increduli – che anche in quest’epoca di veline improvvisate occorre studiare per resistere, e per essere apprezzati su larga scala. Come un David Bowie nostrano ci avevi fatto capire che “le masse creano e distruggono gli idoli”.
Perdonaci. Pochi sanno che tu eri un giovane di altri tempi. È ovvio che lo sport estremo, fatto con passione e naturalezza da un attore di calibro crescente non è lo scarica-stress di un impiegato. È chiaro che il paracadutismo fosse per te un ulteriore campo dove formarti proprio come attore e magari diventare il nuovo Jean-Paul Belmondo d’Italia. Perdonaci se la televisione ci ha impigrito e resi miopi.
La vita è strana.
Un anno dopo il Grande Fratello eri scomparso dalle scene e evidentemente ti preparavi al prossimo futuro: studiavi e facevi il “numero zero” di alcune trasmissioni. Il destino ha voluto che fossi proprio io a farti una proposta.
Ho un triste ricordo di quella cena a Roma. È stata l’ultima volta che ci siamo visti.
Eri confuso e potevo capirlo bene. Non ci si abitua subito al successo nazionale, tantomeno se si ha la tua struttura generale e la tua educazione al lavoro e ai risultati.
Quella cena fu triste, perché venisti con due guardie del corpo e con un'agente (donna) che ti controllavano quasi totalmente.
Si vedeva lontano un miglio che non era questo il tipo di "successo" che desideravi.
Ti saresti protetto da solo e avresti pensato volentieri da solo a che cosa fare della tua vita.
Poi credo che successivamente tu ti sia liberato dei tuoi "tutori" opprimenti e abbia cominciato ad agire in maggiore autonomia e comprensione dello star system.
Quella sera, soprattutto, devi avermi guardato con sospetto e anche pensato: “che ci fa qui il figlio del signor Mavilio?”. Una casa di produzione londinese e una famosa compagnia aerea ti volevano per una trasmissione che avvicinasse le persone al volo. Ti avremmo insegnato prima a volare da buon passeggero e infine anche a pilotare un Super80. Nell’ultima puntata, con adeguata istruzione e ovviamente in “tandem” ti saresti dovuto lanciare col paracadute da un piccolo aereo, forse a Pontecagnano. Ricordo che a sentire queste cose hai storto il muso, e noi pensammo di rivolgerci a Natasha Stefanenko, che aveva già qualche esperienza di paracadutismo.
Non se ne fece più nulla. La Stefanenko aveva appena avuto una bambina e l’11 settembre aveva improvvisamente falciato i bilanci delle compagnie aeree e inquinato tutti i discorsi della televisione. Qualcuno aveva deciso che gli eroi del quotidiano dovevano morire in massa.
Dopo quasi 10 anni mi sveglio, una mattina, con la notizia del tuo incidente. Sei già morto ma ancora prego per te perché le notizie in Giappone mi raggiungono a grandi chicchi, disordinate e cariche di un’apprensione che non si era mai vista negli ultimi anni.
Mi si ferma il cuore: l’ultimo discorso che avevamo fatto era sul paracadutismo...
Ho cercato di capire la dinamica del tuo incidente.
Come al solito, tutto ciò che riguarda l’aria non gode di scientifico approfondimento nei telegiornali. Il lancio è stato buono, la vela si è spiegata bene, la discesa è stata buona.
Qualcuno ha parlato di una folata di vento.
Qualcun altro ha parlato del segnale acustico dei cento metri, che forse non hai sentito. Ma credo che dopo quattrocento lanci tu abbia imparato a sentire la prossimità della terra.
Fatto sta che già in sottovento ti hanno visto ritardare la frenata. Qualunque cosa possa essere successa… a un errore umano si è sommato qualcosa di un errore sovraumano.
La mia domanda è: “perché hai voluto ad ogni costo chiudere la virata base?”. Un paracadutista può atterrare praticamente ovunque. Con un ritardo nella frenata avresti dovuto ignorare la procedura e fare il “flare” fuori pista, cioè addolcire il contatto con la terra in una parte qualunque del campo… Io temo che il tuo amore per la forma e per la regola d’arte ti sia stato fatale in quella virata per il finale.
Per quel po’ che ti ho conosciuto sei sempre stato una domanda. Per tutta Italia sei stato una domanda. E con una domanda ci lasci.
La tua morte ha rivelato e liberato tutta l’energia del tuo moto. La tua vita privata è un esempio di rettitudine, la tua intelligente tenacia è una scuola che resterà viva a lungo. Il Paese ha avuto un contraccolpo, e qualcuno ha comparato lo strazio silente delle morti sul lavoro con la morte di un attore soddisfatto e ‘fortunato’.
Perdona, ora che puoi, l’ondeggiare confuso di chi non coglie l’essenza e l’unità delle cose. La tua morte non è diversa da quella di un operaio, entrambe ci gettano nello sconforto più totale. Entrambe rappresentano un’ingiustizia immeritata.
Sono contento di averti inquadrato – in questa mia lettera – come un "lavoratore" e per quel poco che so direttamente di te sono convinto che tu sia morto "sul lavoro". Il paracadutismo come ricerca dell'eccellenza per il tuo futuro di attore di film di azione.
Che si siano visti video dove eccitato ti lanciavi con tua moglie non vuol dire che eri un ragazzo che si divertiva all'eccesso, in barba ai poveri operai che muoiono in fabbrica...
Non mi è piaciuta questa contrapposizione "Taricone-operai" che è nata sul web.
Un Taricone che nella sua cerchia ristretta era già un esempio prima di diventare famoso, e che era umile e naturale anche dopo essere diventato famoso, deve ricordarci che in Italia esistono ancora persone tenaci, con programmi di crescita, idee chiare e voglia di lavorare.
Raggiungere il lavoro che si desidera e farlo con entusiasta partecipazione non può passare per un peccato di vanità solo perché c'è gente che non sa vivere, che non sa scegliere, che non sa prendersi cura del proprio quotidiano.
Tu eri un lavoratore... famoso. Famoso perché intelligente, simpatico e in gamba.
Non è vero che chiunque abbia la chance del Grande Fratello sia destinato a restare famoso.
Ci vuole altro per vivere nel cuore della gente.
Tu sei morto, forse per il perfezionismo del tuo carattere unito a un momento operativo difficile... ma potevi silenziosamente insegnare, e hai insegnato, come si vive e come ci si amministra.
Tu sei stato uno bravo, non un fortunato.
Un operaio dello spettacolo.
Cosa rara. E bella quanto rara.
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martedì 22 giugno 2010
Pelliti Matteo
MillESimale
Riconvoco a vuoto
l'assemblea di condominio del Sé,
finché non raggiungo i millesimi
per prendere le deliberazioni:
cresce l'erba in cortile,
piove dal tetto,
e le piastrelle si sono scheggiate.
lunedì 31 maggio 2010
Vitelli Lucia
Orogenesi
Nemmeno ora
al cospetto dell’invisibile
sei con me.
Sono sola sulle ciglia del mondo
stupita
degli umori fermi sulle mie dita,
alle cavità scavate fin sotto l’epidermide.
Nel mare di sale oscillano
lampade all’illusione, al disincanto…
Qui si racconta
come si vive
come si muore.
lunedì 24 maggio 2010
Caterina Roberto
Pioggia e poesia
Spesso penso che la poesia
sia come la pioggia
torrentizia
tropicale
che viene giù senza smetterla
mai
quando la stagione vuole
così
Poi cessa
e se l'aria
è pulita
fresca
tersa
rimane nelle orecchie
il suono della pioggia
Poesia
non catarsi.
lunedì 24 maggio 2010
Di Legge Carlo
Il cimitero di Barcellona
Verso le argille di Catalogna e Aragona
e la rossa Castiglia,
dal versante del Montjuic che guarda il Sud-est
vedi scendere sulla strada la città dei morti
in pietra e vetro.
Stanno nell’umida schiena di pietra
guardati dagli alti angeli tristi
per compiere il resto del cammino.
Ma il sole batte ovunque
e gioca la luce dei vetri innumerevoli
come una speranza.
Tiepido conforto per un morto
ma è
come una parola di confine,
come il saluto di uno sguardo
e un invito a ricordare per chi c’è.
Questo pensiero di architetti della luce
a te che vai per le desolazioni
e le grandiose chiese.
Barcellona, aprile 2010
lunedì 3 maggio 2010
Di Legge Carlo
Versione del Chisciotte
albero diritto nelle dune
cuore senza radici
sai di terre d’argilla e di sterpi
dipendi da te
sotto i ponti
a traversare giorni e notti
non scorre l’acqua
qualche incidente senza significato
avrebbe potuto avvisarti
d’un tratto si spezzò qualcosa
ora che restano pietre di castelli
e sai di donne e d’uomini
il conoscere supera il condividere
t’amano ancora senza sapere amare
o sapendo
senza dire
ma più spesso sembrano fuggirti
Aragona, 18.4.2010
lunedì 3 maggio 2010
Vitelli Lucia
LIANA
Fondali, cattedrali, lingue nuove:
babele.
Corde tese si accartocciano nel verso delle civette
al chiar di luna. Gufa sulle cime dei pensieri la notte
alta
con promesse perse.
Non ho pietà più di nessuno
se sedendo
in questo lembo senza storia, dove dilata la vegetazione,
l’anima è divenuta
liana attorcigliata ad un divano rosso.
lunedì 3 maggio 2010
Di Legge Carlo
Grammatica e sintassi
Grammatica e sintassi
facevano due passi -
il bambino e l'aoristo?
ma che c'entra, chi l'ha visto,
l'aoristo,
ma l'imperfetto è dialettale,
urge il passato
condizionale
grammatica e sintassi
a volte possono andare
a spasso,
se resta il principale
significato
generale:
che il tempo è passato...
mercoledì 14 aprile 2010
Vitelli Lucia
Le parole spezzate
Dalla campagna i suoni delle voci scivolano veloci,
richiami contadini
entrano dalle finestre.
Selvaggi i soffi delle nostre parole.
Dimensioni ambigue,
proiezioni da piegare e imprigionare fra gli scogli.
Mai ti capirò mio Dio
quando dalle balze dei pendii rotoli a valle
le ampie emozioni tradotte in povere parole
e l’eco stanco che muore al limite del mondo,
o, ancora prima, in fumo
dal tetto della casa.
Il giorno è sempre a mezza luce, poi dilegua
nella solita
notte insonne che mi traghetta
al prossimo pomeriggio,
al raro raglio degli asini bianchi,
al Mediterraneo con le sue acque incessanti,
una compagnia invisibile
al deserto dei miei colloqui.
Anche riconoscere, sotto casa,
di quale colore si dipinga il prato
per qualche ora del giorno
pesa.
Quello, lo vorrei fiorito,
sulla mia testa, di parole pendule. Tue.
venerdì 9 aprile 2010
Vitelli Lucia
La poesia raccoglie pioggia
Quando l’onda ritma favole antiche
schiude la pazzia,
porta l’odore dei fiori inzuppati
della pioggia che attraversa l’anima.
Oggi salirò ai dirupi, senza anni,
senza misura, alla corrente:
- che mi porti via!
alla vastità sdraiata tra i noccioli,
all’altitudine:
- la tocco con un dito!
Dentro gli occhi,
occhi
con il nulla da dire. Si potrà parlare
in un altro tempo, quando diverrò stella
con mille anni sulle spalle.
Allora saprai finalmente
che il profilo
nella penombra di una stanza,
pur nella mobilità delle cose appena
visibile,
è qualcosa. D’irripetibile.
giovedì 8 aprile 2010
Di Legge Carlo
Alto mare
Nella sala-fumo i camionisti parlano lingue dell’est
e bevono birra.
Gli studenti inseguono il giovane prete.
Alto mare.
Ancora terre e lingue sorgono.
Qui verticali olimpi tentano il sempre lontano cielo
alla tavola calda il cuoco scherza sul Che Guevara
e le donne servono cibi sconosciuti.
Dagli spazi le immagini vengono
con ali d’aria senza ferire la montagna.
Aspetti silenzioso come gli ulivi e i capri
in te l’attesa di alfabeti del senso.
Guarda
sfogliando le mappe
come s’alzano i nomi nobili uccelli
guarda come vengono
impregnati d’acqua originaria.
Il mare stringe le mani della pietra
così la parola si articola all’immagine
che il sentimento mostra:
grondano le parole
sotto la pioggia.
Fissa le immagini che vivono
e questa religione di passioni
così evidente.
Non è passione che non sia nome divino o mito:
un ragazzo che ti sfiora per strada può essere Pan
e qualche ninfa si nasconde in reception.
La vita si nutre di passioni.
Per quanto piccole
sono mare:
mare grande come questo della parola.
Quale solitudine oggi sopporta. Quale assenza.
Il dio vertiginoso non ti affascina più.
Sul monastero
il niente si profila
tra i santi bizantini rigidi e stralunati.
Quale silenzio dietro le campane.
Sei cambiato: con orrore chiami i giovani
che si spingono a due passi dall’abisso
tanto simile a loro dismisura – non sei più tu
eppure riconosci qualcosa:
stavi dimenticando.
Quale deserto.
Ognuno è la montagna abbandonata.
Solo sai le parole
che filtrano
le immagini-passioni.
Da quali domande
giovane prete
a quale assenza di domanda.
Verso quale tenebra t’incammini
acqua senza sponda.
Meteora-Atene, marzo 2010
venerdì 2 aprile 2010
Di Rosa Teresa
Nubi
Nubi, vi prego,
dirigetevi verso
la terra di Afrodite.
Nubi, vi prego,
cercate un uomo che
osservi templi greci.
Nubi, vi prego,
date a lui le mie lacrime
e ditegli che l’amo.
giovedì 11 marzo 2010
Paciolla Mario
Sguardo d'India
Sedute al Centro Pompidou
dinanzi a me
perle d'ebano esotico
nascoste
nel silenzio
d'un Oceano di bellezza.
lunedì 8 marzo 2010
Paciolla Mario
Haiku
Tra i vicoli di Napoli
notturno
odore di bucato
Gli occhi d'Asia
sfregiati
da un'unghia divina
Ingannato il tempo
a farsi ingannare
dal tempo
Nel cielo
piccola luce solitaria.
Altro fumo che se ne va
Steso sul tempo.
Appassito.
Voglia ebbra.
Parigi
cielo stellato di Sud
visto da un miope.
sabato 6 marzo 2010
Parlato Marco
Scrittori notturni
Quel bisogno di scrivere alla sera
cresce ad ogni ora notturna che passa.
Noi che di notte vegliamo le pagine,
lasciateci sbocciare con la luna.
Il pensiero di dormire
senza aver lasciato un segno del nostro
passaggio, crea terrore, ci spaventa.
La parola incisa sul bianco resta
e con essa esistiamo.
Oltre la morte e l’oblio
noi vivremo nel mondo senza corpo,
ma con l’anima bianca dell’inchiostro.
sabato 6 marzo 2010
Parlato Marco
Perché tu prendi sempre tutto di me
Perché tu prendi sempre tutto di me,
non per tuo capriccio, né per volontà:
tu accogli ogni mia parola o sguardo,
avvolgi i miei pensieri e li assorbi.
In te rinchiudo il Chronos
dei miei giorni.
Eremita tra la folla cammino
perdendomi tra i pensieri…
sabato 6 marzo 2010
Parlato Marco
La tigre e l’artista
Nei tuoi occhi c’è la resa e più nulla.
L’Asia: un ricordo che ti assilla.
Stesa nell’angolo mi guardi immobile,
con l’artiglio riposto ormai sterile.
Vorrei avvicinarmi, tenderti la mano,
mi faccio avanti, mi allungo piano.
Un’anima per due corpi diversi,
il tuo corpo striato da ritrarre.
Smetterò anch’io di ruggire alle sbarre?
sabato 6 marzo 2010
Paciolla Mario
Dans le metro
Profilo francese in fuga nel metro
salti sugli scalini
come una coccinella salta
nel sole di primavera.
Dove corri p'tit mademoiselle?
Ti seguo da lontano
con cuore pulsante stretto
agli occhi e alle caviglie.
D'un tratto rallenti
smarrita
cercando la tua uscita
tra Rue du Commerce e Rue de Pondichéry.
Ferma come una foglia
su un tappeto di foglie
colorate d'inverno
distrattamente ti giri.
Fuggevole sguardo in assenza di vento
prende forma su una pagina insonne.
domenica 21 febbraio 2010
Di Rosa Teresa
Stella del Nord
Mi chiesi dove fosse
la mia Stella del Nord,
Non v’era traccia di essa.
Carte celesti
mi avevano guidato,
occhi e piedi seguito.
La mia Stella del Nord
era svanita.
Era soltanto un sogno.
Abbassai lo sguardo.
C’era un fiore di campo:
sorrisi infine.
lunedì 15 febbraio 2010
Di Legge Carlo
Discordanze
A volte
vorrei che tu bussassi un mattino alla mia porta
Anche tu?
E in quell’attimo sai
che dipende da te.
Poi ti ferma il buon senso: ne hai troppo.
Ma non dovresti averne affatto,
e non è questa
la sola discordanza.
A volte vorrei che tu bussassi, un mattino: sono io
Sperare l’assurdo può anche andar bene,
qualche volta,
e poi tu non leggi le mie poesie.
Stazione di periferia, 8 febbraio 2010
lunedì 15 febbraio 2010
Vitelli Lucia
Chi resta
Il paese si copre di sabbia fine. C’è chi fugge
da questo luogo,
chi resta
aggrappato a un masso.
Fino all’alba.
Poi la campana suona
per annunciare la morte di qualcuno,
uno per volta
i vecchi
salgono la collina di San Michele.
Il prete farfuglia cadenze sempre uguali,
e tutti ripetono: amen... amen…
amen…
Le preghiere si perdono nella campagna:
il vento soffia d’inverno
in questo angolo che muore.
Il mare è mare silenzioso,
nemmeno una parola.
La malinconia sopraggiunge
non so da dove.
Segreto,
dallo sguardo cieco – non importa come –
ti sento,
e mi manca il cuore.
sabato 13 febbraio 2010
Paciolla Mario
Fiesta!
Seduto sul gradino
vidi il sole accorrere in prima fila
per assistere al grande spettacolo
Cinta di rosso
l’arena fuori di sé.
Le trombe squillarono, preannuncio di battaglia.
Entrarono i tamburi, presagi d’esecuzione.
E gli oboi rumorosi della folla urlarono
“Vamonos!”
Dapprima i tre moschettieri
agghindati come vecchi cavalieri
tracciarono il perimetro,
danzando abili su zoccoli regali.
Li seguivano torvi
piccoli arlecchini armati
con panni d’inganno.
Un lampo di tensione squarciò le voci
ed entrò
il vero protagonista.
Arcigno e inconsapevole,
vittima sacrificale del pasto del popolo.
Spaurito e pieno di coraggio cominciò a correre
masticando polvere e sputando rabbia.
Uno! Dos! Tres!
Verghe assassine lo colpirono sul dorso
e nettare di vita cominciò a fluire dalla corazza
color della pece.
Quatro! Cinco! Seis!
Nuove frecce lo infilzarono
infuocate da cori di famelica avidità
saziando di sangue
l’appetito di consapevolezza.
Siete! Ocho! Nueve!
Ancora colpi e vessilli colorati di vittoria
sventolarono sul capo della bestia.
Barcollante, trascinò la carcassa sul fondo sabbioso,
attendendo mesta
l’ultima virata.
S’avvicinò il cavaliere
con occhi languenti di dolore.
Diez!
Il Crepuscolo si tinse di rosso.
Il sole abbandonò chino l’ arena.
Capì di aver visto la morte danzare.
martedì 9 febbraio 2010
Vitelli Lucia
Alle ombre
Mi costringo ai silenzi. Non c’è spazio per altro:
dai vetri dei balconi
stagliano in lontananza il tempo e
il fuoco. L’orologio perso
e poi restituito
rimette in moto il tempo,
e le lancette
compiono i loro giri senza fine.
Mi fa paura
questo silenzio,
che mi accompagna
sul fondale di un racconto.
Prove e fantasmi si moltiplicano.
E danzano,
sul mio limite, dove ho creduto
tu fossi.
Questa volta, non è come le altre volte,
le cose hanno un nome assecondando le stagioni,
basta niente,
e battono i pomeriggi
sulla terra fredda.
La fontanella della piazzetta corre
in riflessi di illusioni – non per te, dai tanti mondi –
bollicine si raccolgono nella vasca
a forma di conchiglia. Rumori.
Rumori soliti spezzano dentro.
mercoledì 3 febbraio 2010
Di Legge Carlo
Venerdì notte
Venerdì notte, quando per gli altri inizia il fine-settimana,
ho ordinato alla musica di fermarsi.
Sta sospesa nel silenzio della mezzaluna.
Seduto, a scrivere con calma.
Guardo immagini che trovano parola.
Semi di parola crescono nel cerchio di luce della lampada.
Se l’intonaco crolla sul balcone,
tendo reti alla campana della chiesa,
che mi accompagna, ogni quarto d’ora. Catturo
l’assiduità e la cura, il calendario e l’orologio.
Qui a fianco: vecchi muri, stemmi di pietra. Non
so il significato? – Cerca, se vuoi.
Ai pini del condominio del trentasei,
al buio, gli uccelli di continuo
volano tra i rami. Parlano
piano.
Ma ogni volta l’aria freme
di tante piccole ali.
Dicono: vola, non ti fermare.
Niente musica,
ho bisogno di uscire dagli abbracci,
che non sia un’abitudine –
ma stare un po’ da solo, questo è meglio:
altri occhi per vedere, e punti provvisori di saggezza.
Notte incantata.
È il germogliare silenzioso dei ricordi,
a musica ferma,
ma più ancora
l’incontro di cose sperate.
Voci senza corpo, menti attente, aperte.
E un vestito nuovo di luna.
Nocera Inferiore, 22-23.1.2010
domenica 31 gennaio 2010
Caterina Roberto
Questo grigio
Questo grigio
così lontano dalla purezza
dagli sguardi fieri che si colorano
di verde
come i tuoi pensieri
nati quando il fiume era ancora un ruscello
e sapeva di feste provinciali
questo grigio
è qui
invita all'esercizio
a non importunare il mondo
ma a scrivere, ora che tu sei così lontana,
che è meglio non farsi troppe illusioni…
Immancabilmente cerco l'oro
nelle più misere pagliuzze
nei fiumi abbandonati
nei giorni da trascorrere
senza memoria
cerco l'oro dei conquistatori
quello mai trovato
ma che mi fa dire
tu sei stata qui
e l'aria è ancora
preziosa.
domenica 31 gennaio 2010
Vitelli Lucia
Diniego
– Sono solo parole –
Scrivi. Leggi versi senza riserbo,
calcoli lune piene,
l’arco della leggerezza e del piacere
ma
questa notte,
nelle tue parole, i miei occhi precipitano.
Il freddo tagliente
mi sfigura. Confondi vita e noncuranza.
Decreti il mio dissolvimento,
come una punizione.
M’istradi,
mi avviluppi in cerchio
fino al fondo.
Né assenza né desiderio insaziabile.
Sulla valle
resto presenza irreale
con indosso maschere ossute.
Al disamore rispondo…
martedì 26 gennaio 2010
Di Legge Carlo
Cuore d’inverno
La luce dei tuoi occhi
non è più familiare,
il suono della voce mi tiene a distanza.
Sei di un altro: è l’inverno.
Cosa ho da offrirti? Un cuore ombroso.
Libero, nella mia casa calda,
ma lontano da primavera.
Se tu venissi, mi troveresti?
Offro stanze confortevoli e prigioni.
I miei affetti, che vacillano stasera
come fiamma di candela.
T’offro qualcosa che non puoi volere.
Il mio cuore va un po’ per suo conto,
nel ghiaccio, tra i monti…
Batte con il cuore smorzato dell’inverno.
Io non ti rivedrò.
19.1.2010
lunedì 25 gennaio 2010
Abbati Aristide
Il bucato
Iolanda, una ragazza che aiutava mia zia nel disbrigo delle faccende domestiche, una volta per settimana faceva il bucato in giardino, per lavare lenzuola, tovaglie e tutta la biancheria in genere.
In quel periodo sapone e detersivi erano quasi introvabili; i panni si lavavano con la radica saponaria e il bucato consisteva nel bollire i panni con cenere di legna.
Allora il bucato si faceva in giardino; si utilizzava un barile da carburante da cui era stato tagliato via uno dei due fondi, che veniva appoggiato su due basi di mattoni ammucchiati; per coperchio c’era un grande disco d’alluminio, che sporgeva di un buon palmo dall’orlo del barile. Sotto il barile si ammucchiava legna raccogliticcia, quasi sempre umida, che rendeva laboriosissimo avviare il fuoco. Perché poi l’acqua del barile arrivasse ad ebollizione occorrevano ore e non bisognava stancarsi di soffiare, di sventolare e di rabboccare nuova legna sotto il barile.
Nei miei spostamenti in bicicletta per andare a prendere il latte, avevo visto nei campi, a lato della strada, numerose cassette di legno bianco, contenenti delle specie di grossi mattoni rivestiti di carta oleata. I campi erano stati sminati di recente e le cassette erano mine anticarro, private del detonatore e ammucchiate all’aperto in attesa di venir raccolte e portate alla loro destinazione finale; i grossi mattoni erano blocchi di tritolo.
Avevo visto dei ragazzi che, ritagliati pezzetti di tritolo da uno di quei mattoni, lo accendevano in mezzo al campo; quello iniziava a bruciare dapprima lentamente, poi ben presto più vigorosamente ed i ragazzi dovevano allontanarsi a causa del grande calore sprigionato dalla combustione; allora mi venne un’idea “luminosa”.
Raccolgo uno di quei mattoni e me lo porto a casa. Quando vedo Iolanda che faticosamente tenta di accendere il fuoco sotto il barile del bucato, prendo un bel pezzo di tritolo e lo getto sotto il barile, ma forse esagero con la quantità. Ben presto il tritolo si accende, sviluppa un’altissima fiammata che sembra non spegnersi mai, con corredo di un denso fumo nero che ci occulta alla vista il barile e quant’altro intorno.
Quando finalmente la fiammata si spegne possiamo renderci conto che il bordo sporgente del coperchio d’alluminio si è fuso ed il coperchio è caduto all’interno del barile, dove è sommerso da una cenere nerissima e grassa; l’acqua è quasi completamente consumata; la biancheria è tutta impregnata di un grasso nero e praticamente ridotta da buttar via…
lunedì 25 gennaio 2010
Abbati Aristide
Incontro con la Signora in Nero
Subito dopo il primo bombardamento di Rimini, all’inizio di novembre del 1942, mio fratello Achille, mia sorella Marisa ed io, siamo stati portati a San Marino dai nostri genitori, che lì ci hanno lasciati, insieme a nostra zia Lina, per sottrarci ai pericoli bellici. Infatti si presumeva che San Marino, come repubblica autonoma e neutrale, sarebbe stata rispettata da entrambe le parti belligeranti, presunzione poi rivelatasi fallace. Tuttavia, man mano che il fronte si avvicinava alla Linea Gotica, sempre più frequenti si facevano i bombardamenti su Rimini ed il sorvolo del territorio di San Marino da parte dell’aviazione anglo-americana, i tristemente noti quadrimotori Liberator, mentre le sirene d’allarme ne preannunciavano l’arrivo. Già nell’estate 1943 alcuni Sammarinesi cominciarono a trasferirsi, con materassi, coperte ed effetti personali, nelle gallerie della linea ferroviaria Rimini - San Marino, scavate sotto cento metri di roccia viva; presto molti altri, noi inclusi, li seguirono insieme a sfollati provenienti da Rimini e dalle cittadine della costa, cosicché le gallerie divennero delle enormi, affollatissime camerate, da cui si usciva solo per le esigenze fisiologiche, per cercare provviste nelle campagne circostanti e per cucinare qualche modestissimo cibo.
Noi ragazzini, appena suonava l’allarme, incuranti degli strilli e rimbrotti degli adulti, scappavamo dalla galleria verso i punti panoramici della città, per vedere gli aerei e verificare dove avrebbero bombardato; talvolta riuscivamo perfino a vedere i grappoli di bombe appena sganciati, che luccicavano al sole; poi tutto veniva nascosto dalle altissime nuvole di polvere e fumo; di solito su Rimini, che ne uscì distrutta all’80%.
Il 26 giugno 1944 avevo sentito l’ululare della sirena ed ero corso ad un punto d’osservazione fuori le mura, nella parte bassa della città, distante un paio di chilometri dall’imbocco della galleria. Avevo appena cominciato a percepire il rombo cupo degli aerei che fui investito da un violento spostamento d’aria ed assordato da un tremendo scoppio, cui ne seguirono molti altri.
Mentre correndo risalivo la strada diretto verso la galleria vedevo, circa duecento metri più avanti, un piccolo carretto tirato da un asino; in piedi sul carretto un uomo che frustava e incitava l’asino per farlo accelerare. Ancora uno scoppio violento: il carrettiere viene scaraventato a terra ed anche l’asino stramazza. Nel passar lì vicino sempre correndo, vedo sia l’uomo che l’asino orrendamente sventrati dalle schegge della bomba: è il mio primo incontro ravvicinato con la Signora in Nero e non è certo piacevole.
mercoledì 20 gennaio 2010
Di Rosa Teresa
Il veterano
– È una città maligna –
sibilò accarezzando
il cane cieco.
– È la mia guida –
parlò a se stesso.
– Ruba tutte le energie –
confidò circospetto
e impaurito.
un veterano
vecchio e gentile.
Qualcuno esclamò: – Pazzo! –
tra le divise nere.
domenica 10 gennaio 2010
D'Agostino Paola
L’inquietudine dei pesci rossi
L’inquietudine dei pesci rossi
(di che moriamo quando moriamo d’amore)
È arrivato in un giorno di marzo. A sorpresa, dentro un abitacolo trasparente. Per prima cosa gli ho guardato gli occhi, chiedendomi quanto sarebbe durato. In genere hanno vita breve, quando impari a prendertene cura, quando sei pronto a trasferirli in un’ampolla maggiore, a dargli più spazio di respiro, allora muoiono, inspiegabilmente. È così sin da quando ero bambina. Perciò ho smesso di credere che potessero vivere più a lungo della mia dedizione. Sopravvivermi.
È arrivato che non aveva nome. Semplicemente scivolava dentro le mie giornate, come un silenzio a singhiozzi. Un corpo in discreto movimento nel mio spazio vitale. Senza emettere suoni, senza chiedere niente. Poi ha cominciato ad avere orari, urgenze. Ha cominciato a reagire alle mie distrazioni, alla fretta che il giorno-per-giorno a volte impone. Ha iniziato ad essere un impegno, una parte del tutto, la responsabilità. Gli ho dato un nome, che si è staccato dalle mie parole tutte insieme ed è diventato solamente suo. La sua esistenza minima.
Il nome che porta è un’eco delle mie vite anteriori, ma anche così non mi appartiene più di quanto io appartenga a lui. Non gli impongo nessuna obbedienza. Lo osservo, mentre si muove dentro il suo percorso obbligato, l’unico che conosce, l’unico che abbia mai saputo. Ha elaborato la sua strategia di sopravvivenza, cerca punti nel paesaggio che riconosce familiari. Disegna un circolo che non è uguale al mio, mentre continuo a chiedermi dove sia diretto, quali cure, le prossime, mi domanderà.
È così, l’amore. Un’ampolla limitata nella quale si muovono in apparente libertà tutte le creature di ogni stagione. Dentro ci metti acqua limpida, piante che crescono a un ritmo incontenibile, alimento, alimento. E nonostante tutto, nonostante le premure, nessun dettaglio addolcisce la prigionia di chi ci vive dentro. Sto chiedendo ad un essere vivo di adattarsi al poco spazio che gli ho riservato, che la mia vita riserva a me, che ho saputo costruire, tenere libero, e di nuovo abitare.
Respira, fuori dal mio corpo. Se lo ingoio e me lo tengo dentro, lo sto uccidendo. Se lo lascio libero, si sente perso nell’astratto, disorientato. Ogni volta è così.
Vorrei poter sapere che ci sei, che mi senti quando ti sono vicino, che in ogni istante della tua giornata pensi al momento in cui tornerai da me, da me che ti aspetto, chiuso in quello spazio minimo che mi hai lasciato. – Vorrei che fossi solo mio, essere la tua ampolla, il mondo in cui passeggi dentro la tua vita, vorrei essere il tuo tutto, punto d’arrivo di ogni tuo pensiero. - Vorrei costituire la sintesi di ogni tuo progetto, parlarti anche mentre parli con te stesso. - A cosa stai pensando, esattamente, ora?
L’ampolla è una specie di asfissia. Tutto lo spazio intorno un vuoto che ci disperde.
Ora io sono il pesce. La mia casa è un circolo di vetro, un corridoio fatto di parole. Resisto ai beni immobili, fuggo da ogni labilità definitiva. Se tutto il mare smettesse di farmi paura in quanto tutto, smetterei l’ampolla, la castrazione. Invece aspetto che venga un nuovo giorno, per avere acqua nuova, nuova sostanza nutritiva. E ricomincio la corsa immobile dentro il mio percorso obbligato.
Sono il pesce, e l’ampolla, insieme. E l’ampolla è il mio amore, il riflesso nel quale mi specchio, obbligatoriamente. Perché non riconosco nessuno scenario alternativo, nessun esempio da seguire. Sono uno spazio circoscritto, che non permette invasioni. Dove non entra nulla che possa ferirmi, fraintendermi, modificarmi.
Vorrei che mi amassi senza chiedermi niente. Ma l’amore è un gigante e ha fame infinita.
Vorrei tenerti chiuso nel mio mondo senza doverlo modificare per riceverti. Senza che la tua presenza alteri il mio habitat naturale. Ma il mio egoismo di per sé giustifica il tuo.
Vorrei che la tua lingua fosse la mia, ogni tuo atto politico-poetico, ogni tua rappresentazione di mondo. Ma l’amore presuppone viaggi diversi che si incrociano, si guardano e imparano a conoscersi e a conoscere. Esploro il tuo corpo, come una somma di segnali e punteggiature. Ci leggo dentro una storia molto diversa dalla mia. È la tua differenza che mi affascina.
Il pesce rosso si chiama Samir. Il mio amore, invece, ha un nome diverso che non gli ho dato io. Nell’ampolla ci sono i piatti da lavare, i panni sporchi, il ferro da stiro. E poi le settimane difficili, gli appuntamenti di lavoro, le scadenze. Il tempo è l’acqua alla gola.
Quando emergo dalla fretta del mio caos, Samir lo trovo sul fondo dell’acquario, senza energie, in attesa dei suoi fiocchi di alghe. Gli do da mangiare, e il nostro rapporto ricomincia dal punto in cui si era interrotto.
Col mio amore, invece, non è così. Ogni volta che la mia distrazione lo ferisce, il tempo si azzera e ci scaraventa in un vortice di recriminazioni. Ritorniamo sconosciuti, contabili integerrimi di ogni carezza in debito. A differenza di un pesce rosso, l’amore dispone di parole, e non sempre è un bene.
Allora mi riapproprio del mio silenzio, come Samir. Ci metto intorno una barriera trasparente, la mia corazza, e fingo di non capire. Rispolvero la solitudine come libertà, il mare aperto, persino il possibile annegamento. La mia dimensione è la deriva, quella che più mi si addice. Posso adattarmi alle piante di un acquario qualunque, offrirmi in dono al sogno dell’ampolla e dell’obbedienza. Ma non dura mai a lungo. Sin da quando ero bambina.
C’è un momento in cui l’altomare diventa necessario, un istante solo, in cui il caos è istinto vitale. La prima volta che sono andata via di casa avevo 9 anni e sognavo un altrove in cui mi riconoscessi di più. Poi l’ho rifatto, innumerevoli volte. La liberta è una strada deserta, il contrario assoluto di ogni tipo d’amore. Il bisogno di casa, invece, presuppone il desiderio di essere amati.
Se potessero alternarsi armoniosamente, le due cose insieme sarebbero la libertà che cerchiamo. Ma se entrano in conflitto tra loro, l’ampolla diventa un carcere. Una pena da scontare. Quel vuoto d’aria di cui moriamo quando moriamo d’amore.
domenica 10 gennaio 2010
Caterina Roberto
Antipatia
La senti lì come un'oliva
lasciata nel piatto senza tonno
o un carciofino, o un peperoncino
Antipasto freddo
che ti lascia col desiderio
di un piatto caldo
di un bel primo
all'odio piccante...
Ma se odi devi fermarti lì,
prendere un caffé, pagare
e andare via...
Ma spesso si odia
chi si ama
e allora un bel secondo
in agrodolce
ci sta bene
e poi il presente non è tutto
La dieta? È nell'indifferenza...
Alcuni credendo di essere saggi
dicono che si può prendere
di tutto un po'...
Ma si può odiare un po'?
Amare un po'?
Ricordare un po'?
Si può solo essere antipatici un po'...
Per ciò la dieta è insalata
verdura
scondita
e broccoli amari...
domenica 10 gennaio 2010
Caterina Roberto
Raccolta indifferenziata
Voi che differenziate
e ponete nella campana azzurra
i vetri, le resine e i metalli
e nell'isola ecologica
trovate colori diversi
bruno come la terra
per gli avanzi del desco
giallo come il sole
per le carte, scritte o intonse
sudate ma non troppo..
Voi che differenziate
sapete che negli scarti del mio cuore
l'odio non è l'amore
il giorno non è la notte
e la gioia non è l'ira né la paura...
Eppure voi sapete
che l'idolo mio è biondo
come gli angeli
lieve come i venti estivi
gentile come tutto quel che è così...
Eppure quell'angelo
mette tutto
virtù e vizi
speranze e illusioni
bellezza e dolore
nello stesso contenitore!
domenica 3 gennaio 2010
Viscardi Giusi
Futuro
Vendo parole alle Ombre
e al Sonno vendo me stesso
domenica 3 gennaio 2010
Viscardi Giusi
Presente
Creature
- Specchi -
- Riflessi -
Isole perdute in un deserto di voci
domenica 3 gennaio 2010
Viscardi Giusi
Passato
Istanti
Come l’istante di una moneta
a galleggiare – immobile –
sull’acqua nera
Come l’istante di una trottola
sul proprio asse inquieta
a ruotare – leggera –
Come l’istante di chiarezza
in una mattina di nebbia
Come l’istante di un fischio
a spezzare l’attesa
Come l’istante di potenza
a dare forma all’inesistente
Come l’Istante nel suo Presente
Come la notte che lo invitai nel mio letto
e lo abbracciai
e lo tenni stretto
e per una volta si lasciò tenere
e rimase fermo
– quella volta soltanto –
e per un istante
l’Istante fu per Sempre
domenica 3 gennaio 2010
Viscardi Giusi
La guerra...
La guerra ci appartiene
ci accresce dall’interno
La quiete ci accartoccia
ci fa morire dentro.
domenica 3 gennaio 2010
Viscardi Giusi
Basta camminare…
Basta camminare con i piedi
nelle scarpe
Pancia in sotto
Pancia in sotto
e gambe all’aria
L’aria punge
e fa finta di cantare
- canta note stonate -
Pancia in sotto
Pancia in sotto
e gambe all’aria
Selvaggiamente dormono
Idee Verdi Incolori
Selvaggiamente echeggiano
ululati paurosi
nel fitto tetro
delle strade di giorno
Tacitamente ammiccano
i soli
nella nebbia pulviscolo del sole
rosseggiante di pioggia
E s’avviano quieti al tramonto
in stretta minoranza
corpi nudi incatenati
e occhi neri
in volti bianchi
- poveri diavoli solitari -
S’avviano a vedere
il Processo delle Idee
la Lotta dei Discorsi
Rane contro Topi
per un accidente
un incidente
per caso o per vergogna
per paura d’annegare
nella propria ignoranza
o sotto il peso altrui
Ma il Processo non si tiene
è già tutto decretato:
Ideologia volteggia
in rossi drappi indiani
intrecciati a fili d’oro
e a lume di candela
proietta la sua Ombra
e danza
sulla sua bara
e ride
E le candele emanano
una luce dolce
- di niente -
e il profumo afrodisiaco
della Parvenza
delle Leggi
e dell’Inconsistenza
dei Sistemi
E i solitari dormono
e non c’è più Opinione
nel declino dell’Impero
- dei Sensi o dei Dementi? -
e che sia Democrazia o Dittatura
Incoscienza o Utopia
è una questione vecchia
come il tempo
quando il Tempo si fa vecchio
Danza Ideologia nella sua bara
e ride:
Basta camminare con i piedi
nelle scarpe
Pancia in sotto
Pancia in sotto
e gambe all’aria
martedì 24 novembre 2009
Di Rosa Teresa
Quiete
Parole incomprensibili,
risate familiari.
Dormiva mentre
guerreggiavo lontano.
Cantava mentre
m’immergevo nel mondo.
Giunsi a casa,
riconoscevo
la sua risata
non le parole.
Disperazione,
terrore
e cattiva solitudine,
Ferri affilati
e rumorosi:
nient’altro udivo.
Uno scricciolo bianco
giunse di notte:
-Silenzio!- ordinò.
L’accento americano,
la voce dolce e netta.
E fu silenzio infine.
martedì 24 novembre 2009
Di Legge Carlo
Sul confine
Madre, questa notte una piccola nota basta:
un rumore mi sorprende sul confine,
e il sonno tarda e sfugge.
Così il tuo fantasma passeggia, nelle grandi stanze
del sonno mancato;
le mie stanze si fanno più vaste della notte.
Non dovrei sopportare il tuo abbraccio: ma
desiderarlo.
Non, come adesso, chiamare il coraggio,
e affrontarti,
perché torni mansueta.
Madre buona,
storna l’ombra da me,
rendi propizio ogni barlume di questo buio.
Che la mia fiamma vitale arda nella tua luce oscura.
Mentre parlo con la tua potenza
un’antica medicina mi soccorre.
Gli altri dormono, io scrivo.
Tra poco salirà il sole.
Nocera Inferiore, notte 16-17.11.2009
martedì 17 novembre 2009
Vitelli Lucia
Il piano inabissato
E’ dura la vita della montagna,
non un lamento sfugge
dal volo scosceso dei passeri.
Sul piano inclinato che inabissa
versi rossastri
perdono l’ebbrezza estiva.
Si scivola tra colpi d’aria, sferzati nell’oscura nitidezza.
La poesia, sotto rami umidi, offre la sua lingua
per varcare
la porta alla fine della strada.
Si chiudono le grandi ali nella terra,
non è dato di volare.
Forze contrarie ogni giorno sono
la nostra storia.
martedì 10 novembre 2009
Di Legge Carlo
Nuova esercitazione sul tempo
Quasi cinquant’anni, da allora,e ancora l’Adriatico
con onda lunga e rabbiosa
batte su un’illusione d’immenso – quando la tramontana
spazza l’aria,
e s’alza sull’altra sponda
un’alta barriera di montagne.
Giro la città, fotografo i luoghi, cala la sera.
La cattedrale costruita sul mare è più solitaria che mai,
una luce irreale di lampioni illumina i palazzi.
Percorro le altissime navate, maestosa e spoglia severità di
pietra.
Animali e maschere di pietra sporgono tutt’intorno,
li dicono segni del tempo, sono almeno mille anni.
Mi presento forse come un turista.
Ma dove nessuno può seguirmi,
nel mio invisibile motore, tu prova a seguirmi,
senz’attesa di spiegazioni.
Infatti ho presenti vivi e morti,
e in me i tempi a stento si distinguono.
Tempo e memoria non sono che parole, ma il tempo
è reale?
Negozi e piazze ci sono. Rendo presenti i morti, essi
ci sono.
Ma non nello stesso modo, dicono. E gli stessi palazzi
cambiano.
Io stesso sono mutato. Capelli bianchi, corpo diverso,
ho esperienza. Dove non potevo andare, nei vicoli, non
ci sono più i monelli seminudi e aggressivi;
ma entro con sicurezza, forse ho un aspetto
rispettabile, un fare distante, un po’ oscuro; e, anche se
tutti possono somigliarsi,
so che non devo cercare che un volto mi parli.
Ora le piazze e le chiese non sono
al modo di ieri,
io non sono qui come un ragazzo,
sono del tutto cambiato,
eppure riconosco il dialetto.
Ma, mentre guardo il presente, ecco che cambia,
e un altro presente si presenta.
Il ricordo si fa scosceso, austero come le mura della
cattedrale, e dice: mai più sarà ciò che è stato.
Ma si ribella: come può l’inferriata d’una finestra
sopravvivere a un uomo?
Qualcosa è qui, come allora, risalendo
pareti severe,
senza spiegazioni.
Oltre il movimento, permane qualcosa,
nel mare incessante,
e può mostrarsi.
Ciò ch’è stato una volta, è per sempre.
Se non pensi così, neghi
lo stesso presente, che è solo una volta,
adesso.
Ma si moltiplicano,
esercitandomi sul tempo,
le cose che non so.
martedì 10 novembre 2009
Di Legge Carlo
Multiverso
Un architetto nascosto mostra evidenze: mattina presto, ripuliscono le strade.
Quasi nessuno.
Pensi te stesso in viaggio dalla stazione ferroviaria,
viaggiatori che aspettano, treni sporchi;
o a cavallo del tempo, una specie di linea immateriale o fluire
d’un fiume.
Tutto molto strano, ma ti sembra consueto. Ti rassicura.
La verità che appare nella strada sembra priva di pretese, ma s’impone.
Non ti domandi ragione dell’assurdo.
Credi a ciò che ascolti e vedi.
In viaggio: una porta gira sui cardini e sbatte senza
chiudersi. L’odore di treno s’attacca ai vestiti, i vestiti addosso, nell’afa.
Immagini
senza artificio. Entrano ed escono, le porte per l’altrove sono ovunque.
Il mondo è una basilica evidente, misteriosa. Lune e soli,
come lampade appese, e grappoli d’uccelli sotto le navate.
Dubiti delle intenzioni degli uomini:
tu, avvezzo al sospetto,
guarda bene l’apparire, se non sia
l’apparire che ti guarda; e se soltanto quel che molti vedono
sia.
Alcuni luoghi custodiscono, oltre l’immagine che mostrano,
al contempo,
infinita multiversa animazione.
Cosa è questo che appare, e come poi
non dubitare delle cose che sfilano
nell’ordine del tempo?
Anche se l’apparire fosse tutto,
cose discontinue si mostrano.
S’illuminano in luce d’esistenza, si oscurano,
compaiono e dispaiono come su scena di teatro,
roteano si disperdono come un vortice di foglie d’autunno.
Il silenzio è pregno di parola, la parola di silenzio,
un treno vuoto si rivela affollato al tempo stesso,
e un uccello della notte si trasforma
in un simbolo.
Nel momento, il fuoco fatuo del tempo
ritorna, si ferma, senza direzione
scatta; dove qualcosa
è stato, qualcosa
permane, o torna; dove sarà qualcosa, è già
presente, o è stato, e c’è dell’altro – non tutto
l’apparire è condiviso: non a tutti
si mostrano le cose che solo alcuni vedono.
Inquietante evidenza
di punti che ristagnano, confusi
sovrapponendosi
e mutando: un’immagine è una carta nel vento
ma la carta
d’improvviso
è un gatto che s’arrampica
su un muro di vento.
Ma puoi credere inoltre
che di continuo l’invisibile divenga
fuoco e ombra di luce e di colore, e trasmigri l’inudibile
in suono e voce.
L’edificio del mondo è multiverso. Da rosoni invisibili e finestre
e scardinate porte
è come ti cercasse ciò che non puoi credere né speri:
d’improvviso ti parla, anche per mezzo d’altri.
Entrano ed escono figure d’altro tempo e senza spazio,
nelle strade vuote è folla d’altri uomini, di cui
non sai, pieni nei vuoti apparenti,
e si ripetono intrecci di sentieri
che traversano i palazzi,
dimore si ritagliano nel cielo o in case inesistenti.
Delle parole
diffida, e dei concetti:
l’uomo che spieghi l’apparire non è nato.
E insieme
medita quel che vedi, e forse senti ma non vedi,
momenti dello stesso senza-nome: ma, per quanto abbia
cercato,
sulle cause
hai solo antiche domande, e strane risposte.
Verso Elea, settembre 2009
martedì 10 novembre 2009
Caterina Roberto
Ninfe
Le ninfe sono simili alle fate
Alcune molto lontane
ricordano nelle stelle
i passi perduti
per sempre
Altre vicinissime
si celano nei boschi
nelle valli
negli alberi
sta a noi trovarle
ma non è detto
che poi vogliano parlare
Vogliono divertirsi
quando e come piace a loro.
Prendere o lasciare...
martedì 10 novembre 2009
Caterina Roberto
Sciocchezze divine
Tu mi chiedi oggi
una cosa
impossibile
se la poesia
sia una voce
o un canto
Tu
sai
che il nostro canto
è una voce inascoltata
Tu
sai
che il canto
è una voce
che scende dentro di noi
dando un nome
alle cose che amiamo
martedì 10 novembre 2009
Caterina Roberto
Colossi di città e colossi campagna
Lasciamo che i colossi di campagna
siano ancora vecchi saggi
fragili guardiani della fragile vanità
non invitiamoli a correre...
Per alcuni colossi di città
le cose vanno decisamente bene
Il David a Firenze
superpalestrato
fichissimo-bianchissimo
fa svenire le turiste
giovani e non
nella sindrome di Stendhal.
Si intende di politica
e sta con i forti
come Michelangelo.
Altri sono un po' demodé
Il Nettuno a Bologna
è schivo
troppo erotico
troppo autorevole
per non resistere
al silenzio
che un vero amore
sa dare...
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